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giovedì 5 novembre 2009

Sui sovrumani silenzi - da un corso a Tortona sul silenzio, di Giulio Mozzi


Il silenzio è sempre presente nei discorsi, se non altro perché se non c'è silenzio non si può parlare. In ogni caso, l'esperienza di prendere la parola viene vissuta come l'emergere sopra un rumore di fondo. Se ci si concentra su un suono, i rumori di fondo svaniscono. Il silenzio è un concetto relativo, perché di rumori ce ne sono quasi sempre. E' relativo anche in un luogo come la montagna: i rumori piccoli ci fanno sentire meglio il silenzio intorno a noi. Di notte in casa i piccoli rumori si notano di più.

Il silenzio è una componente fondamentale della narrazione come un non detto, essenziale in tutte quelle narrazioni che abbiano al centro un mistero, un giallo per esempio(sostenuto dalla "reticenza" dell'autore); il non detto è importante anche in una narrazione di fatti e niente viene detto su ciò che pensano i personaggi(esclusivamente narrazione di fatti), oppure in narrazioni in cui si sa tutto ciò che avviene nella mente del personaggio, ma paranoico e quindi dubitiamo - non appena ce ne accorgiamo - di ciò che lui pensa e racconta. Un esempio di quest'ultimo caso è il bellissimo romanzo di Volponi: "Memoriale"(tascabile Einaudi), una storia in cui c'è un operaio di una fabbrica, che i medici con scuse qualsiasi tengono lontano dalla fabbrica, per lui importante perché contadino(rappresenta per lui una specie di promozione sociale). Ma in parte le cose vanno come dice lui, in parte no, quindi diventa tutto confuso per il lettore.

Altri tipi di silenzio nella letteratura sono rappresentati dal silenzio della scrittura in versi: ad ogni riga della poesia corrisponde un pezzo di rigo che è bianco. Nei libri - di qualsiasi genere - le parole sono circondate da un bianco, che serve a dare consistenza e leggibilità al testo. Nei libricini Bur i vuoti sono piccoli, in altri, tipo i vocabolari, i vuoti sono importanti per trovare le parole. Vi dico una storia di un libro: un personaggio legge la bibbia e arriva in fondo, ci sono due pagine bianche; il personaggio pensa: che cosa dicono, che cosa raccontano? E’ possibile che venga taciuto all'improvviso un qualcosa?

Il tema del silenzio può sembrare paradossale perché scrivere significa rompere un silenzio ma può essere un buon modo per entrarci in modo un po' meno convenzionale. Ci può meglio rendere i limiti dell'espressione scritta o verbale.

Ora vi faccio sentire una musica di Brian Eno, musicista di rock progressivo, produttore degli u2. Il brano in questione è Neroli,[non ho trovato in rete altro che i primi 30 secondi NdR] una musica per pensare o pensante. Eno è l'inventore della "ambient music", utile per "arredare" gli spazi ma anche alcuni momenti della vita. Durante il pezzo si sono percepiti di più i rumori del traffico, i vetri che vibrano, i nostri rumori, il respiro, i colpi di tosse; l'esatto opposto della musica da supermercato, la cosiddetta "muzak". In alcuni ristoranti cinesi gira un solo pezzo musicale che ha la funzione di non far sentire i piccoli rumori. Ci sono studi di Schaffer che ha scoperto che i costruttori di grandi grattacieli, dopo aver fatto una serie di sforzi per ridurre i rumori degli ascensori che cigolano, e i rumori prodotti dal vento, hanno introdotto delle piccole dosi di rumore bianco, indistinto, hanno reso meno silenziosi gli ascensori, meno silenziosi i condizionatori, perché un minimo di rumore "aiuta" gli inquilini(hanno rilevato che gli abitanti dei grattacieli si sentivano a disagio).

C'è un altro silenzio che viene generato da una musica di questo tipo, c'è l'attesa di un qualcosa che dovrebbe succedere ma che non avverrà. Quest'attesa è una sorta di paradosso preromanzesco: nei veri romanzi qualcosa deve succedere(un omicidio o qualcos'altro). Nel novecento c'è un tentativo di ribellarsi a questo(La recherche di Proust, Ulisse di Joyce, Moby Dick - per certi versi - di Melville, Giacobbe di Thomas Mann, L'uomo senza qualità di Musil) romanzi talvolta inaffrontabili dal lettore, in attesa di un qualcosa che non avviene mai.

Musil scrisse L'uomo senza qualità I. Poi L'uomo senza qualità II ("le stesse cose ritornano"), L'uomo senza qualità III con capitoli disomogenei("verso il regno millenario" un periodo fuori dalla storia, con dio in terra, dove non avviene nulla, indicazione di non tempo). Poi morì con la testa incastrata nel cestello della lavatrice senza riuscire a organizzare e concludere il terzo libro.

La recherche funziona quasi allo stesso modo. Volumi infiniti, finché - quasi sempre - va a finire che l'autore muore. I Guermantes - terzo libro, il migliore - racconta di un tè per duecento pagine, e di altre duecento pagine una cena; poi il barone di Charleuse dà segnali all'autore omosessuale che riceve i segnali, si mette a fare il gallo, venti pagine conclusive quasi esilaranti.

Facendo un paragone in campo musicale, Beethoven è romanzesco. Presenta il primo tema, poi il secondo tema, i due temi entrano in conflitto, dialogano a tratti, si rincorrono, risolvono il conflitto: il tutto procede con tutta una serie di regole molto precise,è una specie di grande macchina. Poi nel novecento si prendono due direzioni: una, quella di Mahler, che ti crea una sinfonia di due ore e mezzo, dove ci mette dentro la musica del postino, il coro per bambini, ecc. Mahler produce macchine come le opere artistiche di Tingeli, delle macchine enormi che non servono a niente. Visivamente si può associare all'immagine del fiume in piena, un procedimento di accumulo dei materiali più disparati.

Altra direzione: compositori che fanno musiche piccole che fanno melodie corte, come Webern . Melodie corte, sfuggenti, dove non si riesce mai a prevedere che cosa dovrà succedere.

Tutto il contrario dell'album del matrimonio, una delle "narrazioni" più prevedibili; il fotografo attraverso il montaggio, sveltisce e dà un ritmo al racconto "matrimonio". Il montaggio genera un'attesa, dà la previsione della scena successiva. Adesso accade una cosa, si pensa, e nell'album del matrimonio accade. Le attese danno forma al tempo.

Se raccontiamo la nostra vita, dobbiamo selezionare gli eventi, dobbiamo raccontare in modo adeguato. Questo è ciò che rende godibile una narrazione e la fa diventare rumorosa, come se generasse attenzione intorno ad un evento.

John Cage ideò ed eseguì nel 1952 un brano (musicale?) dal nome "4'33". Il musicista in realtà non suonava nulla. Muoveva la panchetta, si sedeva, girava pagina dello spartito, lo sistemava meglio sul leggio del pianoforte, e così via, finché non erano finiti i quattro minuti e trentatré secondi; andava verso un'azione che non avveniva mai. Nella prima esecuzione ci fu un lancio di verdure. Nella seconda esecuzione ci fu un fulmine che squarciò il vetro di una finestra della sala(i maligni dissero che era la vendetta di Dio), in molti scapparono, lui richiuse con calma il piano e se ne andò. Nel 1977 Cage si presentò con un'opera in Italia "empty words". Tirò fuori dei foglietti e cominciò a biascicare parole - in modo incomprensibile - che erano l'ultimo capitolo dell'Ulisse di Joyce. Durò più di due ore, l'auditorio fece un putiferio incredibile, ma alla fine lui disse che era venuto proprio bene. E' stato alla la direzione musicale degli Area con Stratos, per qualche tempo ha collaborato anche con Finardi.

Le musiche di Eno hanno un potere dirompente come evidenziatrici di silenzio. Il silenzio - inafferrabile di per sè -comincia ad esistere quando c'è un confronto con un suono amico o un suono che cerca di sopraffare il silenzio, come il rumore bianco - si potrebbe visualizzare come una specie di muro - simile al rumore che sentiamo quando la radio non è sintonizzata su una stazione radio ben precisa, tutte le frequenze sonore si sovrappongono e si contrappongono in modo netto al silenzio. In certa pazzesca musica di film americano spesso si sente un centinaio di musicisti che suonano insieme, viene quasi un frastuono, come nel film "Uragano".

Ha senso, a questo punto, farsi una domanda: che cosa c'entra tutto questo con la scrittura? Tutto questo è una direzione di ricerca più ardua, è il tentativo di vivere la scrittura come momento silenzioso, di valorizzare le pause e gli spazi bianchi che essa contiene.

Prendiamo, per esempio "L'infinito" di Leopardi. Lui guarda la siepe, lo schermo che gli impedisce di vedere. E si immagina interminati spazi di là da quella. Il vento che ode stormire tra le piante gli dà la possibilità di comparare gli spazi, e il silenzio. In questa "smisuratezza" il suono produce una possibilità di comparazione.

Ci sono due possibilità di sentire la musica: o come sfondo, o come ascolto consapevole.

Esistono musiche dedicate a determinati ambienti: la musica per aeroporti - hall sterminate, soffitti altissimi, vetrate enormi - a cui si è prestato anche Brian Eno . Ci sono musiche per clientele specifiche, spesso non qualitativamente eccelse, come "radiorinascente". Mc Donald seleziona un disco che si ascolta per un mese di seguito.

Mimmo Palladino ha fatto "I dormienti" . Nella "Tube"(la metropolitana di Londra) c'è una sala antica rotonda che ha dodici accessi. Paladino ci aveva messo i dormienti (l'esposizione è durata sei mesi), statue adagiate su assi di legno poggiate sul ghiaino, e per terra c'erano minacciosi coccodrilli che parevano raggiungere questi dormienti dai vari accessi; Eno aveva elaborato una musica in cui dodici diverse sorgenti sonore - ciascuna in due altoparlanti - facevano sentire una melodia ricorrente, ripetitiva, ma leggermente diversa e sfasata nel tempo rispetto alle altre, e spostandosi di poco si aveva una percezione leggermente diversa dei suoni. Si stava a guardare le persone che dormono mentre fuori dai condotti ci sono i coccodrilli. Io sono stato in questo luogo per quattro ore. Si avverte questa minaccia, questa musica che non progredisce mai. Dentro tutti si muovono in un silenzio mai visto altrove, con il ghiaino che fa un lieve rumore. Le persone stanno lì per un tempo lungo, tempo medio dieci minuti, proprio per vedere cosa possa accadere, poi vedono che non accade mai niente e se ne vanno.

Il senso di minaccia è una citatissima battuta di Carver: la presenza di un senso di minaccia dà interesse al racconto, ma questa minaccia non si concretizza. L'ultimo racconto di "Vuoi star zitta per favore?" è la storia di due che devono sposarsi e vanno a vedere una casa, lei contenta lui dubbioso. Si intuisce che c'è qualcosa che non va, anche se volenterosamente si sforzano di essere la coppia perfetta, poi tornano a casa e l'ultima frase:" e lui si girava e si rigirava nel letto pensando al suo futuro" non rivela il senso di minaccia. Fermandosi prima, Carver compie un gesto di pietà: non vi porto fino in fondo tutto il meccanismo romanzesco, perché non ho voglia di innescarlo e do ai due la possibilità di non precipitare dentro alla crisi; non metto questi qua in un destino meccanico. Si potrebbero interpretare questi finali di Carver una profonda "passione per il silenzio" e "passione per la macchina", per i piccoli rumori che esaltano altri rumori; Carver con questi piccoli rumori fa sentire e può anche rendere intollerabile la versione romanzesca. A me[Giulio Mozzi] il romanzo non sta antipatico, ma ormai la totalità dei romanzi di intrattenimento hanno quel meccanismo; sono letteralmente spaventato quando vedo un film basato sui meccanismi narrativi completamente esibiti quarant'anni fa o uguali ai meccanismi ottocenteschi. Perché? Perché non si riesce ad andare oltre?

Con i romanzi fino ad una certa epoca si fa ridere, dopo si scopre che può far piangere, e vai con "Pamela", "Piccole donne" e "L'incompreso". Dopo un po' di tempo il romanzo comincia a deformarsi(extralungo), poi si verifica un'involuzione ed una sostanziale rinuncia al romanzo: il romanzetto da 170 pagine - tipo Pavese o Cassola - dove non esiste più l'intreccio romanzesco, non può starci dentro. "I fratelli Karamazov" ha - nell'edizione che ho io - 1208 pagine, e quello è un romanzo fatto come si deve.

