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martedì 30 ottobre 2012

La mia maratona di Lucca. Il mio ritorno

Anni fa, in occasione di un capodanno, proclamai: "Da domani non metterò più zucchero nel caffè." Così feci, e così continuo a fare.
Durante lo scorso capodanno, prima pensai e poi dissi: "Quest'anno voglio correre la maratona."
Di sicuro, tener fede alla prima intenzione è stato più facile rispetto alla seconda. Ci pensavo ieri, sotto la pioggia battente, con le mani intirizzite dal freddo, quando mi mancavano quattro infiniti chilometri alla fine della maratona. Fino a quel momento avevo avuto diversi momenti di difficoltà - un dolore al tendine sinistro, il muro psicologico dei trenta chilometri, la stringa sciolta che non sono riuscito più a legare a dieci chilometri dalla fine, un accenno di crampi ai polpacci - ma niente in confronto a quegli ultimi chilometri sulle mura di Lucca. Avevo una gran voglia di mettermi a camminare, di piantarla lì. Di porre fine a quella infinita fatica.
E ci ho anche pensato – che non mettere zucchero nel caffè sia più facile che correre una maratona -durante tutto quest'anno, perché l'intenzione di correre una maratona richiede preparazione, regolarità, programmazione. Richiede, a monte della maratona, un dispendio di tempo ed energie da cui non si può prescindere, soprattutto a 51 anni.
Da capodanno fino ad ora, ho cercato di correre almeno tre volte alla settimana, pensando a quel lontano San Silvestro di 33 anni fa in cui, a soli 18 anni corsi a Roma la maratona, piazzandomi al decimo posto assoluto, lasciandomi dietro 9990 persone. Temevo che sarebbe stata l'unica maratona della mia vita. Dopo trentatré anni, però, gli obiettivi e la visione del mondo cambiano, nonché, soprattutto, il vigore fisico.  Bisogna mettere da parte il cronometro, essere concreti e realistici, un po' disincantati – anche nella vita – e più indulgenti con sé stessi e i propri sbagli, altrimenti il paragone diventa impietoso. 
In realtà in questi dieci mesi non ho fatto una scrupolosa programmazione, soprattutto se guardo i pochissimi allenamenti qualitativi: una sola seduta di ripetute( un 7x1000 in pista), 5 sedute di salite, una quindicina di allenamenti con variazioni di ritmo. Ho perlopiù corso e pensato. Grazie alle mie gambe che si muovevano, che appoggiavano un piede dopo l'altro, che sfruttavano la fase di volo e si occupavano del successivo atterraggio, grazie ai miei polmoni che succhiavano aria per scambiarla con anidride carbonica, al mio sudore che abbassava la temperatura interna, alle mie braccia che oscillavano avanti e indietro per dare il miglior equilibrio possibile; grazie a tutto questo ed altro ancora contenuto nel mio complicato e misterioso corpo di essere umano, ho avuto la possibilità di pensare e di godere delle mie emozioni, di pensare e sentire correndo. Spesso ho avuto la possibilità di correre con la bellezza che mi scorreva accanto: nella macchia mediterranea tra Piombino e Populonia, nella pineta di San Vincenzo, nel lungomare del promontorio di Milazzo, nel parco Sempione di Milano, su per la salita del monte Morello a Firenze, sulle mura di Lucca. Quasi sempre all'alba, prima che il mondo ricominci a far chiasso.
E' stato un anno difficile, purtroppo, per un grosso problema che non posso e non voglio spiegare qui, che per fortuna si sta pian piano risolvendo; le nubi grigie, dopo diverse terribili tempeste, si stanno dileguando, e si intravedono all'orizzonte sprazzi di cielo pulito. In quest'anno difficile, gli allenamenti, soprattutto quelli intrisi di bellezza, sono stati per me preziosi, per pensare e decidere. E per godere del qui e dell'ora.
Poiché mi piace caricare di senso tutto ciò che faccio, anche se – parafrasando Vasco Rossi – un senso non ce l'ha, mi piace pensare che la pioggia torrenziale ed il freddo pungente di ieri abbiano potuto esaltare il fascino di epopea e leggenda che la maratona esercita con un consenso pressoché planetario. Il mio ritorno alla maratona, dunque, si è caricato di un valore aggiunto provocato dagli agenti metereologici – pioggia, freddo, vento – che trasformano la corsa in un viaggio omerico, con una partenza, un allontanamento, delle difficoltà da superare, e un ritorno entro le mura arborate della città antica. 
Una maratona è infinita. Potrei pensare alla corsa di ieri ogni sera per un mese intero, ed ogni volta rievocare gli odori, i passi, il respiro, i dolori alle gambe, le pozzanghere, le musiche, gli automobilisti incazzati, le persone che ti applaudivano e ti incoraggiavano lungo il percorso, i compagni di corsa...ogni volta, dicevo, sempre in modi e sfaccettature diverse. Occorre affrontare l'infinito di una maratona con concentrazione, calma: occorre la testa ed il cuore.
Negli ultimi quattro chilometri stavo perdendo la testa. Cercavo di farmi forza pensando al successivo cartello, quello dei trentotto, trentanove chilometri, fino al cartello dell'ultimo chilometro. Prima della gara pensavo che, una volta arrivato sulle mura di Lucca, mi sarei sentito al sicuro, invece mi ero sbagliato. Negli ultimi quattro chilometri, a costo di risultare spudoratamente cliché, le sole cose che mi hanno fatto progredire sono stati i pensieri positivi: i bellissimi dieci mesi di allenamenti finalizzati a questa esperienza, la faccia di mio padre, i miei figli, le note del Bolero di Ravel,. Un crescendo, fino alla gioia degli ultimi duecento metri, in cui ho avuto la forza e la voglia di allungare il passo e di godermi alcuni scorci di Lucca con gli occhi stupiti che può avere un turista giapponese, fermando la mia corsa dopo tre ore e ventinove minuti. In compagnia dell'amico Carlo, che ha ripercorso gli ultimi metri con me, con cui avevo condiviso una buona parte della strada. Con il mio amico Arturo, che mi attendeva all'arrivo, invisibile artefice della foto qui sotto.
Happiness is real only when shared, sostiene Chris Mc Candless in Into The Wild, e così stasera ho voluto condividere un pezzetto della mia felicità con chi mi sta leggendo.






domenica 21 ottobre 2012

Con il sole nei capelli




ATTESA, di Raymond Carver

Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C'è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un'altra strada. Prendi quella
e nessun'altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C'è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E' quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E' quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c'è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L'unica che può dirti:
"Come mai ci hai messo tanto?"

mercoledì 10 ottobre 2012

Eroica 2012 - beati gli ultimi...

