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sabato 31 dicembre 2011

Altri libertini, di Pier Vittorio Tondelli


"Lacrime lacrime non ce n'è mai abbastanza quando vien su la scoglionatura, inutile dire cuore mio spaccati a mezzo come un uovo e manda via il vischioso male, quando ti prende lei la bestia non c'è da fare proprio nulla solo stare ad aspettare un giorno appresso all'altro. E quando viene comincia ad attaccarti la bassa pancia, quindi sale su allo stomaco e lo agita in tremolio da frullatore e dopo diventa ansia che è come un sospiro trattenuto che dice vengo su eppoi non viene mai..."
Questo è l'incipit di uno dei sei racconti del libro "Altri libertini" di Pier Vittorio Tondelli.
E' straordinario, come, del resto, tutto il libro.
Il "vischioso male" che gran parte dell'umanità ha vissuto in prima persona viene sostantivato, descritto, dissezionato, semplicemente spiegato in poche righe. Niente astrazioni alla "sono depresso" "sto male da morire" che poco ci mostrano, no. Questo dolore è vissuto in modo esperienziale, percepito interamente con i cinque sensi. L'autore parte dall'incapacità delle lacrime di colmare questo vuoto, poi passa all'utopica ed irraggiungibile immagine di un cuore aperto in due in modo da estirpare direttamente la causa del disagio. Il male viene dipinto in una bestia contro cui non c'è niente da fare, e tradotto in sintomi ben precisi - tremori, ansia, sospiro trattenuto - e localizzato topograficamente - bassa pancia, stomaco, e poi sale lentamente ma non arriva mai - il tutto descritto con ritmo incalzante, va pur bene sacrificare qualche virgola.
"Altri libertini" è tutto così, linguisticamente parlando, proprio come questo incipit: un libro pensato e rivisto e corretto in ogni minimo dettaglio. Questo per quanto riguarda la sua sublime forma.
Ci sarebbe, poi, da parlare della sostanza.
Nel primo racconto, "Postoristoro" viene descritto il mondo e i componenti di una notte di provincia in una stazione ferroviaria. Il freddo, i tossici, gli spacciatori, la puttana, gli amici. Un finale parossistico, la storia di un'amicizia disperata. Un tossico-dipendente da eroina è appena entrato in una terribile sindrome d'astinenza, l'amico si è procacciato una dose che vorrebbe fargli in vena, ma non riesce a trovarne alcuna: "...Giusy gli stringe il laccio ma le vene non escono, gli incavi lividi e neri e più su le macchie gialle di sangue rappreso, niente da fare.". La strada percorribile è una vena del cazzo, ma Giusy, l'amico, deve riuscire a procurargli un'erezione, tenta di masturbarlo, si lancia in un disperato monologo lungo una pagina, denso di concitate frasi degne di una hot-line atte ad eccitarlo e trovargli quella vena, e alla fine ci riesce. Quella pagina densa - solo per chi si ferma alle apparenze - di volgarità è in realtà una poetica dichiarazione universale di amicizia. Chi si fermava alle apparenze fu un solerte magistrato che, in base alla denuncia di un cittadino, ordinò il sequestro del libro per oscenità e oltraggio della pubblica morale. Incredibile.
I protagonisti di questi racconti, per dirla alla Whitman, succhiano il midollo della vita per non scoprire in punto di morte che non sono vissuti. Talvolta si muovono a caso e inciampano, sbattono come falene accecate dalla luce di una lampada, ma vivono ad una velocità supersonica, sperimentano e fanno esperienza - e commettono errori? - sulla loro pelle. I colori di questi racconti sono vividi, saturi. Perfino le sorgenti luminose livide dei neon, o le notti piovigginose, o la lunga autostrada per Amsterdam ti arrivano con le luci e i suoni di un Luna-Park, urlanti e sature di vita che sgorgano sul lettore oltre i confini fisici delle pagine del libro. I protagonisti di questi racconti hanno tre dimensioni: sono dotati, in altre parole, di uno spessore conferito dalle numerose tonalità di grigio, più che dai netti bianchi e neri. Non ci sono né buoni né cattivi, ci sono delle persone cariche di contraddizioni, a volte inzuppate di grandi ideali, spesso connotate da desideri e pulsioni che tutti gli esseri umani hanno, e per questo si rendono reali agli occhi di chi legge. Ci sono soprattutto ragazzi, uomini e donne appartenenti alla marginalità, di quelli che la gente evita con disgusto durante queste feste di natale. Ci sono in questo libro corpi che si abbracciano, si stringono, si penetrano in un disperato bisogno di contatto fisico. Di amore e non solo.
E' una scrittura che mette in gioco l'autore in prima persona, una scrittura che morde e punge e fa male, come a volte lo fa la vita stessa; l'autore riesce a parlare e a far parlare la sua stessa epoca senza mezzi termini, senza alcuna intermediazione. Tondelli diventa uno straordinario strumento che registra la realtà, la realtà che stava vivendo e che descrive con straordinaria lungimiranza e lucidità, riportandola in una forma poetica.
Una poesia lunga 163 pagine.
Pier Vittorio Tondelli, "Altri libertini", Feltrinelli Editore

lunedì 26 dicembre 2011

Antologia del calcio astrale


Sono davvero contento di aver dato un mio contributo alla Antologia del Calcio Astrale, che merita - per la qualità complessiva degli autori, non sto parlando di me - una ampia diffusione. Uno dei primi lettori è stato Enrico Vaime, l'autore della prefazione di questo libro. Se volete leggerlo, vi serve un e-reader, una connessione internet e 5.99€, il costo del download di questo bellissimo e-book. Il link per l'acquisto dell'e-book è questo. Vi incollo qui sotto una recensione del corriere nazionale:

In ebook diciassette racconti sul calcio. Astrale.

Nasce, ed è stata pensata, direttamente in ebook La prima antologia del calcio astrale di Alfonsetti & Associati, (Cletusproduction) una raccolta di racconti scritti da un pugno di autori più o meno noti, soprattutto per chi bazzica la rete e i blog letterari: Cletus Alfonsetti, ideatore del volume e collante del gruppo, Stefano Amato, Martino Baldi, Paolo Cacciolati, Marco Candida, Marco Crestati, Samuele Galassi, Hector Genta, Franz Krauspenhaar, Antonio La Malfa, Giuseppe Manfridi, Mauro Mirci, Gianni Pontieri, Mario Pischedda, Paola Ragnoli, Ezio Tarantino, Rocco Traisci. L’opera che vanta la prefazione di un divertito Enrico Vaime, contiene racconti diversissimi tra di loro ma tutti incentrati sul gioco del calcio, dentro e fuori dagli spogliatoi, in campo e tra gli spalti, e tutti seguono un comune fil rouge, come scrive Vaime, «un sogno comune alle generazioni pur storicamente lontane una dall’altra. Quello di fare un goal, segnare un punto, sentirsi abbracciare dai compagni (e sbattere in terra nell’euforia omicida dei ragazzi di ogni epoca)».