Tornando al silenzio e al suono come esaltatore di silenzi o di rumori impercettibili: tra poco andremo a fare un esperimento al luna park, un luogo adatto o per film di pianto con luna park chiuso o per film di paura con luna park aperto e deserto con frastuono pazzesco. Ogni qual volta percepiamo una figura percepiamo uno sfondo. Tendiamo a privilegiare la cosa rispetto allo sfondo. Oltre ad avere primo piano e secondo piano(sfondo) - capita anche con la musica - c'è il campo; sono io stesso in una situazione medesima al primo e secondo piano, tutto l'ambiente in cui questi piani coesistono è il campo. Per qualsiasi cosa che sentiamo-vediamo-tocchiamo-saggiamo, noi abbiamo un punto di vista mobile, abbiamo un nostro personale approccio alla cosa(ho capito com'è fatto e mi faccio un'immagine mentale) e a partire da quel momento(dell'immagine mentale) cessiamo di rapportarci con l'oggetto. Motivo per cui succede di fare sbagli quando sovrapponiamo l'immagine mentale all'oggetto.

Esercizio: provare a eliminare i rumori principali e cogliere i più sottili suoni, seguirli e provare a sperimentare un modo non normale di percepire un luogo. Quest'attenzione può essere un modo per sentire quanti suoni è composto quel luogo. Ci vediamo in biblioteca tra quarantacinque minuti, buon luna park.

Gli eventi sonori sono difficili da descrivere, sono diversi dalle parole scritte.

"Un uomo pesa 120 kg" è una frase soddisfacente, mentre i suoni non appartengono alle parole scritte, ci sono parole aggiustate tipo "pipistrello" che è l'aggiustamento di vespertillus(animale che si muove quando fa buio).

Forse questo dei rumori è un problema insolubile, ma bisogna almeno pensarci su.

Calvino si esercita a far parlare un personaggio unicellulare attorno al quale non c'è ancora niente, e in cui non riesce a nominare niente.

La musica può produrre uno spazio.

Fripp si è recato nel salotto di Brian Eno, Fripp ha suonato a lungo e Eno ha registrato tutto. Poi ha cominciato a lavorare rimescolando e sovrapponendo. Ne è venuto fuori un pezzo discretamente lungo. Vi invito ad ascoltarlo come un suono che produce uno spazio, uno spazio che costruisce profondità, indefinito come altezza. Si ha la sensazione di essere immersi nell'acqua, come essere legati ad una cima gettata da una barca che ha dei limiti spaziali, ma che non si muove secondo schemi precisi.

"Lux eterna" di Righetti in "2001 odissea nello spazio", è cantata da un coro di voci maschili, che serve a trasportare il protagonista in una dimensione onirica con limiti vaghi dello spazio e del tempo.

Quando ascoltiamo stiamo attenti agli eventi, mentre non siamo attenti allo sfondo. Il suono continuo può essere affiancato ad un silenzio continuo.

Prendiamo il Petrarca: "chiare, fresche e dolci acque" è onomatopeico, un rumore leggero.

Un altro suono si trova più giù: "con sospir' mi rimembra"

In "aere sacro, sereno" ho un'aria immobile

Non c'è più nessun suono.

Alla quarta strofa piovono fiori ma anche qui senza nessun suono.

C'è una smaterializzazione di Laura che viene prodotta attraverso il silenzio, un profondissimo silenzio.

Il movimento attraverso acqua-albero-terra non mostra Laura

Il silenzio rappresenta la musica celeste prodotta dal movimento dei sette pianeti, secondo una ipotesi; secondo un'altra è il rumore bianco dell'esperienza, nel quale si mescolano tutti i colori, che quindi diventa indistinto. E' indescrivibile il suono dove ci stanno dentro tutti i suoni. Ci si sposta sempre tra un perfettamente indistinto, la musica celeste, il corrispettivo di una folla che parla a bassa voce(il huhaha de la marmaglie) e il silenzio assoluto.

E' impensabile pensare oggi platonicamente che ci sia un luogo dove stanno le idee.

Ci si muove tra idea ed esperienza, tra questi due estremi. Si prende il rumore bianco e si filtra. Quando, in altre parole, rompiamo il silenzio e parliamo, rompiamo il rumore bianco e cerchiamo di mettere dei filtri all'esperienza. Ogni parola, con il nominare, è un rompere il silenzio.

Il silenzio non è uno stato naturale, ci sono una serie di lavori per ripristinarlo artificialmente. Anche in cima ad un monte c'è tutta una serie di condizioni artificiali per arrivarvi. In posti poco antropizzati ci sono una serie di rumori che comunque esistono. Il rumore degli insetti può essere noiosissimo. A Pantelleria ho trovato tutta una serie di rumori. C'è il silenzio della desertificazione naturale. Anche un bosco silenzioso è una condizione artificiale, spesso dovuta all'eliminazione delle specie animali prodotte dall'uomo.

C'è un'idea utopica di silenzio nei boschi, in realtà i ramagli del bosco spostati dal nostro cammino, gli insetti che ronzano, il volo e i versi degli uccelli, animali più grossi che si spostano tra gli alberi, sono continuamente presenti.

Ora faremo un esperimento con una poesia senza pretese che ho composto per l'occasione. [primo foglio con tante righe lunghe quanto le parole che cancellano, eccetto la prima parola "amore" che è visibile]la parola amore apre un campo enorme, la parola sloggia[ nel secondo foglio si vede l'ultima parola in chiaro della terza ed ultima strofa "sloggia"] limita un po' il campo e dà una deviazione di percorso, è più aggressiva. La rottura del silenzio, l'emergere delle parole in un testo criptato è la creazione di una apertura e pian piano - con l'arrivo delle parole successive - comincia a restringersi, è una specie di imbuto. Rompere il silenzio, progredire in questo imbuto significa applicare dei filtri al rumore bianco. Io agisco con un filtro.

"Amore" o "sloggia" sono entrambi dei termini ampi(sloggia molto meno di amore, in realtà) e paiono dare informazioni grosse, ma sono di per sé vaghe, e l'imbuto rimane largo."sembra"[parola presente nel terzo foglio, all'inizio della terza strofa] veicola poche informazioni e quindi dà una strada. Quarto foglio, ultima frase della seconda strofa : "Conservi tu le tracce?" dà una prevedibilità delle due corte parole immediatamente seguenti che sono ancora non visibili: "Io no." Le parole più importanti sono quelle meno indovinabili. Tanto più inserisco parole meno prevedibili, tanto più spiazzo, ma tanto più indico una strada.

Al quinto foglio distribuito da Giulio, appare tutta la poesia:


Amore, a quali giorni

si attacca il tuo ricordo,

il gioco del ritorno

di un tempo che mai dorme?


Del giorno che è comune

a me e a te, che uno

di due destini fece,

conservi tu le tracce?


Io no. Mi sembra un sasso

di fiume, tondo e liscio,

il mio cervello, oggi:

e l'ansia sta, e non sloggia.


"Sloggia"era stato da molti interpretato come una seconda persona singolare dell'imperativo, quindi più brusco e violento di come in realtà viene usato.

Il termine "Amore" utilizzato in senso vezzeggiativo, per rivolgersi ad una persona, perde un po' del grande significato ideale che molti si erano immaginati per questa poesia(come il famoso attacco dantesco "amor che a nullo amato amar perdona...").

Il modo di declamare è l'impaginazione vocale, una serie di segni che organizzano il testo.

Quando leggiamo il testo in versi, in prima lettura non ci poniamo il problema degli "a capo". Il fatto che ci siano termini scritti in maniera diversa, più o meno evidenti, può dare un aiuto per il modo di declamare una poesia.

Come ha fatto Mallarmè in "Un colpo di dadi non abolirà mai il destino". La stessa persona ha fatto forme aperte e chiuse. Per comporre forme libere, bisogna aver studiato molto bene quelle chiuse, compresi gli endecasillabi.

"La biblioteca di babele" di Borges contiene tutti i libri possibili, tutte le combinazioni di lettere e spazi, costruiti casualmente e anche casualmente i grandi testi della letteratura scritti e ancora da scrivere. Se un testo è scritto da un computer non è detto che sia brutto perché è stato scritto da una macchina, non ci possono essere pregiudizi perché è stato scritto da una macchina, io ho solo il testo scritto e posso dare esclusivamente dei giudizi sul testo, quindi poco importa - per quella lettura - sapere le intenzioni dell'autore.

Non appena le parole escono dalla routine diventano problematiche, perché non si riesce a dare un senso. Possiamo mettere la parola "sasso" e non c'è scampo, mentre la parola "amore" può assumere molti significati.

Le parole possono essere polisemantiche, avere cioè un'ampia gamma di toni, le parole univoche sono pochissime.

Le parole sono comunque governabili e traducibili, in questo caso i vuoti sono difficilmente governabili e traducibili. I vuoti da tradurre danno un grosso problema interpretativo, anche ai fini della dizione della poesia.


Esperimento di riorganizzazione della poesia "L'infinito" di Leopardi. Tutti i partecipanti si sono cimentati.

Esempio di riorganizzazione

Sempre caro

mi fu

quest'ermo

colle

e questa

s i e p e

che da tanta parte dell'ultimo

o r i z z o n t e

il guardo esclude.



Ma

sedendo e mirando,

interminati spazi di là da quella,

e sovrumani

silenzi,

e profondissima

quiete

io nel pensier mi fingo;

ove per poco il cor non si spaura.

E come il

vento

odo stormir tra queste piante,

io quello infinito

silenzio

a questa voce vo comparando:

e mi sovvien

l'eterno,

e le morte

stagioni

e la presente e viva,

e il

suon

di lei.


Così tra questa

immensità

s'annega il pensier mio:

e il naufragar m'è dolce in questo

m a r.


[Il sonetto tende a realizzarsi, è un discorso breve. E' possibile dimostrare che l'organizzazione del sonetto si può ricondurre a 4-5 modelli ben definiti. Leopardi non ha mai scritto un sonetto.

Gli a capo non cambiano la forma del verso, ma cambiano l'organizzazione logica della poesia.

Viviani poeta introduce in una sua poesia: "sedendo e stirando"]

Commento di Giulio sull'esperimento fatto:

nelle scomposizioni della poesia "Infinito” si è cercato di puntare su singoli membri del testo, in particolare i sostantivi.

Tutti quelli che hanno fatto quest'operazione hanno isolato le parole con un vuoto intorno.

Un'altra direzione è stata la sintetizzazione riducendo il testo a meno parole cercando di acchiappare il nocciolo di una questione. Difficile per una poesia come questa, comunque produce l'effetto di passare ad una pagina in cui ci sono poche parole e tanto bianco intorno.

I testi di Ungaretti che sono scarni meritano la pagina bianca tutta intorno.

I testi aperti di Mallarmè – tipo "La fontana" - devono essere liberati da note e numerazioni per essere apprezzati.

Le poesie minime di Ungaretti sono la prova dell'esistenza in vita di un desiderio di spazi.

E dovrebbero essere lette con lentezza, con la stessa durata che la lettura di una pagina di prosa richiederebbe.

I libri di poesie dovrebbero essere letti dall'inizio alla fine - non saltabeccando - per capire l'organizzazione degli spazi concepita dall'autore per ciò che concerne quella ben precisa produzione di poesie.

C'è una sorta di immaginazione spaziale per organizzare un libro che dovrebbe essere rispettata dal lettore.

Umberto Eco ne "Il nome della rosa" ha cercato - a suo dire - di dare le prime quaranta pagine più noiose possibile nel tentativo di selezionare lettori "tosti".

In “L’Allegria", Ungaretti è arrivato all'ultima edizione del libro con molti tagli, un testo più bello ed efficace dei precedenti.

Mi interessava svegliare l'attenzione rispetto al vuoto che circonda ogni singola parola.

Se il tema interessa, potreste leggere: "Riscoprire il silenzio", una raccolta di saggi curata da Nicoletta Polla-Mattiot sul silenzio, Ed. Baldini e Castoldi.