Che cosa ci faccio in un bosco nel Chianti, di notte, in una domenica autunnale, in compagnia di  uno svizzero ed un campigliese(di Campiglia M.ma)? Vi prego di non giungere a conclusioni affrettate, anche se non è facile rispondere a questa domanda.
Il fatto è, cominciando a fare un po' di luce sulla questione, che anche quest'anno ho partecipato all'Eroica, ormai il terzo anno consecutivo, sempre sulla distanza di 205 chilometri. Pensavo di non farla, visto che in poche ore dall'apertura delle iscrizioni nel lontano marzo 2012, era stato raggiunto il limite massimo dei partecipanti. Ma ad agosto si erano riaperte ad un prezzo impossibile(130€ per altri 100 iscritti), e cadendo in tentazione per l'amore che nutro per questa manifestazione e facendo un mutuo mi sono iscritto, sperando che, come si legge nel sito, questi soldi vadano effettivamente a finire per una giusta causa umanitaria. L'amico Carlo si è unito a me in quest'impresa, pur non essendo iscritto. Lui è un duro e puro, quindi si è portato tutto il mangiare in uno zaino senza assaggiare, non avendone titolo, nemmeno un pezzetto di mela dei fantastici ristori in cui io ho divorato di tutto, fatta eccezione per gli ovetti freschi che non digerisco.
Verso le sette e un quarto di sera, dopo aver percorso 189 chilometri(ne mancavano 16 alla fine), io e Carlo ci troviamo dentro un bosco prima di Radda in Chianti, quando sentiamo il classico scoppio di una camera d'aria. Non sono le mie ruote, nemmeno quelle di Carlo: è la ruota della bici di un bergamasco. Ci fermiamo a dargli una mano, si ferma anche un altro ciclista di Campiglia. Prima tenta con la schiuma, per due volte, ma il buco è troppo grande. Viene smontata la ruota, è un tubolare, sostituita la camera d'aria, e dopo un paio di tentativi a vuoto Carlo riesce a infilare il labbro del tubolare(non abbiamo colla) dentro il cerchione. Si riparte alle sette e quarantacinque. La sosta mi ha raffreddato i muscoli, l'inizio è un po' penoso, dopo pochi minuti sto bene. Nel frattempo arriva il camion "spazzino" che aveva qualche bici sul pianale, e ci chiede se vogliamo salire a bordo, visto che siamo gli ultimi. Decliniamo gentilmente l'offerta, e continuiamo a pedalare.
Si esce dal bosco e c'è la salita per Radda in Chianti su asfalto. Il bergamasco va in crisi.
"Non possiamo lasciarlo solo" mi dice Carlo.
"No, però...io voglio arrivare prima possibile, ho fame, freddo, sonno, voglio fare una doccia..." faccio io.
"Va bene" risponde Carlo "ci sto io con lui. Ci si vede al traguardo."
Io e il campigliese ci allontaniamo, mentre Carlo fa dietrofront per fare assistenza al bergamasco, accompagnandolo passo passo fino all'arrivo.
Dopo Radda in Chianti, altra deviazione nel bosco, verso Vertine, a sei sette chilometri da Gaiole, e lì vediamo una sagoma al buio. Uno svizzero che sta lentamente pedalando nella completa oscurità, rischio di facile preda per famelici mammiferi predatori o di cadere in qualche fosso. Ci spiega che si è rotto il suo fanale. Lo accompagniamo come la scorta, uno davanti e uno dietro. Lo svizzero non fa che ripetere "Grascie ciante, grascie, grascie..."Ma non si studia anche l'italiano in Svizzera?"
Le ultime curve, le luci del paese. Applausi all'arrivo "Beati gli ultimi!" "Bravi!"
All'arrivo, alle nove meno dieci, ci sono insieme lo svizzero, il lucchese(d'adozione) e il campigliese, come nelle barzellette.
"Aspettate, ci sono ancora due che devono arrivare!", avverto io.
"Va bene, li aspettiamo." risponde un tipo sorridente.
Le nove e un quarto. Arriva il mio amico Carlo,. ed il bergamasco duramente provato ma felice, che dice a Carlo: "Io sono maglia nera, tu sei maglia d'oro!"
Insomma, un'eroica da veri eroici. Sì, beati gli ultimi.

sabato 29 settembre 2012

Oggi è un buon giorno per morire

Avete voglia di farla finita ma non ne avete il coraggio? Su, su, non rimandate a domani quello che potete fare oggi. Animo! Non è vero che per pagare e morire c'è sempre tempo, certe occasioni bisogna prenderle al volo! Oggi è un buon giorno per morire, guardate qua:


venerdì 21 settembre 2012

Frizzante o naturale?

"Mi scusi, quella bottiglia d'acqua è frizzante?"
"E' naturale!"

mercoledì 19 settembre 2012

Par condicio


Par condicio
 
 
-Ti voglio...-
-Claudia?-
-Eh?-
Si gira verso Stefano, poi guarda l'orologio: segna le cinque e mezzo.
-Cosa volevi?-
-...Niente, perché?-
-Hai detto "ti voglio.."-
-Non so, stavo sognando, forse, non ricordo..-
Passano due minuti buoni.
-Ma chi volevi?-
-Non lo so, cazzo!-
-Non lo sai, eh? Posso fare un'ipotesi: quello stronzo che ti ha mandato un messaggio alle due di notte, forse..-
-Senti.. non so chi abbia mandato il messaggio, dopo guardo, forse Francesca che deve rispondermi per la cena di stasera; e poi non so cosa ho detto, e né cosa stessi sognando..-
-Comunque sai benissimo che non sono io, quello..-
-NON LO SO! come cazzo te lo devo dire?-
-Ok, non sono io, non sono più io quello che ti fa emozionare, né quello che ti fa divertire, non sono più io, porca puttana!-
-Stefano, ascoltami..vorrei dirtelo con le buone.. non ti mettere in testa paranoie che non esistono..per piacere, sono stanca..-
-E' Marco, vero? Lo splendido, il brillante, l'ottimista.."ti voglio, Marco", eh?-
-Mi hai davvero rotto le palle, ora!-
Si alza e va in bagno.
Lui rimane supino con le mani dietro la nuca a osservare il soffitto, un po' ingiallito vicino agli angoli, sta pensando che sia giunto il momento di imbiancare. 
Il rumore dello sciacquone, poi quello del rubinetto, poi lo scalpiccio delle ciabatte.
Claudia si infila nel letto e si mette a leggere.
-Io vado bene come padre responsabile dei tuoi figli, una sicurezza, una roccia, ma per il resto, eh?-
- Ma tutto questo per due parole dette in dormiveglia, ma ti rendi conto di quello che dici?.. BASTA! -
-Il resto lo prendi quando te ne vai al corso di yoga..o no?-
-Che c'entra il corso di yoga?-
-C'è anche Marco, no? Quando mai torni puntuale?-
-Ma la finisci?la finisci? C'è Marco, sì, insieme ad altre venti persone!-
BIBIP-BIBIP
-E a te, chi è che manda un messaggio alle sei del mattino? Il panettiere, il metronotte? 
Oppure la simpatica palestrata collega dell'ufficio acquisti, comecazzosichiama quella lì, che si è rifatta anche i seni?-
-Senti.. non cambiare argomento, saranno le notizie che mi mandano sul telefonino..-
-Ma se avevi detto che costa troppo il servizio, col cavolo che l'avresti attivato..non mi prendere in giro! E falla finita tu!!
-La finisco..ma fammi vedere chi ti ha spedito il messaggio!-
-Anche tu, però..-
Si guardano un po', poi si voltano e prendono il rispettivo telefono dal rispettivo comodino.
-Chi prima?- fa Stefano con tono sicuro.
-Insieme?-
-Insieme!-
Si fissano l'un l'altra, entrambi con il pollice pronto a schiacciare sulla bustina lampeggiante.
-..Senti.. non mi va di spiarti..e io non ti nascondo nulla. Se c'è qualcosa dimmelo, no?
E' brutto farsi del male così..-
-Non c'è niente, davvero, Stefano..dopotutto il nostro è un bel rapporto, credo..a yoga ci vado perché lo sento come un mio spazio, mi fa veramente bene, e Marco è un caro amico, ma non c'è nulla..-
Si guardano , poi si baciano e si stringono, e rimangono per un po' in quella posizione.
I cellulari scivolano tra le lenzuola.
La luce del giorno filtra dalle persiane.
 

sabato 15 settembre 2012

Facebook? No, grazie!


Tempo fa un mio carissimo amico mi ha dato del "neo-luddista" per la mia riluttanza ad iscrivermi a facebook. Ho dovuto consultare libri seri e preoccupanti per capire l'oscuro significato del termine. In wikipedia il termine è così riassunto: "Il neo-Luddismo è un moderno movimento di opposizione allo sviluppo tecnologico sia specifica che generale". Quindi, la mia mancata iscrizione a Facebook sarebbe una mia generale resistenza a tutto ciò che di tecnologico e innovativo ci arriva dal mondo.

Io invece credo che le motivazioni alla mia mancata iscrizione a Facebook siano diverse:

1) Passo già troppo tempo davanti al computer, non mi posso permettere altro spreco di tempo rubato alla famiglia, al lavoro, agli amici, all'amore, alla musica, ai libri, allo sport, agli spazi vuoti dell'esistenza.

