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venerdì 10 agosto 2012

Un gioco

Da un corso di scrittura di Giulio Mozzi:
Allora, il gioco è questo:
- scegliete un’azione di quelle che si fanno non dico senza pensarci, ma quasi;
- scrivete un testo in forma di “ricetta”, ossia una spiegazione il più possibile (anche parossisticamente) accurata di come si fa a compiere quell’azione.  

Qui sotto metto il mio esercizio:  
Allacciate la cintura
 
Ingredienti: una striscia bucherellata di pelle chiamata cintura, una pancia, un paio di pantaloni sprovvisti di elastico e dotati di chiusura a bottoni.

Preparazione: prendete una striscia bucherellata lunga circa un metro e mezzo, dotata in una estremità di fibbia con asticella semovente atta a penetrare i buchi situati nell’altra estremità della striscia. Tale attrezzo è comunemente chiamato cintura. Se non avete una cintura, prendete delle banconote o un bancomat o una carta di credito o un assegno e una carta d’identità per procurarvi il suddetto attrezzo. Se non avete banconote, ecc, potete andare a una malga per alcune stagioni di seguito per aiutare il fattore a mungere le mucche, e in cambio di tutto ciò fatevi dare una mucca. Uccidete la mucca, scuoiatela, essiccate la sua pelle al sole, conciate la pelle con additivi chimici atti ad ammorbidirla, prendete una striscia lunga un metro e mezzo, larga tre centimetri, e in cambio della carcassa e della sua carne procuratevi un punzone per forare la striscia in più punti e una fibbia con asticella semovente che vi farete cucire ad una estremità della striscia da un calzolaio in cambio di pulizia e riordino della bottega per giorni uno.
Ora avete la striscia.
I pantaloni li avete? spero di sì, altrimenti nottetempo potrete procurarveli in uno di quei contenitori gialli dove vengono messi capi d’abbigliamento per persone bisognose. Voi, appunto, se non avete nemmeno un paio di pantaloni in casa.Indossate i pantaloni con o senza mutande/boxer, non ha importanza. Una volta indossati, se sentite che i pantaloni vi cascano un po’ o completamente, potrete usare con soddisfazione la striscia prima summenzionata. Se sentite che i pantaloni non vi cascano, potrete usare la striscia con minore soddisfazione; potrete comunque usarla per soddisfare il vostro gusto estetico, perché vi avranno detto che indossare la striscia è trendy, cool, insomma una vera figata.

A questo punto, fate molta attenzione.

Prendete la striscia dall’estremità senza fibbia metallica, e infilatela nei vari ponticelli di stoffa posizionati alti sui pantaloni, sul bordo superiore, quello della pancia, non quello delle caviglie, uno a uno, senza saltarne nemmeno uno, altrimenti togliete nuovamente la striscia e ricominciate pazientemente da capo. Se siete maschi, dovrete cominciare a infilare la striscia nel ponticello a sinistra del bottone di chiusura dei pantaloni per riuscire, alla fine, da quello a destra del bottone di chiusura dei pantaloni. Se siete femmine, viceversa: dal ponticello a destra, arrivando alla fine del giro dei ponticelli di stoffa, a quello a sinistra del bottone dei pantaloni.

Ora siete quasi alla fine della procedura, coraggio!

Prendete l’estremità morbida della cintura e infilatela nella fibbia, la stringete fino a che trovetete il buco ideale per voi: quello in cui infilerete l’asticella semovente della fibbia al punto tale in cui i pantaloni non cadranno più e non vi sentirete strizzare la pancia come se fosse una salsiccia avvolta nel budello. Ecco siete davvero alla fine: infilate l’estremità morbida sovrapponendola ad una parte di striscia, infilandola in uno o due ponticelli di stoffa.
Avete allacciato la cintura, complimenti! Ora potete partire verso nuove emozionanti avventure!

venerdì 3 agosto 2012

Ricordo d'infanzia

Giulio Mozzi sta raccogliendo ricordi d'infanzia per scrivere un libro. Qui sotto riporto il mio ricordo che gli ho inviato.