(Toni La Malfa)


giovedì 29 ottobre 2009

Viaggio in Scozia 4 - L'isola di Skye, ovvero un naufragio nella bellezza





Da ragazzo disegnavo spirali. Grandissime. Con anse che tornavano improvvisamente indietro, descrivevano percorsi tortuosi e rettilinei, e protuberanze, e budelli, e diverticoli, e villi e onde. Occupavano un foglio intero, il tempo di una spiegazione di una storia detta male e senza amore, che si trattasse del congresso di Vienna o dell'età giolittiana; tanto quell'anno sarebbe uscita filosofia - e non storia - come materia d'esame, questo era ciò che tutti pensavano. E io lì a percorrere chilometri di penna, lontano dalla classe, libero di esplorare il foglio come desideravo. C'erano solo un paio di regole da rispettare. La prima: non dovevo toccare o incrociare il tratto di penna già creato, e - regola numero due - ad un certo momento dovevo tornare indietro, ripercorrere la lunga strada per ricercare il punto di partenza e chiudere il percorso, creando una zona interna e una zona esterna al disegno. A quel punto mi concentravo verso un qualsiasi punto nella zona centrale del disegno, e - se il disegno era ben fatto - mi trovavo nell'impossibilità di capire se ciò che stavo vedendo era una zona interna o esterna, bianca o nera. Per saperlo dovevo idealmente percorrere un labirinto che mi avrebbe condotto all'uscita, fuori del disegno, o mi avrebbe per sempre imprigionato dentro questa elaborata spirale. Insomma, mi piaceva confondermi, perdere il senso di orientamento, scoprire con gran difficoltà se mi trovavo a contatto con l'uscita o dentro una massa filamentosa(che in seguito, se la spiegazione dell'insegnante si fosse dilungata, sarebbe stata riempita di penna bic). Ho provato questo stesso confondimento mercoledì dieci giugno 2009 nell'isola di Skye. Davanti a me vedevo strisce di terra e acqua. E io mi trovavo nell'impossibilità di sapere se quell'acqua fosse lago o fiordo, se quella terra fosse Skye o un'isola antistante, se stessi andando verso ovest o est(in quel momento non c'era sole). Mi sentivo piacevolmente alla deriva della strada che curvava improvvisamente a gomito, che mi faceva andare in senso opposto rispetto alla direzione prevalente del viaggio. E intorno a me colline, avvallamenti del terreno, monti e crepacci tappezzati di mille tonalità di verde che andavano a morire nel blu turchese di quell'acqua gelida. Desideravo perdermi, più di quanto lo fossi in quel momento a duemilacinquecento chilometri da casa mia. E a più riprese, quel mercoledì dieci giugno stavo annegando nella bellezza.
Ho dormito a Broadford, il primo paese che trovi nell'isola di Skye venendo dal ponte che collega alla terraferma. Stamani un pensiero positivo mi accoglie uscendo dal bed and breakfast: niente borsoni, solo uno zainetto da legare alla bici, visto che stasera tornerò a dormire qui. Il vento, un vento fresco e intenso mi accompagna fin dalle prime pedalate. L'isola di Skye è un avamposto dell'Europa del nord; se guardi il mappamondo ti accorgi che dall'America a lì non c'è nient'altro che il fresco dell'Oceano(che a quella latitudine, la stessa del Labrador e di San Pietroburgo, la Scozia è miracolata dalla corrente del golfo); l'aria dell'Oceano è quello stesso vento che rende inaffidabile qualsiasi previsione metereologica: pioggia, sole, caldo, freddo, nuvole a tutta velocità, una specie di giostra. Mi fermo ad un supermercato a fare scorta di acqua e kit-kat.
Dopo pochi minuti di bici, le case sono finite e la strada piega all'interno, insinuandosi in una gola circondata di bosco. Il verde prevalente è lo smeraldo, qui e adesso. Salgo, scendo, ritorno a costeggiare il mare sulla mia sinistra. Vedo Scalpay, un'isola collinare e boscosa molto vicina alla riva - pare quasi di poterci andare a nuoto - che con Skye contribuisce a creare uno stretto braccio di mare. La strada segue adesso fedelmente il profilo tortuoso della costa.
Ora si ripiega verso l'interno, ma ciò che vedo oltre la riva non è più un'isola, bensì l'altro lato di uno stretto fiordo, chiamato Loch Sligachan. Lo percorro tutto - intanto il vento si è disciolto per la protezione di isole e rientranze profonde - e mi arriva uno scenario indimenticabile. Il mare pare un lago, sbarrato da scogli e isole, l'erba di mille tonalità muore nell'acqua - anche le colline circostanti vi cascano dentro - e sullo sfondo opposto al mare vedo una catena montuosa, The Cuillins. Mi fermo a fare qualche foto, a mangiare cioccolato, a respirare.
Sono felice di essere qui.
Proseguo adesso in un paesaggio lunare, la strada sale e si insinua tra due monti. Piove ed esce il sole; quando esce il sole ti sembra che ci sia sempre stato, il blu è intenso e la disposizione delle nuvole in continuo cambiamento è un valore aggiunto al paesaggio. Nessun centro abitato. C'è un'alternanza tra prati, torbiere, qualche bosco per una ventina di chilometri - ne ho percorsi 40 da Broadford - fino a raggiungere Portree, fino a ritrovare il contatto con il mare. C'è una piazza con qualche bar, molti turisti, un corso che fa da spina dorsale del paese, fino ad un'altra piazza, e tutt'intorno molte casette con tetto in ardesia e giardino che si sviluppano su stradine tortuose; l'intero centro abitato è arroccato su una collina che si affaccia su un porto al riparo dai venti. E se non bastasse l'insenatura naturale, un'ulteriore protezione è data da un'isola - Raasay - distesa a cuscinetto tra l'isola di Skye e la Scozia. Mi fermo a mangiare un panino e una coca piuttosto in fretta, perché temo l'avvicinamento di una nuvola dal colore minaccioso e prendo una stradina, la B 885 che congiunge la parte est con la parte ovest dell'isola. La strada sale dolcemente attraversando un bosco. Dopo pochi minuti mi suona una macchina dietro di me: è la prima volta da quando sono in Scozia che qualcuno mi strombazza, sono un po' irritato, mi metto sull'estremo bordo sinistro(qui si tiene la sinistra) della stradina. Si affaccia un signore da un finestrino, è sorridente, mi fermo. Si ferma. "Hai perso questa", mi dice e mi mostra il lucchettone a spirale che mi era scivolato dallo zainetto. Ringrazio di cuore e saluto. Rifletto sull'accaduto: quel signore, incrociandomi, aveva visto cadere il lucchetto, si era fermato, aveva recuperato il lucchetto, invertito il senso di marcia e mi aveva raggiunto. Non so, per un attimo mi pare che certe cose avvengano solo qui.
Poco prima del valico della strada, vedo un'aquila a una ventina di metri da me che si alza in volo. Mi fermo imbambolato e seguo per qualche minuto i suoi avvitamenti a spirale sempre più alti; è diretta verso un vicino monte, provo invano a fotografarla. Ho la sensazione - piacevole, per niente inquietante - di essere solo come quell'aquila.
La discesa mi conduce al versante ovest dell'isola: altro mare, promontori, uno stretto fiordo - loch Harport - , sullo sfondo il sole e i suoi riflessi. La strada ora piega verso sud, e mi consente di vedere ed avvicinarmi a delle aguzze montagne intorno ai 1000 metri - piuttosto rare da queste parti - dai riflessi rossastri, The Cuillins. Percorro tutto il fiordo, la strada piega verso est fino a raggiungere, nel punto più stretto dell'isola, loch Sligachan, il fiordo che avevo attraversato stamattina. Qui il paesaggio è aspro, probabilmente i venti in questa parte dell'isola non consentono una fitta vegetazione. A tratti, in modo improvviso e inaspettato, vengo colto da emozioni intense. Sono le sette e mezzo di sera, ora comincia una pioggia insistente; dal cielo plumbeo si affaccia qua e là qualche chiazza di sole. La pioggia non mi dà alcun fastidio, sarà l'euforia della giornata, comunque ripercorro i venti chilometri che mi riportano a Broadford con un brio e una gioia infinita. Mi attende il B&B, una doccia, il ristorante con il tramonto alle dieci e mezzo passate.
Ritorna il sole, pare inchiodato nel cielo.
A domani
(Toni La Malfa)
Continua a leggere Viaggio in Scozia-5

mercoledì 21 ottobre 2009

Sono l'ultimo a scendere, di Giulio Mozzi


Nel sito Bottega di lettura ho scritto una recensione sull'ultimo libro di Giulio Mozzi.
Se vi interessa, potete cliccare qui.

domenica 11 ottobre 2009

Viaggio in Scozia 3 - Verso l'isola di Skye, verso l'Oceano






















Lochcarron, martedì nove giugno, le otto di mattina.
Mi aspetta la colazione in una sala dallo stile vittoriano, con una finestra che si affaccia sul prato, sul lago, e sul monte. Una finestra sul mondo. Lo capirò, strada facendo - no, no, in questo viaggio è meglio non parlare di strada in senso metaforico - lo capirò nel corso di questa settimana, che qui in Scozia c'è una specie di culto delle finestre del soggiorno: trine, fiori, vasi, e al di là di esse, dei fiori che dialogano con quelli all'interno. Gli altri ospiti del B&B non sono ancora scesi. Silenzio, l'unico rumore in sala è prodotto dalle mie posate che stridono sul piatto. Il padrone di casa mi rifornisce continuamente di fette di pane appena tostate che mi accompagnano le uova, le salsicce, i fagioli, la pancetta, il burro e le marmellate. Il bello della bici è che arriverò a sera avendo smaltito ogni singola caloria di questa colazione.
Mi trovo sul lungolago, sto percorrendo a ritroso Lochcarron. C'è poca gente in giro. Due pulcinelle di mare - uccelli dal becco grande arancione e dall'occhio triste - beccano qua e là sulla riva. Intravedo a metà monte, seguendo la tortuosa traccia visiva di un solco nel verde - una piccola strada, una casa e un filo di fumo. Mi domando come si possa vivere lì in inverno con il ghiaccio, la neve, qualche ora di luce, e infine mi rispondo: forse molto meglio lì che in prossimità del raccordo anulare di Roma. Arrivo fino al bivio, dopo circa dieci miglia, che mi obbligherà a percorrere il lago sulla riva opposta, e vedo passare un treno tutto lucido, verniciato di rosso bordeaux, che funziona a carbone. E' bellissimo, anche il rumore che produce; più tardi verrò a sapere che è il Royal Scotsman, un lussuoso treno di queste parti simile all'Orient-Express.
Mi trovo adesso sulla riva opposta del loch Carron e comincia a piovere, una pioggia fine, che non dà grandi fastidi. Il fastidio è invece provocato da una inaspettata salita al 14%, per fortuna non va oltre il chilometro; non riesco a capire perchè la strada non potesse essere costruita lungo il lago, forse ci sono degli inaccessibili costoni di roccia, fatto sta che in pochi chilometri, di queste ripide salite - e anche discese - ne troverò almeno cinque. La strada infine abbandona il lago e si addentra, con una salita lieve e costante, in un promontorio vista lago, composto prevalentemente da un fitto bosco di vegetazione alpina. Abeti e larici, colori intensi, accompagnati dal blu del cielo tornato improvvisamente sereno.
Raggiungo la sommità di alcune colline che tagliano il promontorio; da qui la vista è impressionante: il lago si trasforma in fiordo, e sullo sfondo c'è la mia meta di oggi, l'isola di Skye, e altre isolette più in là. Ora si scende con decisione, fino a Kyle of Localsh. E' un paese carino, forse un po' troppo cementificato, che rimane impresso più che altro come il punto di passaggio per l'isola di Skye, molto vicina, tanto che si raggiunge con un ponte a campata unica. Quando stai nel mezzo del ponte, il mare è a un centinaio di metri sotto, le vertigini sono in agguato. Nel momento in cui l'attraverso, un forte vento mugola sui piloni e gli scogli intorno sono costantemente schiumati di onde. Sono adesso sull'isola di Skye, una delle più rinomate isole al mondo. Sono emozionato, domani ne percorrerò un anello parziale lungo la sua costa. Faccio circa quindici chilometri attraversando un bosco, raggiungo Broadford e perdo circa un'ora per trovare un posto, un B&B con vista mare. Sono le otto e mezzo, con il sole ancora abbastanza alto nel cielo, quando entro in un ristorante dove ordino una zuppa di pesce, arrosto di salmone e Guinness. Trovo due italiani di Vicenza con cui scambio quattro chiacchiere: loro stanno girando in moto l'Irlanda e la Gran Bretagna ad un ritmo di 500 chilometri al giorno. Preferisco la bici, non ho dubbi.
Quando esco sono le dieci. Passeggio, vedo il sole che cala nel mare, poi il tramonto continua per un bel po' grazie ad una grande nuvola di passaggio che ruba la luce e la scena alla nostra amata stella. Davvero un bel vedere.
A domani
(Toni La Malfa)