2)Un po' come gli sms o il telefono, anche Facebook ti dà un surrogato di presenza. Pensi, illusoriamente, che la persona con cui parli - o a cui mandi un sms - sia accanto a te. In tal modo quella persona ti manca un pochino meno. E tutto questo ti fa calare il desiderio - tanto è lo stesso, no? - di vedere quella persona con tutti i cinque sensi che possiedi. E' invece molto meglio sentire drammaticamente l'assenza di una persona; i vuoti dell'esistenza danno degli scossoni enormi, danno l'energia per alzare il culo dalla seggiola per uscire, e nel contempo, assaporare l'odore dell'erba bagnata dalla pioggia di stanotte.

domenica 9 settembre 2012

Corridori

E' domenica mattina, sono le sette e mi trovo a Milano; in questo week-end sto partecipando ad un corso di narrazione. Ma mi sono alzato molto prima dell'inizio del corso per correre un'ora a piedi.
Dall'albergo mi dirigo verso il parco Sempione, distante un paio di chilometri. Sono in via Pagano e vengo superato da un corridore: corre molto più velocemente di me.
Subito dopo mi raggiungono altri tre corridori, decido di adeguarmi al loro ritmo, e penso che a quest'andatura potrò percorrere sì e no due-tre chilometri, poi mi dovrò fermare. Penso anche che i podisti milanesi della domenica sono molto veloci, molto più veloci di quelli che incontro a Lucca. Il grande nord, mi viene da pensare, efficiente e produttivo.
Ci avviciniamo di gran carriera al parco. Vedo un po' più avanti un signore con berretto e bandierina in mano; ha l'aria di essere un giudice di gara. E' un giudice di gara. Guardo il corridore alla mia sinistra, ha un numero di pettorale incollato sul lato anteriore della maglia. Capisco che sto correndo la parte finale di una gara, e intuisco di trovarmi al momento sbagliato nel posto sbagliato. Sulla mia destra vedo un cancello che dà l'ingresso al parco. Abbandono i tre corridori e devio verso il parco. Uno dei tre corridori con canottiera rossa e pantaloncini neri mi segue. Raggiungo il cancello, lui vede che gli altri due sono andati a dritto, verso il signore con la bandierina che urla:" Di qua!" Il corridore con la canottiera rossa si ferma, fa dietro-front e corre verso i due corridori, urlando delle imprecazioni in una lingua che non conosco. Tira anche un pugno ad un cestino dei rifiuti e continua ad imprecare in una lingua che non conosco. Gli altri  corridori sono ormai lontani, ora ce ne sono altri davanti al corridore con la canottiera rossa che continua ad imprecare in una lingua che non conosco.
Io mi addentro nel parco, con passo trotterellante.

martedì 14 agosto 2012

Vedere, sentire, odorare, gustare, toccare

Qui sotto, metto degli appunti che scrissi per Bombacarta nel maggio 2005

«La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». Flannery O' Connor.
Vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. La narrativa è costituita di fatti, di cose concrete che possono essere saggiate attraverso i nostri cinque sensi. E perché va appresa, perché è tanto difficile affrontare la realtà in questo modo? A mio avviso questo procedimento è ostacolato dall'esperienza. L'esperienza - tanto utile, certamente, per fare meno fatica in procedimenti routinari e per non cadere sempre negli stessi errori - fa sì che quando entro in rapporto con un oggetto io vada a ripescare dalla mia testa un bagaglio di informazioni che io ho di quell'oggetto, e ve le appiccichi sopra. Bene, non appena ciò avviene, cesso di rapportarmi con quella realtà e spesso mi accontento di quello che già so; cala una specie di nebbia, una cappa che mi impedisce di apprezzare i dettagli e la freschezza del reale. "Te lo dico per esperienza" è una specie di suggello che un interlocutore appone per chiudere un discorso.
La fatica sta proprio nel costruire una nuova attenzione verso il mondo: mantenere la curiosità e lo stupore di un bambino che non ha niente da comparare rispetto a ciò che vede, perché quella realtà - a volte terribile, a volte splendida - si offre ai suoi occhi per la prima volta. Non dobbiamo raccontare di categorie, ma di persone - diverse le une dalle altre - , di oggetti, di realtà con le quali entrare in relazione e sporcarci le mani. Mi vengono in mente i "Reality Show", che vanno esattamente nella direzione opposta: luoghi dorati in cui delle persone si rinchiudono e devono, per sopravvivere, agire secondo i desideri di chi li guarda e di chi è vicino a loro, pena l'eliminazione; devono imparare ad agire per "categorie" di comportamenti, in cambio c'è chi provvede al loro sostentamento e a tutti i confort di cui hanno bisogno. E’ un paradosso che si parli di "Reality". 
Spegniamo la tv, per piacere, e usciamo. 
Le storie degne di essere raccontate ci vengono incontro, e noi andiamo incontro a loro. Senza fretta, senza affanno.
In fiduciosa attesa.
Toni La Malfa

venerdì 10 agosto 2012

Un gioco

Da un corso di scrittura di Giulio Mozzi:
Allora, il gioco è questo:
- scegliete un’azione di quelle che si fanno non dico senza pensarci, ma quasi;
- scrivete un testo in forma di “ricetta”, ossia una spiegazione il più possibile (anche parossisticamente) accurata di come si fa a compiere quell’azione.  

Qui sotto metto il mio esercizio:  
Allacciate la cintura
 
Ingredienti: una striscia bucherellata di pelle chiamata cintura, una pancia, un paio di pantaloni sprovvisti di elastico e dotati di chiusura a bottoni.

Preparazione: prendete una striscia bucherellata lunga circa un metro e mezzo, dotata in una estremità di fibbia con asticella semovente atta a penetrare i buchi situati nell’altra estremità della striscia. Tale attrezzo è comunemente chiamato cintura. Se non avete una cintura, prendete delle banconote o un bancomat o una carta di credito o un assegno e una carta d’identità per procurarvi il suddetto attrezzo. Se non avete banconote, ecc, potete andare a una malga per alcune stagioni di seguito per aiutare il fattore a mungere le mucche, e in cambio di tutto ciò fatevi dare una mucca. Uccidete la mucca, scuoiatela, essiccate la sua pelle al sole, conciate la pelle con additivi chimici atti ad ammorbidirla, prendete una striscia lunga un metro e mezzo, larga tre centimetri, e in cambio della carcassa e della sua carne procuratevi un punzone per forare la striscia in più punti e una fibbia con asticella semovente che vi farete cucire ad una estremità della striscia da un calzolaio in cambio di pulizia e riordino della bottega per giorni uno.
Ora avete la striscia.
I pantaloni li avete? spero di sì, altrimenti nottetempo potrete procurarveli in uno di quei contenitori gialli dove vengono messi capi d’abbigliamento per persone bisognose. Voi, appunto, se non avete nemmeno un paio di pantaloni in casa.Indossate i pantaloni con o senza mutande/boxer, non ha importanza. Una volta indossati, se sentite che i pantaloni vi cascano un po’ o completamente, potrete usare con soddisfazione la striscia prima summenzionata. Se sentite che i pantaloni non vi cascano, potrete usare la striscia con minore soddisfazione; potrete comunque usarla per soddisfare il vostro gusto estetico, perché vi avranno detto che indossare la striscia è trendy, cool, insomma una vera figata.

A questo punto, fate molta attenzione.

Prendete la striscia dall’estremità senza fibbia metallica, e infilatela nei vari ponticelli di stoffa posizionati alti sui pantaloni, sul bordo superiore, quello della pancia, non quello delle caviglie, uno a uno, senza saltarne nemmeno uno, altrimenti togliete nuovamente la striscia e ricominciate pazientemente da capo. Se siete maschi, dovrete cominciare a infilare la striscia nel ponticello a sinistra del bottone di chiusura dei pantaloni per riuscire, alla fine, da quello a destra del bottone di chiusura dei pantaloni. Se siete femmine, viceversa: dal ponticello a destra, arrivando alla fine del giro dei ponticelli di stoffa, a quello a sinistra del bottone dei pantaloni.

Ora siete quasi alla fine della procedura, coraggio!

Prendete l’estremità morbida della cintura e infilatela nella fibbia, la stringete fino a che trovetete il buco ideale per voi: quello in cui infilerete l’asticella semovente della fibbia al punto tale in cui i pantaloni non cadranno più e non vi sentirete strizzare la pancia come se fosse una salsiccia avvolta nel budello. Ecco siete davvero alla fine: infilate l’estremità morbida sovrapponendola ad una parte di striscia, infilandola in uno o due ponticelli di stoffa.
Avete allacciato la cintura, complimenti! Ora potete partire verso nuove emozionanti avventure!

venerdì 3 agosto 2012

Ricordo d'infanzia

Giulio Mozzi sta raccogliendo ricordi d'infanzia per scrivere un libro. Qui sotto riporto il mio ricordo che gli ho inviato.



