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martedì 11 dicembre 2012

Mini-compilation della paranoia

Il vostro partner vi ha mollato? Succede, nelle migliori famiglie, e anche nelle peggiori. Succede anche in tenera età, quando avete la/il fidanzatina/o, più spesso che da adulti. In tutti questi casi, proverete un groppo alla gola, che pian piano si sposterà nel basso ventre, tramutandosi in un dolore sordo, etereo, che vi accompagnerà per un tempo x. Ecco, quel tempo x è una terra di mezzo nella quale non siete più coppia, vi sentite a disagio come single, ma non volete nemmeno cercare un altro partner perché vi sembrerà di aver perso la/il compagna/o più in gamba del mondo. State elaborando la perdita, rimembrando i momenti belli, caricando masochisticamente di nostalgia quelli brutti; state fissando un soffitto, in altre parole. Immobili e dolenti. A nulla vi serviranno le parole dell'amico che vi proporrà dei cliché come: "Chiodo scaccia chiodo", "Morto un papa se ne fa un altro", o il più raffinato e cinico "I cimiteri sono pieni di persone di cui non si poteva fare a meno". A nulla. Anzi, lo pregherete di andarsene, e vorrete rimanere da soli a fissare l'adorato soffitto. In questi casi vi propongo la ""Mini-compilation della paranoia". Qui il termine paranoia non ha niente a che vedere con la psicosi in cui il soggetto è convinto di essere perseguitato rispettivamente da uomini, animali, parassiti o da uomini, animali, parassiti nello stesso momento, no. Qui è usato in modo improprio, giovanilistico, ma non meno efficace: "Sto in para" "Sto in paranoia" "M'ha preso la paranoia", esprime una tristezza, una malinconia che deriva dalla mancanza di qualcosa come la propria terra((una specie di saudade), un vago senso di malinconia che non sfocia nell'angoscia((lo spleen dei poeti decadenti), o la mancanza di qualcuno, e chi meglio può rappresentare questa condizione rispetto alla persona che è stata mollata dal partner?  In quel tempo x, dicevo, non desiderate altro che la permanenza di questo stato, che non sapete esattamente quanto durerà, e potreste unire la contemplazione del soffitto - anche un tramonto andrà benissimo, ma copritevi bene: la polmonite con paranoia è molto pericolosa - all'ascolto della "Mini-compilation della paranoia", formata da quattro canzoni che faranno al caso vostro.
Al quarto posto, un classico: "Colpa di Alfredo", di Vasco Rossi. Un tipo che perde l'attimo di stare con la donna della sua vita per via di un amico che gli fa perdere tempo con un sacco di discorsi seri. E, last but not least, per via del fatto che la tipa si mette con un "africano che non sa nemmeno bene l'italiano ma si fa capire bene quando vuole". Il momento topico della canzone viene toccato quando Vasco urla più volte:" Sono convinto che se non ci fosse stato lui mi avrebbe detto sì." In questo caso potrete  ricrearvi un mondo fantastico, una specie di arcadia in cui "lui non c'è" e lei  dice tante volte sì, sì da ripetere tante volte: un sì conseguente alla richiesta di amore eterno, o  un sì esibito in situazioni più scabrose ma più piacevoli. Ma non crogiolatevi troppo in questo pensiero, perché, lo sapete bene: il fatto è che lui c'è e lei non vi ha detto sì.
Al terzo posto "Cara", di Lucio Dalla. Parla di un fuggevole e platonico amore tra un lui molto più vecchio di una lei. Da ascoltare con attenzione la frase: "Io che qui sto morendo, e tu che mangi un gelato." Lui è lì rapito da mille tormenti, e pensieri, voli pindarici intorno ad un possibile amore, e lei? Ve la vedete? Mentre lui parla, lei sta lì a fissare il cono gelato, ben attenta che la goccia di nocciola non scivoli sul cono, e concentrata sulla forma sferoidale che potrebbe sciogliersi in modo inaspettato. Potrete immedesimarsi nella condizione di essere infinitamente meno importante e infinitamente più coinvolto della ex nella storia appena finita, trandone una infinita piacevole nostalgia.
Al secondo posto "Ci penserò domani", dei Pooh. Una ex, di cui il protagonista è ovviamente ancora infinitamente innamorato, riappare, chiede ospitalità per una notte; si è lasciata dal suo più recente compagno, e questo riaccende la speranza del protagonista. Invece la tipa non vuole far altro che scroccare vitto, alloggio e telefono(forse fa addirittura una chiamata internazionale perché parla in inglese) per il tempo di una sera e una notte. La mattina lei si leva di torno, e lo saluta teneramente dicendogli: "...e se io fossi una donna che torna è qui che tornerei." Ma siccome lei non è una donna che torna, non tornerà. Potrete concentrare la vostra attenzione sulla vostra ex, pensando alla remota possibilità che faccia parte della categoria delle "donne che tornano". Dopo mille tormenti, giungerete alla conclusione che la vostra ex è una donna che non torna. E questo aggiungerà tormento al tormento.
Al primo posto, "Vendo casa", di Lucio Battisti, ma a mio avviso questa canzone si apprezza meglio nella versione deiDik Dik( da non confondere, nella vostra ricerca, con i Dick Dick, pena l'apparizione nel vostro pc di molti siti a contenuto troppo esplicito). Qui il protagonista cerca di vendere la casa che aveva rappresentato il suo nido d'amore, fino al momento in cui la sua compagna si è levata di torno. Il tipo non cura più il giardino, non lava più i piatti, non fa più manutenzione della casa. In questo caso non potrà sperare di ottenere una grande cifra per la vendita, ma pare che non gliene interessi gran che, anzi, in un impeto di rabbia urla: "Questa casa è tutta da bruciare". La chicca paranoica, estremamente raffinata a mio avviso, sta in questa frase:"ho la barba lunga come tu la vuoi ed ho voglia di morire". In realtà la bellezza non sta certo sulla seconda parte del periodo, perché l'intento di morire è eccessivamente palese, troppo sbandierato, troppo abusato. Ma concentriamoci invece sulla meraviglia della prima parte: "Ho la barba lunga come tu la vuoi". Ci pensate? Il tipo è un finto trascurato; troppo facile radersi tutti i giorni, troppo facile non farsi mai la barba per nascondere i propri rammarichi dietro una folta peluria sul volto, niente di tutto questo. Gran parte della sua cura mattutina starà nel mantenere la barba alla lunghezza esatta di come lei desidera, né più né meno. Chissà che lei possa tornare da un momento all'altro. Semper paratus. Nella vostra condizione, se siete appartenenti al sesso maschile, pensate a quanto la vostra ex desideri la barba, e mantenetela sempre in quella condizione. Chissà che non torni. Ma non vi illudete, fratelli. E sorelle.
Buon ascolto!

