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martedì 14 aprile 2020

Ama

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.

Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.

Dietro ogni linea di arrivo c'è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c'è un'altra delusione.

Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.

Non lasciare che si arruginisca il ferro che c'è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.

Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!

Teresa di Calcutta 

lunedì 13 aprile 2020

Vorrei che tutto tornasse come prima

Ci sono molte persone che in questa fase hanno ritrovato il gusto di parlare - telefonare, videochattare, scrivere - all'altro in modo diverso, di saperlo ascoltare valorizzandolo; persone che hanno riscoperto il valore del silenzio, del tempo lento, della spiritualità, della giornata arricchita dal poter pensare e guardarsi dentro, del dialogo autentico - per chi li ha in casa - con i propri familiari. E tutto ciò porterà un grande insegnamento,  perché non vogliamo che tutto torni come prima.
Io invece lo vorrei, ma so che sicuramente niente sarà come prima, per tutt'altri motivi, almeno per tutto il 2020. 
Certo, dobbiamo fare di necessità virtù, e sono contento, per esempio, di possedere un tapis-roulant e una bici con i rulli in cantina. Di telefonare a qualche parente o amico per scambiare due chiacchiere.  Di avere un ampio giardino condominiale nel quale poter imitare Aristotele e i peripatetici, di poter pensare camminando. Di avere tempo per leggere e scrivere, appunto, quello che sto facendo adesso e mi rilassa oltremodo. Di guardare una puntata al giorno di "How I met your mother" in inglese con sottotitoli in inglese per migliorare la conoscenza dell'inglese divertendomi. Di avere un po' - poco al momento - tempo per l'aggiornamento professionale. E di sentirmi utile agli altri nelle rare urgenze che ho settimanalmente nello studio, bardato come un astronauta.
Se non mi soffermo sui problemi economici che incalzeranno nelle prossime settimane, tutto ciò potrà anche essere accettabile. 
Ma purtroppo non c'è solo questo. Quella specie di videogame delle 18 su RAI 2 o su RAI news mi rimbalza nel cervello, e penso ai ventimila morti di covid-19 in Italia, ai loro parenti e amici che non li hanno nemmeno visti negli ultimi momenti di vita. Cerco di immedesimarmi in quel 20% di pazienti che hanno difficoltà di respirazione, che temono di addormentarsi e non svegliarsi più. A quelle persone intubate, legate alla ventilazione assistita. Ai responsi di un pulsossimetro che viene osservato con ansia e timore, alla necessità di dover idratarsi e non averne le forze, al tempo che non passa mai, concentrandosi sul respiro appena fatto e sul successivo, e ancora quello dopo. Penso alle persone convalescenti, che sono uscite da tutto questo, felici per questo, ma prosciugate di energie fisiche e psichiche.
Penso alle persone stravolte da turni massacranti che vedono morire le persone in corsia con una frequenza da loro mai vista, che - per fortuna - non si abituano ad ogni singola morte e ne sono addolorati, che non possono tornare a casa per i rischi connessi al contagio.
C'era proprio bisogno di dover passare da questa ecatombe, da questa crisi economica per accrescere l'empatia, il bisogno di ascoltare il prossimo, la condivisione? Il cinismo, la frenesia, il non ascolto pian piano torneranno in chi prima aveva già simili caratteristiche di disumanità, per gli altri ci sarà solo una modesta accelerazione ai buoni sentimenti, e pian piano probabilmente la vita futura avrebbe provocato fenomeni simili. Vorrei chiedere ad un ebreo se ritiene che la sua consapevolezza, il suo livello culturale, la sua umanità sono stati accresciuti dal passaggio nell'Olocausto. 
Un male necessario, per sentirsi migliori?