lunedì 12 dicembre 2011

Librarsi alle Oblate

Cari lettori,
martedì scorso c'è stato il consueto incontro del gruppo. E' stato un incontro divertente, oltretutto stimolato dalla presenza di tre nuovi lettori(Massimo, Mauro e Riccardo, spero di ricordare bene i vostri nomi), a cui do il benvenuto. Abbiamo, tramite i commenti ai testi, parlato di un po' di tutto: della in-fedeltà alla traduzione in poesia, di come un bambino potesse vivere o subire gli anni di piombo del mondo dei grandi, della caratterizzazione di un personaggio nei romanzi e  nelle sceneggiature, di una bambina emarginata da una piccola comunità, delle insidiose e intriganti terre di mezzo tra amicizia e amore, di una seduzione intuita da piccoli segni lasciati qua e là dall'autore, di un linguaggio medievale-dialettale riproposto ai nostri giorni. Insomma, cose così e anche altro. La sintesi in questo caso lascia sempre spazio all'inadeguatezza; se vorrete capire di cosa parleremo nei prossimi incontri, la cosa migliore da fare è che veniate di persona con il vostro interessante testo.
I brani letti sono stati tratto dai seguenti testi:
Il rimedio perfetto, di Lucrezia Lerro, letto da Stefano;
Lovers go home, e Tra un sempre e un mai(poesie della raccolta Inventario), di Mario Benedetti, lette da Toni;
Con un piede impigliato nella storia, di Anna Negri, letto da Francesca;
Il postino suona sempre due volte, di Mark Cain, letto da Donatella G.;
Zapata, di John Steinbeck, letto da Cristina;
Il roman de la rose, di Franco Scataglini, letto da Mauro.

Il prossimo scoppiettante incontro si terrà martedì 10 gennaio 2012 alle 21,30 presso la sala contemporanea della Biblioteca delle Oblate.
Ricordo brevemente le modalità di partecipazione: Portate un testo (fotocopiato in una decina di copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore;
dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere
dell'autore - e breve discussione. 
E via andare.
Senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo. 
E avanti un altro.

Un augurio di buone feste a tutti i lettori, e libratevi con i libri
Toni

sabato 3 dicembre 2011

Midnight in Paris

In questo periodo non leggo tanto. Forse, per dirla alla Nanni Moretti, "faccio cose, vedo gente", e va bene così. Tornando alla lettura sto leggendo un libro che mi intriga molto, che mi era sfuggito in gioventù, ovvero "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Calvino, e, da persona che invidia sfacciatamente le persone che scrivono bene, sto invidiando non poco la capacità di Calvino di passare con disinvoltura da uno stile di scrittura ad un altro(intimista, giallista, intrecciofilo, romantico, secco, razionale...) e facendolo sempre con una abilità da vertigine. Insomma, nonostante il fatto che il tomo sia esiguo, un duecento pagine, e sia sfacciatamente bello, finisco ogni sera con il libro per terra, la luce accesa e un filo di bava sul cuscino, accorgendomi a posteriori di aver letto solo qualche pagina. Insomma, non leggo molto, ma sono almeno riuscito, in queste ultime settimane a vedere qualche bel film, come "This must be the place", "Terraferma", "Io sono Li", "Tomboy", ma stasera ho visto il migliore del periodo: "Midnight in Paris", di Woody Allen. Non posso dire alcuni dei motivi che mi spingono a questo lusinghiero giudizio, perché finirei per sciuparvi il film, cosa che non voglio fare, in quanto mi sento particolarmente buono stasera.
Ma posso accennare al fatto che si parla di scrittura, di scrittori, alcuni dei migliori(Hemingway, Fitzgerald, Stein, Twain), e si fanno di tanto in tanto citazioni che colpiscono nel segno, almeno colpiscono il sottoscritto. Ne riporto una su tutte, che purtroppo ricordo approssimativamente: "Quando fai bene l'amore(focoso, passionale...) con una donna, in quell'istante pensi che la morte non esista più".
Inoltre pare che Woody si sia allontanato dalla sua idea ossessiva della morte e della vecchiaia dei suoi ultimi film (vedi, ad esempio, il ruolo di Antony Hopkins che fa il "fintogiovane" in "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni"), e ci regala un'intuizione: viviamo in questo presente, e in questo presente dobbiamo muoverci, amare, lottare, sognare, relazionarci, e strappare qualche brandello di felicità. Inutile volgersi romanticamente a guardare un passato che non c'è più, pensando a quanto dovesse la gente essere felice in quel periodo. E' una pura illusione. La gente che caratterialmente guardava al passato con nostalgia, esisteva anche in quel periodo. Stiamo qui; volgiamo pure lo sguardo a quanto gli artisti abbiano prodotto nelle epoche passate, ma con la certezza che artisti del genere ci sono anche adesso. E soprattutto cerchiamo di non sciupare l'opera più grande e maestosa di cui siamo artefici e protagonisti: la nostra vita. E' una piccola intuizione, forse, ma per me illuminante.

domenica 13 novembre 2011

Ci sei

A oggi, dodici novembre 2011, fanno trentatré anni.
Trentatré anni di vita, la mia, senza quella di papà. Mi verrebbe da dire babbo, proprio come mi chiamano i miei figli, ma si dà il caso che a Milazzo "babbo" significhi "scemo", e lui non ci ha mai permesso di chiamarlo così. Io ho cinquanta anni, e cinquanta meno trentatré fa diciassette. Tra un anno, senza di lui avrò passato il doppio degli anni che ho vissuto con lui. Eppure me li ricordo bene, quei diciassette anni, ne sono rimasto molto legato; qualcuno potrebbe dire che questo scrivere su eventi così lontani con punte di dispiacere, nostalgia e dolore sia patetico e patologico, e forse è così.
Mi manca ancora, come mi mancava quando si assentava in vita.
Ogni estate trascorrevamo un paio di mesi in Calabria e Sicilia, dai parenti, e papà ci raggiungeva solo nelle ultime due settimane. Mi mancava. Così come quando andò un paio di settimane a Firenze, durante l'alluvione del 1966. Avevo cinque anni, e mi mancava molto. Ma avevo la consapevolezza che sarebbe tornato, e tornava puntualmente. Mi è stato difficile, a diciassette anni, pensare che non sarebbe più tornato. Anche se durante il suo ultimo anno di vita, durante la sua penosa malattia, qualche volta gli ho augurato la morte. Ora è proprio quel momento, le 19 e dieci del dodici novembre. Quelle sette e dieci di sera sono state un crinale, un valico tra un prima e un poi, e io non sono bravo a fare tutti quei discorsi sul dolore che fortifica. Penso di più al fatto che mio padre per i miei figli sarebbe stato un nonno straordinario. Al fatto che si sarebbe rallegrato delle mie piccole gioie quotidiane e forse avrebbe sorriso con indulgenza dei miei sbagli, sui quali spesso mi logoro.
Ho scritto un libro e gliel'ho dedicato. 
Mi manca il suo modo di raccontare, lento e cantilenante, un po' pedante ma proprio per questo estremamente preciso nel dettaglio. Spesso, mentre lui parlava con qualche amico invitato a cena, lo stavo ad ascoltare, che parlasse di caccia, politica, di qualche ladro o assassino catturato nella Sila, della guerra. Non importa, io stavo ad ascoltarlo. E in seguito, quando si ammalò, stavo ancora ad ascoltarlo, incredulo del fatto che di lì a qualche mese se ne sarebbe andato.
Mi mancano le sue dimostrazioni di affetto: baci, abbracci, ed inoltre a lui piaceva tenermi sulle ginocchia.
A distanza di trentatré anni penso a lui con maggiore serenità, anche se a volte mi manca ancora.
Negli anni immediatamente successivi alla sua morte, l'ho sempre sognato malato.
In seguito l'ho rivisto sano, positivo, concreto, e questo mi fa piacere.
Tre anni fa ho attraversato tutta la Sicilia in bici, da Trapani a Milazzo, fino alla sua tomba.
E da quel momento me lo sono rivisto sorridente.
Ciao papà, ovunque tu sia, e anche se tu esistessi solo nella mente di chi ti ha voluto bene, ci sei.
Ci sei