Non voglio andare dalla nonna

Milazzo, settembre 1968, ho sette anni. Sono al “Lido Azzurro”, lo stabilimento balneare di mio zio.
Arriva mio padre e annuncia: “Oggi pomeriggio dovremo andare via un po' prima, verso le cinque e mezzo. Dobbiamo andare a mangiare dalla nonna.”
Appena mio padre si allontana con mia madre per fare due passi, mio fratello e le mie sorelle cominciano a sbuffare, e anch'io.
“Dalla nonna, che palle.”, dice Mimmo, mio fratello.
“Vorrei poter rimanere qui”dice Patrizia, mia sorella.
“Anch'io.” aggiunge Gabriella, mia sorella.
Mi viene un'idea. Verso le cinque e un quarto esco dal lido, c'è una fila di alberi e molte macchine parcheggiate. Mi piazzo dietro una macchina in sosta, mi siedo. Verso un quarto alle sei sento, all'interno del lido, la voce della mia mamma che mi chiama. Poi un'altra voce, quella di Mimmo, poi le voci delle mie sorelle, i miei cugini, il mio zio. Ad un certo punto nessuno più chiacchiera, ma si sente solo il mio nome, ripetuto, urlato da molti bagnanti. Io rido per così tante attenzioni, e me ne sto dietro la macchina. Poi la voce di un altoparlante che invita tutti a cercarmi. E' bellissimo.
Dopo un tempo lunghissimo – comincia ad imbrunire – penso: “Ormai è tardi, dalla nonna non ci andremo più.” Decido di uscire dal nascondiglio. Entrando, tutti si girano verso di me.
“Era uno scherzo, era uno scherzo!!”, mi metto a canticchiare.
Arriva il mio babbo con la faccia scura, che mi dà tantissime manate sul culo. Io piango.
E poi andiamo dalla nonna.

giovedì 26 luglio 2012

Sto svanendo


STO SVANENDO

Uno strano rumore
Un tonfo sordo, lontano.
Poi l'impercettibile sensazione
Di aver perso un ricordo.

È caduto, e adesso
È lì per terra, rotto.
Sono io a otto anni,
mio padre mi tiene per mano.

È l'ultimo di tanti:
Fatti, cose, persone,
Sono tutti in frantumi, come vetro.

Me li lascio dietro correndo
Ma se scorgo appena un mio riflesso
Mi vedo scomparire piano piano. 