giovedì 6 dicembre 2012

Librarsi con grande intensità

La sera del 4 dicembre, nella biblioteca delle Oblate di Firenze, il gruppo di lettura “Librarsi” si è ritrovato per leggere alcune belle pagine proposte da ogni singolo lettore. Qui sotto riporto un sintetico resoconto.
Pallina, una novella di Guy de Maupassant, letto da Jean. Pressioni su una ragazza francese, una prostituta che viene costretta a concedersi a dei soldati prussiani per un fine nobile e superiore, anche se tutti considerano che non ci sia nulla di nobile e superiore in ciò che fa. Questo gruppo di persone benpensanti desidera ipocritamente che lei accetti di farlo, che non faccia tanto la difficle; sarebbe la salvezza di tutti, anche se viene disprezzata da tutti. Nessuno si preoccupa minimamente del fatto che lei non desidera affatto farlo, come se la sua volontà non fosse nemmeno da prendere in considerazione. Dinamiche di gruppo che soverchiano le esigenze del singolo, per giunta un soggetto debole che non ha il diritto di essere tutelato. 
La profezia di Celestino, di James Retfield, letto da Stefano. Affascinante, per  Stefano, il leggere in queste pagine che qualsiasi persona che tu incontri possa non essere frutto di un evento fortuito, che non sia un caso ma che ci sia qualcosa di interessante dietro tutto questo. Come se lasciasse intravedere la meraviglia oltre il quotidiano. Come se al motivo dell'incontro, di qualsiasi incontro, avessimo l'opportunità di indirizzare la vita in una direzione carica di senso. E se cogli profondamente lo sguardo di un viso con cui percepisci una affinità, oltre al suo aspetto esteriore riuscirai a leggere il suo vero pensiero.
Jorge Luis Borges, Finzioni, letto da Bianca. Viene letta la premessa del libro , che giustifica le scelte e lo stile del libro stesso, e anche la finzione e la sua coerenza. Per Bianca, rileggendo nuovamente questa premessa in seguito alla lettura del libro, si sono chiarite molte cose, in uno stile che ad alcuni, alla prima lettura, potrà apparire cattedratico e distante dal lettore, ma che per lei non è tale.  In poche parole nella premessa si sintetizza molto chiaramente e in poche frasi tutto ciò che sarà esposto in seguito.
Amelie Nothomb, La metafisica dei tubi, letto da Paola. L'ultima frase del brano dice: “dimmi cosa ti disgusta e ti dirò chi sei, le nostre personalità non servono a niente, le nostre inclinazioni sono una più banale dell'altra.” I pesci  che mangiano voracemente le briciole di mangime(la repulsione suggerita nel brano), una colonia di vermi, la roba da mangiare in grande quantità, un individuo che mangia in modo vorace, le piattole, briciole di un biscotto nel fondo di una tazza di latte. Tutti suggerimenti dei vari lettori presenti alla serata, stimolati dal brano stesso, peraltro molto divertente.
Caos calmo, di Sandro Veronesi, letto da Donatella. Ritmo incalzante, un periodare denso di immagini. La verità di questo brano – che la gente smette di sorridere ai bimbi e alle loro mamme appena compiuti i quattro anni – è ciò che ha colpito Donatella, una verità disarmante . Lo stile, dice Cristina, è piaciuto, ma il brano ha messo in risalto, oltre a quella verità, una mamma esaurita e nevrotica. La mamma si dovrà reinventare qualcosa per andare avanti, altrimenti la gente continuerà ad ignorarla.
Fred Uhlman, L'amico ritrovato, letto da Luca. Ogni passaggio del libro o del brano è per Luca molto intenso; ogni momento della vicenda è finalizzato al tentativo di accattivarsi la simpatia e la visibilità di un compagno di scuola da parte del protagonista del libro . Parla della affinità a livello maschile con un amico. Lui trova un alter ego, un'affinità che nasce per un ragazzo, per lui fondamentale per la sua crescita. Disposto a sacrificarsi per lui, a voler eccellere con gli studenti ed i professori per ingraziarselo. Ci sono momenti di esaltazioni in adolescenza quando ci si avventura in giudizi su massimi sistemi e arte, dimostrando che sei più in gamba degli altri compagni, o in modo più discreto dimostrando che sei più competente di un insegnante.
La resurrezione di Mozart, Nina Berberova, letto da Cristina. Un personaggio che passa dalla città bassa alla città alta, pur provenendo dalla città alta. Indugia, perché deve tornare nella città alta e perde tempo, e infine decide di andare nella città alta. La prosa è al confine con la poesia, immagini forti di questa città portuale, investita da piogge e uragani. Una delle frasi più suggestive:”...tu sei un violino, un flauto, o un tamburo su cui il destino batte già da vent'anni, è vietato avvilirsi.”
Cattedrale, un racconto di Raymond Carver, letto da Toni. In queste pagine un non vedente guida la mano del protagonista in modo da disegnare una cattedrale. “...Il cieco ha detto:-Stiamo disegnando una cattedrale. Ci stiamo lavorando insieme, io e lui...” La maggior parte del disegno di questa cattedrale sarà eseguito dal protagonista ad occhi chiusi, sempre guidato dalla mano del cieco: “...Tenevo ancora gli occhi chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente. -E' proprio fantastica-, ho detto.”

Una serata di grande intensità, come spesso, in molte serate del gruppo di lettura, è accaduto.
Ci ri-incontreremo l'8 gennaio.

domenica 11 novembre 2012

Librarsi in biblioteca, il sequel


A volte nelle vicende della vita si ricerca un senso a tutti i costi, nel nobile tentativo di poter pensare che ciò che facciamo giorno dopo giorno abbia una direzione, una sua logicità. Altre volte il senso è lì, davanti ai nostri occhi: una specie di messaggio che ti si appalesa davanti. Quest'ultima evenienza si è verificata l'altra sera alle Oblate, durante la serata di lettura, sprofondati su quattro divanetti da cui è molto difficile, a fine incontro, riemergere.
Il senso è stato dato dall'inconsapevole filo conduttore dei vari testi: la diversità. Nel testo letto dal sottoscritto, tratto da “Io sono leggenda” di Richard Matheson, un ultimo uomo sulla terra terrorizza, con la sua diversità, le vite di tutti gli altri che sono mutati in vampiri.
Cristina ha letto un racconto: “Torte al miele” tratto da “Tutti i figli di dio danzano”, di Murakami Haruki. Nel racconto un orso, in grado di leggere, scrivere, fare di conto, vendere il miele, si sente diverso da tutti gli altri orsi. E' una favola in cui, attraverso le domande di una bambina, nulla è lasciato al caso, e chi risponde – un adulto – trova attraverso le risposte la coerenza che deve trovare per scrivere una favola, un racconto, un testo.
Jean ha letto un brano tratto da “Vita di apollonio di tiana” – di Filostrato ed. adelphi. A quanto pare questo Apollonio era molto diverso e particolare: un antesignano del movimento dei verdi, che non utilizzava pelli di animali per vestirsi, non faceva riti sacrificali con animali agli dei, bensì con focacce e miele, ed era vegetariano.
Donatella ha letto un brano tratto da “Venivamo tutte per mare”, Juli otsuka – bollati boringhieri. C'è una base comune, ragazze giapponesi che vanno in America per sposarsi, che si divide nella diversità, nel dettaglio di ognuna di loro. Le ragazze di campagna, città, mare. Un modo di raccontare corale. Un patchwork che riesce a dare voce ad una moltitudine di personaggi. Ognuna delle vicende sono reali, ed invece che un testo di filologia è venuto fuori una serie di racconti. Approfondisce il flusso migratorio giapponese negli anni 30.
Stefano ha letto il famoso monologo del replicante Roy Batty, del film Blade Runner(un eccellente diverso), in occasione del trentesimo anno dall'uscita del cult movie.
Luca ha letto “Ragazze, cappelli e hitler” di Trudi kanter . Un libro che ha letto tutto con molta intensità. Molto intenso perchè si percepisce che quando si vive una situazione così forte, si avverte una calma prima di una tempesta. I bambini ebrei, diversi, obbligati a lavare in terra, sono soltanto delle cavie che verranno utilizzate in futuro, i primi esperimenti fatti. C'è una voglia di fuga da questa realtà, come organizzarsi per fuggire da questa dimensione, uno stato di umiliazione ancora in embrione. Ci sono privazioni e un progressivo restringimento di possibilità. Azione di sopruso, sembra solo un gruppo di teppisti, invece sottende ad una tragedia epocale.

Ci vediamo alle Oblate il 4 dicembre.

domenica 4 novembre 2012

Fate finta che sia una finzione






Fate finta che sia una finzione

Io non ci credevo.
Non aveva mai avuto un malanno, a parte quel giorno in cui rimase a letto con la febbre, che già mi turbò assai. Avevo sette anni e stavo per andare a scuola. La maestra quella mattina - dopo i conticini, assai impegnativi per la verità - ci fece fare un disegno a piacere. Mi misi a disegnare un uomo in un letto.
"Chi è, Toni, questa persona?"
"E' il mio papà, maestra." Mi vennero le lacrime agli occhi. "Ha la febbre."
La maestra mi prese in braccio e mi carezzò un po'. "Tante persone hanno l'influenza in questo periodo, stai tranquillo, forse domani sarà già guarito."
Mi vergognai un po' della figura da deficiente che avevo fatto, sapevo bene cosa volesse dire influenza, avevo visto mio fratello a letto e anche le mie sorelle. Ma non potevo spiegare alla maestra che per me il mio babbo era un supereroe come Zorro, che vedevo alla Tv dei ragazzi alle 17,45 sul primo canale con una fettona di pane e pomodoro in mano. Il mio babbo aveva i baffi, proprio come Zorro. Ma mai che avessi visto un episodio dal titolo: "Zorro ha la febbre". Ci pensate? Bernardo che porta una minestrina calda a Zorro, e magari lo imbocca anche? No, maestra, Zorro non si ammala mai. Il mio papà sì.

Un paio di mesi dopo stavo passeggiando con lui in Corso Italia, a Piombino e, arrivati in Piazza Verdi, vidi il cartellone del nuovo film del Metropolitan: "2001 odissea nello spazio".
"Papà, ma tu ci sarai nel 2001?"
Rise e continuò a camminare.
"Non lo so...fammi pensare. In quell'anno dovrei avere..."
Lo guardai con attenzione, ero concentrato sulle sue labbra.
"...settantotto anni. E' un'età avanzata..."
Non sapevo cosa avrebbe aggiunto.
"...ma molte persone arrivano a quell'età: il nonno, la nonna ci sono arrivati. Ma sì, credo proprio che ci sarò. Ci sarò."
E sorrise stringendomi ancora più forte la mano.
Quelle parole mi rinfrancarono moltissimo. Ci sarebbe stato. Mio padre non prometteva mai a vuoto. Mio padre diceva sempre la verità. E del resto, per altri nove anni ancora, tutto lo avrebbe fatto pensare. Non si sarebbe più ammalato, nemmeno un raffreddore.
Fino a quella sera.