venerdì 4 novembre 2011

Terraferma, di Crialese

Quando esco dal cinema con la consapevolezza di aver visto un buon film, ho la sensazione che nel periodo a seguire la mia vita sia più lunga. 
E' una sensazione effimera, ma non importa. L'importante è che le immagini a seguire del dopofilm mi appaiano più vivide, e altrettanto importante è il fatto che io riesca a dare più senso a ciò che sto vivendo e facendo. Durante il ritorno a casa, reduce dal buon film, ho avuto ai miei lati le montagne, nella completa oscurità violata esclusivamente dai fasci luminosi dei fari della mia auto. Queste montagne mi rassicuravano, mi davano un senso di protezione, così come durante il film le immagini notturne del mare, un mare buio e misterioso, mi facevano star bene. 
Il mare è la causa dell'isolamento di Lampedusa, nel bene e nel male. Il mare è il fluido nel quale scorrono i pesci, le barche, gli immigrati, gli innamorati. 
Il vecchio è il capo che sottostà alle regole del mare e non a quelle più fluttuanti dell'uomo. 
Il giovane ascolta e rispetta il vecchio, ma lo fa con insofferenza. 
Il giovane si muove a tentoni, non ha punti fermi - come in un mare - e ondeggia da una posizione vicina al vecchio ad un'altra più qualunquista. 
Ci sono due donne, una bianca e una nera, che parlano poco, ma che si capiscono alla perfezione. Una ha il marito morto, l'altra ce l'ha lontano - praticamente la stessa cosa - su una terraferma quasi irraggiungibile che sa di America o di Atlantide, nonostante sia Torino.
Gli immigrati cercano Lampedusa, ma non è nemmeno rappresentata sul mappamondo, troppo piccola ed insignificante. Un mondo fluido, questo, delimitato costantemente dall'acqua. 
I turisti non hanno punti fermi, rappresentano l'oca giuliva della situazione, sono agli antipodi del vecchio, e non capiscono, anzi, fingono di non vedere o sentire l'ansia e le urla degli immigrati, sono troppo impegnati a non guastare la loro settimana di vacanza. 
Non capisce nemmeno il solerte comandante della guardia di finanza, troppo impegnato a far rispettare le regole in una cosa molto più grande di lui. 
La nascita, e la morte, entrambi questi aspetti fondamentali dell'esistenza - la creazione e la cancellazione di essa - gravano sulle storie di questi immigrati, e sui cortocircuiti che generano con gli abitanti dell'isola.
Un finale aperto, che continua a farmi pensare, anche in presenza, lungo il mio tragitto, della silhouette di questi monti per me estremamente rassicuranti.
Se io stessi in Africa e non avessi da dare da mangiare alla mia famiglia, farei esattamente come loro: cercherei una soluzione disperata di fronte ad una certezza quasi matematica di morte, lo farei soprattutto per i miei figli. 
Se io fossi un vecchio pescatore, cercherei di far rispettare il codice non scritto del mare. 
Se io fossi un giovane, cercherei a tentoni una via, forse quella del nonno, oppure cercherei l'amore in una di queste inconsapevoli turiste. 
Se io fossi una donna dell'isola, continuerei ad aspettare un uomo e a scrutare il mare, oppure cercherei altri lidi, forse più insignificanti ma meno ruvidi ed aspri. 
Una terraferma, insomma.

martedì 1 novembre 2011

Sono l'ultimo a scendere, recensione

Una segnalazione. Nel sito "Bottegadilettura", ho rispolverato una mia recensione del libro "Sono l'ultimo a scendere", di Giulio Mozzi. Ve lo consiglio.
Buona lettura