Teresa Zuccaro

sabato 21 luglio 2012

Morte di una gatta

Montecarlo(LU) è per me una buona risorsa. Quando ho poco tempo a disposizione, posso prendere la bici, raggiungere la sommità di questa collina  e tornare a casa in un'ora circa. Il che contraddice uno dei luoghi comuni più diffusi sulla bicicletta. Che sia un diffuso luogo comune, potete provarlo di persona. Vi trovate all'aperitivo figaccione del sabato sera ed avete già affermato: "Venezia è bella ma non ci vivrei" e "I neri hanno il ritmo nel sangue". Non avete altri argomenti, è una serata in cui avete un QI di un pesce rosso nemmeno troppo sveglio, allora è il momento. Fate un collegamento con la tappa del Tour de France del giorno e poi esclamate perentoriamente: "Per una uscita in bici ci vogliono almeno tre ore", e avrete il plauso di quasi tutti,  mentre state amabilmente sorseggiando il vostro spritz. Anche la bionda che state cercando di conquistare annuirà compiaciuta. Evvai.
Ma. Se mi trovo nei paraggi, vi rovinerò la festa. Produrrò l'elenco di una serie di uscite in bici da un'ora dense di soddisfazioni, potrò mostrare le foto del mio telefono scattate dalla sommità di Montecarlo, e potrò anche raccontare una interessante ed emozionante storia verificatasi proprio al ritorno da una di queste gite lampo. E la bionda si girerà verso di me, dimenticandosi della vostra esistenza.
Questa è la storia. Avevo ancora sulle spalle la mia ora di bici, Montecarlo e ritorno. Un'ora rilassante, con una salita in mezzo alle colline lucchesi tappezzate, per il primo tratto, dal verde bottiglia degli olivi e, per il resto, da un frondoso bosco di lecci. Con il raggiungimento del borgo medievale di Montecarlo, appollaiato sulla collina, castello compreso, da dove si scorge l'Abetone, le Apuane, Lucca, Pescia. Poi discesa a capofitto, ed il veloce rientro dopo una decina di chilometri di pianura. Il caldo ancora non mordeva le gambe, erano le otto. Insomma, avevo alle spalle una sola ora di bici, ma mi rallegravo delle belle cose che si possono fare e vedere in così poco tempo.
Un paio di curve prima di raggiungere il cancello di casa, e intravedo una chiazza nera sul ciglio della strada.
Mi sale l'inquietudine. Mi fermo, torno indietro. E' un gatto. Un rigo di sangue dalla bocca. Gli occhi sbarrati. E' la mia gatta. Nerina. Scendo dalla bici. E' ancora calda, ma rigida, sembra imbalsamata. Mi assale la disperazione. E' nera, è femmina. Sì, è lei. La prendo tra le mani, effetto flou agli occhi. Mi si è fermato il mondo. "Era la mia gatta", dico ad una signora che si è fermata con la macchina. "Mi spiace", sussurra, e riparte. Pronuncio Nerina più volte, poi attraverso la strada. Di là dal fosso, un campo incolto. In una rientranza del terreno vi adagio il corpicino, ci metto delle frasche sopra. Non voglio che i miei figli la vedano per sbaglio. Forse è meglio pensare che se ne sia andata, che abbia perso la strada, ma che sia viva. O forse no, è meglio che dica loro la verità. Per tutta la mattina, durante le ore di lavoro, mi arrovello sul da farsi. Dirlo, non dirlo, dire una bugia...Per tutta la mattina, penso alle gioie che ci ha dato la nostra gatta, le carezze e le coccole che lei desiderava sempre, gliene avrei dovute fare di più, all'illusione che ci eravamo creati sulla sua presuntà abilità di attraversare la strada, alla volta in cui l'ho recuperata con una scala di cinque metri dal terrazzo di una vicina casa in costruzione. Al fatto che lei ha attraversato la strada, ha superato una soglia e non potrà tornare indietro. Uffa, ho il groppo alla gola.
Arrivo a casa con il cuore gonfio e ruvido. Dico qualche parola a pranzo, poi decido per la verità, ma non ho il coraggio di arrivare direttamente al punto come un treno superveloce. Parto, sbuffando come una locomotiva a vapore: "Avete visto Nerina stamani?"
"Sì" dice Elena.
"L'hai vista?" e nello stesso tempo mi domando come faccia, se l'ha vista, a mangiare la pasta al ragù con tanta serenità.
"L'ho vista anch'io", fa Filippo. Lo seguo con gli occhi, anche lui mangia, io non mangio più. "L'avete vista...là fuori?" e sto arrivando alla conclusione di aver generato dei mostri.
"E' in mansarda, sulla poltrona", dice Elena.
Mi alzo rumorosamente, e corro verso le scale che portano in mansarda. Si saranno sbagliati, penso. Sarà stato ieri mattina. Ma intanto spero di essere stato pazzo.
E' lì, sulla poltrona. "Nerina!"
E' Lazzaro, ma non ha le bende. E' calda, morbida, fa le fusa. E' Nerina. L'accarezzo, la strapazzo, finché lei si intimorisce e fa di tutto per divincolarsi dalla mia stretta. Poi mi viene il dubbio che non sia Nerina, guardo se è sterilizzata. Sì. Se ha un canino spezzato. Sì. E la ristringo a me. Nerina sembra averne abbastanza, e scende.
E io sto esultando per la morte di un gatto a me sconosciuto. Se mi avessero chiesto la morte di tre gatti neri in favore della vita di Nerina, mi rendo conto che probabilmente, nel profondo inconfessabile del mio inconscio non politically correct, avrei accettato. Poi mi viene la macabra curiosità di ritornare a vedere il cadavere, quasi quasi ho paura che non ci sia nessuna gatta morta e che sia avvenuto un miracolo. 
Mi viene la curiosità, ma poi mi passa.
E ricomincio ad accarezzare Nerina.
A quel punto la bionda è ai miei piedi, e sta facendo la gatta morta.