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mercoledì 30 settembre 2009

Viaggio in Scozia 2 - Coast to coast





In partenza. Quella vera, intendo. Quella sulla bici, in Scozia. Sono a Inverness, che bagna il fiume Ness, emissario del celeberrimo lago. Tra sistemare i bagagli, montare la bici e fare colazione parte un sacco di tempo, e finalmente alle dieci e quaranta di lunedì otto giugno sono in sella. Rotta a nord-ovest. Non piove e ci sono quindici gradi, è una buona notizia, soprattutto se penso al tempo infame del giorno precedente: pioggia, vento, freddo(anche se non è detto che non ritorni, ovviamente). Menomale che ieri viaggiavo in autobus, anche se questo "menomale" potrebbe essere detto dalla volpe che non arriva all'uva. Prima di portarvi idealmente in giro sulla canna della mia bicicletta, ricapitolo brevemente ciò che è successo tra il sabato e la domenica: parto da Pisa, arrivo a East Midlands in ritardo. Mamma, ho perso l'aereo per Inverness; prendo due bus che mi fanno attraversare una buona parte della Gran Bretagna nel suo asse lungo, circa ottocento chilometri in direzione nord, arrivando a Inverness. Del viaggio in autobus mi è rimasto un impasto di sensazioni: grande stanchezza, alternanza di sonno e veglia, un'infinità di colline, l'attraversamento silenzioso di Edimburgo all'alba, gli enormi tergicristalli che si muovono in sincronia con i battiti del cuore, la grande varietà di gente che sale e scende dall'autobus: studenti che ricominciano la settimana a Edimburgo, lavoratori pendolari della settimana che lavorano in grandi centri urbani a centinaia di miglia da casa, pochi turisti, alcune donne sole con la borsetta sulle ginocchia. La maggior parte di questi passeggeri rimane in silenzio, e chi ha compagnia può appoggiare la testa su quella del passeggero accanto; è anche interessante osservare la lenta processione mattutina verso il bagno situato in fondo all'autobus. Tutti questi visi mi ricordano che qui, soprattutto nelle grandi città, la multirazzialità è un problema superato. E' così bello osservare la diversità tra visi, capelli, corpi, abbigliamento, cogliendo l'occasione di poterli guardare in uno stato di abbandono, un cocktail di sonno e stanchezza. Ognuno di noi è così diverso, eppure in fondo ognuno di noi cerca più o meno le solite cose nella vita, mi viene da pensare un po' banalmente.
Arrivo ad Inverness all'una di domenica dopo quasi un giorno di viaggio. Piove. Non voglio complicazioni oggi, desidero un comodo letto di albergo. Trasporto il mio borsone e gli zaini in una pensilina, chiamo un taxi perché non ho voglia di mettermi adesso a montare la bici. Raggiungo un bell'albergo, per oggi mi merito qualche comodità in più. L'albergo è dotato di piscina interna. Dopo aver portato i bagagli in camera - borsone della bici compreso, ip ip urrà per l'ascensore capiente - mi precipito in piscina e faccio lentamente a nuoto avanti e indietro per mezz'ora fino a raggiungere un profondo rilassamento. Poi salgo in camera, vorrei uscire subito per mangiare, ma mi stendo un attimo sul letto e riapro gli occhi dopo tre ore. Esco. La pioggia ha lasciato il posto ad un forte vento. L'albergo è in centro, Inverness è molto carino. Ci sono alcune case nel corso principale risalenti al quattordicesimo secolo, poi un castello arroccato sulla sommità di una collina, purtroppo contiguo ad una orrenda costruzione, forse un palazzo delle poste, che ricorda l'architettura dei paesi dell'est pre-1989.
Mi fermo in un ristorante dal design moderno dove mangio una bistecca ed insalata, faccio una passeggiata. Ho ancora fame, mi fermo nell'immancabile mac donald a prendere filetto di pesce. Poi mi viene sete e mi fiondo a bere una guinness in un locale pieno di giovani che non sanno ancora come butta la domenica sera. Quando torno sono le dieci meno un quarto, e il sole - ora visibile all'orizzonte - sembra inchiodato nel cielo: tra tramonto e luce crepuscolare si arriva quasi alle undici.
Mi metto a scrivere in albergo questi appunti di viaggio, e finalmente dormo in un letto, riuscendo - sono uno specialista in questo - a fare tardi. Tardi come la mattina successiva, quando - lo stavo raccontando prima di perdermi in queste digressioni - è cominciato il mio viaggio vero, quello in bici.
Dunque: sono le dieci e quaranta di lunedì otto giugno, e comincio il mio viaggio in cui dovrò costantamente tenere la sinistra. Il vento c'è anche stamani, spira trasversale alla strada. Il paese muore all'improvviso, costeggio per i primi chilometri il mare-fiordo che sembra lago o fiume, e il confondimento è una bella sensazione. Ritornano le nuvole, e come la strada si discosta dall'acqua cominciano colline tappezzate di boschi; la strada piega a gomito verso nord, non si allontana tanto dalla costa, e dopo una trentina di chilometri piega verso ovest, verso le Highlands. Se prima mi pareva di attraversare posti deserti, adesso la sensazione è ancora più forte. Non si vede traccia umana, a parte qualche raro cartello stradale. Una cornacchia mangia un cadavere di un animale, anche se arrivo a un metro e mezzo di distanza non le faccio alcuna paura e così la cornacchia continua tranquillamente il suo pasto.
Le pendenze non sono forti, e intorno non c'è altro che pascoli con pecore alternati a boschi. Nonostante sia giugno, in vetta ai monti che ti sovrastano a destra e sinistra della strada si vedono delle placche di ghiaccio e neve.
Silenzio.

Poi l'emozione di un'aquila che tramite una corrente ascensionale si avvita nel blu cobalto, uno sprazzo di cielo rubato alle nuvole che vanno di fretta. Le Highlands che avevo come idea-concetto sono davanti a me. Comincia a piovere. Drive carefully è il segnale di arrivo in un centro abitato, Garve, dove trovo solo case a destra e sinistra della strada, nemmeno un pub, sono costretto a nutrirmi di Kit-kat e acqua. In prossimità della stazione ferroviaria di Garve faccio conoscenza con Andrew, scozzese ma residente vicino a Londra, anche lui in bicicletta, che sta consultando gli orari per proseguire in treno, direzione Inverness. ora piove con maggiore insistenza, ci salutiamo. Per trenta chilometri non trovo nemmeno una casa, solo boschi. Incrocio di rado qualche macchina, la strada va a saliscendi, ma niente di terribile. Un capriolo sul ciglio della strada, pare che si riposi, ma ha gli occhi aperti, mi guarda? No. E' morto, probabilmente investito da un'auto. Mi fermo a guardarlo. L'agonia dev'essere stata brutta, con gli occhi rimasti aperti, un fermo immagine fino alla dissolvenza; ma poi quale agonia può essere piacevole? Raggiungo Achnasheen, tre case tre di numero. Speravo di trovarvi un B & B o un albergo, niente. Mi fermo in una sala da tè, prendo un caffé lungo e due fette di torta di mele, come lo sceriffo amico della signora in giallo. Il proprietario mi chiede qual è il periodo migliore per visitare la Toscana. Aprile-maggio, settembre-ottobre, rispondo, e gli do qualche dritta su Lucca, Pisa, Firenze. Sono costretto a proseguire, mi manca ancora un letto per stanotte. La stretta valle costeggia il fiume Carron, che più tardi si tramuterà in lago e poi fiordo. Sul limitare di un bosco, a qualche centinaio di metri da me, vedo alcuni cervi che pascolano tranquillamente. Ora discesa a capofitto, strada stretta a una sola carreggiata, fino a raggiungere alle otto di sera, dopo 106 chilometri, un paesino sulla riva nord del lago. Il paese, Lochcarron, è davvero carino, casette variopinte, giardini molto curati, e una vista mozzafiato sul lago e sul monte della riva opposta. Trovo un accogliente B & B, doccia, e riprendo la bici per raggiungere un ristorante a bordo lago. Rientro in camera - riscaldamento acceso, ci sono 11-12 gradi fuori - alle undici, è ancora giorno, anche se il cielo coperto non consente di godere del tramonto.
Sono un po' stanco, ma penso con soddisfazione di essere partito stamani dal Mar del Nord, di aver attraversato le Highlands, per finire sul bordo dell'Oceano.
Un piccolo coast to coast, insomma.
A domani
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mercoledì 9 settembre 2009

Viaggio in Scozia 1 - Nella notte


L'inizio dei miei viaggi in bici è spesso caratterizzato da ostacoli e difficoltà. In Corsica, dopo soli due chilometri di bici nel centro di Bastia, entrai per sbaglio nel tunnel sottomarino lungo un chilometro con le auto che, in penombra, ti sfrecciavano accanto a 80-100km l'ora. In Provenza ritardai la partenza di circa tre ore, c'erano dei problemi di salute a casa, per fortuna poi velocemente risoltisi. A Biarritz, all'inizio del camino di Santiago, imboccai e percorsi per tre chilometri la strada sbagliata, una Nazionale trafficatissima che andava verso San Sebastian invece della strada per St.Jean Pied de Port. In Sicilia dopo cento metri di pedalata sbattei sulla sbarra del parcheggio dell'aeroporto di Ragusa con relative escoriazioni una gamba e un braccio.
Ho idea - un'idea da psicologo de noantri - che tutto questo sia legato alla mia nascita, sono "figlio di Ogino-Knaus" e perlomeno nei primi mesi di gravidanza, e forse un pochino anche alla nascita non sono stato desiderato; questo può far sì che le nascite di viaggi e iniziative e attività non mi trovino sempre pronto, aperto ed accogliente. E così è stato anche per questo viaggio, iniziato come una vera Odissea.

Sabato 6 giugno 2009, mattina. Tutto questo fa parte del viaggio, anche se sono ancora a Lucca. I bagagli preparati all'ultimo giorno e momento - non so perché sia successo - che invece richiederebbero ben altra attenzione. Devi preparare con accuratezza gli zaini, pensare all'essenziale che ti devi costantemente portare dietro come una chiocciola; sono i tuoi muscoli a portarli, il tuo ATP e i tuoi zuccheri a bruciare energie, senza delegare lo spostamento ad un qualsivoglia motore a scoppio o elettrico. Una operazione delicata, insomma, soprattutto se devi andare in Scozia dove ti occorre il più variegato abbigliamento, dove la professione di metereologo è densa di imprevisti quanto quella di un alpinista sul k2. Finisco alle tre e mezzo in un bagno di sudore, mi precipito all'aeroporto di Pisa con la macchina, arrivo in tempo ma con il disturbo di fondo della frenesia, legata alla paura di trovare casino in autostrada tra Lucca e Pisa. Arrivo con il gigantesco borsone contenente la bici, i miei due zaini messi insieme in un sacchettone di tela(per risparmiare il costo di un bagaglio, sì, lo confesso), il mio zainetto nero alias bagaglio a mano. Faccio in tempo a fare il check-in, che risulta essere sempre più laborioso del normale, avendo appresso il borsone con la bici al suo interno. File, poi ritardo alla partenza. La cosa mi innervosisce, perché devo cambiare aereo a East-Midlands per raggiungere il nord della Scozia, Inverness. Durante il viaggio dormo, arrivo all'aeroporto East Midlands alle 18,45 con un ritardo di trenta minuti. Sto in attesa dei bagagli, che arrivano abbastanza in fretta, ma è tardi. Il check-in per ripartire per la Scozia chiude alle 19. Carico i bagagli sul carrello e corro verso il settore partenze, un altro edificio. Sono le 18,59 e penso: devo fare due file, una per la bici(allo sportello Oversize Luggages) e l'altra per gli zaini. Decido di andare allo sportello per la bici. Errore. Mi accettano il borsone, ma per gli zaini non transigono, occorre andare all'altro sportello. Che si trova in un altro salone. Corro. Ore 19,01, lo sportello per il check della Ryanair è già chiuso, una puntualità terribile. Non so che fare. L'aereo partirà tra meno di mezz'ora e ho due zainetti in mano, in aggiunta a quello consentito che ho sulle spalle. Totale: tre bagagli a mano invece di uno, e per giunta la bici è stata già destinata all'imbarco nella stiva dell'aereo. Faccio finta di niente e imbocco ugualmente la serpentina che mi porterà al controllo rx dei bagagli. Tocca a me. Appoggio gli zaini sul nastro, e ovviamente al di là del macchinario a raggi x mi attendono al varco due addetti alla vigilanza con lo sguardo truce. Uno dei due, una signora, mi dice in inglese: "Apri questi zaini". Mentre obbedisco, comincio a spiegare che a causa del ritardo dell'aereo proveniente da Pisa bla-bla-bla ...ma la signora e il signore cominciano a togliere con atteggiamento plateale, attirando l'attenzione di altri passeggeri che mi scrutano come fossi un terrorista, il seguente arsenale bellico: cacciaviti, camere d'aria(ma la pericolosità dove sta? nella valvola?), una pompa, un rasoio, le forbici, alcune chiavi esagonali, una pinza, il rasoio, la schiuma da barba, un filo d'acciaio del freno, una matassina di fil di ferro, nastro isolante, l'attrezzo per riunire le maglie di una catena di bicicletta, il rasoio, una lametta di ricambio,la schiuma da barba, l'autan, e altro, altro, altro ancora. Una catasta di oggetti. Loro mi guardano con fare interrogativo, e io dico loro che possono gettare via tutto, l'importante è che mi facciano partire. Prendo i miei tre zaini, loro depongono il tutto in una specie di secchio e proseguo il mio viaggio verso il gate dell'aereo, cercando di calcolare quanto possa costare quella montagna di roba a cui ho eroicamente rinunciato. Mi metto in fila con i documenti e i miei zaini. Sto per porgere il mio documento di viaggio e la carta d'identità alla impiegata Ryanair, ultimo ostacolo prima dell'imbarco, quando un solerte addetto alla sicurezza della compagnia di volo si avvicina e mi dice che io non posso partire perché ho tre bagagli a mano invece di uno. Io comincio a dire del ritardo da Pisa bla-bla-bla, ma lui non mi guarda nemmeno e dice seccamente che questo è il regolamento. Indico alri passeggeri con sacchettate di roba del duty-free oltre al loro bagaglio, ma lui non mi ascolta. Allora dico: ok, rimango a terra, ma io voglio la mia bici che è già imbarcata nell'aereo. Lui ora mi ascolta. Usa la ricetramittente e comincia a dialogare con altri tipi. Passano i minuti, tutti i passeggeri dell'aereo hanno intanto abbandonato il gate e immagino che stiano pensando al motivo del loro ritardo, che sono io, una sorta di terrorista.
"Ok" mi dice il solerte impiegato" riavrai la tua bici".
Due della sicurezza mi accompagnano in senso inverso presso lo sportello Ryan Air. Passando dal controllo, riesco a recuperare la mia catasta di roba, la rovescio in uno zaino, e ritorno al punto di partenza - la hall dell'aeroporto - come quando ti imbatti nella casella 58 del gioco dell'oca. Dopo una mezz'ora arriva il sacco nero enorme con dentro la mia bici.
Il mio biglietto per Inverness in fumo, ora è ufficiale.
"Il prossimo volo per Inverness?" chiedo ad un impiegato della Ryan. "Lunedì. Lunedì mattina." Mi dice sorridente mentre abbassa la saracinesca dello sportello e mi augura un buon weekend.
Un incubo. Sono le otto di sabato sera. Non so nemmeno come si chiami il posto dove mi trovo. Ho un borsone e tre zaini, non ho un posto dove dormire. L'unica cosa certa è che tra una settimana dovrò ripartire per Pisa da Glasgow, molto più a nord rispetto a dove sono adesso. Prendo un carrello portabagagli, mi trascino fuori dell'aeroporto e vado presso la compagnia dei taxi.
"Sì?"
"Vorrei andare in un albergo della città più vicina a questo aeroporto."
Il tassista mi guarda perplesso.
"Ci sono tre città vicine: Nottingham, Leicester, Derby. Dove vuoi andare di preciso?"
"Non saprei."
"Allora perchè sei atterrato qui?"
"Perché sono partito da Pisa e sarei voluto andare a Inverness, ma l'aereo bla bla bla..." e così facendo gli snocciolo la mia storia lacrimosa.
Il tassista scende di macchina, confabula con altri tassisti. Poi fa una telefonata. Infine si rivolge a me.
"Figliolo, vai in aeroporto. Al servizio informazioni c'è una signora che ti aspetta e ti potrà dire come raggiungere Inverness prima di lunedì mattina."
Vado.
La signora mi sta aspettando con un foglio stampato.
"Il National Express e il Megabus Express."
"Prego?"
La signora mi mostra il foglio.
"Questi due bus sono la soluzione per te. Alle 22,30 prendi il National Express che ti farà raggiungere Sheffield a mezzanotte e alle 2,45 prendi il Megabus Express che ti porterà a Inverness. Arriverai alle 13,00 di domani. Se il tuo viaggio deve partire da Inverness, devi raggiungere Inverness. No?"
Non fa una piega. Sorride e mi porge il foglio. Dopo tutta la freddezza dimostrata dai dipendenti Ryanair nei miei confronti, l'interessamento dei tassisti e di questa signora mi riscaldano un po' l'animo.
Improvvisamente vengo attraversato da una serie di considerazioni bizzarre e allo stesso tempo per me affascinanti. Ok. Va bene così, dico tra me e me. Dovrò rivedere i miei progetti: rimandare di un intero giorno l'inizio dell'avventura in bicicletta, ma almeno lunedì mattina potrò essere già in strada, invece di perdere una ulteriore giornata. E spostandomi in autobus, attraversando più di mezzo regno unito, mi potrò meglio rendere conto di quanto sia lontana la Scozia, di quanto decisamente a nord si svolga il mio viaggio, di come tutte le mie certezze - a partire dalla guida a destra - siano state abbandonate sul nastro trasportatore di un aeroporto della Gran Bretagna. Di come dovrò adottare nuove categorie di pensiero.
Mi avvio verso l'unico bar aperto dell'aeroporto per mangiare un panino, fare scorta di acqua minerale e kit-kat. Più tardi, mentre i fari del grande bus staranno perforando l'intera notte di un territorio a me ignoto, penserò con soddisfazione di essere piombato in un libro di Kerouac.
L'avventura on the road è appena iniziata.
(Toni La Malfa)
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domenica 12 aprile 2009