lunedì 24 ottobre 2011

El camino del Norte 9: il punto di arrivo



Sabato due luglio 2011, ore sette. 
Oggi gran parte delle cose che faccio sono definitive. Mettono un punto alla storia. L'ultima volta, di questo viaggio, che monto i bagagli sulla bici, che faccio una colazione abbondante, che mi trovo in queste strade abbigliato in modo bizzarro, e così via. Perfino i gesti routinari, come quello di cambiare riquadro della cartina piazzata sulla borsa davanti al manubrio, assumono un carattere solenne, che si aggiugono alla solennità di un arrivo, al raggiungimento di un obiettivo. 
Mi accoglie, in strada, una nebbia feroce, una di quelle nebbie che non ti fanno pensare a nient'altro che al metro successivo da percorrere, e che ti fanno rimandare la contemplazione del panorama al momento in cui il sole avrà la meglio. Controllo più volte il fanalino posteriore - è vitale - e mi metto la giacca a vento arancione, la più sgargiante che ho. Per fortuna è deserto tutto intorno. Baamonde è un villaggetto immerso in un bosco, uno dei tanti, della Galizia. A fronte di questa mancanza di visibilità, di questo silenzio ovattato dall'umidità, i miei pensieri prendono percorsi tortuosi, di quelli che arrivano al lunedì, che si soffermano su come sarà diversa la mia giornata, inzuppata di lavoro, orari, famiglia. Tutto ciò che sto vivendo adesso, che in questo preciso istante assume un'importanza vitale - le ruote gonfie, gli zaini ben legati, la catena ben oliata, la soluzione salina, l'acqua in borraccia - si ridurrà ad una parentesi, sempre più insignificante via via che trascorreranno i giorni a casa, avidi di priorità del tutto diverse.
Dopo un paio d'ore in solitudine, ecco il sole, improvviso, senza una soluzione di continuo. I boschi assumono un aspetto più rassicurante, sembra quasi che gli alberi della foresta oscura di qualche minuto prima se ne siano andati  in un posto lontano, in barba alle loro inamovibili radici.
Attraverso, di tanto in tanto, piccoli villaggi di cui mi resta solo il nome: Gutiriz, Teixeiro, Correidoiras, Torneiros. La strada, costantemente in altopiano sui 400 metri con continui salisccendi, lambisce case isolate vicine a pascoli. In una di queste c'è una bambina bionda con in mano un pupazzo, seduta sulla soglia di ingresso, che mi scruta mentre passo. Lei ha i boschi e la pace, ma non ha relazioni con altri bambini. Quanto tempo passa su quello scalino? Che farà d'inverno con il maltempo e la notte precoce? Quanti chilometri dovrà percorrere ogni giorno con il pulmino per raggiungere la scuola? Se ne andrà un giorno o rimarrà ringraziando il giorno in cui è nata qui?
Ecco Arzua. Qui mi ricongiungo al cammino ufficiale che ho percorso nel 2007 , e tutto cambia.  Pellegrini a piedi, in bici, a tratti è un brulichio frenetico. Si respira aria di Santiago, a soli 40 chilometri da qui, anche se chi va a piedi potrrà arrivare a Santiago solo dopodomani, o nella più rosea delle previsioni domani sera. L'aria qui è calda, qualche pellegrino a torso nudo, alcuni con fasciature ad un ginocchio, altri con passo incerto. Altri venti chilometri, quasi due ore con una sosta a base di cocacola e bocadillos, e raggiungo la periferia di Santiago, la zona dell'aeroporto. Qui c'è un flusso biblico di persone. E' un continuo scambio di "Buen camino" e "Ugualmente", esattamente come quattro anni fa. 
Via via che ci si avvicina, si avverte un gradiente di concentrazione in crescendo di emozione, attesa, stanchezza. Il monte Gozo è l'ultima asperità consistente, con degli strappi che arrivano al venti per cento su sterrato. Le antenne della televisione, un bizzarro piedestallo trapezoidale che sormonta una croce, una recinzione metallica tappezzata di centinaia di croci fatte di aghi di pino, sono dei flash che preludono alla vista sulla città. Sì, si vede anche la cattedrale. Discesa a capofitto, di tanto in tanto si avvertono urla di pellegrini festanti in odore di arrivo. Una viabilità trafficata a cui non ero più abituato, pellegrini dappertutto, suonatori, saltimbanchi, funamboli nelle piazze del centro storico.
Eccola. La cattedrale.
Scene di giubilo, zaini e biciclette sparsi in ogni angolo. La gioia dell'arrivo. Devo assaporare ogni espressione di chi mi sta intorno, concentrarmi sui suoni, e contemporaneamente su me stesso.
Rimango qualche minuto sdraiato supino nella piazza, ogni cosa mi dà gioia: l'azzurro, le urla degli arrivi, una chitarra, la campana delle cinque e mezzo. 
Mi rialzo, vado a farmi timbrare la credencial, a ritirare la Compostela. C'è una fila ordinata lungo le scale di un austero palazzo, dopo una  ventina di minuti mi viene consegnata la pergamena. Alle sei entro in cattedrale per la messa; la composizione dei pellegrini richiama al mondo intero, di ogni razza e pelle e religione. Nonostante siano molti anni che non frequento più una chiesa, decido di partecipare alla comunione, e mentre sto inginocchiato mi prende una commozione che mi fa traboccare gli occhi, sebbene chiusi, di lacrime.
E qui c'è il punto. 
La fine di un viaggio che divide un prima da un poi, e con essa la fine di questa storia che mi pone un interrogativo. Che cosa racconterò domani? Avrò ancora qualcosa da raccontare, qualcosa di significativo degno di essere scritto e letto, a chi passa di qui?
Buen camino.
Buen camino a tutti voi
Buen camino, davvero.