Non voglio andare dalla nonna

Milazzo, settembre 1968, ho sette anni. Sono al “Lido Azzurro”, lo stabilimento balneare di mio zio.
Arriva mio padre e annuncia: “Oggi pomeriggio dovremo andare via un po' prima, verso le cinque e mezzo. Dobbiamo andare a mangiare dalla nonna.”
Appena mio padre si allontana con mia madre per fare due passi, mio fratello e le mie sorelle cominciano a sbuffare, e anch'io.
“Dalla nonna, che palle.”, dice Mimmo, mio fratello.
“Vorrei poter rimanere qui”dice Patrizia, mia sorella.
“Anch'io.” aggiunge Gabriella, mia sorella.
Mi viene un'idea. Verso le cinque e un quarto esco dal lido, c'è una fila di alberi e molte macchine parcheggiate. Mi piazzo dietro una macchina in sosta, mi siedo. Verso un quarto alle sei sento, all'interno del lido, la voce della mia mamma che mi chiama. Poi un'altra voce, quella di Mimmo, poi le voci delle mie sorelle, i miei cugini, il mio zio. Ad un certo punto nessuno più chiacchiera, ma si sente solo il mio nome, ripetuto, urlato da molti bagnanti. Io rido per così tante attenzioni, e me ne sto dietro la macchina. Poi la voce di un altoparlante che invita tutti a cercarmi. E' bellissimo.
Dopo un tempo lunghissimo – comincia ad imbrunire – penso: “Ormai è tardi, dalla nonna non ci andremo più.” Decido di uscire dal nascondiglio. Entrando, tutti si girano verso di me.
“Era uno scherzo, era uno scherzo!!”, mi metto a canticchiare.
Arriva il mio babbo con la faccia scura, che mi dà tantissime manate sul culo. Io piango.
E poi andiamo dalla nonna.

giovedì 26 luglio 2012

Sto svanendo


STO SVANENDO

Uno strano rumore
Un tonfo sordo, lontano.
Poi l'impercettibile sensazione
Di aver perso un ricordo.

È caduto, e adesso
È lì per terra, rotto.
Sono io a otto anni,
mio padre mi tiene per mano.

È l'ultimo di tanti:
Fatti, cose, persone,
Sono tutti in frantumi, come vetro.

Me li lascio dietro correndo
Ma se scorgo appena un mio riflesso
Mi vedo scomparire piano piano. 



Teresa Zuccaro

sabato 21 luglio 2012

Morte di una gatta

Montecarlo(LU) è per me una buona risorsa. Quando ho poco tempo a disposizione, posso prendere la bici, raggiungere la sommità di questa collina  e tornare a casa in un'ora circa. Il che contraddice uno dei luoghi comuni più diffusi sulla bicicletta. Che sia un diffuso luogo comune, potete provarlo di persona. Vi trovate all'aperitivo figaccione del sabato sera ed avete già affermato: "Venezia è bella ma non ci vivrei" e "I neri hanno il ritmo nel sangue". Non avete altri argomenti, è una serata in cui avete un QI di un pesce rosso nemmeno troppo sveglio, allora è il momento. Fate un collegamento con la tappa del Tour de France del giorno e poi esclamate perentoriamente: "Per una uscita in bici ci vogliono almeno tre ore", e avrete il plauso di quasi tutti,  mentre state amabilmente sorseggiando il vostro spritz. Anche la bionda che state cercando di conquistare annuirà compiaciuta. Evvai.
Ma. Se mi trovo nei paraggi, vi rovinerò la festa. Produrrò l'elenco di una serie di uscite in bici da un'ora dense di soddisfazioni, potrò mostrare le foto del mio telefono scattate dalla sommità di Montecarlo, e potrò anche raccontare una interessante ed emozionante storia verificatasi proprio al ritorno da una di queste gite lampo. E la bionda si girerà verso di me, dimenticandosi della vostra esistenza.
Questa è la storia. Avevo ancora sulle spalle la mia ora di bici, Montecarlo e ritorno. Un'ora rilassante, con una salita in mezzo alle colline lucchesi tappezzate, per il primo tratto, dal verde bottiglia degli olivi e, per il resto, da un frondoso bosco di lecci. Con il raggiungimento del borgo medievale di Montecarlo, appollaiato sulla collina, castello compreso, da dove si scorge l'Abetone, le Apuane, Lucca, Pescia. Poi discesa a capofitto, ed il veloce rientro dopo una decina di chilometri di pianura. Il caldo ancora non mordeva le gambe, erano le otto. Insomma, avevo alle spalle una sola ora di bici, ma mi rallegravo delle belle cose che si possono fare e vedere in così poco tempo.
Un paio di curve prima di raggiungere il cancello di casa, e intravedo una chiazza nera sul ciglio della strada.
Mi sale l'inquietudine. Mi fermo, torno indietro. E' un gatto. Un rigo di sangue dalla bocca. Gli occhi sbarrati. E' la mia gatta. Nerina. Scendo dalla bici. E' ancora calda, ma rigida, sembra imbalsamata. Mi assale la disperazione. E' nera, è femmina. Sì, è lei. La prendo tra le mani, effetto flou agli occhi. Mi si è fermato il mondo. "Era la mia gatta", dico ad una signora che si è fermata con la macchina. "Mi spiace", sussurra, e riparte. Pronuncio Nerina più volte, poi attraverso la strada. Di là dal fosso, un campo incolto. In una rientranza del terreno vi adagio il corpicino, ci metto delle frasche sopra. Non voglio che i miei figli la vedano per sbaglio. Forse è meglio pensare che se ne sia andata, che abbia perso la strada, ma che sia viva. O forse no, è meglio che dica loro la verità. Per tutta la mattina, durante le ore di lavoro, mi arrovello sul da farsi. Dirlo, non dirlo, dire una bugia...Per tutta la mattina, penso alle gioie che ci ha dato la nostra gatta, le carezze e le coccole che lei desiderava sempre, gliene avrei dovute fare di più, all'illusione che ci eravamo creati sulla sua presuntà abilità di attraversare la strada, alla volta in cui l'ho recuperata con una scala di cinque metri dal terrazzo di una vicina casa in costruzione. Al fatto che lei ha attraversato la strada, ha superato una soglia e non potrà tornare indietro. Uffa, ho il groppo alla gola.
Arrivo a casa con il cuore gonfio e ruvido. Dico qualche parola a pranzo, poi decido per la verità, ma non ho il coraggio di arrivare direttamente al punto come un treno superveloce. Parto, sbuffando come una locomotiva a vapore: "Avete visto Nerina stamani?"
"Sì" dice Elena.
"L'hai vista?" e nello stesso tempo mi domando come faccia, se l'ha vista, a mangiare la pasta al ragù con tanta serenità.
"L'ho vista anch'io", fa Filippo. Lo seguo con gli occhi, anche lui mangia, io non mangio più. "L'avete vista...là fuori?" e sto arrivando alla conclusione di aver generato dei mostri.
"E' in mansarda, sulla poltrona", dice Elena.
Mi alzo rumorosamente, e corro verso le scale che portano in mansarda. Si saranno sbagliati, penso. Sarà stato ieri mattina. Ma intanto spero di essere stato pazzo.
E' lì, sulla poltrona. "Nerina!"
E' Lazzaro, ma non ha le bende. E' calda, morbida, fa le fusa. E' Nerina. L'accarezzo, la strapazzo, finché lei si intimorisce e fa di tutto per divincolarsi dalla mia stretta. Poi mi viene il dubbio che non sia Nerina, guardo se è sterilizzata. Sì. Se ha un canino spezzato. Sì. E la ristringo a me. Nerina sembra averne abbastanza, e scende.
E io sto esultando per la morte di un gatto a me sconosciuto. Se mi avessero chiesto la morte di tre gatti neri in favore della vita di Nerina, mi rendo conto che probabilmente, nel profondo inconfessabile del mio inconscio non politically correct, avrei accettato. Poi mi viene la macabra curiosità di ritornare a vedere il cadavere, quasi quasi ho paura che non ci sia nessuna gatta morta e che sia avvenuto un miracolo. 
Mi viene la curiosità, ma poi mi passa.
E ricomincio ad accarezzare Nerina.
A quel punto la bionda è ai miei piedi, e sta facendo la gatta morta.