Il computer semplifica la vita

Siccome non riuscivo più a fare la manutenzione dei files corrotti del mio programma gestionale dello studio dentistico (ma poi in realtà mi funzionava tutto, solo che ho pensato: se il programma mi dice che ci sono dei files corrotti, chissà che può succedere, anche se è già un anno che ho ho dei files corrotti e non mi è successo niente, a parte che ho preso l'influenza intestinale ma questo credo che non c'entri niente con i files corrotti), ho chiamato l'assistenza che mi ha detto ma lei dottore dovrebbe aggiornare il suo programma perché è un bel po' che non l'aggiorna, ah va bene ho detto, non l'aggiornavo perché mi andava tutto bene, ma comunque aggiorniamo, bene, mi dicono loro, allora le spediamo la fattura e l'aggiornamento a casa, va bene, dico io, quant'è, dico io, 540 euro, dicono loro, ah va bene, dico io, e dopo qualche giorno mi arriva l'aggiornamento dove sopra c'è scritto: questo aggiornamento ha bisogno - come minimo - di xp, ma io avevo 98 perché non avevo bisogno di nient'altro per il pc dello studio, avevo tutto ciò di cui ho bisogno: le cartelle dei pazienti, la prima nota, stampavo le fatture, i preventivi, archiviavo tramite scanner le radiografie, mi funzionava internet, ma ora il mio pc per far girare xp deve essere più potente e allora chiamo un negozio di pc e mi chiedono quanto ho di ram e che macchina è, ho 512 ed è un celeron, no dottore, non si può, lei deve cambiare pc, davvero guardi non si può, ah, dico io, non l'avevo cambiato perché mi andava tutto bene, allora ne devo comprare uno nuovo, eh sì, ah va bene, quant'è, compresa la licenza xp sono 680 euro, dicono loro, è una bella macchina con due giga di ram e il microprocessore veloce, ok va bene dico io, allora lo ordiniamo, dicono loro, va bene, dico io, poi mi chiamano, è arrivato, e io porto il vecchio pc per trasferire i dati e me li trasferiscono, solo che, dottore, deve installare tutti i programmi che usa, ah va bene dico io, e passo tutta la notte ad installare i programmi e il mio programma gestionale, dal primo cd all'ultimo, andando per ordine, e all'aggiornamento del programma il pc mi annuncia che la password di protezione non è valida ed è quasi mattina, e ho bisogno del mio programma per lavorare quel giorno, allora installo virtual machine che mi simula windows 98 nella macchina e però in virtual machine devo anche reinstallare (non virtualmente ma realmente) windows 98 che ci vogliono 45 minuti e va bene, reinstallo anche il programma gestionale vecchio senza aggiornamento e mi funziona(poi dovrò contattare l'assistenza per il problema della password, non ho ancora avuto il tempo), poi devo installare i driver della stampante, ok, poi il mio scanner bello formato A3 che ha la retroilluminazione per i formati trasparenti come le radiografie, solo che il mio scanner bello ha il cavo di uscita su porta parallela, e la porta parallela nel nuovo pc non c'è, perché la porta parallela non serve più, mi dicono, meglio le usb, dicono, ma io ora ho lo scanner bello che ha la porta parallela, allora è già mattina e telefono al negozio e mi dicono che esiste un cavo da femmina di porta parallela a porta usb e va bene, dico, ce l'avete, no ma lo mettiamo in ordine, dice il tipo del negozio, ma lei dottore intanto veda di trovare i driver dello scanner che è un po' vecchio per xp, ok, dico io, e allora dopo aver lavorato tutto il giorno la notte seguente cerco i driver dello scanner per xp e non li trovo e allora devo contattare l'assistenza mustek(che è la marca dello scanner) per sapere come devo fare ma è sempre occupato e forse dovrò cambiare lo scanner - uno scanner analogo che mi costa mille euro - e così potrò risparmiare i venti euro del cavo da femmina parallela a porta usb.
Ora è arrivata Pasqua, è tutto chiuso, ho tanto sonno, ho speso un po' di soldi, l'aggiornamento non funziona, lo scanner nemmeno, il programma mi gira su virtual machine che mi simula l'ambiente windows 98( è come se lavorassi sul pc vecchio con i files corrotti perché non ho ancora risolto il problema della password), ma io ora ho un computer bello potente che quando clicco su un indirizzo internet mi occorrono pochi millisecondi per aprire tutta la pagina, anche se ci sono molte foto, perché il computer ti semplifica la vita.

sabato 28 marzo 2009

Diamoci un taglio




Diamoci un taglio

Non so perché la mamma fa così.
Forse è colpa mia. Vorrei chiederglielo ma non ho il coraggio. Bisogna essere coraggiosi per fare certe cose e io non ce l'ho quel coraggio. Vorrei andare di là e chiedergli: "E' colpa mia?". E' semplice. Solo tre parole. Eppure non ce la faccio. E' vero che se poi non è colpa mia, allora mi sento meglio. Ma se fosse colpa mia, non ce la farei a guardarla negli occhi. Sarebbe una cosa brutta. Sapere che non gioca più con me, per colpa mia. Mi dice sono stanca tesoro, e se ne va a letto e dice vai di là tesoro, vai con il tuo babbone.
Si gira e spegne la luce.
E poi sapere che non sta più in bagno con me per colpa mia, sarebbe brutto. Prima facevamo la doccia insieme, ora invece si chiude a chiave. Quando io devo fare la doccia, mi aiuta sempre, ma lei sta vestita con la tuta o il pigiama, anche se si bagna e poi si deve cambiare. Io gli dico di levarsi la tuta che poi si bagna, e lei dice di no.
Io sono un po' monello, ogni tanto ne combino una, ma non voglio che la mamma non giochi più con me per colpa mia. Ma poi, anche se non fosse colpa mia, sì mi sentirei meglio, ma solo un poco poco meglio. A pensarci bene, la cosa che mi dispiace davvero è il fatto che da un po' di tempo la mamma non gioca più con me.
Ha cambiato i capelli, ma quello no, non per colpa mia. Dovrei fare una magia per cambiare i capelli alla mia mamma, e io non sono un mago, non sono un brujo. Li ha cambiati in un modo magico, lei sì che è un'encantadora. Perché un giorno se li è tagliati molto corti dal parrucchiere, non stava bene ma non gliel'ho detto, e nei giorni a venire vedevo capelli in tutte le stanze, anche se la mia mamma - o anche il babbo, perché lei era molto stanca - passava il folletto tutti i giorni. Poi una mattina ho visto la mamma con i capelli lunghi. Come i capelli di un'egiziana del libro sull'Egitto che mi piace tanto. Belli, tanti, lisci, neri. Una magia. Come li aveva l'altr'anno al mare, ma un po' più lunghi.
Io ho chiesto alla mamma se quest'anno torniamo al mare, lei ha detto speriamo, sì. Speriamo, mi ha detto, e poi mi ha abbracciato e mi ha detto sì, tesoro, ci andremo.
Io spero in un'altra magia.
Spero che la mamma ritorni a giocare con me.
La mamma e il babbo hanno già fatto una grande magia tanto tempo fa.
Io stavo in una casa grande con tanti letti e tanti bambini. Tutti i bambini, come me, stavano aspettando il loro papà e la loro mamma. Una maestra tutti i giorni ci diceva che un giorno il nostro papà e la nostra mamma sarebbero venuti a prenderci.
E un giorno sono venuti.
Il primo giorno sono venuti mentre giocavamo nel cortile, ma non mi hanno detto niente. Me li ricordo bene. Si guardavano intorno come se non sapessero chi fosse il loro bambino. Poi sono venuti un altro giorno e mi hanno guardato sorridenti e mi hanno detto: "siamo il tuo papà e la tua mamma!" E' stata una grande magia, quella. Mamma, devi farne un'altra ancora. Come quella, e come quella dei capelli.
Devi tornare a giocare con me.
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Ogni giorno che passa è un tormento.
Ci hanno detto che il periodo più critico sono questi due anni a venire. Poi le percentuali delle aspettative di vita salgono molto, ma fino a dieci anni la sicurezza matematica non ce l'hai mai. I medici, poi, mi hanno preso da parte e mi hanno detto che sarebbe un miracolo.
Ho pianto. Ho pianto. Ho pianto.
Poi mi sono asciugato le lacrime e sono tornato di là.
Era così bello prima, prima di diventare così traballanti. Mi ricordo il giorno in cui siamo scesi dall'aereo con Matteo. Lui ci diceva brujo, encantadora, magica. Insomma, ci aveva preso per due maghi. Che risate.
Fin dal primo giorno lui si è affidato a noi. Matteo è una delle nostre ragioni di vita. Le maestre della scuola materna ci dicono che Matteo si stupisce di tutto, si meraviglia, si appassiona. Ogni giorno ci appassiona. Se non fosse per quello che è successo, saremmo felici. Io credo, sì, che in questi due anni trascorsi - prima degli ultimi sei mesi - noi tre siamo stati insieme felici, di una felicità inattaccabile come una fortezza a picco sul mare. E anche questo, sì, anche questo ricordo è un tormento.
Oggi stiamo attenti ad ogni suo minimo dolore, ad ogni suo respiro affannoso, ad ogni segnale corporeo di Francesca, temendo il peggio. Vorrei un po' del suo dolore fisico, vorrei un po' del suo vomito e del suo smarrimento, vorrei donarle i miei capelli, che comunque stanno ricrescendo. Vorrei una cicatrice sul petto e qualche bruciatura.
Vorrei che Francesca non si ammalasse.
Matteo la guarda con un po' di sospetto in questo periodo. Forse la vede stanca. O forse è il fatto che Francesca non ce la fa a dedicargli tutto il tempo che gli dedicava prima. Cerco di compensare le sue assenze, quelle fisiche - le mattine in ospedale - e quelle in cui Francesca c'è ma non c'è.
Io la amo.
La paura di perderla me la fa desiderare ancora di più.
Forza Francesca. Forza. Forza.