domenica 16 ottobre 2011

El camino del Norte 8: come l'autobus al volo




Oggi, primo luglio 2011, mi sono alzato alle sei e venticinque. Il fatto è che ieri sera, mentre aspettavo la mia zuppa di pesce, stavo guardando con un po' di disagio la strada ancora da percorrere, ed ero giunto alla conclusione che se non avessi forzato la mano sul chilometraggio odierno, non sarei giunto per domani, il due di luglio, a Santiago. E così ho programmato un tappone da centocinquanta chilometri infarcito di continui saliscendi, una decisione che ricorda quella presa da Fantozzi che vuole rimediare al tempo perso per un imprevisto mattutino manifestando l'intenzione di prendere l'autobus al volo.
Il padrone dell'albergo mi accompagna al garage dove tenevo la bici, il tempo di caricare i mei simpatici venti chili di bagaglio, e alle sette sono già in partenza. Luarca, cittadina godereccia affacciata su un porticciolo variopinto, è ancora silenziosa ed impastata di sonno, così come il suo mare.
La N-634 costeggia nel primo tratto l'oceano, che appare e scompare di continuo, quasi giocasse a nascondino. C'è un vento fresco, sole, e il nastro di asfalto che si srotola sotto la bici. 
Ogni tanto, quando provo sensazioni di viaggio nettamente positive, mi dimentico di essere un'accozzaglia di cellule e penso di essere solo movimento, inconsapevole del mio respiro, delle gambe che stanno pedalando, del mio sguardo costantemente fisso sulla strada. Mi capita più frequentemente la mattina presto, col silenzio, le ombre lunghe, e quando mi capita avverto gratitudine nei confronti del mondo intero. Proprio come ora.
La strada raggiunge Castropol, l'estrema propaggine della Cantabria, e piega verso sud costeggiando il fiume Ribambo. Decido di piegare a sud per evitare l'attraversamento del fiume dal ponte per Ribadeo, un ponte estremamente trafficato, imponente, che si vede da decine di chilometri di distanza. A Castropol scendo per una stradina che mi dà indicazioni per la oficina de turismo, dove chiedo una cartina e mi faccio timbrare con il sello la mia credencial. L'oficina si affaccia sull'enorme estuario del Ribambo. C'è bassa marea, e dei bambini lanciano sassi nell'acqua. Complice la fanghiglia e le alghe, i sassi affondano lentamente, e questo non lascia dubbi ai bambini su chi abbia tirato il sasso più lontano. 
Mi spingo a sud, dicevo. Questo è il primo netto cambiamento di direzione del mio viaggio, ed inoltre abbandono l'oceano. 
Quasi a voler sottolineare questo allontanamento, cala improvvisamente il vento. Percorro la riva del fiume fino a Vegadeo, dove c'è l'altra opportunità di attraversamento con un ponte più dimesso e sgangherato. Ora sono in Galizia. 
Da qui, prendo una stradina solitaria: questa attraversa la gobba di un alto che congiunge la valle dove mi trovo con quella in cui si dipana la Nacional 634. Raggiungo con una salita pedalabile a pendenza costante il punto più alto a 450 metri, e c'è una chiesetta immersa nel bosco. Da un palo vicino due fili zeppi di bandierine raggiungono le estremità del tetto della chiesa. Forse un  passato matrimonio, forse la festa di un santo. 
Discesa a capofitto, e raggiungo, all'altezza di Lourenzà, l'altra valle e la N-634. Prima di Mondonedo la strada ricomincia a salire. Sale costantemente, con un traffico imponente. Troppo traffico, ci sono anche molti camiones. La strada sale costantemente con pendenze medie del 10 per cento. Questo è uno dei tratti più brutti che mi tocca fare. 
Mi prende anche un po' di paura. 
Nessun camion o auto mi passa particolarmente vicino, per fortuna, anche se il rombo dei motori e l'emissione dei gas di scarico in salita è insopportabile, ma la paura dipende dalla possibilità che mi possa distrarre per un attimo e deviare verso il centro strada, dal fatto che i miei nervi mollino, che le mie mani non reggano più saldamente il manubrio. Raggiungo l'Alto do fiouco, a quasi settecento metri, dove sulla sinistra vedo un imponente parco eolico, con  annesso il sordo rumore delle pale. Poi discesa con altrettanta paura, sempre per il traffico, per fortuna più breve in quanto più veloce. 
In questi tratti, invece, mi domando perché mi sia imbattuto in rischi del genere. 
Il voler finire l'intero tragitto in una settimana è una delle possibili risposte, che non mi ha dato l'opportunità, oggi, di seguire stradine più tranquille, dove passa l'itinerario ufficiale del camino del Norte. 
In altre occasioni, nei miei viaggi, ho preferito, come adesso, cercare di percorrere lunghi chilometraggi per nutrirmi di più panorami possibili, a discapito di un percorso più cadenzato e intervallato da maggiori esperienze di relazioni umane. Insomma, a posteriori penso che questo tratto di nacional lo avrei dovuto evitare.
Per fortuna, come dopo un brutto sogno, la strada addolcisce e il traffico cala bruscamente. Sono le sei, in altre tre ore e mezzo raggiungo prima Villalba, poi Baamonde. Baamonde è un paesino minuscolo, con un crocevia, quattro case, una chiesa. Ho il rammarico di non aver dormito al  bellissimo albergue del peregrino, qui - mi dice il gestore che mi saluta in strada - mi avrebbero accolto anche se sono quasi le dieci. Invece avevo già prenotato telefonicamente in un albergo a ridosso di una stazione di servizio, una specie di autogrill. Ma, tutto sommato, non mi va male: la signora, che gestisce anche il ristorante, è molto gentile, e il suo baccalà alla galiziana è fantastico, e la camera piccola ma pulita ed accogliente.  Il tutto immerso in una Galizia di bosco, una Galizia fiera del suo incomprensibile dialetto, delle sue tradizioni, delle sue musiche. Una Galizia inzuppata da frequenti piogge, invasa da peregrinos che vogliono raggiungere Santiago. Oggi ho preso l'autobus al volo, e la possibilità di raggiungere domani la cattedrale di Santiago diventa più concreta.
Buen Camino