Ero appena tornato dal campo invernale scout, il trenta dicembre millenovecentosettantasette. C'erano due amici dei miei genitori, a cena. Dopo il secondo - bracioline di manzo con contorno di patate - mio padre chiuse gli occhi, si prese la testa tra le mani, ebbe giusto il tempo di dire "Scusate" e si precipitò in bagno. I signori Nardi, sollecitati con discrezione da mia madre, andarono via in gran fretta.
- Se possiamo fare qualcosa...
- Grazie, Ugo. Vi farò sapere.- rispose la mamma, poi corse in bagno. E io dietro a lei.
Non ci credevo.
Vidi il mio supereroe davanti allo specchio, aggrappato al lavabo, la testa piegata giù, gli occhi chiusi. Si voltò di scatto verso il cesso e cominciò a vomitare. Vomitò il manzo, le patate, la pasta. Vomitò anche altra roba, verde e gialla, e continuò a vomitare per molte ore. Lo guardavo andare avanti e indietro, dalla camera al bagno. Poi mi prese la stanchezza e lo abbandonai. Mi addormentai, cazzo.

Apro una parentesi: il ventotto maggio duemilacinque, dopo aver lavorato tutto il pomeriggio con trenta gradi in studio, dopo aver mangiato una pizza con salamino piccante e mozzarella di bufala in compagnia di mia moglie, dei miei figli e di amici vari, dopo una passeggiatina sul mare con fresco vento di maestrale, sono andato a letto. Verso le tre mi sono svegliato in preda a dolori lancinanti all'addome e sono corso in bagno. Ho cominciato a sudare freddo, mi sono sistemato sul cesso nella speranza di fare qualcosa. Mi girava la testa, il dolore all'addome migrava da una parte all'altra, migrava così velocemente che la mia autodiagnosi variava di continuo tra ischemia o infarto del miocardio, ulcera perforante, pancreatite acuta o congestione. Dopo mezz'ora l'ultima ipotesi si rivelò quella esatta. Mi piegai con la testa sul cesso e cominciai a vomitare il pomodoro, la birra, la mozzarella e il salame piccante; nello stesso momento ebbi un attacco di diarrea, che feci sul pavimento. Non credevo che si potessero fare le due cose contemporaneamente. Durante i conati - che arrivarono ad ondate nei venti minuti successivi - non potevo fare a meno di urlare.
"Toni, che sta succedendo?"
"Laura non mi sento bene" risposi con la bocca impastata di salame ed acido cloridrico " ma va meglio; torna a letto, devo pulire..."
"Sicuro che..."
Mi prese un altro attacco, per fortuna avevo chiuso la porta a chiave, non volevo farmi vedere da Laura in quello stato.
"Stai tranquilla" ebbi la forza di dire “sto meglio. Vai a letto.”
Pian piano mi ristabilii, mi rimase addosso solo una forte debolezza; mi misi a pulire in terra, nel water e mi lavai. In quei venti minuti pensai a mio padre, a quanto dev'essere dura vomitare un'intera notte, a quanto dev'essere avvilente e degradante. Chiudo la parentesi.

La mattina seguente mi sembrò che il malessere di mio padre fosse stato solo un incubo, niente di più di un incubo. Aveva il viso stanco, ma si era fatto la barba; pettinato e profumato di Acqua Velva William uscì. Sapevo che non era indistruttibile, l'avevo già imparato, ma quel suo aspetto mi sollevò. Durante la cena si diffuse un sollievo generalizzato: il dottore aveva diagnosticato una severa artrosi cervicale - colpa delle varie nottate in servizio in Calabria, periodo in cui ricevette, da vero supereroe, tre encomi solenni per la lotta al brigantaggio - una malattia curabile, dunque. E quella sera si mise a narrare – perché come molti siciliani aveva il dono innato della narrazione post-prandiale; oh, se sapeva raccontare, davanti a una sigaretta e molliche di pane sparse per il tavolo! – si mise a narrare, dicevo, di varie brutte nottate. Il ricordo della sera precedente fu spazzato via da quei ricordi. Fu un lieto fine millenovecentosettantasette. L'anno nuovo fu inaugurato all'insegna di antinfiammatori, antidolorifici e tanta fiducia.
Ma dopo l'epifania ricominciò il vomito e un mal di testa che gli fece stringere gli occhi e sussurrare parole di rabbia, e bestemmie.

Dopo un giorno e una notte intera di vomito - che roba era? e quanti liquidi multicolori abbiamo dentro di noi? - i fidanzati delle mie due sorelle lo portarono all'ospedale di Pisa.
Mio padre all'ospedale.
Non ci credevo.
Non ci credetti per undici mesi. Avevo dalla mia parte quella promessa solenne, una promessa carica di verità; ma di tanto in tanto temevo per il destino del mio supereroe. E quanto a verità, tutta la famiglia si impegnò a sparare un sacco di balle a mio padre per nascondergli la gravità del suo male. Inventarono un ematoma polmonare, artrosi degenerativa e cazzate simili.
Il mio supereroe pian piano perse l'uso delle gambe perché quella cosa stava comprimendo e divorando i centri motori nella testa.

Respirava sempre peggio - faceva uso per alcune ore al giorno della bombola di ossigeno - perché quella cosa si stava mangiando anche un polmone.
Quella cosa nel cervello e nei polmoni faceva anche altri scherzi, a seconda di quanto e dove comprimeva: mal di testa di durata variabile, vomito, singhiozzo - uno dei quali durò più di due giorni -, brusche alterazioni dell'umore con passaggi repentini dal pianto al riso, attacchi epilettici, demenza. Una volta non riusciva a capire che le immagini del televisore non si trovassero in sala, ma in uno studio televisivo. Poi gli scherzetti se ne andavano e tornava mio padre, sempre più insicuro e tremante, con dentro quella cosa.
Si arrivò al mattino del dieci novembre millenovecentosettantotto.
Vidi mio padre baciare mia madre.
"Auguri"
"Per cosa?"
"Per il tuo compleanno"
"Ma è domani"
"Magari domani non sto bene e allora...auguri, buon compleanno."
Quella sera lo vidi lamentarsi tenendosi la testa, e il dolore continuò la notte, la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte, la mattina, il pomeriggio... Il dodici novembre millenovecentosettantotto, alle sette e dieci di sera, mio padre ci lasciò.
Il primo gennaio duemilauno pensai con rabbia che mio padre non mi aveva detto la verità. Non aveva mantenuto la promessa. Ma devo ammettere che ce l'aveva messa tutta.

Io sono nato il sei maggio millenovecentosessantuno. E' stato venduto un vecchio rudere lasciato da mia nonna a mio padre. Mia madre ha rinunciato alla sua parte e noi quattro figli abbiamo diviso in quattro parti uguali. Per il mio quarantaquattresimo compleanno, con quei soldi, ho comprato una bicicletta da corsa, bellissima: ruote e forcelle in carbonio, telaio in alluminio, una specie di piuma con i pedali. L'ho comprata pensando a lui, il mio supereroe, che vinse un campionato regionale siciliano di ciclismo. Ogni tanto, quando scendo giù a Milazzo, qualche suo vecchio amico o qualche zio mi racconta di averlo visto in gara e mi giura - in Sicilia si giura di continuo - che vederlo correre fosse un gran bello spettacolo. Dal giorno del mio quarantaquattresimo compleanno, il giovedì prendo la bici e salgo i mille metri del Monte Serra, che divide Lucca da Pisa, vicino a casa mia.
Parto la mattina verso le sei e mezzo, mi occorre una mezz'ora di bici per arrivare alla base della salita.
Non passa mai un'anima in quella strada. C'è solo il bosco - lecci e castagni, perlopiù - un ruscello e la strada.
Mi fermo ad una fontanella.
Bevo.
Rimonto in bici.
E vado su... su... su... fra le antenne e gli aquiloni.
 