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Ho un taglio sul petto.
Signora, c'è da tagliare, mi hanno detto. Tagliamo, ho risposto.
Quell'incisione ha diviso la mia vita tra un prima e un poi. E sta lì per ricordarmelo, del resto come è possibile dimenticare?
Mi guardo allo specchio, nuda, e mi manca la mia femminilità. Mi copro con le braccia la parte destra del petto e penso a prima. Ma le braccia si stancano, mi cascano, e rivedo quelle cicatrici. C'è anche il rossore intenso della radioterapia. Un paio di ulcere sulla pelle. L'assenza dei capelli. Un cranio nudo e degli occhi infossati che mi osservano. Stento a riconoscermi. Con un seno sì ed uno no. E quel colore pallido del corpo, annacquato dalle flebo e dai miei malori. Sono ancora una donna? Assomiglio a uno di quei fantasmi asessuati provenienti da Auschwitz.
Michele è dolce con me. E' comprensivo. Ma non riesce a dissimulare fino in fondo quel vago senso di compassione, quella stucchevole pietà che mi rende a mia volta sfuggente. Non può farci niente, poveretto. E' costretto a guardare questo animale che gli sta accanto, e ad interpretare le tempeste che si stanno scatenando nel mio corpo.
- Cisplatino (80 mg/mq );
- Gemcitabina (1000 mg/mq);
- Fluorouracile (infusione, 200 mg/mq/die).
Questi nomi ora sono dentro di me. Quando li ho letti la prima volta, ho pensato con sufficienza che sarebbe bastato essere forti, essere pronti ad accoglierli. Questi nomi periodicamente mi invadono, mi squassano, mi strapazzano, mi succhiano le energie, e io soccombo, mi arrendo. Chissà se hanno strapazzato anche il mio nemico, quelle celluline impalpabili che se ne stanno nascoste chissà dove.
Dopo l'intervento ho preso coscienza di quelle celluline, prima no. Prima pensavo al quel gonfiore situato nel seno destro, e basta. E' stato un grosso dolore pensare al fatto che mi avrebbero tolto un seno. E ho avuto anche molto dolore dopo l'intervento. Ma riuscivo ad accettarlo. Pensavo: mi hanno amputato, sono menomata, invalida, una donna imperfetta, ma la cosa finisce lì.
Invece no.
In 21 linfonodi su 40 hanno trovato quelle cellule. Mi ricordo l'aria di imbarazzo dei due medici che ogni tanto si guardavano l'un l'altro. Non si preoccupi, faremo un "total body", no non abbiamo trovato niente, o forse erano solo lì, bisogna monitorare attentamente, non bisogna sottovalutare niente, cose così, che giravano intorno ai loro sguardi di morte; stavano guardando me, per loro e le loro statistiche ho capito di essere già morta. Non c'è niente in altre parti del corpo, ma non ha molta importanza.
Arriveranno.
Nella maggior parte dei casi ritornano. A deturpare qualche altra parte del corpo: ossa, polmoni, cervello, chi lo sa? Se scamperò a questi due anni, è come se avessi vinto il superenalotto e sopravviverò. Anche se la certezza matematica di averla scampata, fino a dieci anni, non l'avrò. Percentuali, statistiche, tempi.
Il tempo. Come quella canzone di Fossati: "Il bacio sulla bocca": "...Bella, non ho mica vent'anni ne ho molti di meno e questo vuol dire (capirai) responsabilità.... ". Lì per lì non capivo quei vent'anni, poi ho intuito che si tratta degli anni rimasti da vivere. E' un vecchio che parla. I vecchi contano alla rovescia, come me.
Due, dieci, venti. Magari. Potessi vedere Matteo alle scuole superiori. Dopo ogni chemio non ce la faccio a giocare con lui; sono stanca, mi impongo di chiedere, giocare, parlare. Ma quei nomi - il cisplatino, la gemcitabina, il fluorouracile - prendono il sopravvento e non mi rimane che chiudere gli occhi senza sonno. E non posso spiegargli che cosa stia succedendo, che forse muoio. Mi ha trovata da poco, non voglio che perda ancora una volta la sua mamma. Non voglio. Che fregatura sarebbe. Chiudo gli occhi, mi giro sul fianco sano. Tocco il mio seno sano, quando le ferite della radio saranno rimarginate, potrò farmelo ricostruire, ad immagine e somiglianza del seno indenne. Quando. Se. Matteo. Michele. Io.
Sono stanca. Chiudo gli occhi, una mezz'ora.
Poi vado a giocare con Matteo.

lunedì 23 marzo 2009

Vanessa





"Pronto?"

"Giulia, sono arrivato."

"Meno male, Stefano. Mi stavo agitando un po'...Tutto a posto?"

"Sì. Solo mezz'ora di ritardo. Ma il viaggio è andato bene."

"Quando mi chiami?"

"Giulia, qui sono le sette di sera. Arrivo in albergo e provo a dormire, sono stanco. Ti chiamo domani, alla pausa pranzo. Più o meno all'una, se non faranno ritardo, e lì saranno le...sette di sera."

"Va bene. Mi manchi, tesoro."

"Anche tu. Un bacio alla piccolina."

Stefano si avvicinò con il suo trolley ad un bar, mangiò due hamburger. Poi prese un taxi, arrivò dopo un'ora in albergo, il Greenwich Hotel, e si buttò sul letto, giusto il tempo di togliersi la giacca.

Si soffermò con lo sguardo sulla bocchetta anticendio posizionata sul soffitto. Per un attimo gli sembrò una telecamera, e istintivamente si fece scudo con le mani. Solo un attimo, poi riprese il controllo e tirò fuori il portafoglio, e dal portafoglio un biglietto che riportava un nome: "Lq" 511 Lexington Ave, Manhattan, New York.

Si rialzò di scatto, fece una doccia, si vestì. Fece chiamare un taxi. In meno di mezz'ora giunse a destinazione. Nel pagare la corsa gli scivolavano i dollari tra le mani, erano impregnate di sudore.

Stefano fece la fila per l'ingresso, pagò ottanta dollari, e una volta entrato in sala, esibì ad un cameriere un foglio.

"Prego, di qua."

"Grazie."

Lo accompagnò in una saletta.

"Chiamo subito la signora."

Fece l'ingresso una donna. Sorrideva.

"Ciao, mi chiamo Brenda. Rilassati. E' la prima volta?"

"Sì."

"Come ti chiami?"

"Stefano."

La donna lo osservava, poi gli girò intorno.

"Faccio tutto io? Mi dai carta bianca?"

"Direi di...sì."

"Bene," sorrise ancora "sei un bell'uomo, ed hai dei lineamenti molto delicati."

"Grazie." Stefano deglutì rumorosamente.

"Spogliati, Stefano. Completamente. E poi sdraiati sul lettino."

Stefano fece come le aveva detto Brenda.

"Ci vorrà un bel po'. Ma vedrai..."

Passò un sacco di tempo con lamette, gel e crema. Dappertutto. Gli ripassò anche la barba, più volte. Poi lo fasciò in modo molto aderente sopra i fianchi, in modo da ottenere delle curve, delle dolci rientranze. Gli sistemò il reggiseno imbottito, una quarta misura, e le autoreggenti in pizzo. Anche le mutandine erano imbottite, in corrispondenza dei glutei.

Brenda aprì un armadio, scelse una parrucca nera, a caschetto stile anni venti, e dopo avergli fasciato i capelli corti, gliela adattò sulla testa. La pettinò. Poi una gonna a tubo nera, una maglia nera con strass, elasticizzata, pari collo. Un paio di scarpe décolletées di vernice nera con tacco. Orecchini a goccia dotati di clips, una collana di perle, un solo giro. Una pochette, anch'essa nera.

"Come vuoi farti chiamare stasera?"

"Vanessa."

"Vanessa, sei uno schianto. Siediti davanti allo specchio."

Un fard pesante per mascherare alcuni punti di barba indomiti, mascara, ombretto, rossetto di colore rosso cupo. Unghie finte, smalto.

"Ecco qua. Cammina avanti e indietro. Prova"

Stefano - o Vanessa - si guardò attentamente allo specchio. Si alzò, poi appoggiò una mano sul fianco destro. Poi girò incerto verso il fondo della stanza.

"Tieni su il sedere, Vanessa. E fai il passo più corto."

Camminò avanti e indietro per cinque minuti, pian piano il disagio si attenuava, infine si sciolse in un sorriso verso Brenda.

"Cara, sei splendida. Dico sul serio."

Vanessa sorrise ancora.

"I tuoi vestiti non te li tocca nessuno, Vanessa. Sono in questo armadio, tieni la chiave. I vestiti che hai indosso li butterai in quella cesta Puoi tornare entro le quattro del mattino."

Brenda dette un bacio leggero a Vanessa.

"Quanto ti devo?"

"Fanno duecentocinquanta dollari."

"A te."

"Buona serata, Vanessa."

Brenda porse una giacca di pelle a Vanessa, la aiutò a indossarla.

Vanessa attraversò il locale, si diresse verso l'ingresso. Alla cassa le dettero un pass.

Vanessa stava passeggiando per le strade di Manhattan a migliaia di chilometri da casa, dalla casa di Stefano.

Era autunno inoltrato, per fortuna non pioveva, sarebbe stato un disastro, pensò. Si strinse alla pochette e si guardava intorno, eccitata come una ragazza al ballo di fine anno.

Vanessa era attratta dalle metamorfosi, dai cieli che non sai se sia ancora notte o già mattina, dalle rane che crescono con le branchie e sviluppano in seguito i polmoni, dai bruchi poi farfalle, dai periodi di trasformazione come dall'infanzia all'adolescenza, dall'inverno alla primavera. Dai caratteri indecisi. Dai sessi che si tingono di tutto un po', come il suo. Ora sarebbe stata Vanessa, per le quattro ore a venire. Cercò di camminare in modo più naturale possibile, come Vanessa avrebbe potuto fare. Sì, era Vanessa, adesso. In tutto e per tutto, e pensava come Vanessa avrebbe pensato. Incrociò un uomo, lo osservò interessata, come una Vanessa più che disinvolta avrebbe fatto. Poi un poliziotto di quartiere, che giocherellava con il manganello.

Poi si immaginò dei particolari intimi. Vanessa a letto con un nero, un nero che camminava in direzione opposta alla sua, che per caso l'aveva sfiorata; lui non ci aveva fatto caso, ingobbito nel suo bomber, lei sì. Lo aveva osservato in mezzo ai pantaloni, aveva cercato di indovinare, di intuire. Poi si mise a guardare una vetrina, un vestito che era un amore, un amore per Vanessa.

Si fermò in un bar, neon azzurri elettrici, specchi, e pavimenti a specchio. C'era una fila di quattro giovani uomini seduti al bancone.

Vanessa si sedette accanto.

"One Manhattan, please". Vanessa si sarebbe bevuta Manhattan.

D'un fiato.

Gli uomini si girarono verso di lei.