domenica 9 ottobre 2011

Undici

Undici


Quell'anno, il 1971, la Pasqua sarebbe caduta l'undici di aprile. Lo sapevamo bene, a scuola: una settimana di vacanza, a partire dal giovedì precedente, l'otto. Lo sapevamo bene, a dottrina: ci stavamo preparando alla prima comunione. E la domenica delle Palme, dopo la messa, l'annuncio di Suor Franca: Giorgio, Stefano, Franco, Marco, e altri otto nomi compreso il mio. Riserva: Marcello. I dodici apostoli - più la riserva che sarebbe stata in panchina, ovvero seduto nella panca della chiesa atto a rimpiazzare eventuali indisposizioni - avrebbero partecipato alla lavanda dei piedi nel pomeriggio di giovedì santo, alle ore 17. "E' importante" disse Suor Franca "e venite con i piedi lavati, la lavanda che vi farà Don Ivo è simbolica."
Il giovedì seguente, dopo la campanella, il portone della scuola si spalancò vomitando ragazzini chiassosi e festanti. Pareva una prova generale di ciò che sarebbe accaduto l'ultimo giorno di scuola. Per i compiti, se ne sarebbe parlato il martedì seguente, sempre l'ultimo giorno utile. Era aria di festa. Si formò un capannello di ragazzini gioiosi per fissare il ritrovo pomeridiano. "Al campo degli ulivi alle tre". Il campo degli ulivi era adibito a campo di calcio, anche se si doveva evitare un paio di alberini a centrocampo, e la partita sarebbe stata:"Quinta D contro quinta F".
Io ero nella D, e non ero dei più dotati per il calcio; fin da quei giorni mi ero accorto di avere una resistenza alla fatica superiore a quella dei miei coetanei, e quindi potevo dire la mia in bici e nella corsa prolungata, ma non avevo la grinta di buttarmi in un contrasto di gioco, di tirare di testa, di calciare una punizione efficace, insomma ero - per la nostra rudimentale concezione di gioco del calcio - uno di quelli da difesa, come se fosse buona cosa piazzare gli scarsi a incassare gol, o meglio ancora ero da panchina.
Quel pomeriggio si presentò un gran numero di ragazzini al campo, compresi alcuni spettatori di altre sezioni, tanto da garantire una partita con numero regolamentare, e noi della D eravamo in dodici. Io mi tirai fuori subito, prima che me lo dicesse qualcun altro. Del resto sarei dovuto andare alla lavanda dei piedi.
La partita cominciò, e io mi stesi sul prato insieme con Pasquale, il mio amico della F, anche lui fuori dai giochi. Avevo tre quarti d'ora prima di avviarmi verso la chiesa. Mentre parlavamo io e Pasquale, il nugolo di giocatori che inseguiva come uno sciame la sfera magica(gli schemi erano completamente saltati al secondo minuto di gioco) di tanto in tanto esultava per metà e imprecava per l'altra metà, raggiungendo rapidamente il punteggio di due a due. Alla mezz'ora Alessandro Marchettini stava per entrare in area avversaria palla al piede, quando venne sgambettato. Alessandro volò, grattugiando il ginocchio sul terreno sconnesso. Pianti, sangue, Alessandro non se la sentiva più di proseguire, si avviò zoppicante verso casa, inoltre rigore non concesso perché quelli della F se la cavavano bene con i discorsi. Sconcerto nelle file della D. Gli occhi puntati verso me. "No, ragazzi, devo andare alla lavanda, alla messa." "E dai." "No" "Dai." Anche quelli della F insistevano. Alla fine mi trascinarono in campo con la promessa di finire la partita al più presto, ovvero nel momento in cui una delle due squadre avesse segnato. In fondo quattro gol in mezz'ora...un altro gol entro un quarto d'ora sarebbe stato estremamente probabile. Che non arrivò."Ragazzi, devo andare..."
"Non ti ci provare" mi disse Stefano, che era il doppio di me."Al gol finiamo."
Stefano aveva quel modo di fare estremamente convincente, e rimasi. La partita di calcio si trasformò nello stallo di una partita di scacchi, le porte erano incantate, una specie di campi elettromagnetici che respingevano qualsiasi cosa potesse assomigliare ad una sfera. "Che ore sono?" chiesi a Pasquale a bordo campo. "Le cinque e cinque."
"Non è che ci potresti andare tu?" "Ma sei matto?" "E poi io la comunione la faccio il prossimo anno." Avvertii un senso di profonda inquietudine, cercai di consolarmi  pensando a Marcello, la riserva, e poi ormai non avevo nemmeno i piedi puliti, ed ero un bagno di sudore. Come se tutti gli altri lo facessero apposta, la partita si  prolungava senza il gol. Ormai erano le cinque e mezzo, stavo in difesa cercando di fronteggiare il Poli che si preparava ad un tiro da fuori area, ma scivolò in modo ridicolo. Non mi restava che prendere la palla; arrivai in prossimità degli alberi a centrocampo, e da dietro di uno di essi, cercai di fare una specie di cross in area. Presi la palla di collo pieno, e invece di raggiungere i miei compagni appostati, la sfera si diresse in modo maligno verso la porta, insaccandosi dietro il portiere incredulo. Il sospirato golden goal, partito da un mio tiro a banana. Il mondo si era fermato, bisognava che riscrivesse in fretta un copione imprevisto.
Dopo due tre secondi di silenzio assoluto, tutti corsero verso di me, mi abbracciarono, ero l'eroe del giorno. Non avevamo mai vinto contro la F, e così i miei compagni fecero una colletta e mi offrirono una spuma bionda al Bar Stella. Risate, scherzi, commenti del dopo partita. Ci salutammo alle sei e mezzo.
La mia mamma mi aspettava sull'uscio. "Suor Franca ha telefonato tre volte, dove sei stato?"
"Io...ma Marcello non c'era?"
"La suora ha telefonato tre volte." Ebbi paura, la mia dolce mamma era paonazza e con gli occhi spiritati. Cominciai a piangere come una fontana, farfugliando vigliaccamente qualcosa sul fatto che non mi avevano lasciato andare, ma senza grande convinzione.
"Ora vai dalla suora."
"Cosa?"
"Vai. Glielo dici tu quello che hai fatto."
Avrei preferito che mia madre mi picchiasse a sangue, ma non mi sfiorò nemmeno.
Erano le sette e mezzo, era già buio, e con i passi pesanti raggiunsi il convento.
Suonai, la mano tremava come il campanello.
Il portone si aprì, chiesi di Suor Franca.
Arrivò a passi svelti e mi urlò contro. "Non è mai successo! Undici! Undici apostoli con don Ivo! Che vergogna!"
"Ma Marcello..." replicai singhiozzante.
"Marcello non c'era! E tu, tu...tu c'eri! Sì, c'eri anche tu! Eri Giuda!"
"Io...mi dispiace, io pensavo che Marc..."
"E finiscila con Marcello! Marcello non c'era! Ma tu avevi preso un impegno solenne! Dove sei stato?"
"Io...non mi hanno fatto andare via, la partita, non finiva più, io mi dispiace tanto, io..."
Non riuscii più a parlare dai singhiozzi. La suora si avvicinò a me e mi avvolse con le sue braccia corpulente. Mi persi con la testa tra le pieghe dei suoi drappi neri e sentii un gran calore. Continuai a mugolare e singhiozzare per un po', pian piano mi calmai.
Doveva essere stata una giornata dura per lei, pensai.
"Non importa", mi disse. Mi tenne abbracciato, stretto per qualche minuto. In silenzio, all'imbrunire.
 

giovedì 6 ottobre 2011

Le mie foto di eroica 2011









Dopo 205 chilometri di stanchezza, fame, sete, sonno, freddo, caldo, gioia, felicità, lascio il posto solo a qualche immagine. Le parole sono inadeguate. Grazie eroica

martedì 27 settembre 2011

El Camino del Norte 7: la curva






Giovedì 30 giugno, mattina. Prima di addentrarmi nel percorso di oggi, girello per il lungomare di Gijon. Ci sono nuvole, l'aria è fresca, per oggi le previsioni danno un tempo variabile, ma senza pioggia; è un sollievo saperlo, visto che negli ultimi tre giorni l'acqua mi ha sempre fatto compagnia. Mi soffermo nella piazza centrale, alcuni bei palazzi le fanno da cornice, e i tanti fiori fanno da cornice ai palazzi. Lascio il centro, vado verso una strada che sale, taglia una collina ed arriva ai trecento metri. Si inizia un percorso rugoso per ciò che riguarda l'altitudine e anche per le curve, e in trenta chilometri si raggiunge Aviles, una città abbastanza grande appollaiata intorno ad un grande estuario. Le strade sono trafficate; credo che dipenda dal fatto che l'autovia corre un po' più a sud, e non è facilmente raggiungibile dai paesini successivi a Gijon. Da qui in poi la fascia costiera si restringe, e le strade locali, la N-632 e la autovia A8 si intrecciano continuamente. Di tanto in tanto mi trovo sulle locali, poi sulla Nacional, dove i camiones mi intimoriscono un po'. Per fortuna la strada si avvicina al mare, e i panorami sono molto suggestivi. A costo di risultare noioso, ripeto che la caratteristica per me più sorprendente di questa costa è la vegetazione lussureggiante che quasi si tuffa in acqua. E così la campagna, gli allevamenti, le fattorie, anche tutto questo si trova a pochi passi dal mare. Molte case possiedono gli horreos: una specie di palafitte su terraferma dove venivano conservati i viveri al riparo dagli animali predatori. Sono quasi sempre in legno, anche se alcuni hanno i quattro pilastri in pietra, e molti di questi edifici sono sghembi, pare che debbano cascare su un lato da un momento all'altro. Dopo alcune ore di pedalata, un cartello mi avverte che a causa di lavori sulla A8, la N-632 viene utilizzata come autovia, e devo uscire al primo svincolo. Che mi fa fare una discesa vertiginosa, raggiungendo in breve tempo il livello del mare. Dopo aver dato un'occhiata alla cartina, mi scoraggio: la strada sale e scende di continuo, percorrendo a zig- zag dei boschi che si trovano sotto la sopraelevata autostradale. Il viaggio improvvisamente rallenta: un po' troppo, visto che ho due giorni e mezzo per raggiungere Santiago. Vado avanti per inerzia, e in questo momento non mi rallegra nemmeno il paesaggio boschivo. All'improvviso, dal nulla si materializzano tre ragazzini con la mountain-bike. Avranno quindici anni, sì e no. Mi pungono nell'orgoglio, li seguo, riesco a stare in coda al gruppo. Ogni tanto si girano verso di me con l'aria divertita. Mi diverto anch'io. La strada riprende a salire, li seguo, fino alla sommità di una collina, e cerco di star loro vicino anche nella seguente discesa, circa una decina di metri distante. Percorrono le migliori traiettorie, sembra che conoscano anche i sassi. La discesa è lunga, la velocità aumenta. Arranco, ho un po' paura ma sto vicino a loro. Ecco arrivare la meraviglia: una doppia curva destra-sinistra, poi tutti e tre allargano sull'altra corsia - vanno così in sincronia che sembrano uno stormo di uccelli - e affrontano un tornante a U a destra costantemente piegati, con un ginocchio che quasi tocca l'asfalto. Sono bellissimi. Chissà quante volte hanno percorso quel tornante. Li vedo ancora nella mia mente al ralenty. Curva a sinistra lieve, poi si piegano decisi, insieme, come una pattuglia di volo acrobatico, dall'alto dei loro quindici anni. Niente può accadere loro in quell'istante, li protegge la bellezza ed il coraggio. E la sfrontatezza, hanno il mondo nelle loro mani. Siamo al fondovalle, si rialzano sui pedali, divertiti ed eccitati si scambiano le loro impressioni su La curva. Li raggiungo e continuo ad ammirarli. Salgo insieme con loro, il loro gesto mi ha regalato una grande energia. Sorridono, per niente spaventati da un cinquantenne suonato che ricambia il loro sorriso. Alla fine della salita piegano verso un gruppo di casette, uno qualunque di quegli agglomerati di casette sperduto in mezzo alla Cantabria; ma per me non è più uno qualunque: è l'agglomerato dove vivono quei tre fantastici ragazzi. Io proseguo oltre e ci scambiamo ampi gesti di saluto.
La strada serpeggia tra bosco e riviera fino a Luarca, un paese con un bellissimo porticciolo e tante casette colorate affacciate sull'acqua. Alle nove e mezzo, dopo 115 chilometri non facili mi precipito in albergo con quella curva e quei tre ragazzi scolpiti nella mente, un ricordo che riesce ad alleviarmi qualsiasi tipo di stanchezza.
Buen camino