martedì 30 ottobre 2012

La mia maratona di Lucca. Il mio ritorno

Anni fa, in occasione di un capodanno, proclamai: "Da domani non metterò più zucchero nel caffè." Così feci, e così continuo a fare.
Durante lo scorso capodanno, prima pensai e poi dissi: "Quest'anno voglio correre la maratona."
Di sicuro, tener fede alla prima intenzione è stato più facile rispetto alla seconda. Ci pensavo ieri, sotto la pioggia battente, con le mani intirizzite dal freddo, quando mi mancavano quattro infiniti chilometri alla fine della maratona. Fino a quel momento avevo avuto diversi momenti di difficoltà - un dolore al tendine sinistro, il muro psicologico dei trenta chilometri, la stringa sciolta che non sono riuscito più a legare a dieci chilometri dalla fine, un accenno di crampi ai polpacci - ma niente in confronto a quegli ultimi chilometri sulle mura di Lucca. Avevo una gran voglia di mettermi a camminare, di piantarla lì. Di porre fine a quella infinita fatica.
E ci ho anche pensato – che non mettere zucchero nel caffè sia più facile che correre una maratona -durante tutto quest'anno, perché l'intenzione di correre una maratona richiede preparazione, regolarità, programmazione. Richiede, a monte della maratona, un dispendio di tempo ed energie da cui non si può prescindere, soprattutto a 51 anni.
Da capodanno fino ad ora, ho cercato di correre almeno tre volte alla settimana, pensando a quel lontano San Silvestro di 33 anni fa in cui, a soli 18 anni corsi a Roma la maratona, piazzandomi al decimo posto assoluto, lasciandomi dietro 9990 persone. Temevo che sarebbe stata l'unica maratona della mia vita. Dopo trentatré anni, però, gli obiettivi e la visione del mondo cambiano, nonché, soprattutto, il vigore fisico.  Bisogna mettere da parte il cronometro, essere concreti e realistici, un po' disincantati – anche nella vita – e più indulgenti con sé stessi e i propri sbagli, altrimenti il paragone diventa impietoso. 
In realtà in questi dieci mesi non ho fatto una scrupolosa programmazione, soprattutto se guardo i pochissimi allenamenti qualitativi: una sola seduta di ripetute( un 7x1000 in pista), 5 sedute di salite, una quindicina di allenamenti con variazioni di ritmo. Ho perlopiù corso e pensato. Grazie alle mie gambe che si muovevano, che appoggiavano un piede dopo l'altro, che sfruttavano la fase di volo e si occupavano del successivo atterraggio, grazie ai miei polmoni che succhiavano aria per scambiarla con anidride carbonica, al mio sudore che abbassava la temperatura interna, alle mie braccia che oscillavano avanti e indietro per dare il miglior equilibrio possibile; grazie a tutto questo ed altro ancora contenuto nel mio complicato e misterioso corpo di essere umano, ho avuto la possibilità di pensare e di godere delle mie emozioni, di pensare e sentire correndo. Spesso ho avuto la possibilità di correre con la bellezza che mi scorreva accanto: nella macchia mediterranea tra Piombino e Populonia, nella pineta di San Vincenzo, nel lungomare del promontorio di Milazzo, nel parco Sempione di Milano, su per la salita del monte Morello a Firenze, sulle mura di Lucca. Quasi sempre all'alba, prima che il mondo ricominci a far chiasso.
E' stato un anno difficile, purtroppo, per un grosso problema che non posso e non voglio spiegare qui, che per fortuna si sta pian piano risolvendo; le nubi grigie, dopo diverse terribili tempeste, si stanno dileguando, e si intravedono all'orizzonte sprazzi di cielo pulito. In quest'anno difficile, gli allenamenti, soprattutto quelli intrisi di bellezza, sono stati per me preziosi, per pensare e decidere. E per godere del qui e dell'ora.
Poiché mi piace caricare di senso tutto ciò che faccio, anche se – parafrasando Vasco Rossi – un senso non ce l'ha, mi piace pensare che la pioggia torrenziale ed il freddo pungente di ieri abbiano potuto esaltare il fascino di epopea e leggenda che la maratona esercita con un consenso pressoché planetario. Il mio ritorno alla maratona, dunque, si è caricato di un valore aggiunto provocato dagli agenti metereologici – pioggia, freddo, vento – che trasformano la corsa in un viaggio omerico, con una partenza, un allontanamento, delle difficoltà da superare, e un ritorno entro le mura arborate della città antica. 
Una maratona è infinita. Potrei pensare alla corsa di ieri ogni sera per un mese intero, ed ogni volta rievocare gli odori, i passi, il respiro, i dolori alle gambe, le pozzanghere, le musiche, gli automobilisti incazzati, le persone che ti applaudivano e ti incoraggiavano lungo il percorso, i compagni di corsa...ogni volta, dicevo, sempre in modi e sfaccettature diverse. Occorre affrontare l'infinito di una maratona con concentrazione, calma: occorre la testa ed il cuore.
Negli ultimi quattro chilometri stavo perdendo la testa. Cercavo di farmi forza pensando al successivo cartello, quello dei trentotto, trentanove chilometri, fino al cartello dell'ultimo chilometro. Prima della gara pensavo che, una volta arrivato sulle mura di Lucca, mi sarei sentito al sicuro, invece mi ero sbagliato. Negli ultimi quattro chilometri, a costo di risultare spudoratamente cliché, le sole cose che mi hanno fatto progredire sono stati i pensieri positivi: i bellissimi dieci mesi di allenamenti finalizzati a questa esperienza, la faccia di mio padre, i miei figli, le note del Bolero di Ravel,. Un crescendo, fino alla gioia degli ultimi duecento metri, in cui ho avuto la forza e la voglia di allungare il passo e di godermi alcuni scorci di Lucca con gli occhi stupiti che può avere un turista giapponese, fermando la mia corsa dopo tre ore e ventinove minuti. In compagnia dell'amico Carlo, che ha ripercorso gli ultimi metri con me, con cui avevo condiviso una buona parte della strada. Con il mio amico Arturo, che mi attendeva all'arrivo, invisibile artefice della foto qui sotto.
Happiness is real only when shared, sostiene Chris Mc Candless in Into The Wild, e così stasera ho voluto condividere un pezzetto della mia felicità con chi mi sta leggendo.






domenica 21 ottobre 2012

Con il sole nei capelli




ATTESA, di Raymond Carver

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C'è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un'altra strada. Prendi quella
e nessun'altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C'è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E' quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E' quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c'è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L'unica che può dirti:
"Come mai ci hai messo tanto?"

mercoledì 10 ottobre 2012

Eroica 2012 - beati gli ultimi...

Che cosa ci faccio in un bosco nel Chianti, di notte, in una domenica autunnale, in compagnia di  uno svizzero ed un campigliese(di Campiglia M.ma)? Vi prego di non giungere a conclusioni affrettate, anche se non è facile rispondere a questa domanda.
Il fatto è, cominciando a fare un po' di luce sulla questione, che anche quest'anno ho partecipato all'Eroica, ormai il terzo anno consecutivo, sempre sulla distanza di 205 chilometri. Pensavo di non farla, visto che in poche ore dall'apertura delle iscrizioni nel lontano marzo 2012, era stato raggiunto il limite massimo dei partecipanti. Ma ad agosto si erano riaperte ad un prezzo impossibile(130€ per altri 100 iscritti), e cadendo in tentazione per l'amore che nutro per questa manifestazione e facendo un mutuo mi sono iscritto, sperando che, come si legge nel sito, questi soldi vadano effettivamente a finire per una giusta causa umanitaria. L'amico Carlo si è unito a me in quest'impresa, pur non essendo iscritto. Lui è un duro e puro, quindi si è portato tutto il mangiare in uno zaino senza assaggiare, non avendone titolo, nemmeno un pezzetto di mela dei fantastici ristori in cui io ho divorato di tutto, fatta eccezione per gli ovetti freschi che non digerisco.
Verso le sette e un quarto di sera, dopo aver percorso 189 chilometri(ne mancavano 16 alla fine), io e Carlo ci troviamo dentro un bosco prima di Radda in Chianti, quando sentiamo il classico scoppio di una camera d'aria. Non sono le mie ruote, nemmeno quelle di Carlo: è la ruota della bici di un bergamasco. Ci fermiamo a dargli una mano, si ferma anche un altro ciclista di Campiglia. Prima tenta con la schiuma, per due volte, ma il buco è troppo grande. Viene smontata la ruota, è un tubolare, sostituita la camera d'aria, e dopo un paio di tentativi a vuoto Carlo riesce a infilare il labbro del tubolare(non abbiamo colla) dentro il cerchione. Si riparte alle sette e quarantacinque. La sosta mi ha raffreddato i muscoli, l'inizio è un po' penoso, dopo pochi minuti sto bene. Nel frattempo arriva il camion "spazzino" che aveva qualche bici sul pianale, e ci chiede se vogliamo salire a bordo, visto che siamo gli ultimi. Decliniamo gentilmente l'offerta, e continuiamo a pedalare.
Si esce dal bosco e c'è la salita per Radda in Chianti su asfalto. Il bergamasco va in crisi.
"Non possiamo lasciarlo solo" mi dice Carlo.
"No, però...io voglio arrivare prima possibile, ho fame, freddo, sonno, voglio fare una doccia..." faccio io.
"Va bene" risponde Carlo "ci sto io con lui. Ci si vede al traguardo."
Io e il campigliese ci allontaniamo, mentre Carlo fa dietrofront per fare assistenza al bergamasco, accompagnandolo passo passo fino all'arrivo.
Dopo Radda in Chianti, altra deviazione nel bosco, verso Vertine, a sei sette chilometri da Gaiole, e lì vediamo una sagoma al buio. Uno svizzero che sta lentamente pedalando nella completa oscurità, rischio di facile preda per famelici mammiferi predatori o di cadere in qualche fosso. Ci spiega che si è rotto il suo fanale. Lo accompagniamo come la scorta, uno davanti e uno dietro. Lo svizzero non fa che ripetere "Grascie ciante, grascie, grascie..."Ma non si studia anche l'italiano in Svizzera?"
Le ultime curve, le luci del paese. Applausi all'arrivo "Beati gli ultimi!" "Bravi!"
All'arrivo, alle nove meno dieci, ci sono insieme lo svizzero, il lucchese(d'adozione) e il campigliese, come nelle barzellette.
"Aspettate, ci sono ancora due che devono arrivare!", avverto io.
"Va bene, li aspettiamo." risponde un tipo sorridente.
Le nove e un quarto. Arriva il mio amico Carlo,. ed il bergamasco duramente provato ma felice, che dice a Carlo: "Io sono maglia nera, tu sei maglia d'oro!"
Insomma, un'eroica da veri eroici. Sì, beati gli ultimi.

sabato 29 settembre 2012

Oggi è un buon giorno per morire

Avete voglia di farla finita ma non ne avete il coraggio? Su, su, non rimandate a domani quello che potete fare oggi. Animo! Non è vero che per pagare e morire c'è sempre tempo, certe occasioni bisogna prenderle al volo! Oggi è un buon giorno per morire, guardate qua:


venerdì 21 settembre 2012

Frizzante o naturale?