Grande è la confusione sotto il cielo

Ho scattato questa foto in un negozio di articoli sportivi di Lucca. Cercavo una pompa per biciclette, e ho trovato questi tre articoli identici. Li ho radunati e ho frettolosamente scattato una foto. Dopo essermi domandato: qual è il prezzo giusto? , ho scelto la pompa a destra. E alla cassa ho effettivamente pagato il prezzo più basso.
qual è il prezzo giusto?

lunedì 2 luglio 2012

Mi sento sul far della sera


La sera è la logica conclusione di una giornata. Si abbassano i toni forti e accesi, inizia una tregua. Si stempera la calura estiva, dal suono esuberante delle cicale si passa alla nenia dei grilli, dalla totale assenza di ombre alle lucciole, da un sole infuocato ad una luna fredda e quasi piena che mette un po' di timore. Mi sento sul far della sera, stasera. Un po' triste e dimesso, con la tv accesa su radio capital che trasmette nostalgicamente "It's my life"dei Talk Talk. Ho paura che le stagioni più interessanti della vita siano già passate, senza che me ne accorgessi in modo da cogliere più opportunità possibili. Posso, sì, ringraziare il cielo di essere sano, di poter correre la mattina, di avere due splendidi figli che mi vogliono bene, soprattutto. Ma non ho il pudore di negarlo: temo il momento in cui arriverà la disfatta sul piano fisico. E non è solo questo. Gli amori, la stagione degli amori, degli anni di sole infuocato si tramutano pian piano in un freddo crepuscolo. E se dovessi utopicamente scegliere, sceglierei senza ipocrisia trent'anni fa. "La stagione dell'amore viene e va", sentenzia Battiato, e concordo con lui sul fatto che "i desideri non invecchiano con l'età". Ma con il passar del tempo un certo tipo di desiderio è patetico, o ridicolo. E cambia tutto, certo, ma spesso in peggio. Ti devi accontentare. Vieni a sapere di un tuo amico che se ne è andato, o di un altro che ha avuto un TIA, o di quell'altro che se la caverà, anche se deve fare la chemio. Quando corro la mattina, finché potrà durare, è uno dei migliori momenti. Nessuno per la strada, ed è vero che ho tanto sonno - chissà quanti bei sogni mi sto perdendo - ma avverto tutto il mio corpo che si muove in una direzione, e per diverse decine di minuti posso permettermi di pensare al niente. E anche se sono sopraffatto dalla tristezza, anche questo è un raro bel momento. Sto scrivendo, e mi piace. Le mie mani stanno appoggiate sulla tastiera, e rincorro con i tasti la barra lampeggiante sul monitor, senza acchiapparla mai. Scrivo, dunque incido nell'aria con volute di vocali e consonanti il fatto ancor banale che esisto. E mi sorprendo anche del fatto che dopo aver premuto "pubblica" qualche sparuto lettore possa avvertire una infinitesima porzione dell'infinita tristezza che mi ha colto stasera. Ho voglia di piangere, e forse lo farò.

TERRAzza! TERRAzza!

Non è esattamente il grido di gioia che espresse Cristoforo Colombo in prossimità del nuovo continente, ma gli si avvicina....dopo il caldo torrido di questi giorni, noi  lettori agognamo la terrazza come riparo dalla calura, protetti da fresche pagine di libri più o meno inesplorati, coccolati da versi di poesie e trastullati da freddure dei simpatici lettori. Insomma, domani  martedì 3 luglio si legge in terrazza, alle Oblate a Firenze alle 21,30, e se ci sarà un po' di musica e qualche sguaiato grido di alticci avventori, pazienza, si legge lo stesso!