lunedì 19 settembre 2011

San Pellegrino in Alpe, sette mesi dopo. Il sequel



Per uno come me, cresciuto sulla riva di uno scoglio e alle pendici del monte Massoncello, avere l'opportunità di arrivare con le mie gambe a San Pellegrino in Alpe è una grande gioia. Opportunità, ho scritto. Infatti ci avevo provato a febbraio scorso, ma a due tornanti dall'arrivo ero sceso di bicicletta, percorrendo gli ultimi metri a piedi. Oggi è il 30 agosto e ci riprovo, non prima di essermi esercitato a staccare più volte e il più rapidamente possibile gli scarpini dagli attacchi dei pedali; infatti una delle mie paure è quella di non farcela più e non poter sganciare i pedali in un tratto ripido, con il rischio di cadere. Stavolta parto dalla stazione di Castelnuovo con la bici in carbonio e con un rapporto non proprio tenerissimo: il 39x27, ma è il più pedalabile di cui posso disporre. La giornata è ideale: venti gradi, poco vento, sole, e niente traffico, essendo un giorno feriale. Non ho scuse, insomma. Tutta la salita si può dire un preludio agli ultimi due chilometri e mezzo, un preludio fatto di salita ripida ma non impossibile. Gli unici rumori percepibili sono il mormorio del vento tra gli alberi, il canto degli uccelli, il mio respiro.
Eccolo. Il cartello preannuncia la pendenza al 18%. Mi alzo sui pedali, il mio affanno cresce a dismisura. Supero il primo muro lungo circa cinquecento metri, la salita si addolcisce lievemente e mi illude che la parte dura sia ormai finita; eppure dovrei ricordarmi la sofferenza della volta precedente, non dovrebbe essere una sorpresa. Un'altra illusione è, dopo poco, causata dal fatto che alzo gli occhi e vedo delle case: l'inganno e la speranza sono la convinzione che quelle case siano l'ingresso di San Pellegrino. Due tre tornanti e raggiungo le case, ma San Pellegrino è molto più su, e ricomincia un altro muro senza tornanti. E' durissima. Provavo una fatica simile quando facevo i 5000 e 10000 metri su pista in atletica leggera. Ma avevo diciotto anni, ora ne ho cinquanta e mi vengono in mente quei trafiletti di cronaca a pagina ventisette, taglio basso: muore ciclista cinquantenne stroncato da infarto, insomma, robe così. Devo ancora andare a fare l'ecg sotto sforzo, mi viene in mente adesso, è un po' tardi. Continuo a salire appesantito da questi pensieri cupi e dall'acido lattico in quantità industriale nelle gambe, ed ecco l'ultimissimo tratto che va fisso al 22%. E' terribile, anche perchè l'inganno finale è dato dai  quattro cinque tornanti in cui la pendenza non cambia minimamente, come se fossero dei finti tornanti. Sembra di vedere un festone di carnevale: se lo tieni da un capo, e tiri dallo spago in basso, si dipana uno zig zag di carta estremo, simile a quelle curve. Una fatica inumana, un rantolo, e il pensiero dominante di tenere duro. Nemmeno quando vedo l'ultimissimo tratto prima della piazza mi illudo di avercela fatta.
Invece sì. Ce l'ho fatta.
Con le pulsazioni a mille, il cuore che mi esce dalla gabbia toracica, un affanno degno di un enfisema scendo dalla bici soddisfatto di essere sceso non prima di essermi trovato davanti al bar della piazza. Una gioia un po' infantile, ma che ci volete fare? Ad una certa età si torna bambini. E la crostata di mirtilli - come quella di Nonna Papera - che mangio al bar mi sembra una degna ricompensa.