giovedì 9 aprile 2020

Pubblico e privato ai tempi del coronavirus

Molti sono i giorni insignificanti di un'intera vita: giorni senza eventi particolari, che fanno solo volume, in cui gli orari, i ritmi, persino gli sguardi sono assolutamente prevedibili.
Giorni in cui cambia solo l'età anagrafica degli uomini.
Giorni di lavori ordinari, di colloqui banali, di gesta anonime.
Giorni grigi.
E poi ci sono periodi in cui le vite prendono velocità, quando meno te l'aspetti, nel bene e nel male. Delle improvvise impennate, delle onde gigantesche che si ergono da una calma piatta.
Questi cambiamenti, più frequentemente, si verificano per un solo individuo - ad esempio una laurea, una malattia, una promozione, la morte di un familiare - o per due individui - un matrimonio, una separazione, un cambio di casa - e possono verificarsi anche per un gruppo di individui - la vittoria di un campionato, un premio produzione - che in genere hanno un interesse comune, possa essere uno svago o un lavoro, o lo stesso condominio.
Più raramente periodi di cambiamento si verificano per una comunità variegata di giovani e vecchi, ricchi e poveri, conservatori e progressisti. Come per esempio la chiusura di una grossa fabbrica.
Poi ci sono gli eventi epocali, ancora più infrequenti, che investono una vasta area, come un terremoto, uno tsunami, una guerra civile, una grave recessione economica. 
E infine - casi più unici che rari - una guerra mondiale; oppure una pandemia. Questi ultimi eventi stravolgono la vita, i ritmi di lavoro, le relazioni sociali, le condizioni di salute, le condizioni economiche di tutto il pianeta. Cambiano tutto, e anche il ritorno allo stato precedente delle cose diventa spesso difficile, o impossibile.
Se ripenso alla mia vita, fino ad una certa età ho pensato che certe cose succedessero, ma non a me. Agli altri. Finché non è morto mio padre, avevo diciassette anni - che in questi strani giorni di quarantena mi manca un po', anche se dopo quarantadue anni il dolore è tramutato in una nostalgia - e da quel momento ho capito che qualsiasi cosa del pianeta, bella o brutta, sarebbe potuta capitare a chiunque, compreso al sottoscritto.
Fino a quel momento gli accadimenti, quelli privati, erano stati abbastanza routinari. Quelli pubblici li vedevo alla televisione ed erano da me distanti,  a parte qualcosa che mi aveva sfiorato, solo sfiorato.
Il colera, per esempio. Mi trovavo in Sicilia, a Milazzo, alla fine di agosto 1973, e fu chiusa la balneazione sia in mare che in piscina, in tutta Italia. Del fatto che non si potessero mangiare cozze crude, non mi interessava niente, ma per i bagni, per quelli sì, ero incazzato nero. Inoltre sottoposero anche a me alla vaccinazione del colera, con un dolore molto forte al braccio e una forte nausea. Per giunta, in uno di quei giorni di settembre, visto che andai in bagno e avevo la diarrea, mi convinsi che avevo il colera, ed ero spacciato, salvo poi vedere nei giorni seguenti che non stavo morendo.
Le domeniche di austerity di fine 1973 e inizio 1974, evento per me piacevole: mi davano la possibilità di percorrere in bicicletta con maggiore libertà(senza automobili) la mia cittadina, era uno spasso. 
Il sequestro Moro, marzo-maggio 1978. Era il periodo di piena malattia di mio padre, che morì a novembre. C'erano i lunghi dibattiti in televisione su cosa fare, che mio padre seguiva con interesse, quando la malattia gli dava una tregua. Io segretamente, in cuor mio, invidiavo tutti coloro che sarebbero sopravvissuti a mio padre, compreso il povero Moro, perché pensavo che tutto quell'interessamento della nazione avrebbe portato alla sua salvezza, e purtroppo mi sbagliavo. Tra l'altro avevo 17 anni, e mi ricordo che anche a Piombino, quando si usciva, c'erano dei posti di blocco delle forze dell'ordine, che davano la sensazione di esserci un po' dentro, dentro l'avvenimento.
In seguito, con l'età e con una maggiore consapevolezza, comprendevo che le cose accadono, anche dall'altra parte del pianeta, e creano delle conseguenze, ma mi occorreva ancora un certo sforzo di immaginazione per pensarle al di là del giornale o del tubo catodico. Anche se partecipavo ad assemblee studentesche, anche se parlavo di politica con i miei amici.
Il terremoto dell'Irpinia, 23 novembre 1980. Ero al primo anno di università, cominciata da pochi giorni, a Firenze. Un mio caro amico che frequentava ingegneria a Pisa partì per partecipare ai soccorsi con altri studenti della facoltà. Fui tentato fino in fondo di partire, ma la mancanza di soldi e di tenda e attrezzature - ero a Firenze anche se era domenica, non ero rientrato a Piombino - mi fece desistere dal proposito. Con rammarico.
17 gennaio 1991, inizio della prima guerra del golfo. Il mio riflesso sul privato fu che chiamai la mattina lo studio dove sarei dovuto andare a lavorare, per dire che non mi sentivo bene. In realtà ero preoccupato per una guerra che vedeva partecipe anche l'Italia, non era mai accaduto nella mia vita, e decisi di rimanere a casa per vedere gli sviluppi di quell'inizio.
Ricordo nel  settembre 1992 la grave crisi finanziaria e il prelievo forzoso dai conti correnti, compreso il mio, nel quale c'era ben poca cosa, per cui il  6 per mille di ben poca cosa fa pochissimo, ma mi impressionò vedere che un discorso alla tv della sera prima di Amato aveva prodotto un improvviso impoverimento degli italiani - compreso il sottoscritto - la mattina seguente.
11 settembre 2001, attacco alle torri gemelle. A parte il grande impatto emotivo, il mio sincero dispiacere per quei tremila morti, e la paura di una guerra planetaria, il risvolto pratico della tragedia fu che da quel giorno il modo di viaggiare in aereo cambiò radicalmente, e mi ci dovetti abituare.
Ovviamente le commistioni tra pubblico e privato, se ci penso bene, non si esauriscono in questi soli momenti, però sto parlando di fatti pubblici con conseguenze pratiche quasi immediate ed evidenti, che toccavo con mano, come se gli avvenimenti della tv refluissero rapidamente nella mia vita privata, anche se marginalmente.
10 marzo 2020.  E' sera, vedo Conte in televisione, dice che l'Italia è investita da questa grave epidemia, e a causa di questa si devono adottare misure eccezionali. Il giorno dopo non posso andare a lavorare, a correre, andare in bicicletta, devo viaggiare con l'autocertificazione per casi urgenti del mio lavoro, non posso baciare, abbracciare, stringere la mano, anzi devo stare a un metro di distanza dalle persone e devo sperare di non beccarmi questa malattia, da un mese non guadagno, e non so come andrà a finire, e anche in un ritorno alla normalità, probabilmente niente sarà come prima, almeno per un anno. 
Il pubblico e il privato, in questo caso, si sono intrecciati in modo quasi asfissiante. E' come se Conte non avesse parlato alla nazione, ma a me. 
A me.
Tutto ciò che ha detto, in quella sera di marzo, si è riversato prepotentemente nel flusso della mia vita.