Grande è la confusione sotto il cielo

Ho scattato questa foto in un negozio di articoli sportivi di Lucca. Cercavo una pompa per biciclette, e ho trovato questi tre articoli identici. Li ho radunati e ho frettolosamente scattato una foto. Dopo essermi domandato: qual è il prezzo giusto? , ho scelto la pompa a destra. E alla cassa ho effettivamente pagato il prezzo più basso.
qual è il prezzo giusto?

lunedì 2 luglio 2012

Mi sento sul far della sera


La sera è la logica conclusione di una giornata. Si abbassano i toni forti e accesi, inizia una tregua. Si stempera la calura estiva, dal suono esuberante delle cicale si passa alla nenia dei grilli, dalla totale assenza di ombre alle lucciole, da un sole infuocato ad una luna fredda e quasi piena che mette un po' di timore. Mi sento sul far della sera, stasera. Un po' triste e dimesso, con la tv accesa su radio capital che trasmette nostalgicamente "It's my life"dei Talk Talk. Ho paura che le stagioni più interessanti della vita siano già passate, senza che me ne accorgessi in modo da cogliere più opportunità possibili. Posso, sì, ringraziare il cielo di essere sano, di poter correre la mattina, di avere due splendidi figli che mi vogliono bene, soprattutto. Ma non ho il pudore di negarlo: temo il momento in cui arriverà la disfatta sul piano fisico. E non è solo questo. Gli amori, la stagione degli amori, degli anni di sole infuocato si tramutano pian piano in un freddo crepuscolo. E se dovessi utopicamente scegliere, sceglierei senza ipocrisia trent'anni fa. "La stagione dell'amore viene e va", sentenzia Battiato, e concordo con lui sul fatto che "i desideri non invecchiano con l'età". Ma con il passar del tempo un certo tipo di desiderio è patetico, o ridicolo. E cambia tutto, certo, ma spesso in peggio. Ti devi accontentare. Vieni a sapere di un tuo amico che se ne è andato, o di un altro che ha avuto un TIA, o di quell'altro che se la caverà, anche se deve fare la chemio. Quando corro la mattina, finché potrà durare, è uno dei migliori momenti. Nessuno per la strada, ed è vero che ho tanto sonno - chissà quanti bei sogni mi sto perdendo - ma avverto tutto il mio corpo che si muove in una direzione, e per diverse decine di minuti posso permettermi di pensare al niente. E anche se sono sopraffatto dalla tristezza, anche questo è un raro bel momento. Sto scrivendo, e mi piace. Le mie mani stanno appoggiate sulla tastiera, e rincorro con i tasti la barra lampeggiante sul monitor, senza acchiapparla mai. Scrivo, dunque incido nell'aria con volute di vocali e consonanti il fatto ancor banale che esisto. E mi sorprendo anche del fatto che dopo aver premuto "pubblica" qualche sparuto lettore possa avvertire una infinitesima porzione dell'infinita tristezza che mi ha colto stasera. Ho voglia di piangere, e forse lo farò.

TERRAzza! TERRAzza!

Non è esattamente il grido di gioia che espresse Cristoforo Colombo in prossimità del nuovo continente, ma gli si avvicina....dopo il caldo torrido di questi giorni, noi  lettori agognamo la terrazza come riparo dalla calura, protetti da fresche pagine di libri più o meno inesplorati, coccolati da versi di poesie e trastullati da freddure dei simpatici lettori. Insomma, domani  martedì 3 luglio si legge in terrazza, alle Oblate a Firenze alle 21,30, e se ci sarà un po' di musica e qualche sguaiato grido di alticci avventori, pazienza, si legge lo stesso!

Ricordo brevemente le modalità di partecipazione: Portate un testo (fotocopiato in una decina di copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore;
dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere
dell'autore - e breve discussione. 
E via andare.
Senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo. 
E avanti un altro.
A domani
Toni

venerdì 1 giugno 2012

Ce n'est pas un dictionnaire

Investimento - s.m. particolare tipo di  paraurti ad altezza d'uomo, in dotazione su auto di pirata della strada, il quale prova piacere nell'atto violento della distruzione dell'osso mandibolare di un malcapitato paasante.
Finanziamento - s.m. società finanziaria che eroga prestiti a persone che necessitano dell'intervento di ricostruzione chirurgica dell'osso mandibolare; talvolta la società elargisce, in modo del tutto informale, una percentuale del prestito a persone dotate del paraurti speciale di cui sopra.
Mantenimento - s.m. decorso post-operatorio, convalescenza e riabilitazione di intervento di ricostruzione chirurgica dell'osso mandibolare. In caso di nuovo investimento, si richiede nuovo finanziamento e mantenimento.
Operazione - s.f.  Evento che si verifica ogniqualvolta il pirata della strada rivolge le sue attenzioni ad un vostro zio piuttosto corpulento(diversamente magro, insomma).

mercoledì 30 maggio 2012

Il mio cammino è Oltreconfine


Nel numero 5 di maggio-giugno della rivista Oltreconfine, che ringrazio, è stato pubblicato un mio articolo che parla dei miei due viaggi in bici verso Santiago: El camino frances che ho intrapreso nel 2007 e El camino de la Costa che ho percorso nel 2011. Ecco qui sotto un piccolo assaggio, l'inizio del resoconto:


IL BRACCIALETTO

Ho un braccialetto di gomma al polso destro. È blu, ha cinque frecce gialle, una in fila all'altra, e una scritta: camino de Santiago. Le frecce gialle indicano la direzione; durante il Camino, ti guidano in ogni bivio che affronti, dalla partenza all'arrivo. E quando hai fatto una volta nella vita una simile esperienza, il tuo occhio sarà abituato a riconoscere dovunque quelle frecce.
A parte quando dormo, indosso sempre il braccialetto. Ogni tanto mi casca l'occhio su di esso, e posso così pensare alle mille difficoltà affrontate durante quei viaggi – ho fatto due volte il Camino – e in tal modo trovare conforto e coraggio – in una sola parola: la direzione – per i problemi che incontro nella vita. Una specie di talismano, insomma. Quando fai uscire la spiritualità dalla porta, ecco che quella pian piano rientra dalla finestra, sia pure sotto forma di bracciale.
(Continua sulla rivista)

lunedì 14 maggio 2012

Quindici maggio


"Quindici uomini, quindici uomini..."ricordate la canzoncina di "L'isola del tesoro" di Stevenson?
O il gioco delle quindici tesserine numerate da rimettere in ordine?
O l'enciclopedia di "I quindici"  che molti di noi (più grandicelli, diciamo) avevano nella libreria buona di casa e nessuno leggeva, eccezion fatta per i volumi "Racconti e fiabe " e "Fare e costruire"?
Ecco, tutto questo potrebbe farvi comodo in queste prossime  ore per ricordarvi che martedì quindici maggio alle ore 21,30 si terrà il consueto, scoppiettante e frizzante incontro di lettura a Firenze in via dell'Oriuolo presso la biblioteca delle Oblate; potrebbe farvi comodo perché se lo saltate, proverete rimorso per non essere venuti fino al prossimo mese. Dunque, provate a cantare: "Quindici uomini..." fino a domani sera e poi cominciate a leggere.
Ricordo brevemente le modalità di partecipazione: Portate un testo (fotocopiato in una decina di copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore;
dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere
dell'autore - e breve discussione. 
E via andare.
Senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo. 
E avanti un altro.
A domani

ma uno

...uno da solo 
sì 
può fare molto 
può fare la pipì 
può addormentarsi 
può fischiare 
può svegliarsi 
può prendere a sassate dei lampioni 
può rompersi i coglioni a non finire 
può anche farsi a pezzi ed impazzire 
ma uno con qualcuno 
che lo ama e che lo stima e che lo guarda con passione 
può anche fare la rivoluzione ...

(da "Capo Horn", Jovanotti)

giovedì 10 maggio 2012

Su(o giù?)


Lo scorso 21 aprile a Roma, grazie ad un invito di alcuni carissimi amici dell'associazione Bombacarta, intervenni ad una bella giornata in cui si parlava di una preposizione, intesa anche come avverbio: SU. Qui sotto riporto gli appunti del mio intervento. Buona lettura.