lunedì 12 settembre 2011

El Camino del Norte 6: oceano mare








Mercoledì 29 giugno 2011, mattina. Sto già pedalando da un'ora, concentrato sul cambiamento di regione: mi lascio alle spalle la Cantabria che avevo trovato a Castro Urdiales sotto un diluvio ed entro nelle Asturie, poco dopo la campagna di San Vicente. Mi è sempre piaciuto cambiare regione durante un viaggio. Immaginarsi vite diverse sulla base di linee di confine spesso segnate da valichi o da ponti, linee che demarcano usi e linguaggi e tradizioni, ma che si sviluppano anche in assenza di barriere. Come nell'appennino toscano: a Montepiano si parla un dialetto spiccatamente pratese e a qualche chilometro di distanza, a Castiglion Dei Pepoli, si parla emiliano, senza alcun gradiente di concentrazione tra i due modi di parlare. Qui, tra la Cantabria e le Asturie, di diverso c'è l'altezza dei monti dell'entroterra. Si vedono le cime di duemilacinquecento metri dei Picos de Europa che corrono parallele alla costa. Con il movimento della bici le vette assumono prospettive continuamente diverse, essendo sfalsate su tre file, come lo sfondo di un palcoscenico che è vissuto diversamente in base alla posizione dello spettatore. Questo spettatore - il sottoscritto - si farà tutta la platea da est a ovest, con due scenari diversi: sulla sua sinistra i monti, e sulla sua destra l'oceano, un mare forse indispettito dalla impossibilità di influenzare climaticamente estesi territori: si fa sentire solo su una esile striscia di costa, lo sbarramento dei monti è troppo alto e netto. L'Oceano si arrabbia e si infuria con la costa, frastagliandola a più riprese. Lo scenario della costa è, a mio avviso, ancora più suggestivo dei monti. Scogliere, spiagge, falesie, isolotti in mezzo alla bassa marea. E la vegetazione che degrada direttamente in mare. Per oggi lo spettacolo è assicurato, per giunta reso ancor più gradevole dalla assenza di pioggia e dalle nuvole che si rincorrono giocose. Durante il percorso incontro anche tre estuari che vanno nel mare, ed è bello vedere la commistione di acque diverse. In genere l'Oceano, specie se con l'alta marea e con vento di mare, accoglie con diffidenza l'acqua dei fiumi, quasi una specie di concessione, e in alcuni casi è l'oceano ad entrare nei grandi estuari. Come oggi. Nell'ultimo di questi, l'Oceano si insinua nel fiume Sella - a Ribadesella, appunto -  e c'è una stasi tra queste due forze, tale per cui si sono formate dune di sabbia, insenature, e belle spiagge. Più in là riprende vigore lo scoglio, ce n'è uno forato, un arco in mezzo al mare. Le ore trascorrono sulla bici, fatta eccezione per brevi pause con cocacole, bocadillos y tapas. Le frittate di patate, che buone. Si fanno le otto di sera e devo affrontare un'ultima fatica: Una serie di saliscendi con una specie di valico a 500 metri che mi separa da Gijon, meta ultima di oggi. Via via che salgo, c'è un vento fresco e sole. E ombra frammista a sole. Non so come spiegare. Forse le piogge dei giorni precedenti hanno ripulito l'aria e si vedono i contorni più netti, che contrastano con i morbidi chiaroscuri che in genere si apprezzano al tramonto. E' una luce gialla, sembra mattina. Comincia una lunga discesa che mi porta sulla riva del lungomare cittadino di Gijon. Il resto è pura cronaca: albergo, doccia, cena di milioni di calorie. Il vantaggio di mangiare quasi alle undici di sera? Chiedete la zuppa di pesce, vi daranno un pentolone enorme, quello che è rimasto della zuppa di tutta la serata di lavoro. Con buona pace del cameriere piuttosto stupito di riportarlo via praticamente vuoto. Qui c'è lo spettacolo della escanciada del sidro: un cameriere che non fa altro nella vita, passa per i tavoli a riempire i bicchieri di sidro, versandolo dalla bottiglia più in alto possibile e facendo inspiegabilmente sempre centro.
Due passi nel centro di Gijon, c'è un bel centro medievale con una piazza piastrellata in ceramica, tanti vasi di fiori, un arco in pietra grigia che dà accesso alla piazza .
E poi l'albergo, a nanna. 
Buen camino

mercoledì 31 agosto 2011

El camino del Norte 5: quanta pioggia può contenere il cielo cantabrico?







28 giugno, mattina. Un bel risveglio con  la finestra aperta, il sottofondo di onde placide e uccelli marini. Dalla terrazza vedo una donna con un vestito bianco svolazzante che passeggia sulla riva dell'Oceano, una specie di fantasma. Dopo il recupero della bici e dei vestiti e scarpe bagnate della sera prima nel locale delle caldaie dell'albergo, dopo una colazione da qualche migliaio di calorie, carico i bagagli e faccio un giretto nel paese che ha un centro storico - castello compreso - tutto addossato al mare, sembra quasi che ci si voglia tuffare. Poi mi dirigo verso la N 634 che mi terrà compagnia per tutto il giorno. L'immissione nella nacional è - e ti pareva - molto più in alto del paese con dei tornanti stile Stelvio. Con asfalto viscido e macchine che mi sfrecciano accanto un po' troppo vicino. Beh, potrebbe piovere, direbbe il fido servitore Igor del dottor Frankestein. E infatti. Comincia a piovere, continua a piovere, e quando sei tutto bagnato nonostante guanti, K-way in goretex, cappello, dopo un po' ti rassegni e vai avanti. Sperando che l'acqua nel cielo ad un certo punto possa finire. Quanta acqua può contenere il cielo della Cantabria? L'acqua mi arriva di sotto, di sopra e di fianco, il sinistro. So che se oggi non arriverò alla meta programmata, difficilmente potrò arrivare a Santiago con la sola forza delle mie gambe entro sabato. E' solo questo pensiero che mi fa andare avanti. Un pensiero forse un po' infantile: arrivare a Santiago. Questo imperativo categorico viene trasmesso dall'encefalo ai miei nervi motori delle gambe e delle braccia, trasdotto in flessioni e estensioni muscolari, trasmesso sui pedali, catena, moltiplica, rocchetto, ruota posteriore, movimento, avvicinamento a Santiago. Non  riesco a procedere organicamente nella narrazione di questa giornata: i ricordi di questa giornata sono  pesantemente condizionati dalla pioggia. Una pioggia come quella narrata da Forrest Gump in Vietnam: fine, pesante, con vento, senza vento, con temporale, con il sole, senza sole, con o senza foschia, nebbia. Eppure riesco a percepire la bellezza di una marea dove, in mezzo ad una duna, vedo una decina di ragazzi in muta con la tavola da surf che guardano costantemente il mare in attesa di buone onde; vedo per l'ennesima volta un'aquila, e l'emozione è forte quando la vedo vicina mentre spicca il volo; vedo l'erba che degrada dolcemente - chissà se continua anche sott'acqua? - sulla riva di una insenatura del mare; vedo strisce di fiume confondersi in mare, una barca a vela che procede placida verso il grande estuario(come il finale del film "Lampi sull'acqua. Nick's movie" di Wim Wenders). 
La pioggia stinge i contorni e i bordi e i colori: alberi e dune che circondano uno stagno al di là di una staccionata assomigliano ad un acquarello più che ad una immagine reale.
A metà percorso mi cambio nella toilette di un bar mettendomi indumenti asciutti, una nuova giacca a vento ed è un sollievo. Pedalo fino alle dieci e mezzo di sera, arrivo dopo 128 chilometri a San Vicente de la Barquera: il suo centro storico ha strade con acciottolato risalente al medioevo, una bella chiesa. Nella parte bassa, più turistica, sul bordo di un estuario attraversato da un lungo ponte risalente al xv secolo, c'è il mio albergo. Ho fame, sonno, freddo, sono stanco e contento. 
Buen camino