Era
stato un bel Natale, pensò.
Ebbe
la speranza, per la prima volta, che le cose si sarebbero aggiustate;
chiedeva solo un po' di serenità, eventualmente qualche brandello di
felicità, tutto qui. Era di ritorno da Fiumalbo, era il 25
pomeriggio, tecnicamente il Natale non era ancora finito. Erano stati
tre giorni diversi, giorni in cui era riuscito a allontanare le ombre
che lo accompagnavano dovunque, e gran parte del merito di questa
acquisita leggerezza era dovuto ai suoi vecchi amici. Tre giorni
contro tre tragici anni, una sproporzione schiacciante, ma almeno per
la durata di quel viaggio stava funzionando.
Angelo stava guidando in mezzo a neve e ghiaccio, per nulla
preoccupato, anzi, felicemente inzuppato dei ricordi di quei tre
giorni. Stava tornando a Lucca.
Il
paesaggio era in continuità con ciò che aveva lasciato a Fiumalbo;
anche se le case avevano lasciato il posto ai boschi, il candore e il
silenzio erano identici. Arrivò al passo delle Radici, e per tornare
a casa decise di fare la strada più impervia ma più breve, in
direzione San Pellegrino in Alpe, visto che il suo Suv 4x4 e le gomme
da neve si stavano comportando egregiamente.
Un
chilometro di salita, e arrivò al valico, da dove cominciò una
ripida e scivolosa discesa; percorse solo un centinaio di metri e in
mezzo alla nevicata abbondante, scorse delle luci lampeggianti. Vide
una macchina ferma sul ciglio della strada con le ruote anteriori
fuori della carreggiata e i finestrini appannati. Angelo si affiancò,
abbassò il finestrino di destra e intravide nel sedile del guidatore
una donna dall'aria atterrita che fece una specie di saluto
imbarazzato, che Angelo interpretò come una richiesta di aiuto. La
donna abbassò il finestrino, squadrò Angelo e con voce affannata
cominciò a parlare: “Senta, mi scusi, la macchina non esce da
questo fossetto, ma non è questo il problema...il più grosso,
intendo...soffro di asma grave, non so se ce la faccio a...potrebbe
salire dall'altra parte?”
“...Sì, certo...aspetti.” Angelo parcheggiò più avanti, arrivò
con passo incerto all'auto, aprì la portiera, infine entrò. La
donna era di mezza età, stava curva in avanti, e respirava in
affanno, emettendo rumorosi fischi e rantoli. “Non ce la faccio a
parlare molto, non respiro, soffro di asma ed enfisema, il telefono
non prende, lo spray per bocca non mi fa niente.” Prese fiato e
riprese a parlare, “ Senta...non so se mi può aiutare...spero di
sì perché sto malissimo e non so se...”, altra pausa “Io ho
sempre con me una flebo e dei farmaci che mi possono risolvere la
crisi, lei è in grado di...”
“Lei...”
tossì e rantolò “...lei ha un minimo di esperienza in campo
medico?” “Sì, signora, sono un medico, sono uno psichiatra
ma...da tanti anni non faccio più un'endovenosa...” La signora si
volse speranzosa con sguardo supplichevole “Ci provi, dottore, sto
tanto male...”
Angelo
trasalì: “Io non so… però vista la situazione, va bene.
Potrebbe spostarsi nella mia macchina? è più spaziosa…”
“
Non ce la faccio a fare un passo… ” gli rispose sgomenta.
“
Dove si trova il necessario?”
“Qui
dietro, vede quella borsa sul sedile?”
Angelo
aprì la borsa, accese la luce sopra lo specchietto, e intanto stava
pensando. “Non faccio endovene da trent'anni, come faccio?”
Passò
un minuto immobile, ripensando a quel paziente. Si era ammazzato, lui
aveva escluso istinti suicidi, aveva rassicurato la famiglia, che in
seguito lo avrebbe denunciato. Fu processato, poi assolto. Prese
congedo, e quando rientrò in servizio, aveva perso qualsiasi
sicurezza.
La
nevicata, intanto, stava infuriando. Trasse un profondo respiro. “Ci
provo, signora”
La
donna stava già preparando il Solu-Medrol. Lui prese la flebo, tolse
il coperchietto, poi aspirò con una siringa il contenuto della fiala
che lei aveva preparato, e la iniettò nella flebo, poi aspirò e
iniettò una fiala di Aminomal. Collegò il deflussore, aprì il
rubinetto e fece uscire le bolle d'aria, e poi chiuse con il
tappino.” Angelo con mani tremanti riuscì ad effettuare tutta
questa procedura. “Ho fatto...”
“...dentro
la borsa c'è il laccio e la butterfly, ora deve trovarmi la
vena...questa è la cosa più complicata...ma ci provi dottore....”
Angelo
scoprì il braccio della donna, mise il laccio e cominciò a
picchiettare sul braccio, non si vedeva la vena, non si vedeva
niente.
“Ci
provi, dottore...”
Angelo
infilò, la signora si irrigidì, tolse l'ago e la infilzò altre tre
volte, alla quinta il tubicino si colorò di rosso. La signora
riprese forza e speranza, e anche lui. “Dottore, grazie!” Angelo
collegò i due tubicini e ruotò, poi tolse il laccio, alzò la
boccia e regolò il flusso.
Dopo
dieci interminabili minuti i rantoli e i fischi cominciarono a
diminuire. Dopo altri dieci stava diminuendo l'affanno.
“Ero
andata a trovare mio figlio, lavora in albergo a Sant'Annapelago, io
dovrei lavorare domani, in un ristorante a Lucca. Il navigatore mi ha
indicato questa strada, la più breve, io lo sapevo che sarei dovuta
passare dall'altra strada, dal Casone; la conosco, l’ho percorsa
tante volte, ma mi sono affidata come una scema al GPS…ho pensato
che avrei fatto prima e perciò...poi la macchina ha cominciato a
sbandare...per fortuna al fossetto l'auto si è fermata. E poi
l'angoscia, la macchina bloccata...mi è venuta l'asma, sempre più
forte...non passava nessuno, sarà da un’ora che sono qui…
sentivo freddo e respiravo sempre peggio. Mi ha salvato la vita,
dottore.
Tempo
fa ebbi un attacco d'asma, andai dal mio medico, uno che mi ascolta
poco. Senza nemmeno visitarmi, mi prescrisse il Bentelan e mi disse
di starmene al caldo. Persi conoscenza sulla via del ritorno, sulle
scale di casa. Un vicino mi vide, chiamò l'ambulanza, ero in fin di
vita. Da quel giorno vado munita di questo armamentario, ma non
riuscirei a trovare la vena. Grazie.”
Angelo
stava impalato con la flebo che teneva alta, la guardava attento.
“Forse
sono io che devo ringraziare lei. Mi ha fatto ritrovare umanità e
empatia. Ho pregato per questa vena. Vengo da un brutto periodo.
Spesso mi rivolgo a chat gpt per avere una conferma della mia
diagnosi, mi consolo pensando che la pensione è vicina. E i dubbi mi
macerano. Oggi, signora, quel tubicino colorato di rosso mi ha fatto
sentire bene, e forse…forse posso ancora fare del bene con il mio
lavoro.”
Il
dottore si soffermò con lo sguardo sulla donna.
“Come
si chiama, signora?”
“Grazia.”
“Io
Angelo. Buon Natale, Grazia.”
“Buon
Natale, Angelo.”