Ricordo brevemente le modalità di partecipazione: Portate un testo (fotocopiato in una decina di copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore;
dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere
dell'autore - e breve discussione. 
E via andare.
Senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo. 
E avanti un altro.
A domani
Toni

venerdì 1 giugno 2012

Ce n'est pas un dictionnaire

Investimento - s.m. particolare tipo di  paraurti ad altezza d'uomo, in dotazione su auto di pirata della strada, il quale prova piacere nell'atto violento della distruzione dell'osso mandibolare di un malcapitato paasante.
Finanziamento - s.m. società finanziaria che eroga prestiti a persone che necessitano dell'intervento di ricostruzione chirurgica dell'osso mandibolare; talvolta la società elargisce, in modo del tutto informale, una percentuale del prestito a persone dotate del paraurti speciale di cui sopra.
Mantenimento - s.m. decorso post-operatorio, convalescenza e riabilitazione di intervento di ricostruzione chirurgica dell'osso mandibolare. In caso di nuovo investimento, si richiede nuovo finanziamento e mantenimento.
Operazione - s.f.  Evento che si verifica ogniqualvolta il pirata della strada rivolge le sue attenzioni ad un vostro zio piuttosto corpulento(diversamente magro, insomma).

mercoledì 30 maggio 2012

Il mio cammino è Oltreconfine


Nel numero 5 di maggio-giugno della rivista Oltreconfine, che ringrazio, è stato pubblicato un mio articolo che parla dei miei due viaggi in bici verso Santiago: El camino frances che ho intrapreso nel 2007 e El camino de la Costa che ho percorso nel 2011. Ecco qui sotto un piccolo assaggio, l'inizio del resoconto:


IL BRACCIALETTO

Ho un braccialetto di gomma al polso destro. È blu, ha cinque frecce gialle, una in fila all'altra, e una scritta: camino de Santiago. Le frecce gialle indicano la direzione; durante il Camino, ti guidano in ogni bivio che affronti, dalla partenza all'arrivo. E quando hai fatto una volta nella vita una simile esperienza, il tuo occhio sarà abituato a riconoscere dovunque quelle frecce.
A parte quando dormo, indosso sempre il braccialetto. Ogni tanto mi casca l'occhio su di esso, e posso così pensare alle mille difficoltà affrontate durante quei viaggi – ho fatto due volte il Camino – e in tal modo trovare conforto e coraggio – in una sola parola: la direzione – per i problemi che incontro nella vita. Una specie di talismano, insomma. Quando fai uscire la spiritualità dalla porta, ecco che quella pian piano rientra dalla finestra, sia pure sotto forma di bracciale.
(Continua sulla rivista)

lunedì 14 maggio 2012

Quindici maggio


"Quindici uomini, quindici uomini..."ricordate la canzoncina di "L'isola del tesoro" di Stevenson?
O il gioco delle quindici tesserine numerate da rimettere in ordine?
O l'enciclopedia di "I quindici"  che molti di noi (più grandicelli, diciamo) avevano nella libreria buona di casa e nessuno leggeva, eccezion fatta per i volumi "Racconti e fiabe " e "Fare e costruire"?
Ecco, tutto questo potrebbe farvi comodo in queste prossime  ore per ricordarvi che martedì quindici maggio alle ore 21,30 si terrà il consueto, scoppiettante e frizzante incontro di lettura a Firenze in via dell'Oriuolo presso la biblioteca delle Oblate; potrebbe farvi comodo perché se lo saltate, proverete rimorso per non essere venuti fino al prossimo mese. Dunque, provate a cantare: "Quindici uomini..." fino a domani sera e poi cominciate a leggere.
Ricordo brevemente le modalità di partecipazione: Portate un testo (fotocopiato in una decina di copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore;
dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere
dell'autore - e breve discussione. 
E via andare.
Senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo. 
E avanti un altro.
A domani

ma uno

...uno da solo 
sì 
può fare molto 
può fare la pipì 
può addormentarsi 
può fischiare 
può svegliarsi 
può prendere a sassate dei lampioni 
può rompersi i coglioni a non finire 
può anche farsi a pezzi ed impazzire 
ma uno con qualcuno 
che lo ama e che lo stima e che lo guarda con passione 
può anche fare la rivoluzione ...