sabato 4 aprile 2020

Il bollettino delle 18

Ogni giorno alle 18 accendo la tv per l'appuntamento immancabile con il bollettino della protezione civile. 
Appartengo ad una generazione che negli anni '60 e primi anni 70, accendeva il televisore valvolare e lo stabilizzatore alle 17,45 per guardare "la tv dei ragazzi". Le trasmissioni cominciavano a quell'ora, e prima di quel momento c'era una immagine fissa, un patchwork di antenne che si chiamava "monoscopio" accompagnato da un suono bitonale. Non avevamo un bombardamento mediatico, a quel tempo, e assaporavo quell'ora di tv in cui poteva capitare Rin tin tin, Happy Days, Furia, Zorro, Oggi cartoni animati, Chissà chi lo sa, cose così... provavo una gioia incontenibile accompagnata da una fettona di pane e pomodoro, e lo sguardo attento. 
Di queste sere alle 18 mi è rimasto lo sguardo attento, ma niente gioia, a cui si aggiunge una strana impazienza per attendere il responso del giorno: il numero di contagiati, di ospedalizzati, dei nuovi sottoposti alla terapia intensiva, dei morti. Anche questa è una nuova abitudine, propria di questo periodo strano, surreale, degno di un romanzo Urania. 
In genere ho in mente le cifre del giorno prima, tanto per fare un raffronto, e oggi il numero dei contagi è calato leggermente rispetto a ieri, il numero dei ricoverati e anche di quelli in terapia intensiva è leggermente diminuito, il numero di morti è lievemente aumentato. 
Mi rallegro del calo del numero dei contagi, già da cinque giorni è così, è il segno che siamo nel plateau della curva, e che probabilmente tra qualche giorno il contagio nella popolazione, sempre tenendo le stesse misure di distanziamento sociale, potrebbe cominciare a diminuire sensibilmente, così dicono. 
Mi rallegro, sì, ma il numero dei morti? Per qualche secondo, confesso che mi disturba quasi pensarci, e in modo vagamente inconscio ho la risposta: l'importante è che i contagi comincino a calare e piano piano, molto piano eh, si cominci ad intravedere la soluzione di un'emergenza, e se i morti oggi vanno da 760 a 766, poco importa. 
Mi pare di assomigliare ad uno dei protagonisti di un racconto di Carver che arrivano in un posto ameno per pescare, e vi trovano - nel fiume - una donna morta; ritardano di qualche giorno la chiamata alla polizia tramite il ritorno ad un posto telefonico distante otto chilometri dal luogo in cui erano accampati, perché altrimenti la loro vacanza sarebbe andata a monte, tanto era morta( e per evitare che la corrente se la portasse via, la agganciano con una robusta lenza e un grosso amo).  
Questo cinico pensiero sui morti di oggi si è affacciato, se pur per breve tempo, nella mia mente assuefatta da tutte le cifre di questo mese, e tanto per darmi una labile giustificazione, rifletto sul fatto che il 27 marzo era andata molto peggio, con 969 morti, mentre oggi siamo a "soli" 766. Soli. Pian piano ritorna l'umanità e mi vergogno di averlo lontanamente pensato, eppure 766 morti sono molti di più degli 85 morti della strage alla stazione di Bologna, di Piazza Fontana a Milano, di Piazza della loggia a Brescia. Sono tantissimi, quelli di oggi, come quelli di ieri. 
Questa lotta al virus è stata paragonata ad una guerra; la guerra sta diventando inverosimilmente lunga, e le forze in campo stanno vacillando, comprese la forza della pietà e della compassione. Ci si abitua, e poi non si vede quasi niente, nessun immaginario di ogni singola persona che deve morire da sola, solo un mucchio di bare, delle lente colonne di camion senza nessuno al seguito. Morti prive di immagini, senza nessuno al capezzale che possa in seguito raccontare; uomini e donne che muoiono per mancanza di aria, con dei polmoni dilatati da un connettivo ingigantito e poco elastico, fibroso, infiammato, che sottrae tanto spazio agli alveoli e all'ossigeno. Non si riesce più a respirare, in pratica, senza nessuno che può tenerti stretta la mano negli ultimi momenti, anzi: senza nessuno che ti tocchi. 
C'è una pagina quotidiana in "La Repubblica", che si chiama "Tracce". Ogni giorno nella pagina ci sono una decina di storie di morti per infezione da Covid-19, a volte le foto, il nome e cognome. Mi pare un degno modo di tentare di non dimenticare. In Italia a oggi sono morte 14681 persone, cinque volte tanto i morti delle torri gemelle. A Ground Zero, al posto dei grattacieli c'è un memorial con i nomi delle 2996 persone che ci hanno lasciato l'11 settembre 2001, e mette i brividi. 
Mi piacerebbe, alla fine di questo inferno, che fosse pubblicato un giornale con i nomi di tutti i nostri morti italiani, per la maggior parte vecchi ma non solo; mi piacerebbe leggerlo da cima a fondo, in una domenica di sole, e immaginare un vissuto dietro ogni singola scritta.