Succeda ciò che deve succedere, pensò Vanessa.


lunedì 16 marzo 2009

Il mio cammino di Santiago 9 - l'arrivo



Melide, nove giugno, le sei meno un quarto.
Oggi non ha senso dormire un'ora in più. C'è la meta del viaggio che chiama; c'è la cattedrale di Santiago che vorremmo raggiungere entro mezzogiorno; c'è un giorno che vorresti che durasse più a lungo possibile, nonostante che qui, in questo periodo dell'anno, tu veda il sole inchiodato nel cielo - tramonta dopo le dieci - e tu ti illuda, a momenti, che la notte non arriverà più.
Ti confronti con quella poesia di Kavafis, Itaca:
"...Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?..."
Con Itaca nel cuore viaggi con poche preoccupazioni. Quando Itaca vacilla, il viaggio perde di senso, di significato. In tal caso il luogo in cui ti trovi non ti regalerà esperienza, non ti concederà consapevolezza, ti potrà dare solo alcuni sprazzi di bellezza che però non saprai come usare. Se sai di tornare ad Itaca, dai un senso al ritorno, e con il ritorno dai un senso al viaggio stesso. Altrimenti il cammino non sarà più un percorso; sarà una zattera in mare aperto, senza alcun punto di riferimento, senza alcun luogo verso cui tornare. Se Itaca è un'immagine netta impressa indelebilmente in qualche tua circonvoluzione cerebrale, sai perché tornare. Ci sto ancora pensando, alla mia Itaca: perlopiù vivida, ma in certi momenti mi sfugge. In quei "certi momenti" tutto perde di significato. Ma questa è un'altra storia. Nel frattempo ritorna la mia faccia assonnata sullo specchio del bagno.
Dormito poco e male: i letti a castello in legno, un po' logori, cigolavano per ogni minimo spostamento. Poco importa, oggi è un gran giorno, possiamo tranquillamente lasciarci questa notte alle spalle.
Fa quasi freddo, c'è da partire con giacca, guanti, e il berretto sotto il caschetto; dopo i bagagli, dopo una colazione abbondante - ti vien da pensare che ogni atto che era diventato routine lo stai compiendo per l'ultima volta, con una punta di nostalgia - usciamo fuori dal paese, con il sole che sta ancora giù, dietro quelle colline. Pare di essere in Scozia, in Irlanda, gli stereotipi si sprecano.
Anche oggi un continuo percorso a denti di sega, dobbiamo attraversare a perpendicolo molte valli, solcate, nei loro punti più bassi, da altrettanti fiumiciattoli affluenti del Tambre, un fiume più a nord, parallelo al nostro percorso. C'è una fitta nebbia nei fondovalle, e nelle discese - tanto per non rischiare di non vedere un ostacolo - dobbiamo moderare la velocità. Poi arriva il sole. Pian piano.
Rischiara le fattorie, i boschi di altissimi eucalipti, i mucchi di letame, il resto si perde nella nebbia, conferendo un effetto flou a tutto il panorama. Mi assale l'emozione, mi fermo a fare qualche foto. Un'immagine in particolare: alcuni fili della luce che, sempre per la nebbia, sembrano appesi ad un albero da una parte, e sospesi nel nulla dall'altra, il cielo bianco per la commistione sole-nebbia.
Il viaggio prosegue in un continuo avvicendarsi di boschi e pascoli, la nebbia se ne va di punto in bianco, ora il sole imprime le ombre dei nostri corpi e delle bici in modo netto, come se fossero state scolpite sull'asfalto. Via via che ci si avvicina a Santiago, aumenta il traffico, la strada è una superstrada, la speculazione edilizia - quartieri dormitorio, agglomerati di seconde case senza servizi - si fa vedere anche da queste parti. Intravedo l'aeroporto che raggiungerò domani per tornare a casa. In cima ad una salita abbandoniamo l'asfalto, la periferia è una serie di sentieri con ripide rampe di sterrato. Dopo mezz'ora circa raggiungiamo la sommità del Monte Gozo, a cinque-sei chilometri dalla città. Si vede tutta Santiago, si intravedono le guglie della cattedrale. Via via che ci avviciniamo, aumenta vertiginosamente il numero dei pellegrini che incontriamo. Ci sono anche quelli che vengono mollati dai pullman turistici agli ultimi dieci chilometri, tanto per dire che un tratto del cammino l'hanno percorso anche loro. Ma ci sono tutti gli altri, quelli che sentono allegramente l'aria dell'arrivo, quelli un po' malandati ad un ginocchio, o quelli che si sono beccati una tendinite; in tutti i casi pensano che non è proprio il caso di fermarsi qui, e stringono i denti, alcuni zoppicano, in molti salutano, sorridono. "Buen camino" e "Ugualmente" sono le parole più utilizzate stamani.
"Santiago de Compostela", ecco il cartello che ci dà il benvenuto in città. Ci fermiamo per la prima tranche - il resto davanti alla cattedrale - delle foto, degli abbracci, degli ululati di gioia.
Michele, che si dovrà sposare il 14 luglio, che ha cercato il buon auspicio da questo viaggio per quello che inizierà tra un mese, è visibilmente commosso; nel giro di cinque minuti scarsi ci abbbracciamo - io, Mathias e Michele - almeno cinque volte. Telefoniamo a Paolo - ha condiviso con noi più di seicento chilometri, è come se fosse qui con noi - che arriverà con l'autobus nel pomeriggio, ci saluteremo prima di ripartire per le nostre case, gli raccontiamo questa mattina densa di emozioni.
Ma non siamo ancora arrivati. Riprendiamo le bici, ci immettiamo in una grande arteria piena di macchine e smog, ma non ci importa nemmeno questo. Le indicazioni per la cattedrale sono un toccasana, ci fanno percorrere gli ultimi chilometri dei novecentoventi complessivi di gran carriera, a parte la viuzza affollatissima che ci conduce alla piazza, Plaza de Obradoiro.
Ci siamo.
La cattedrale è davanti a noi. Un groviglio di sensazioni inestricabile. Difficile da raccontare.
Una felicità che ti prende improvvisa, anche se non sai spiegare il perché. Urla di gioia - seconda tranche - e poi, visto che sono le undici e un quarto - la messa in cattedrale sarà a mezzogiorno - ci affrettiamo verso il vicino ufficio per esibire la nostra credencial del camino zeppa di timbri ed ottenere la "compostela", un diploma in pergamena che ci ricorda in bella grafia che oggi siamo arrivati qui, attraverso un antico - ha più di novecento anni - percorso, lungo più di ottocento chilometri. C'è una lunga fila su per le scale che conducono all'ufficio. Anche quando ti danno il diplomino, anche quello è un bel momento. Entriamo alle dodici e dieci a messa già iniziata. E' sabato, la cattedrale è piena. Un cardinale officia la messa.
La gente, che bella. Qualcuno in preda a attacchi di pianto, gioia, sorrisi, molti con gli occhi lucidi. Qualcuno non ce la fa a mantenere un certo contegno, si deve togliere gli scarponi, appoggiato ad una colonna, con il viso segnato dal sole e dal sudore, i piedi maculati da cerotti, compeed e garze. Ci sono pellegrini provenienti da tutto il mondo, e Santiago è ormai avvezza ad accogliere le più svariate etnie e religioni. Tutti questi pellegrini accomunati da un percorso; tutti questi uomini e donne investiti dall'accoglienza, l'ospitalità, la comprensione degli spagnoli in genere.
E' tutto. Anzi, un paio di cosette ancora.
Quest'esperienza sta continuando a produrre effetti ancora oggi. Ogni tanto sogno di essere in mezzo a quei campi di grano, su una montagna, o in prossimità di quelle quattro case in pietra che ti appaiono all'improvviso, dopo aver attraversato un ruscello.
Il Camino è imprevedibile. Lo è il tempo metereologico, il percorso, le persone che incontri, i letti in cui dormi, te stesso. Non bisogna opporre resistenza, e si deve adottare uno sguardo che lasci spazio allo stupore.
C'è da lasciarsi levigare - come un ciottolo di fiume - e far sì che gli avvenimenti decidano in tua vece.
Itaca - lo spero - attende il ritorno. Senza fretta.
Buen Camino a chi è passato di qua.

(Toni La Malfa)

mercoledì 11 marzo 2009

L'ascensione del primo agosto

"A che piano?"
"Sesto"
Il signor Giuseppe Forti preme il numero 4 ed il numero 6. Le porte si chiudono, la luce del giorno scompare. Gira lo sguardo - solo un attimo - verso la signora Maria Consoli e infine ruota il corpo verso le porte metalliche. Immobile. Anche la signora Maria Consoli guarda l'uscita, con le braccia convergenti in basso, unite a mo' di preghiera con le mani intrecciate. Un suo piede balletta impercettibilmente.
Nella pulsantiera le luci passano dall'1 al 2 al 3, poi si spegne il 3 e non si accende il quattro. L'ascensore si ferma, sospeso nel nulla. Il signor Forti rivolge lo sguardo interrogativo verso la signora Consoli. La signora ricambia lo sguardo interrogativo, il piede non balletta più.
"Si è bloccato. Siamo bloccati." Dice la signora.
Il signor Forti preme con decisione il pulsante di allarme. Ancora. Ancora. Silenzio.
La signora poggia un sacchetto di plastica per terra, tiene la borsa beige di pelle tra le mani, la apre e prende il telefono, lo guarda. "Non c'è campo."
Il signor Forti tira fuori da una tasca dei pantaloni il telefono, lo guarda.
"No, niente linea." Si sbottona l'ultimo bottone del colletto della camicia. Preme ancora il campanello a lungo. Batte sulle porte metalliche. "Aiuto! C'è nessuno?"
"E' il primo agosto, è sabato. Tutti gli uffici sono chiusi. Temo che non ci sia nessuno nel palazzo." Dice la signora Consoli con un filo di voce.
"Siamo nel 2009, non siamo nel dopoguerra, accidenti. Queste suonerie dovrebbero collegarle con delle centrali. L'ho visto in altri ascensori. E ora?"
"Non so." dice la signora, e intanto appoggia anche la borsa in terra. Incrocia le braccia. "Fa caldo."
"Sì." dice il signor Forti. Rivolge il suo sguardo verso la signora. " Qualcuno potrebbe venire a cercarla?"
"No. Vivo sola. Mio...il mio ex marito vive a Genova. Lo sento solo una volta al mese. E lei?"
"Io? Cosa?"
"Qualcuno potrebbe venire a cercarla?"
"No. Mia moglie è andata al mare con i miei figli. Torneranno lunedì mattina. Io sono consulente del lavoro, devo organizzare le buste paga, sono indietro, sa."
"Capisco. Ma non si aspetterebbe una chiamata oggi dal mare?"
"Non...la verità è che io e mia moglie siamo in rotta, in casa ci parliamo solo in modo formale. E non ci telefoniamo. E... e i miei figli hanno 15 e 17 anni, hanno altro a cui pensare, piuttosto che telefonare al papà."
"Mi spiace. Per lei e sua moglie, intendo."
"E' la vita. Ma lei. Che viene a fare qua di sabato?"
"Sono una pubblicitaria, ho una riunione lunedì mattina con i clienti committenti ed il mio capo, sto organizzando una presentazione per il lancio pubblicitario di un...di un lassativo. E poi non sono nello spirito di gite fuori porta. Tanto più che andando al mare, scusi sa, è una specie di nevrosi, è come se...mi avvicinassi al mio ex-marito, e non ne ho voglia, francamente."
"Capisco." il signor Forti si attacca di nuovo al pulsante, lo preme a fondo per un lungo tempo. Poi lo preme ritmicamente con brevi intervalli, infine appoggia un orecchio sulla porta.
“Comunque” riprende la signora “stasera verso le sette passerà il mio capo. Per ritirare il file powerpoint, cambiare una, due parole dalle didascalie e dire che “siamo una grande squadra”."
“Beh, menomale,” dice il signor Forti “menomale che passerà il suo capo, intendo. Non per il fatto che si prende il merito del suo lavoro.”
“Per quello, ormai, ci sono abituata.” La signora Consoli aggrotta le sopracciglia. “Il fatto è che, di questi tempi, è difficile trovare un altro lavoro, un lavoro che ti possa gratificare, realizzare.”
"Già. Uff...Non c'è proprio nessuno. Niente." Si gratta la testa, poi si volge verso il grande specchio alle loro spalle. Intravede l'immagine riflessa del sedere ben tornito e delle gambe affilate di Maria. "Le dispiace se mi siedo per terra?"
"No, no. Faccia pure."
Il signor Forti si siede, appoggia la schiena su una parete accanto alle porte, è rivolto verso la gonna della signora Consoli. A trenta quaranta centimetri di distanza dal lembo inferiore della gonna blu
plissettata. Maria si allontana verso la parete opposta.
"Mi metto anch'io a sedere." Si accuccia, incrocia le gambe, tenendo le braccia sulle ginocchia, rivolta verso Giuseppe. Stanno uno davanti all'altra, come in una seduta di yoga. Lo guarda. E' magro, ha uno sguardo vivace e un bel viso.
Sbuffi di disappunto da ambo le parti.
Giuseppe, a sua volta, guarda Maria con una certa attenzione."Ma perché l'ha lasciata suo marito?"
"Una campagna di rottamazione." Sorride gelida. "Ha lasciato me quarantenne in cambio di una venticinquenne. E' ufficiale nell'esercito, è tornato dal Kosovo insieme a Kris."
"Mi spiace tanto. Non avete figli?"
"No."
Giuseppe si rialza, preme il pulsante di allarme, nessuna risposta, si rimette giù. Appoggia i gomiti sulle gambe, poi adagia la testa sulle mani disposte a coppe,. Sta guardando in basso.
"Io...credo che mia moglie si veda con un altro."
"Vuole separarsi?" chiede Maria a bruciapelo. Giuseppe è sorpreso.
"Chi? Io o lei?"
"Lei. Sì, insomma, tu." Maria punta l'indice tremante della mano destra in direzione di Giuseppe.
"E' complicato. Ci sto pensando. La casa è intestata a mia moglie, inoltre mi piacerebbe stare accanto ai figli. E poi non ho la coscienza pulita. Lo scorso anno mi vedevo con una, poi è finita; mia moglie non l'ha saputo. Ma questo non mi fa agire con decisione. E poi...e poi ho dei forti sospetti, non certezze. Uno pensa, uno spera che no, non è così. Ma in effetti per come vanno le cose tra noi, direi, sì, gliel'ho già detto che siamo in rotta."
"Sì, capisco. Si spera che non sia così. Ci si sente invincibili. Indispensabili. Ci si illude, a momenti, che certe cose, come anche le malattie gravi, capitino solo agli altri."
"E' proprio così. Sa che è proprio così come ha detto lei." sospira Giuseppe.
"E' quasi mezzogiorno." sospira Maria.
"Speriamo che capiti qualcuno prima di stasera. A proposito," si alza e si rassetta un po' i vestiti, poi allunga la mano verso Maria " mi chiamo Giuseppe. Piacere."
Lei accoglie la stretta di mano piegandosi un po' in avanti, senza alzarsi. "Viste le circostanze, direi che non è proprio un piacere" sorride "ma insomma, mi chiamo Maria."
Giuseppe si rimette a sedere." Menomale che non c'è il bue e l'asino, saremmo stati molto stretti qua."
Maria sta al gioco, rilancia: "Eh già. La capanna sarebbe un lusso, al confronto, questo è un monolocale uno per uno. Non abbiamo nemmeno la stella cometa. Ho solo uno Star della Motorola senza segnale."
Sorridono, un po' nervosi.
"E io" il sorriso le muore sul viso " io non ho nemmeno il bambino."
"Mi spiace tanto, Maria."
Maria ha occhi celesti, acquosi. Adesso sono colmi di lacrime che non esondano. Giuseppe guarda con grande partecipazione quei piccoli laghi celesti. Pian piano le lacrime tornano dentro, chissà dove diavolo vanno a finire. Maria prende un fazzolettino, si soffia il naso. Ora si schiarisce la voce. Come se volesse dire qualcosa. E in effetti, ha qualcosa da dire.
"Non è un piacere, no," riprende Maria" ma meglio con lei, Giuseppe, che da sola."
"Sì, ha ragione. E' molto meglio. Abbiamo anche delle cose in comune: siamo avanzi di famiglia, desiderosi di lavorare di sabato, uniti dalla sfortuna."
Si mettono a ridere, un po' più rilassati di prima.
"Vuoi un po' d'acqua?"
"Hai l'acqua?"
"Sì. E anche due banane, sarebbe stato il mio pranzo Non l'ho ancora aperta."
"Ah, grazie. Un sorso lo prendo. Solo un sorso, potrebbe essere preziosa."
Maria estrae dal sacchetto una bottiglia."Tieni."
Giuseppe prende la bottiglia. La apre. "Grazie. Comunque non ci metto la bocca. L'ho imparato facendo lo scout." Beve.
"Bene." Maria riprende la bottiglia e beve un sorso attaccata alla bottiglia. "Io non ci riesco."
Giuseppe la fissa, fa una pausa, poi azzarda: "Se berrò di nuovo, per me sarà un piacere."
"Cosa?"
"Pensare che hai toccato la bottiglia con le tue labbra."
"E ora?" Pensa Maria. "E ora che succede?" Giuseppe si sposta, si avvicina accanto a lei. Si avvicina con le sue labbra, Maria non si tira indietro, anzi, lo accoglie. "Questo succede", pensa.
Ora Giuseppe e Maria si tengono per mano, seduti. Guardano avanti, verso la parete in metallo. A destra lo specchio, a sinistra le porte.
"Il tuo ex-marito è un coglione."
"Grazie." sorride Maria.
"Sai, Maria. Non è vero che ho dei sospetti. Io sono sicuro che mia moglie mi tradisce. Una mattina si dimentica il telefono acceso a casa, non era mai successo prima. Comincia a squillare. Mi avvicino. Leggo sul display: xxx. Dopo un po' xxx smette di chiamare. A quel punto mi tremano le mani. Premo invio e leggo: "Chiamare XXX?" Premo invio. Suona. "Amore, perché non rispondevi?"
Interrompo la chiamata. Butto il telefono sul tavolo, come se scottasse. Lei poi la sera non mi chiede niente. Forse ha pensato ad un'"interferenza". Durante il giorno mi aveva telefonato, chiedendomi in modo evasivo a che ora fossi uscito. Subito dopo te, le ho risposto. Quindi lei non mi chiede niente di quella chiamata ricevuta dal tipo e registrata sul telefono, no. Io non le chiedo niente di quella voce. Quella voce mi è rimbalzata nel cervello, in testa, da una parte all'altra. Per giorni. E' passato un anno da quella voce. Ora lei va al mare con i figli, io preferisco lavorare."
Maria stringe fortissimo la mano a Giuseppe.
"E' meglio qui."
"Cosa?"
"Meglio qui, in questo ascensore. Meglio qui, con te, che compilare buste paga; meglio qui piuttosto che perfezionare il claim di un prodotto pubblicitario, di un lassativo." riprende Maria.
"Di un prodotto che fa cagare, insomma." risponde Giuseppe.
Ridono, ridono, ridono. Abbracciati. A destra lo specchio, a sinistra le porte. In attesa dell'ascensione.
"Saremo costretti a trascorrere anche il pomeriggio insieme. Credo."
"Credo anch'io, Maria. Spero che arrivino. Ma con calma."
Giuseppe e Maria si rannicchiano abbracciati, in diagonale nel pavimento dell'ascensore. Hanno lo sguardo rivolto verso lo specchio. Sono illuminati dalla luce della plafoniera. La frenesia - persino la paura, persino quella - è passata.
Si tengono stretti, si proteggono l'un l'altra, e sorridono.