"Mi scusi, quella bottiglia d'acqua è frizzante?"
"E' naturale!"

mercoledì 19 settembre 2012

Par condicio


Par condicio
 
 
-Ti voglio...-
-Claudia?-
-Eh?-
Si gira verso Stefano, poi guarda l'orologio: segna le cinque e mezzo.
-Cosa volevi?-
-...Niente, perché?-
-Hai detto "ti voglio.."-
-Non so, stavo sognando, forse, non ricordo..-
Passano due minuti buoni.
-Ma chi volevi?-
-Non lo so, cazzo!-
-Non lo sai, eh? Posso fare un'ipotesi: quello stronzo che ti ha mandato un messaggio alle due di notte, forse..-
-Senti.. non so chi abbia mandato il messaggio, dopo guardo, forse Francesca che deve rispondermi per la cena di stasera; e poi non so cosa ho detto, e né cosa stessi sognando..-
-Comunque sai benissimo che non sono io, quello..-
-NON LO SO! come cazzo te lo devo dire?-
-Ok, non sono io, non sono più io quello che ti fa emozionare, né quello che ti fa divertire, non sono più io, porca puttana!-
-Stefano, ascoltami..vorrei dirtelo con le buone.. non ti mettere in testa paranoie che non esistono..per piacere, sono stanca..-
-E' Marco, vero? Lo splendido, il brillante, l'ottimista.."ti voglio, Marco", eh?-
-Mi hai davvero rotto le palle, ora!-
Si alza e va in bagno.
Lui rimane supino con le mani dietro la nuca a osservare il soffitto, un po' ingiallito vicino agli angoli, sta pensando che sia giunto il momento di imbiancare. 
Il rumore dello sciacquone, poi quello del rubinetto, poi lo scalpiccio delle ciabatte.
Claudia si infila nel letto e si mette a leggere.
-Io vado bene come padre responsabile dei tuoi figli, una sicurezza, una roccia, ma per il resto, eh?-
- Ma tutto questo per due parole dette in dormiveglia, ma ti rendi conto di quello che dici?.. BASTA! -
-Il resto lo prendi quando te ne vai al corso di yoga..o no?-
-Che c'entra il corso di yoga?-
-C'è anche Marco, no? Quando mai torni puntuale?-
-Ma la finisci?la finisci? C'è Marco, sì, insieme ad altre venti persone!-
BIBIP-BIBIP
-E a te, chi è che manda un messaggio alle sei del mattino? Il panettiere, il metronotte? 
Oppure la simpatica palestrata collega dell'ufficio acquisti, comecazzosichiama quella lì, che si è rifatta anche i seni?-
-Senti.. non cambiare argomento, saranno le notizie che mi mandano sul telefonino..-
-Ma se avevi detto che costa troppo il servizio, col cavolo che l'avresti attivato..non mi prendere in giro! E falla finita tu!!
-La finisco..ma fammi vedere chi ti ha spedito il messaggio!-
-Anche tu, però..-
Si guardano un po', poi si voltano e prendono il rispettivo telefono dal rispettivo comodino.
-Chi prima?- fa Stefano con tono sicuro.
-Insieme?-
-Insieme!-
Si fissano l'un l'altra, entrambi con il pollice pronto a schiacciare sulla bustina lampeggiante.
-..Senti.. non mi va di spiarti..e io non ti nascondo nulla. Se c'è qualcosa dimmelo, no?
E' brutto farsi del male così..-
-Non c'è niente, davvero, Stefano..dopotutto il nostro è un bel rapporto, credo..a yoga ci vado perché lo sento come un mio spazio, mi fa veramente bene, e Marco è un caro amico, ma non c'è nulla..-
Si guardano , poi si baciano e si stringono, e rimangono per un po' in quella posizione.
I cellulari scivolano tra le lenzuola.
La luce del giorno filtra dalle persiane.
 

sabato 15 settembre 2012

Facebook? No, grazie!


Tempo fa un mio carissimo amico mi ha dato del "neo-luddista" per la mia riluttanza ad iscrivermi a facebook. Ho dovuto consultare libri seri e preoccupanti per capire l'oscuro significato del termine. In wikipedia il termine è così riassunto: "Il neo-Luddismo è un moderno movimento di opposizione allo sviluppo tecnologico sia specifica che generale". Quindi, la mia mancata iscrizione a Facebook sarebbe una mia generale resistenza a tutto ciò che di tecnologico e innovativo ci arriva dal mondo.

Io invece credo che le motivazioni alla mia mancata iscrizione a Facebook siano diverse:

1) Passo già troppo tempo davanti al computer, non mi posso permettere altro spreco di tempo rubato alla famiglia, al lavoro, agli amici, all'amore, alla musica, ai libri, allo sport, agli spazi vuoti dell'esistenza.

2)Un po' come gli sms o il telefono, anche Facebook ti dà un surrogato di presenza. Pensi, illusoriamente, che la persona con cui parli - o a cui mandi un sms - sia accanto a te. In tal modo quella persona ti manca un pochino meno. E tutto questo ti fa calare il desiderio - tanto è lo stesso, no? - di vedere quella persona con tutti i cinque sensi che possiedi. E' invece molto meglio sentire drammaticamente l'assenza di una persona; i vuoti dell'esistenza danno degli scossoni enormi, danno l'energia per alzare il culo dalla seggiola per uscire, e nel contempo, assaporare l'odore dell'erba bagnata dalla pioggia di stanotte.

domenica 9 settembre 2012

Corridori

E' domenica mattina, sono le sette e mi trovo a Milano; in questo week-end sto partecipando ad un corso di narrazione. Ma mi sono alzato molto prima dell'inizio del corso per correre un'ora a piedi.
Dall'albergo mi dirigo verso il parco Sempione, distante un paio di chilometri. Sono in via Pagano e vengo superato da un corridore: corre molto più velocemente di me.
Subito dopo mi raggiungono altri tre corridori, decido di adeguarmi al loro ritmo, e penso che a quest'andatura potrò percorrere sì e no due-tre chilometri, poi mi dovrò fermare. Penso anche che i podisti milanesi della domenica sono molto veloci, molto più veloci di quelli che incontro a Lucca. Il grande nord, mi viene da pensare, efficiente e produttivo.
Ci avviciniamo di gran carriera al parco. Vedo un po' più avanti un signore con berretto e bandierina in mano; ha l'aria di essere un giudice di gara. E' un giudice di gara. Guardo il corridore alla mia sinistra, ha un numero di pettorale incollato sul lato anteriore della maglia. Capisco che sto correndo la parte finale di una gara, e intuisco di trovarmi al momento sbagliato nel posto sbagliato. Sulla mia destra vedo un cancello che dà l'ingresso al parco. Abbandono i tre corridori e devio verso il parco. Uno dei tre corridori con canottiera rossa e pantaloncini neri mi segue. Raggiungo il cancello, lui vede che gli altri due sono andati a dritto, verso il signore con la bandierina che urla:" Di qua!" Il corridore con la canottiera rossa si ferma, fa dietro-front e corre verso i due corridori, urlando delle imprecazioni in una lingua che non conosco. Tira anche un pugno ad un cestino dei rifiuti e continua ad imprecare in una lingua che non conosco. Gli altri  corridori sono ormai lontani, ora ce ne sono altri davanti al corridore con la canottiera rossa che continua ad imprecare in una lingua che non conosco.
Io mi addentro nel parco, con passo trotterellante.