Su (o giù?)
Anni fa partecipai ad un corso di sceneggiatura. Il relatore proponeva di non scrivere la storia dal punto 0 al punto 100, ma di inserire dei flashback e forward, e questa proposta può risultare ovvia; ma aggiunse una cosa per me meno scontata: che durante la storia, se avessimo voluto quantificare la intensità, il ritmo degli eventi, questi avrebbero dovuto rispettare delle onde in salita e in discesa, di continuo. Una storia interessante è fatta di picchi su e giù. 
E'un modo per allungare il percorso, come la vita. Una linea curva è più lunga di una linea retta, quindi i picchi verso l'alto e verso il basso sono un mezzo, oltre a rendere la storia più interessante agli altri e a sé stessi, di allungarla. Se volessimo metaforicamente sostituire la parola "storia" con la parola "vita", dovremmo prendere atto di questi continui alti e bassi, di questi su e giù, condizione necessaria per vivere con consapevolezza ed entusiasmo. Anche il tracciato di un ecg va su e giù, mentre quando il cuore non batte più il disegno è una linea piatta.
"Su" inteso come avverbio può essere ben  interpretato da "Up", il film con il vecchietto che sradica la sua casa con la forza di migliaia di palloncini colorati e porta sé stesso e la sua casa alle cascate Paradiso in Sudamerica, un posto in mezzo alle montagne dove sarebbe voluto andare con la moglie. Schiacciato nel suo territorio, con mille problemi legati alla perdita della casa, della moglie, delle speranze, dà una risposta rivoluzionaria alla sua crisi con un'ascensione, un movimento verticale: l'esplosione gioiosa di uno slancio di mille colori verso il cielo. Come dire: quando sei accerchiato in ogni direzione, puoi trovare la tua soluzione rivolgendo lo sguardo verso l'alto. 
Lo scivolamento in basso può essere inteso come una preparazione ad una straordinaria propulsione verso l'alto, ma può anche succedere il contrario. Una mia amica mi raccontò di un periodo in cui non se la passava bene, vedeva tutto nero al punto che lo psichiatra le prescrisse degli antidepressivi, oltre a consigliarle un percorso di analisi. Al successivo controllo la mia amica comunicò al dottore che stava particolarmente bene, vedeva tutto positivo, trovava il mondo entusiasmante; invece il dottore non era affatto entusiasta di questo, perché secondo lui era avvenuto tutto troppo in fretta, e le disse: " Eh, signora, si ricordi, tanto va su tanto va giù", mimando nel contempo una mano che sale e che poi scende. Al di là del metodo di comunicazione non particolarmente ortodosso del medico, possiamo riflettere sul fatto che la nostra strada sia costantemente segnata da salite ripide e discese vertiginose; motivo per cui è conveniente tenere in buon ordine le gambe e i freni. Motivo per cui è bene prepararsi al decollo, ma anche all'atterraggio. In alcuni casi tra il su e giù può nascere una sana confusione:
"La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare", dice Jovanotti, mentre  in Toy Story 1 lo Space Ranger che fa? Vola, crede di volare, cade con stile? Sicuramente va un po' su, un po' giù.

Quello di Buzz Lightyear, lo Space Ranger, è un percorso di crescita, con il senso di onnipotenza che si ha all'inizio della vita, il disincanto dell'età adulta e - ed è questo il passo più difficile - la successiva consapevolezza del fatto che non sappiamo volare, ma possiamo fare grandi cose.
Possiamo anche approfittare delle discese, dei "giù" improvvisi ed inattesi per acquisire un punto di vista diverso.
Nel film "La sposa cadavere" si rovesciano le prospettive, intendendo il mondo vivido e colorato giù, rispetto al grigio mondo che esiste al suolo. Anche il "giù" potrebbe essere molto interessante. Il mondo visto dalle radici, come la carta dell'appeso che riflette sulle sue origini, sulla sua provenienza. Un punto di vista estremamente vicino all'inconscio, al pozzo nero da cui si attingono esperienze pregresse e ricordi. Quando sei giù, nessuno ti chiede di rispettare le regole, puoi essere più vicino alla tua natura e ai tuoi desideri, nessuno ti chiede di rispettare i tuoi obblighi perché sei giù, in altre parole stai attraversando una crisi. Come ci suggerisce il bellissimo testo della canzone "La crisi" dei Bluvertigo.
http://www.youtube.com/watch?v=BGlk6F3KgQM

"Su" è indubbiamente affascinante: è la trascendenza, il respiro verso il cielo. Il rischio è però quello di starsene lassù ed essere isolato dal mondo, una stella che ha trovato la propria posizione, ma fredda, isolata da tutti.
Salire è bellissimo, ma bisogna tornare a valle, cercando di non farsi del male. Perdendo, talvolta,  i brandelli di felicità a cui ci eravamo aggrappati.
L'idea di un su e di un giù ci può dare l'idea di un mondo con una direzione: capo nord è indubbiamente l'idea di su, geograficamente parlando, contrapposto ad un sud. Possiamo anche rovesciare il tutto, ma le bussole anche all'emisfero australe continueranno a puntare verso il nord magnetico. Il nord che attrae. Il nord che abbiamo nella nostra testa. A me attrae tantissimo. Sono stato in bicicletta da quelle parti. C'è maggiore imprevedibilità di tempo metereologico, di temperature, di venti, di luce. Un intero mese di buio a dicembre, un intero mese di luce a giugno. Il nord che ho in testa sta nei film di Bergman, in quel vento che spazza la brughiera, la solitudine, il raccoglimento. In altri momenti c'è bisogno di un sud, del calore, la festa, il sorriso, l'improvvisazione.
Parafrasando Battisti, nella nostra esistenza dobbiamo stare pronti a percorrere di continuo "Le discese ardite e le risalite".

 

giovedì 3 maggio 2012

Ci sono giorni

Ci sono giorni in cui senti il cuore gonfio, ruvido e dolente
Ci sono giorni in cui ti senti accerchiato
Ci sono giorni in cui sono le 10 del mattino e ne hai già abbastanza
Ci sono giorni in cui non sai
Ci sono giorni in cui non puoi
Ci sono giorni in cui non devi
Ci sono giorni in cui hai sbagliato prima di agire, anche se ce la metti tutta
Ci sono giorni in cui hai un foglio bianco davanti e non riesci a tradurre il tuo disagio/dolore/altrononso  in parole
Ci sono giorni in cui vorresti fare rewind al 1984
Ci sono giorni in cui hai le palpebre pesanti, e umide
Ci sono giorni in cui vorresti aver fatto, e detto
Ci sono giorni in cui vorresti ascoltare "Everybody hurts" dei Rem con la funzione Repeat fino a sera
Ci sono giorni in cui tutto è difficile, e complicato, e dolente

Oggi è uno di quei giorni, e vorrei fare come il signor Fredricksen: attaccarmi a migliaia di palloncini colorati e partire verso il cielo