domenica 8 marzo 2009

Il mio cammino di Santiago - 8




O Cebreiro, otto giugno, le otto del mattino.
Oggi abbiamo puntato la sveglia più tardi, date le fatiche della precedente giornata. E al risveglio una brutta sorpresa: Paolo ha un ginocchio gonfio e dolente, non può proseguire il Camino con noi. Si ferma qui, su O Cebreiro. Per un giorno, poi vedrà il da farsi. Dopo interminabili giorni di fatiche condivise, l'allegro gruppetto si assottiglia, la tristezza ci pervade. Pare quasi di sentire un Fado del vicino Portogallo.
Prima della partenza, una foto con autoscatto. Immortalati su una specie di terrazzamento naturale, monti e colline sulle sfondo, e un'ampia porzione di cielo che dà una buona approssimazione di quanto orizzonte abbiamo a disposizione. Lo sguardo scanzonato di tutti e quattro; Paolo indossa dei jeans ed una felpa, invece del nostro ridicolo abbigliamento da ciclisti. Abbracci di rito, poi qualche commiato, dei vaghi appuntamenti: forse ci rivedremo a Santiago, comunque ci terremo in contatto, in Italia ci ritroveremo un fine settimana a guardare foto e magari anche per una "biciclettata", chissà...
Si riparte in tre, dunque. Piove. Mi ritorna in testa un canto, una musica - credo - galiziana che ho sentito ieri sera: suonavano delle cornamuse, molto in uso da queste parti. Subito dopo quel canto galiziano avevano solennemente suonato l'inno nazionale scozzese. I paesi baschi, la Galizia, la Bretagna, la Scozia, l'Irlanda... un filo rosso che lega e accomuna popoli distanti l'uno dagli altri centinaia di chilometri, dalle tradizioni forti, da un'identità che suona come accoglienza più che intolleranza. Questi canti mi aiuteranno a sentire meno la fatica, che si affaccia un po' troppo presto, alla prima imprevista salita. 
C'era l'illusione di essere in cima, di avere davanti una comoda discesa, delle cartine non c'è mai da fidarsi. In realtà per dodici chilometri si andrà avanti per saliscendi, e i "sali" sono anche di notevole pendenza. In Alto do Poio, il punto più alto del monte Cebreiro, troviamo una statua enorme di bronzo, un monumento al pellegrino di discutibile gusto.
Ora si scende sul serio, per fortuna la pioggia è lieve. I boschi non lasciano vedere altro che boschi. Verde e blu da un lato, verde e blu dall'altro,  separati dalla striscia grigia della strada. E' semplice. Ti ci abitui, sono giorni che ti alleni a questo, e la complessità  - legata al senso comune che tanto dà per scontato - si svapora, come questa nebbia del mattino. Questa discesa ti dà il tempo per pensare al contrasto tra qui - un niente dalla bellezza rigogliosa - e il mondo che raggiungerai tra un paio di giorni, il mondo che avevi quasi dimenticato, come per effetto di una maga Circe in un'isola mediterranea.
A Triacastela si tira diritto, neanche un caffè, e si torna a salire per un dislivello di trecento metri in cinque chilometri, e via ancora discesa, fino a Sarria. Qui ci fermiamo presso un pittoresco albergo del pellegrino - peccato che stia attaccato ad un distributore di benzina -, ci facciamo timbrare la Credencial(il documento che attesta il nostro percorso), due chiacchiere con la signora che ci parla del Supradine. Ne ha distribuito in quantità industriale ai pellegrini quest'anno, proporrà il Nobel per l'inventore di tale prodigio. Si prosegue, si intravede - sempre in Sarria - dalla strada il torrione di un castello, delle mura medievali. Abbandoniamo il paese, percorriamo la strada asfaltata per fortuna non molto trafficata. Gran caldo, la pioggia di stamani è ormai un ricordo. Ancora salita e poi discesa a capofitto, il profilo altimetrico pare il bordo tagliente di una sega da falegname. Ma questa discesa prende un andamento netto, si va giù, alla nostra sinistra c'è un rio e nel punto più basso di oggi (350 m slm) si arriva a Portomarin; c'è una diga ed un grande bacino artificiale nel quale si intravedono alcuni resti del vecchio paese - affiorano alcuni tetti -  che è stato smontato e rimontato - almeno i monumenti ed alcune case storiche - un po' più in là  e un po' più in su.
Ricominciamo a salire, ma ci fermiamo quasi subito. C'è una ragazza sdraiata in terra, e una che l'assiste. Mathias le dà da bere una soluzione salina, poi prendiamo in custodia il suo pesante zaino per portarlo un chilometro più in là, all'albergo del pellegrino. Dopo un po' arrivano le ragazze, il viso segnato dalla fatica. Ci salutiamo, il loro cammino riprenderà domani. Più in là, nella piazza del paese, ci fermiamo a mangiare qualcosa di veloce e bere un'autocisterna di bevande gassate. Abbiamo ancora sessanta chilometri da percorrere.
Si riprende con una salita non impossibile, ma lunga, che durerà per sedici chilometri; ma è l'ultima grande salita, questo pensiero dà coraggio, una piccola spinta in più. Poi un cartello, enfatizzato da alcuni punti esclamativi aggiunti a penna: SANTIAGO 100 KM. Ormai ci sono, ci sto dentro a questo viaggio, e questo cartello è il primo segno tangibile del fatto che quest'esperienza sta per terminare. Non riesco a spiegare bene la causa - c'è un groviglio di cose su cui dovrò riflettere - l'effetto è un'intensa emozione che mi prende un po' sotto alla bocca dello stomaco.
Il tardo pomeriggio ci accoglie silenziosi, si srotola il nastro d'asfalto, un caleidoscopio di boschi e casette e pascoli che gira a dodici-quindici chilometri l'ora, e noi lì a guardare.
Arriviamo a Palas de Rei che le cose cambiano radicalmente, il nostro libretto che usiamo come guida, un po' manicheo in questo caso, non ci invoglia alla sosta: "Palas de Rei, grande e moderna città piena di macchine e di smog". La statale la percorre interamente, anche noi e via lo smog, mancano ancora sedici chilometri. Arriviamo, finalmente, alla nostra destinazione di oggi: Melide. Sono le sette, abbiamo percorso centodieci chilometri. Ci sistemiamo nell'albergo del pellegrino, non esaltante: le camerate sono un po' affollate, i letti - peraltro corti, da testa a piedi non c'entro, eppure non sono un gigante, sono un metro e settantacinque - gemono al minimo spostamento, vabbeh, doccia e via  fuori a cena.
Melide non ha niente di particolare. Eppure si ferma qui un sacco di gente. Perché? Per la presenza di una "pulperia", la più rinomata di tutta la Galizia. Entriamo. In un angolo del locale c'è un tipo dietro ad alcuni barili che taglia tutta la sera dei polpi con le forbici, e li sistema nei piatti. Il resto è composto da tavoloni e panche in legno. Ci sediamo. Per due ore abbondanti non facciamo altro che mangiare polpi, bere vino e parlare, e ridere. Di continuo. Abbiamo mangiato una quantità impressionante di polpi, bevuto due-tre - o quattro? - bottiglie di vino, e abbiamo speso venti euro a testa. Non ancora contenti, ci fermiamo in un bar a mangiare un gelato, e intanto riprende a piovere in modo torrenziale. Che ci volete fare, in Galizia è così, come in Irlanda.
Intanto parliamo di domani, come non parlarne? Domani ci sarà Santiago. Dobbiamo svegliarci presto, prima delle sei; vorremmo essere a mezzogiorno a Santiago, nella cattedrale.
Non ci sembra vero.
A domani.
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