martedì 14 agosto 2012

Vedere, sentire, odorare, gustare, toccare

Qui sotto, metto degli appunti che scrissi per Bombacarta nel maggio 2005

«La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». Flannery O' Connor.
Vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. La narrativa è costituita di fatti, di cose concrete che possono essere saggiate attraverso i nostri cinque sensi. E perché va appresa, perché è tanto difficile affrontare la realtà in questo modo? A mio avviso questo procedimento è ostacolato dall'esperienza. L'esperienza - tanto utile, certamente, per fare meno fatica in procedimenti routinari e per non cadere sempre negli stessi errori - fa sì che quando entro in rapporto con un oggetto io vada a ripescare dalla mia testa un bagaglio di informazioni che io ho di quell'oggetto, e ve le appiccichi sopra. Bene, non appena ciò avviene, cesso di rapportarmi con quella realtà e spesso mi accontento di quello che già so; cala una specie di nebbia, una cappa che mi impedisce di apprezzare i dettagli e la freschezza del reale. "Te lo dico per esperienza" è una specie di suggello che un interlocutore appone per chiudere un discorso.
La fatica sta proprio nel costruire una nuova attenzione verso il mondo: mantenere la curiosità e lo stupore di un bambino che non ha niente da comparare rispetto a ciò che vede, perché quella realtà - a volte terribile, a volte splendida - si offre ai suoi occhi per la prima volta. Non dobbiamo raccontare di categorie, ma di persone - diverse le une dalle altre - , di oggetti, di realtà con le quali entrare in relazione e sporcarci le mani. Mi vengono in mente i "Reality Show", che vanno esattamente nella direzione opposta: luoghi dorati in cui delle persone si rinchiudono e devono, per sopravvivere, agire secondo i desideri di chi li guarda e di chi è vicino a loro, pena l'eliminazione; devono imparare ad agire per "categorie" di comportamenti, in cambio c'è chi provvede al loro sostentamento e a tutti i confort di cui hanno bisogno. E’ un paradosso che si parli di "Reality". 
Spegniamo la tv, per piacere, e usciamo. 
Le storie degne di essere raccontate ci vengono incontro, e noi andiamo incontro a loro. Senza fretta, senza affanno.
In fiduciosa attesa.
Toni La Malfa

venerdì 10 agosto 2012

Un gioco

Da un corso di scrittura di Giulio Mozzi:
Allora, il gioco è questo:
- scegliete un’azione di quelle che si fanno non dico senza pensarci, ma quasi;
- scrivete un testo in forma di “ricetta”, ossia una spiegazione il più possibile (anche parossisticamente) accurata di come si fa a compiere quell’azione.  

Qui sotto metto il mio esercizio:  
Allacciate la cintura
 
Ingredienti: una striscia bucherellata di pelle chiamata cintura, una pancia, un paio di pantaloni sprovvisti di elastico e dotati di chiusura a bottoni.

Preparazione: prendete una striscia bucherellata lunga circa un metro e mezzo, dotata in una estremità di fibbia con asticella semovente atta a penetrare i buchi situati nell’altra estremità della striscia. Tale attrezzo è comunemente chiamato cintura. Se non avete una cintura, prendete delle banconote o un bancomat o una carta di credito o un assegno e una carta d’identità per procurarvi il suddetto attrezzo. Se non avete banconote, ecc, potete andare a una malga per alcune stagioni di seguito per aiutare il fattore a mungere le mucche, e in cambio di tutto ciò fatevi dare una mucca. Uccidete la mucca, scuoiatela, essiccate la sua pelle al sole, conciate la pelle con additivi chimici atti ad ammorbidirla, prendete una striscia lunga un metro e mezzo, larga tre centimetri, e in cambio della carcassa e della sua carne procuratevi un punzone per forare la striscia in più punti e una fibbia con asticella semovente che vi farete cucire ad una estremità della striscia da un calzolaio in cambio di pulizia e riordino della bottega per giorni uno.
Ora avete la striscia.
I pantaloni li avete? spero di sì, altrimenti nottetempo potrete procurarveli in uno di quei contenitori gialli dove vengono messi capi d’abbigliamento per persone bisognose. Voi, appunto, se non avete nemmeno un paio di pantaloni in casa.Indossate i pantaloni con o senza mutande/boxer, non ha importanza. Una volta indossati, se sentite che i pantaloni vi cascano un po’ o completamente, potrete usare con soddisfazione la striscia prima summenzionata. Se sentite che i pantaloni non vi cascano, potrete usare la striscia con minore soddisfazione; potrete comunque usarla per soddisfare il vostro gusto estetico, perché vi avranno detto che indossare la striscia è trendy, cool, insomma una vera figata.

A questo punto, fate molta attenzione.

Prendete la striscia dall’estremità senza fibbia metallica, e infilatela nei vari ponticelli di stoffa posizionati alti sui pantaloni, sul bordo superiore, quello della pancia, non quello delle caviglie, uno a uno, senza saltarne nemmeno uno, altrimenti togliete nuovamente la striscia e ricominciate pazientemente da capo. Se siete maschi, dovrete cominciare a infilare la striscia nel ponticello a sinistra del bottone di chiusura dei pantaloni per riuscire, alla fine, da quello a destra del bottone di chiusura dei pantaloni. Se siete femmine, viceversa: dal ponticello a destra, arrivando alla fine del giro dei ponticelli di stoffa, a quello a sinistra del bottone dei pantaloni.

Ora siete quasi alla fine della procedura, coraggio!

Prendete l’estremità morbida della cintura e infilatela nella fibbia, la stringete fino a che trovetete il buco ideale per voi: quello in cui infilerete l’asticella semovente della fibbia al punto tale in cui i pantaloni non cadranno più e non vi sentirete strizzare la pancia come se fosse una salsiccia avvolta nel budello. Ecco siete davvero alla fine: infilate l’estremità morbida sovrapponendola ad una parte di striscia, infilandola in uno o due ponticelli di stoffa.
Avete allacciato la cintura, complimenti! Ora potete partire verso nuove emozionanti avventure!

venerdì 3 agosto 2012

Ricordo d'infanzia

Giulio Mozzi sta raccogliendo ricordi d'infanzia per scrivere un libro. Qui sotto riporto il mio ricordo che gli ho inviato.



Non voglio andare dalla nonna

Milazzo, settembre 1968, ho sette anni. Sono al “Lido Azzurro”, lo stabilimento balneare di mio zio.
Arriva mio padre e annuncia: “Oggi pomeriggio dovremo andare via un po' prima, verso le cinque e mezzo. Dobbiamo andare a mangiare dalla nonna.”
Appena mio padre si allontana con mia madre per fare due passi, mio fratello e le mie sorelle cominciano a sbuffare, e anch'io.
“Dalla nonna, che palle.”, dice Mimmo, mio fratello.
“Vorrei poter rimanere qui”dice Patrizia, mia sorella.
“Anch'io.” aggiunge Gabriella, mia sorella.
Mi viene un'idea. Verso le cinque e un quarto esco dal lido, c'è una fila di alberi e molte macchine parcheggiate. Mi piazzo dietro una macchina in sosta, mi siedo. Verso un quarto alle sei sento, all'interno del lido, la voce della mia mamma che mi chiama. Poi un'altra voce, quella di Mimmo, poi le voci delle mie sorelle, i miei cugini, il mio zio. Ad un certo punto nessuno più chiacchiera, ma si sente solo il mio nome, ripetuto, urlato da molti bagnanti. Io rido per così tante attenzioni, e me ne sto dietro la macchina. Poi la voce di un altoparlante che invita tutti a cercarmi. E' bellissimo.
Dopo un tempo lunghissimo – comincia ad imbrunire – penso: “Ormai è tardi, dalla nonna non ci andremo più.” Decido di uscire dal nascondiglio. Entrando, tutti si girano verso di me.
“Era uno scherzo, era uno scherzo!!”, mi metto a canticchiare.
Arriva il mio babbo con la faccia scura, che mi dà tantissime manate sul culo. Io piango.
E poi andiamo dalla nonna.

giovedì 26 luglio 2012

Sto svanendo


STO SVANENDO

Uno strano rumore
Un tonfo sordo, lontano.
Poi l'impercettibile sensazione
Di aver perso un ricordo.

È caduto, e adesso
È lì per terra, rotto.
Sono io a otto anni,
mio padre mi tiene per mano.

È l'ultimo di tanti:
Fatti, cose, persone,
Sono tutti in frantumi, come vetro.

Me li lascio dietro correndo
Ma se scorgo appena un mio riflesso
Mi vedo scomparire piano piano. 