martedì 24 aprile 2012

La mia Granfondo della Versilia

Da sinistra: io, Tommaso, Massimo e Carlo

C'è sempre una prima volta.
E questa è la mia prima volta in cui ho corso in una gara ciclistica amatoriale su strada.
Il mio obiettivo era di arrivare sano e salvo all'arrivo, e possibilmente in compagnia di qualche compagno di strada. Obiettivi raggiunti. Poi, vabbé, il cronometro segna le quattro ore per 92 chilometri, e va benissimo così.
Avevo paura della partenza di più di duemila persone, soprattutto: bisogna avere quattro occhi per non volare in terra, ed è andata bene. Un'altra difficoltà: nella discesa e in pianura non sono abituato a correre in compagnia, con cambi frequenti per distribuire la fatica su tutti, e così non rimanevo attaccato alla ruota davanti per timore di toccare.  Temevo, inoltre, della distanza chilometrica da percorrere. Insomma, timori di una cosa nuova, come un bimbo(di cinquant'anni) che ha paura ma allo stesso tempo è curioso di vedere l'effetto che fa.
Ormai le velleità agonistiche non fanno più per me, ma la sensazione di fatica che si prova in salita, in una lunga salita, sono sempre quelle, come quando correvo a piedi a vent'anni: le emozioni più forti, che assaporo ed ho assaporato con piacere. Vedo la elevazione progressiva, sempre più in alto e nei tornanti vedo una festosa e variopinta processione di biciclettte e ciclisti. Insomma, nuove sensazioni e quasi tutte positive.
E' bello sapere di muoversi con l'energia pulita delle tue gambe, di scambiare qualche chiassosa battuta con i compagni di strada, di incazzarsi per le folate di vento improvvise, di rallegrarsi della presenza di molte donne, di sentire come stanno i compagni di strada.
Sto scrivendo a ruota libera(lo so, triste battuta), cercando di ricordarmi quello che mi passava per la testa durante quelle quattro ore, e sorrido di tutto ciò. Mi lascia un buon sapore: questa progressione dal punto A al punto Z, passando per B, C, D.... e infine tornando ad A, provando paura, allegria, gioia, tristezza, momenti buoni e meno buoni, è una specie di metafora della vita: cercare di usare la testa, occhi aperti, freni efficienti(sapersi fermare quando è necessario), e buone gambe.
E se una ruota va a terra, pazienza: si aggiusta e si riparte.
Chi desiderasse vedere il profilo altimetrico e altri dettagli tecnici può cliccare qui.

mercoledì 18 aprile 2012

Si continua a "Libr'arsi" alle Oblate

Martedì tre aprile si è svolto l'incontro mensile alle Oblate a Firenze, piacevole come sempre. Altra coincidenza inquietante(siamo ormai abituati): Stefano e Luca hanno portato un brano tratto da due autori diversi, ma con lo stesso titolo: "L'amante". Che vorrà dire?
Metto qui sotto il mio parziale resoconto  della serata, e vi ricordo, per chi volesse venire, che il prossimo incontro sarà martedì 15 maggio alle Oblate a Firenze alle 21,30.

"Strane creature" di Tracy Chevalier, letto da Cristina. Le persone parlano attraverso una parte anatomica caratterizzante del corpo, e con esse anche il carattere. Siamo all'inizio dell'800, una sorella  parla attraverso il proprio seno, la protagonista descrive sé stessa con durezza e ironia, quando si definisce come zitella di mezza età. Il tratto che si coglie di più è proprio l'ironia. Capitoli con io narrante alternato tra Mary Anning e Elisabeth Philpot.
"I tulipani" di Silvia Plath, poesia, letta da Bianca. Tanto è piaciuto tanto questo brano, quanto è devastante. I tulipani disturbano, prima del loro ingresso va tutto bene, ma è paradossale. Una grande violenza scuote la donna che sta sul letto. Lei odia perché riconosce l'amore che questa violenza porta. Sono ancora viva, pare dire, con questo disturbo dei tulipani. I tulipani disturbano la sua scelta di abbandono del mondo.
"A una passante" di Charles Baudelaire, poesia, letta da Jean. I poeti scrivono ed entrano in una specie di trappole. Commistione tra eros e amore. Il protagonista è per la strada e passa una donna. L'eros è la stella del mattino che non è stata ancora bruciata dal sole. La bellezza è ciò che accarezza l'eros. 
"L'amante" di Marguerite Duras, letto da Stefano. C'è un effetto ipnotico; questo brano riesce a descrivere con accessori un'interiorità e a suggerire qualcosa di erotico in modo molto caratterizzante. E' la fase androgina di ricerca adolescenziale.  Libro distruttivo, decadente. Lei sfrutta un lui per trovare una sensualità che lei stessa sta ricercando.
"Perché essere felice quando puoi essere normale?" di Jeanette Winterson, letto da Toni. L'adozione che costringe l'adottato/a a scrivere, immaginare la prima parte della propria vita. A farsi un sacco di domande sulle proprie origini. Le stesse domande che si fanno tutti, ma condite da maggiore amarezza. Forse un modo troppo accademico di esporre la propria adozione, ma la sensazione di verità pian piano emerge. Quella mancanza dei primi anni di vita, se vista come un'opportunità, potrebbe essere più un'apertura che un vuoto.
"Sogni di robot" di Isaac Asimov, letto da Benedetta. La centralità dell'uomo in questo racconto, e le domande primordiali sono sempre le stesse. Ricorda le domande metafisiche rivolte ad un santo. Questa domanda era stata posta tanto tempo prima. In questo linguaggio scientifico affiorano delle domande intensamente umane. il nostro punto di vista può essere insignificante, ma può assumere una enorme importanza.
"L'amante" di Abraham Yehoshua, letto da Luca. Uno dei primi libri che ha letto su israele; c'è una situazione di turbolenza, qualcosa nell'animo della protagonista emblematico del periodo di Israele stessa. Parla di un amico ucciso come fosse normale. C'è la dimensione del conflitto, dello sradicamento dell'inconscio collettivo, la diversa reazione della madre che potrebbe alzarsi dal letto solo in relazione ad un problema vero. Il padre è più accogliente anche se più restio ad alzarsi. E' più coinvolto nel rapporto con la figlia, anche lì la società impone doppio ruolo. C'è l'aspetto della sessualità precoce, forse la situazione di conflitto che anticipa la sessualità.
"Considero valore" di Erri De Luca, poesia letta da donatella.  Si avverte il bisogno di concretezza, semplicità, di pulizia, di alcune cose in cui si ritrova un centro a cui affidarsi. Si considera valore sapere dov'è il nord, il nome del vento che sta asciugando il bucato. Tutti gli aspetti rispecchiano la scelta morale del poeta, che Donatella condivide.  


lunedì 16 aprile 2012

Non so


Non so ascoltare

il suono
del mattino che i fiori schiude,
di rugiada che li bagna,
del gran sole che li scalda,
della brezza che li muove,
della sera che li chiude,
del tuo sommesso pianto
sull'umido cuscino

lunedì 9 aprile 2012

Su


Quando ti si presenta davanti un muro, devi provare a volare, anche se hai paura di non farcela. Un po' come la storia del calabrone, che - date le leggi della fisica, il peso del suo corpo, le sue ali relativamente piccole - non può volare; per fortuna il calabrone non lo sa, e vola.

Giovedì 29 marzo, ore 10,45, parto dalla stazione di Castelnuovo Garfagnana alla volta di San Pellegrino in Alpe. E' una giornata stupenda: sole, aria pulita e silenzio. Da 270 metri di altitudine si va su, su, su, fino ai 1620 metri tra le antenne e gli aquiloni in soli diciassette chilometri. Appena partito, riconosco tutti i segni della primavera: il polline dei pioppi che mi solletica il naso, la fioritura dei mandorli, il sole che mi scalda con forza. C'è il silenzio, nonostante il viaggio. La bici da corsa su asfalto è il viaggio più silenzioso che esista. Della mountain-bike disturbano i tacchelli delle ruote, dell'auto e della moto il motore, della corsa o passeggiata a piedi il tonfo delle scarpe che prendono contatto con il suolo. Invece della bici da corsa, per giunta in salita, dunque a minima velocità, non senti niente. Nessun rumore. E se per lungo tempo non passano macchine, puoi pian piano immergerti nel silenzio delle profondità del mare, invece che salire a quote di montagna. Del resto altus in latino significa profondo e alto, non fa differenza. Una esperienza meditativa, ma in movimento. Lento, per giunta. Uno slow-motion, insomma. Sì, ti puoi permettere di guardare il mondo come in un vecchio film super8 privo di sonoro, aggiungendo al rimpianto di immagini dai colori saturi la gioia di viverle, in questo caso, al presente.
Su
su
su
Ecco il paesino di Chiozza, ai novecento metri di altezza. Le poche casette sono affacciate sulla strada, il contatto con il mondo in caso di neve. In alcune porte ci sono le chiavi appese all'esterno, tutti i camini accesi. Un signore anziano seduto fuori con la sedia un po' in pendenza mi saluta. Finito il paese gli alberi riprendono il sopravvento, chiazze di neve sui prati. Se a dieci chilometri da qui ci sono diciotto gradi, la neve pare un miracolo. Aumenta il senso di spaesamento per il sottoscritto cresciuto ai bordi di uno scoglio.
Su
su
su
Anche la fatica sale, lo sforzo deve essere dosato al minimo indispensabile, anche la pendenza sale. Tutto sale. Percorro altri tre chilometri, poi una discesa paradossale di quattrocento metri, un inganno dell'altimetria: se da una parte mi fa tirare il fiato, dall'altra il mio corpo si illude che il peggio sia passato. Un piccolo falsopiano, e poi il muro. Ora devo provare a volare.
Su
su
su
Il cartello del 18% mi dà il benvenuto, sollevando la testa vedo delle case a strapiombo, molto più in alto di me: non sarà lì che dovrò arrivare, ma è già sufficiente per incutermi timore. Alla prima rampa, il cuore in gola. Mi alzo sui pedali per dare un po' di energia alla pedalata, poi mi riabbasso stando un po' più in avanti per la paura di impennare. La paura di fermarmi, oltre alla delusione, è alimentata dalla eventuale urgenza di staccare lo scarpino da un pedale e poggiare rapidamente il piede per non cadere. 
Su
su
su
Dopo la prima rampa, la pendenza scende lievemente e mi permette, dosando al minimo la pedalata, di ridurre l'affanno. Ora si ricomincia, fatica bestiale, la strada sale sul crinale del monte, una lama di coltello senza tornanti con punte oltre il venti per cento. Sono alle case che vedevo da sotto, e vedo quelle di San Pellegrino.
Su
su
su
Prima del paese due tornanti, uno non cambia niente, l'altro dà un breve respiro, poi ultimo rettilineo durissimo, curva e finalmente la piazzetta del minuscolo paese di undici abitanti. Una felicità infantile prende il sopravvento, come quando a giocare a nascondino sei l'ultimo a uscire allo scoperto e riesci a urlare "liberi tutti". Manca ancora un chilometro per il passo, ma le pendenze si dimezzano e mi posso immergere nuovamente nel panorama, un capriolo in mezzo agli alberi è un'ulteriore sorpresa.
Adesso
sono
su
In cima, a 1620 metri, in un punto esposto a tutti i venti dell'appennino, avverto qualcosa di grande ma di effimero, una felicità che riesco a trattenere  con le unghie, i cui brandelli mi accompagneranno per tutto il ritorno. 