sabato 28 marzo 2020

Un post ai tempi del coronavirus 6

Dalla mia finestra vedo un tipo che corre in una strada a fondo chiuso, avanti e indietro, un altro che con una mountain-bike descrive una traiettoria un po' più lunga, di circa 500 metri, sulla strada che si sviluppa perpendicolarmente rispetto a casa mia, per decine e decine di volte. Qualche sporadico padrone di cane, qualche signora o signore carica/o di sacchetti  che proviene dalla bottega di alimentari poco più in là, vicino al passaggio a livello. 
Ormai mi sono abituato a indovinare il motivo per cui una persona sia fuori, come se indagassi su presunte motivazioni ingiustificate per uscire di casa. Mi faccio, insomma, i fattacci degli altri. Nessuno si sorprende del mio sguardo, è ormai esperienza condivisa, un modo di fare che tutti gli affaccianti hanno nei riguardi del passante, che noto io stesso quando mi trovo in strada, dopo aver gettato i rifiuti, mentre percorro sul marciapiede del perimetro esterno del mio blocco condominiale; quando ci sono e vedo qualcuno alla finestra, ne sono felice. Comincio  a sentire la mancanza degli esseri umani. 
Stamani ho ascoltato/visto il dvd della sinfonia n.9 di Beethoven; ascoltato tutto, mentre facevo lavastoviglie/trice ecc., e visto solo l'ultimo movimento, corale. Un coro enorme, poi l'orchestra, il pubblico, e Abbado che spruzzava allegramente goccioline di sudore ai primi violini. Non so se ero più felice per la musica o per tutta quella gente. Tutta l'umanità con cui vorrei comunicare, senza barriere, stringendo mani e dando baci. Anche a quel tipo che corre davanti alla mia finestra, umanità che resiste, esiste e spera.

venerdì 27 marzo 2020

Un post ai tempi del coronavirus 5

"A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l'uno dell'altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s'incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercando altri sguardi, non si fermano.

Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una signora nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all'altra e disegnano frecce, stelle, triangoli finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio a piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.

Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se gli uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d'inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d'urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.
Il grande Calvino ipotizza e costruisce sotto i nostri occhi una città che possiamo vedere oggi in qualsiasi parte del mondo, anche sotto casa. Gente che non parla, che si evita, che non si saluta. Non si tocca. Un'assenza di contatto tra uomini che sottende alla perfezione dell'istante precedente il contatto stesso, senza che questo poi avvenga. Tutta questa umanità multiforme e variopinta che, nel timore di rovinare tutto, nel terrore di arrestare la giostra delle fantasie, non fa il primo passo, e resta nel mondo dei rimpianti. Oggi la situazione è analoga, come risultato, ma non come premessa; c'è diffidenza, in questa città, e non desiderio; paura, e non vibrazione lussuriosa per ciò che potrebbe essere e non è. Per paura, in questa città invisibile - svuotata di uomini, donne, bambini, auto, biciclette, aquiloni - di un male invisibile che potrebbe essere in noi o in chi ci sta davanti, un male che si propaga con la parola, una carezza, un abbraccio.
Oggi ho fatto la passeggiatina intorno alla mia casa, rigorosamente entro i duecento metri, e vorrei tanto sporcarmi le mani, e abbracciare tutte quelle persone che stanno dietro le finestre. Fare un girotondo, correre, suonare in una band, fare la balena che spruzza in mare, stringere le mani, andare in bicicletta, su, su, su, tra le antenne e gli aquiloni. 

mercoledì 25 marzo 2020

Un post ai tempi del coronavirus 4

Sono seduto alla mia scrivania appoggiata alla finestra, e vedo un signore sull'ottantina  che cammina nel giardino condominiale, tutti i santi giorni per una quarantina di minuti, percorrendo tutto il perimetro dei vialetti interni, più e più volte. Il suo volto è burbero e determinato: non mollo, sembra che dica, ne ho passate tante e passerò anche questa. Vorrei salutarlo, e anche ringraziarlo per quello che fa, ma rivolge lo sguardo verso il terreno. 
Vorrei ringraziare tutti gli ultraottantenni d'Italia ad uno ad uno, se avessi un sia pur minimo carisma e popolarità nella mia vita, tale da far pervenire il mio messaggio ben oltre la schiera dei miei parenti e amici. 
Colpiti, i vecchi, in prima persona da questa infezione, con una consistente probabilità di morire quando malati, senza nessuna mano amica che li possa sostenere negli ultimi momenti. 
Per giunta vessati da strategie neoliberiste alla Johnson, che forse forse pensa che sia meglio che muoiano, invece di rubare il posto in terapia intensiva a cinquantenni ancora utili all'impero britannico. 
Ma anche alcuni giornalisti televisivi, quando fanno il resoconto del giornaliero bollettino dei morti e malati e infetti, esprimono, nel tono di voce, un certo sollievo nel constatare l'assenza - in certi giorni - di cinquantenni e sessantenni dal triste elenco delle dipartite quotidiane a miglior vita, sottolineando la quasi esclusiva presenza di vecchietti che spesso non se la passavano bene neanche prima di questo marzo orribile. 
Quando fanno la spesa devono fare lo slalom tra aitanti corridori del quartiere, alla larga dai loro sputacchi e dalle loro goccioline di sudore, inoltre devono cercare di non beccarsi la polmonite quando stanno in fila fuori dell'ufficio postale (stamani c'erano tre gradi a Lucca) per riscuotere la pensione( eh, potevano farsela accreditare sul conto, se la sono voluta...), devono evitare di salutare il loro caro amico delle scuole elementari, devono cercare di non ammalarsi e di non rompere il cazzo, perché altrimenti intasano il pronto soccorso. 
Del resto, fatti due conti ( ho sentito dire anche questa, buttata lì come battuta infelice, solo una battuta eh, si affrettano ad aggiungere...), se un po' di loro se ne andasse, sarebbe una gioia per l'INPS e i nostri conti pubblici.
Forse quel signore in giardino pensa con terrore a tutto questo, e vorrei abbracciarlo, se non fosse che, così facendo, potrei contagiarlo(non posso certo escludere di essere positivo al covid19 e asintomatico, almeno per il momento). Forse pensa di non poter a sua volta abbracciare i nipotini, potenziale serbatoio virale, di non poter vedere sulle mura di Lucca i suoi amici per la tradizionale passeggiata, e spera di non vedere i loro nomi nella cronaca di Lucca. Terrorizzato, forse, ma non molla; cammina svelto, scantona i vasi di fiori all'ultimo momento, e ieri in giardino ha giustamente tenuto anche me alla debita distanza.  
Io speriamo che me la cavo, ma sinceramente: spero anche lei, caro signore.