Teresa Zuccaro

sabato 21 luglio 2012

Morte di una gatta

Montecarlo(LU) è per me una buona risorsa. Quando ho poco tempo a disposizione, posso prendere la bici, raggiungere la sommità di questa collina  e tornare a casa in un'ora circa. Il che contraddice uno dei luoghi comuni più diffusi sulla bicicletta. Che sia un diffuso luogo comune, potete provarlo di persona. Vi trovate all'aperitivo figaccione del sabato sera ed avete già affermato: "Venezia è bella ma non ci vivrei" e "I neri hanno il ritmo nel sangue". Non avete altri argomenti, è una serata in cui avete un QI di un pesce rosso nemmeno troppo sveglio, allora è il momento. Fate un collegamento con la tappa del Tour de France del giorno e poi esclamate perentoriamente: "Per una uscita in bici ci vogliono almeno tre ore", e avrete il plauso di quasi tutti,  mentre state amabilmente sorseggiando il vostro spritz. Anche la bionda che state cercando di conquistare annuirà compiaciuta. Evvai.
Ma. Se mi trovo nei paraggi, vi rovinerò la festa. Produrrò l'elenco di una serie di uscite in bici da un'ora dense di soddisfazioni, potrò mostrare le foto del mio telefono scattate dalla sommità di Montecarlo, e potrò anche raccontare una interessante ed emozionante storia verificatasi proprio al ritorno da una di queste gite lampo. E la bionda si girerà verso di me, dimenticandosi della vostra esistenza.
Questa è la storia. Avevo ancora sulle spalle la mia ora di bici, Montecarlo e ritorno. Un'ora rilassante, con una salita in mezzo alle colline lucchesi tappezzate, per il primo tratto, dal verde bottiglia degli olivi e, per il resto, da un frondoso bosco di lecci. Con il raggiungimento del borgo medievale di Montecarlo, appollaiato sulla collina, castello compreso, da dove si scorge l'Abetone, le Apuane, Lucca, Pescia. Poi discesa a capofitto, ed il veloce rientro dopo una decina di chilometri di pianura. Il caldo ancora non mordeva le gambe, erano le otto. Insomma, avevo alle spalle una sola ora di bici, ma mi rallegravo delle belle cose che si possono fare e vedere in così poco tempo.
Un paio di curve prima di raggiungere il cancello di casa, e intravedo una chiazza nera sul ciglio della strada.
Mi sale l'inquietudine. Mi fermo, torno indietro. E' un gatto. Un rigo di sangue dalla bocca. Gli occhi sbarrati. E' la mia gatta. Nerina. Scendo dalla bici. E' ancora calda, ma rigida, sembra imbalsamata. Mi assale la disperazione. E' nera, è femmina. Sì, è lei. La prendo tra le mani, effetto flou agli occhi. Mi si è fermato il mondo. "Era la mia gatta", dico ad una signora che si è fermata con la macchina. "Mi spiace", sussurra, e riparte. Pronuncio Nerina più volte, poi attraverso la strada. Di là dal fosso, un campo incolto. In una rientranza del terreno vi adagio il corpicino, ci metto delle frasche sopra. Non voglio che i miei figli la vedano per sbaglio. Forse è meglio pensare che se ne sia andata, che abbia perso la strada, ma che sia viva. O forse no, è meglio che dica loro la verità. Per tutta la mattina, durante le ore di lavoro, mi arrovello sul da farsi. Dirlo, non dirlo, dire una bugia...Per tutta la mattina, penso alle gioie che ci ha dato la nostra gatta, le carezze e le coccole che lei desiderava sempre, gliene avrei dovute fare di più, all'illusione che ci eravamo creati sulla sua presuntà abilità di attraversare la strada, alla volta in cui l'ho recuperata con una scala di cinque metri dal terrazzo di una vicina casa in costruzione. Al fatto che lei ha attraversato la strada, ha superato una soglia e non potrà tornare indietro. Uffa, ho il groppo alla gola.
Arrivo a casa con il cuore gonfio e ruvido. Dico qualche parola a pranzo, poi decido per la verità, ma non ho il coraggio di arrivare direttamente al punto come un treno superveloce. Parto, sbuffando come una locomotiva a vapore: "Avete visto Nerina stamani?"
"Sì" dice Elena.
"L'hai vista?" e nello stesso tempo mi domando come faccia, se l'ha vista, a mangiare la pasta al ragù con tanta serenità.
"L'ho vista anch'io", fa Filippo. Lo seguo con gli occhi, anche lui mangia, io non mangio più. "L'avete vista...là fuori?" e sto arrivando alla conclusione di aver generato dei mostri.
"E' in mansarda, sulla poltrona", dice Elena.
Mi alzo rumorosamente, e corro verso le scale che portano in mansarda. Si saranno sbagliati, penso. Sarà stato ieri mattina. Ma intanto spero di essere stato pazzo.
E' lì, sulla poltrona. "Nerina!"
E' Lazzaro, ma non ha le bende. E' calda, morbida, fa le fusa. E' Nerina. L'accarezzo, la strapazzo, finché lei si intimorisce e fa di tutto per divincolarsi dalla mia stretta. Poi mi viene il dubbio che non sia Nerina, guardo se è sterilizzata. Sì. Se ha un canino spezzato. Sì. E la ristringo a me. Nerina sembra averne abbastanza, e scende.
E io sto esultando per la morte di un gatto a me sconosciuto. Se mi avessero chiesto la morte di tre gatti neri in favore della vita di Nerina, mi rendo conto che probabilmente, nel profondo inconfessabile del mio inconscio non politically correct, avrei accettato. Poi mi viene la macabra curiosità di ritornare a vedere il cadavere, quasi quasi ho paura che non ci sia nessuna gatta morta e che sia avvenuto un miracolo. 
Mi viene la curiosità, ma poi mi passa.
E ricomincio ad accarezzare Nerina.
A quel punto la bionda è ai miei piedi, e sta facendo la gatta morta.

Grande è la confusione sotto il cielo

Ho scattato questa foto in un negozio di articoli sportivi di Lucca. Cercavo una pompa per biciclette, e ho trovato questi tre articoli identici. Li ho radunati e ho frettolosamente scattato una foto. Dopo essermi domandato: qual è il prezzo giusto? , ho scelto la pompa a destra. E alla cassa ho effettivamente pagato il prezzo più basso.
qual è il prezzo giusto?

lunedì 2 luglio 2012

Mi sento sul far della sera


La sera è la logica conclusione di una giornata. Si abbassano i toni forti e accesi, inizia una tregua. Si stempera la calura estiva, dal suono esuberante delle cicale si passa alla nenia dei grilli, dalla totale assenza di ombre alle lucciole, da un sole infuocato ad una luna fredda e quasi piena che mette un po' di timore. Mi sento sul far della sera, stasera. Un po' triste e dimesso, con la tv accesa su radio capital che trasmette nostalgicamente "It's my life"dei Talk Talk. Ho paura che le stagioni più interessanti della vita siano già passate, senza che me ne accorgessi in modo da cogliere più opportunità possibili. Posso, sì, ringraziare il cielo di essere sano, di poter correre la mattina, di avere due splendidi figli che mi vogliono bene, soprattutto. Ma non ho il pudore di negarlo: temo il momento in cui arriverà la disfatta sul piano fisico. E non è solo questo. Gli amori, la stagione degli amori, degli anni di sole infuocato si tramutano pian piano in un freddo crepuscolo. E se dovessi utopicamente scegliere, sceglierei senza ipocrisia trent'anni fa. "La stagione dell'amore viene e va", sentenzia Battiato, e concordo con lui sul fatto che "i desideri non invecchiano con l'età". Ma con il passar del tempo un certo tipo di desiderio è patetico, o ridicolo. E cambia tutto, certo, ma spesso in peggio. Ti devi accontentare. Vieni a sapere di un tuo amico che se ne è andato, o di un altro che ha avuto un TIA, o di quell'altro che se la caverà, anche se deve fare la chemio. Quando corro la mattina, finché potrà durare, è uno dei migliori momenti. Nessuno per la strada, ed è vero che ho tanto sonno - chissà quanti bei sogni mi sto perdendo - ma avverto tutto il mio corpo che si muove in una direzione, e per diverse decine di minuti posso permettermi di pensare al niente. E anche se sono sopraffatto dalla tristezza, anche questo è un raro bel momento. Sto scrivendo, e mi piace. Le mie mani stanno appoggiate sulla tastiera, e rincorro con i tasti la barra lampeggiante sul monitor, senza acchiapparla mai. Scrivo, dunque incido nell'aria con volute di vocali e consonanti il fatto ancor banale che esisto. E mi sorprendo anche del fatto che dopo aver premuto "pubblica" qualche sparuto lettore possa avvertire una infinitesima porzione dell'infinita tristezza che mi ha colto stasera. Ho voglia di piangere, e forse lo farò.

TERRAzza! TERRAzza!

Non è esattamente il grido di gioia che espresse Cristoforo Colombo in prossimità del nuovo continente, ma gli si avvicina....dopo il caldo torrido di questi giorni, noi  lettori agognamo la terrazza come riparo dalla calura, protetti da fresche pagine di libri più o meno inesplorati, coccolati da versi di poesie e trastullati da freddure dei simpatici lettori. Insomma, domani  martedì 3 luglio si legge in terrazza, alle Oblate a Firenze alle 21,30, e se ci sarà un po' di musica e qualche sguaiato grido di alticci avventori, pazienza, si legge lo stesso!