venerdì 6 aprile 2012

Fiat, clamoroso calo di vendite. Ma perché? Eh, perché?

I marchi di Fiat Group Automobiles (escludendo Ferrari e Maserati) totalizzano, a marzo 2012, 35.942 immatricolazioni con un calo del 35,6%.
Ma perché?
Eppure il gruppo Fiat ha sempre puntato sull'innovazione.
Lo dimostra inequivocabilmente una immagine di tanti anni fa del settimanale "Cuore", all'indomani dall'uscita della nuova Fiat 500(se volete leggere meglio, cliccate sulla foto):





sabato 24 marzo 2012

Alla ricerca del metallo verde


Il mio nonno vede gli extra-terrestri. 
Sì, proprio così. Li vede. Probabilmente non esistono, ok. Ma lui li vede.
Ovviamente non sta bene. Non sta bene nemmeno che io racconti della malattia di mio nonno, ma spero nella vostra discrezione. Forse è meglio procedere con un po' di ordine. Il mio nonno ha il morbo di Parkinson, e per camminare e non avere grossi tremori deve ingurgitare enormi quantità di medicine ogni giorno. Purtroppo queste medicine ogni tanto lo fanno uscire di senno, e allora sono dolori. Per tutti. 
Lui vede gli e.t. 
E questo, in genere, non fa danno a nessuno. In genere, almeno fino al momento in cui un e.t. non lo costringe a prendere la bicicletta e andare a prendere il metallo verde che sta in fondo al paese. 
Nessuno sa cosa sia questo metallo, a parte il mio nonno e il suo amico et, ma il fatto importante è che lui, poveretto, non dovrebbe prendere la bicicletta in quanto questo può comportare gravi rischi per lui e per gli altri. Allora, dicevo, il suo amico et gli ha detto di andare a prendere il metallo verde in fondo al paese, vicino al mobilificio. 
Se lui non avesse obbedito – ci ha detto in seguito – il suo amico et avrebbe incenerito tutta la sua famiglia. 
Bell'amico.
E così, mentre la nonna stava mettendo i piatti in lavastoviglie, il nonno ha trovato la chiave del lucchetto della bici, ha aperto il cancello e si è avventurato alla ricerca del metallo verde. Dopo pochi minuti la nonna si è accorta della fuga, e ci ha avvertito. 
Il mio babbo e la mia mamma hanno preso separatamente la macchina per perlustrare il paese in direzioni opposte, il mio fratello lo scooter, ed io la bicicletta. Per andare dove? Non lo sapevo nemmeno io, ma la giornata era calda ma non troppo, il sole splendeva nel cielo ed io avevo la possibilità di fare un giretto, per giunta senza nemmeno chiedere il permesso, anzi, ero in dovere di farlo. 
Sono andata in via Paladini, e mi sono messa prima di tutto a guardare oltre il cancello di una famiglia che il nonno conosce. Non c'era traccia della sua bicicletta, ed allora ho proseguito. Mi ha incrociato la mamma: “Visto niente?” 
“No” 
“Vado verso Santa Margherita, tu non ti allontanare troppo, e stai attenta.”
Ok”. 
Poi è sfrecciato mio fratello, che non mi ha calcolato nemmeno di striscio. Lui a malapena mi rivolge la parola in casa, figuriamoci fuori con un casco da marziano in testa. Prima del mobilificio, ho visto delle piante di granturco schiacciate sul bordo della strada. La bici di nonno era nel fosso. Mi sono fermata. Ho seguito il sentiero nel granturco. C'era nonno, con il volto a terra.
Nonno!” 
“Eh?” 
“Nonno, stai bene?” 
“Sì. Ma parla piano.” 
“Perché?” 
“Lui ci brucia se ci scopre.”
Guarda. L'ho trovato.” Mi mostra un pezzo di vetro verde bottiglia. 
“Che cosa é?” 
“Il metallo verde. Glielo devo dare, ora, altrimenti ci brucia.” Povero nonno, ho pensato. 
“Nonno. Ce la fai ad alzarti?” 
“No. Ma devo portare il metallo verde.” 
“A chi?” 
“Al marziano” Pausa di riflessione. Cosa faccio, urlo, vado a cercare aiuto o sto qui a cercare di calmarlo? “Senti, nonno. Glielo do io.” 
“E' pericoloso.” 
“Come è fatto?”
E' alto come uno sgabello, ha un grosso naso, è tutto verde, come il metallo.” 
“ Dove è?” 
“Mi aspetta sulla strada. Ma è pericoloso.” 
“Nonno, tu non ce la fai ad alzarti. Dobbiamo correre questo rischio. Altrimenti ci incenerisce.” Pausa. Il nonno mi guarda smarrito.
 “Va bene.” Mi porge il pezzo di vetro verde. 
“Vado.” Vado fuori dal granturco, butto il vetro nella fossa, aspetto due minuti. Torno.
Allora?” 
“Tutto bene, nonno.” 
“Davvero?” 
“Se ne è andato, e ti ringrazia. Non ti darà più fastidio.”
Il nonno sospira. “Menomale”
Nonno, mi presti il tuo telefono?”
Lo so cosa ci vuoi fare, io l'avevo spento. Tieni.” Sorride.
Babbo, siamo vicino al mobilificio, in mezzo al granturco. Sì. Il nonno sta bene.”
Il babbo è arrivato, ha aiutato il nonno ad alzarsi, poi siamo tornati a casa.
Alla sera il nonno stava meglio, si è reso conto di quello che aveva fatto e visto e immaginato nel pomeriggio. Io stavo davanti a lui con una fetta di cocomero in mano.
Scusami.” 
“No, nonno, è stato divertente” 
“Ah. Comunque mi sembrava vero.” 
“Deve essere stato brutto, nonno.” 
“Maaa...” 
“Cosa, nonno?” 
“No, pensavo.” 
“Cosa.”
Mi ha guardato con tono solenne e mi ha chiesto: “Ma sei proprio sicura che non tornerà più?”
Io non sapevo cosa rispondere. 
“Ci sei cascata, eh? Sto meglio, piccola. Almeno fino a domani. Domani si vedrà.” 
Lui mi ha sorriso, io ho sorriso. 
Era una bella sera di giugno.