Ricordo brevemente le modalità di partecipazione: Portate un testo (fotocopiato in una decina di copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore;
dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere
dell'autore - e breve discussione. 
E via andare.
Senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo. 
E avanti un altro.
A domani
Toni

venerdì 1 giugno 2012

Ce n'est pas un dictionnaire

Investimento - s.m. particolare tipo di  paraurti ad altezza d'uomo, in dotazione su auto di pirata della strada, il quale prova piacere nell'atto violento della distruzione dell'osso mandibolare di un malcapitato paasante.
Finanziamento - s.m. società finanziaria che eroga prestiti a persone che necessitano dell'intervento di ricostruzione chirurgica dell'osso mandibolare; talvolta la società elargisce, in modo del tutto informale, una percentuale del prestito a persone dotate del paraurti speciale di cui sopra.
Mantenimento - s.m. decorso post-operatorio, convalescenza e riabilitazione di intervento di ricostruzione chirurgica dell'osso mandibolare. In caso di nuovo investimento, si richiede nuovo finanziamento e mantenimento.
Operazione - s.f.  Evento che si verifica ogniqualvolta il pirata della strada rivolge le sue attenzioni ad un vostro zio piuttosto corpulento(diversamente magro, insomma).

mercoledì 30 maggio 2012

Il mio cammino è Oltreconfine


Nel numero 5 di maggio-giugno della rivista Oltreconfine, che ringrazio, è stato pubblicato un mio articolo che parla dei miei due viaggi in bici verso Santiago: El camino frances che ho intrapreso nel 2007 e El camino de la Costa che ho percorso nel 2011. Ecco qui sotto un piccolo assaggio, l'inizio del resoconto:


IL BRACCIALETTO

Ho un braccialetto di gomma al polso destro. È blu, ha cinque frecce gialle, una in fila all'altra, e una scritta: camino de Santiago. Le frecce gialle indicano la direzione; durante il Camino, ti guidano in ogni bivio che affronti, dalla partenza all'arrivo. E quando hai fatto una volta nella vita una simile esperienza, il tuo occhio sarà abituato a riconoscere dovunque quelle frecce.
A parte quando dormo, indosso sempre il braccialetto. Ogni tanto mi casca l'occhio su di esso, e posso così pensare alle mille difficoltà affrontate durante quei viaggi – ho fatto due volte il Camino – e in tal modo trovare conforto e coraggio – in una sola parola: la direzione – per i problemi che incontro nella vita. Una specie di talismano, insomma. Quando fai uscire la spiritualità dalla porta, ecco che quella pian piano rientra dalla finestra, sia pure sotto forma di bracciale.
(Continua sulla rivista)

lunedì 14 maggio 2012

Quindici maggio


"Quindici uomini, quindici uomini..."ricordate la canzoncina di "L'isola del tesoro" di Stevenson?
O il gioco delle quindici tesserine numerate da rimettere in ordine?
O l'enciclopedia di "I quindici"  che molti di noi (più grandicelli, diciamo) avevano nella libreria buona di casa e nessuno leggeva, eccezion fatta per i volumi "Racconti e fiabe " e "Fare e costruire"?
Ecco, tutto questo potrebbe farvi comodo in queste prossime  ore per ricordarvi che martedì quindici maggio alle ore 21,30 si terrà il consueto, scoppiettante e frizzante incontro di lettura a Firenze in via dell'Oriuolo presso la biblioteca delle Oblate; potrebbe farvi comodo perché se lo saltate, proverete rimorso per non essere venuti fino al prossimo mese. Dunque, provate a cantare: "Quindici uomini..." fino a domani sera e poi cominciate a leggere.
Ricordo brevemente le modalità di partecipazione: Portate un testo (fotocopiato in una decina di copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore;
dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere
dell'autore - e breve discussione. 
E via andare.
Senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo. 
E avanti un altro.
A domani

ma uno

...uno da solo 
sì 
può fare molto 
può fare la pipì 
può addormentarsi 
può fischiare 
può svegliarsi 
può prendere a sassate dei lampioni 
può rompersi i coglioni a non finire 
può anche farsi a pezzi ed impazzire 
ma uno con qualcuno 
che lo ama e che lo stima e che lo guarda con passione 
può anche fare la rivoluzione ...

(da "Capo Horn", Jovanotti)

giovedì 10 maggio 2012

Su(o giù?)


Lo scorso 21 aprile a Roma, grazie ad un invito di alcuni carissimi amici dell'associazione Bombacarta, intervenni ad una bella giornata in cui si parlava di una preposizione, intesa anche come avverbio: SU. Qui sotto riporto gli appunti del mio intervento. Buona lettura.

Su (o giù?)
Anni fa partecipai ad un corso di sceneggiatura. Il relatore proponeva di non scrivere la storia dal punto 0 al punto 100, ma di inserire dei flashback e forward, e questa proposta può risultare ovvia; ma aggiunse una cosa per me meno scontata: che durante la storia, se avessimo voluto quantificare la intensità, il ritmo degli eventi, questi avrebbero dovuto rispettare delle onde in salita e in discesa, di continuo. Una storia interessante è fatta di picchi su e giù. 
E'un modo per allungare il percorso, come la vita. Una linea curva è più lunga di una linea retta, quindi i picchi verso l'alto e verso il basso sono un mezzo, oltre a rendere la storia più interessante agli altri e a sé stessi, di allungarla. Se volessimo metaforicamente sostituire la parola "storia" con la parola "vita", dovremmo prendere atto di questi continui alti e bassi, di questi su e giù, condizione necessaria per vivere con consapevolezza ed entusiasmo. Anche il tracciato di un ecg va su e giù, mentre quando il cuore non batte più il disegno è una linea piatta.
"Su" inteso come avverbio può essere ben  interpretato da "Up", il film con il vecchietto che sradica la sua casa con la forza di migliaia di palloncini colorati e porta sé stesso e la sua casa alle cascate Paradiso in Sudamerica, un posto in mezzo alle montagne dove sarebbe voluto andare con la moglie. Schiacciato nel suo territorio, con mille problemi legati alla perdita della casa, della moglie, delle speranze, dà una risposta rivoluzionaria alla sua crisi con un'ascensione, un movimento verticale: l'esplosione gioiosa di uno slancio di mille colori verso il cielo. Come dire: quando sei accerchiato in ogni direzione, puoi trovare la tua soluzione rivolgendo lo sguardo verso l'alto. 
Lo scivolamento in basso può essere inteso come una preparazione ad una straordinaria propulsione verso l'alto, ma può anche succedere il contrario. Una mia amica mi raccontò di un periodo in cui non se la passava bene, vedeva tutto nero al punto che lo psichiatra le prescrisse degli antidepressivi, oltre a consigliarle un percorso di analisi. Al successivo controllo la mia amica comunicò al dottore che stava particolarmente bene, vedeva tutto positivo, trovava il mondo entusiasmante; invece il dottore non era affatto entusiasta di questo, perché secondo lui era avvenuto tutto troppo in fretta, e le disse: " Eh, signora, si ricordi, tanto va su tanto va giù", mimando nel contempo una mano che sale e che poi scende. Al di là del metodo di comunicazione non particolarmente ortodosso del medico, possiamo riflettere sul fatto che la nostra strada sia costantemente segnata da salite ripide e discese vertiginose; motivo per cui è conveniente tenere in buon ordine le gambe e i freni. Motivo per cui è bene prepararsi al decollo, ma anche all'atterraggio. In alcuni casi tra il su e giù può nascere una sana confusione:
"La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare", dice Jovanotti, mentre  in Toy Story 1 lo Space Ranger che fa? Vola, crede di volare, cade con stile? Sicuramente va un po' su, un po' giù.

Quello di Buzz Lightyear, lo Space Ranger, è un percorso di crescita, con il senso di onnipotenza che si ha all'inizio della vita, il disincanto dell'età adulta e - ed è questo il passo più difficile - la successiva consapevolezza del fatto che non sappiamo volare, ma possiamo fare grandi cose.
Possiamo anche approfittare delle discese, dei "giù" improvvisi ed inattesi per acquisire un punto di vista diverso.
Nel film "La sposa cadavere" si rovesciano le prospettive, intendendo il mondo vivido e colorato giù, rispetto al grigio mondo che esiste al suolo. Anche il "giù" potrebbe essere molto interessante. Il mondo visto dalle radici, come la carta dell'appeso che riflette sulle sue origini, sulla sua provenienza. Un punto di vista estremamente vicino all'inconscio, al pozzo nero da cui si attingono esperienze pregresse e ricordi. Quando sei giù, nessuno ti chiede di rispettare le regole, puoi essere più vicino alla tua natura e ai tuoi desideri, nessuno ti chiede di rispettare i tuoi obblighi perché sei giù, in altre parole stai attraversando una crisi. Come ci suggerisce il bellissimo testo della canzone "La crisi" dei Bluvertigo.
http://www.youtube.com/watch?v=BGlk6F3KgQM

"Su" è indubbiamente affascinante: è la trascendenza, il respiro verso il cielo. Il rischio è però quello di starsene lassù ed essere isolato dal mondo, una stella che ha trovato la propria posizione, ma fredda, isolata da tutti.
Salire è bellissimo, ma bisogna tornare a valle, cercando di non farsi del male. Perdendo, talvolta,  i brandelli di felicità a cui ci eravamo aggrappati.
L'idea di un su e di un giù ci può dare l'idea di un mondo con una direzione: capo nord è indubbiamente l'idea di su, geograficamente parlando, contrapposto ad un sud. Possiamo anche rovesciare il tutto, ma le bussole anche all'emisfero australe continueranno a puntare verso il nord magnetico. Il nord che attrae. Il nord che abbiamo nella nostra testa. A me attrae tantissimo. Sono stato in bicicletta da quelle parti. C'è maggiore imprevedibilità di tempo metereologico, di temperature, di venti, di luce. Un intero mese di buio a dicembre, un intero mese di luce a giugno. Il nord che ho in testa sta nei film di Bergman, in quel vento che spazza la brughiera, la solitudine, il raccoglimento. In altri momenti c'è bisogno di un sud, del calore, la festa, il sorriso, l'improvvisazione.
Parafrasando Battisti, nella nostra esistenza dobbiamo stare pronti a percorrere di continuo "Le discese ardite e le risalite".