(da "Capo Horn", Jovanotti)

giovedì 10 maggio 2012

Su(o giù?)


Lo scorso 21 aprile a Roma, grazie ad un invito di alcuni carissimi amici dell'associazione Bombacarta, intervenni ad una bella giornata in cui si parlava di una preposizione, intesa anche come avverbio: SU. Qui sotto riporto gli appunti del mio intervento. Buona lettura.

Su (o giù?)
Anni fa partecipai ad un corso di sceneggiatura. Il relatore proponeva di non scrivere la storia dal punto 0 al punto 100, ma di inserire dei flashback e forward, e questa proposta può risultare ovvia; ma aggiunse una cosa per me meno scontata: che durante la storia, se avessimo voluto quantificare la intensità, il ritmo degli eventi, questi avrebbero dovuto rispettare delle onde in salita e in discesa, di continuo. Una storia interessante è fatta di picchi su e giù. 
E'un modo per allungare il percorso, come la vita. Una linea curva è più lunga di una linea retta, quindi i picchi verso l'alto e verso il basso sono un mezzo, oltre a rendere la storia più interessante agli altri e a sé stessi, di allungarla. Se volessimo metaforicamente sostituire la parola "storia" con la parola "vita", dovremmo prendere atto di questi continui alti e bassi, di questi su e giù, condizione necessaria per vivere con consapevolezza ed entusiasmo. Anche il tracciato di un ecg va su e giù, mentre quando il cuore non batte più il disegno è una linea piatta.
"Su" inteso come avverbio può essere ben  interpretato da "Up", il film con il vecchietto che sradica la sua casa con la forza di migliaia di palloncini colorati e porta sé stesso e la sua casa alle cascate Paradiso in Sudamerica, un posto in mezzo alle montagne dove sarebbe voluto andare con la moglie. Schiacciato nel suo territorio, con mille problemi legati alla perdita della casa, della moglie, delle speranze, dà una risposta rivoluzionaria alla sua crisi con un'ascensione, un movimento verticale: l'esplosione gioiosa di uno slancio di mille colori verso il cielo. Come dire: quando sei accerchiato in ogni direzione, puoi trovare la tua soluzione rivolgendo lo sguardo verso l'alto. 
Lo scivolamento in basso può essere inteso come una preparazione ad una straordinaria propulsione verso l'alto, ma può anche succedere il contrario. Una mia amica mi raccontò di un periodo in cui non se la passava bene, vedeva tutto nero al punto che lo psichiatra le prescrisse degli antidepressivi, oltre a consigliarle un percorso di analisi. Al successivo controllo la mia amica comunicò al dottore che stava particolarmente bene, vedeva tutto positivo, trovava il mondo entusiasmante; invece il dottore non era affatto entusiasta di questo, perché secondo lui era avvenuto tutto troppo in fretta, e le disse: " Eh, signora, si ricordi, tanto va su tanto va giù", mimando nel contempo una mano che sale e che poi scende. Al di là del metodo di comunicazione non particolarmente ortodosso del medico, possiamo riflettere sul fatto che la nostra strada sia costantemente segnata da salite ripide e discese vertiginose; motivo per cui è conveniente tenere in buon ordine le gambe e i freni. Motivo per cui è bene prepararsi al decollo, ma anche all'atterraggio. In alcuni casi tra il su e giù può nascere una sana confusione:
"La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare", dice Jovanotti, mentre  in Toy Story 1 lo Space Ranger che fa? Vola, crede di volare, cade con stile? Sicuramente va un po' su, un po' giù.

Quello di Buzz Lightyear, lo Space Ranger, è un percorso di crescita, con il senso di onnipotenza che si ha all'inizio della vita, il disincanto dell'età adulta e - ed è questo il passo più difficile - la successiva consapevolezza del fatto che non sappiamo volare, ma possiamo fare grandi cose.
Possiamo anche approfittare delle discese, dei "giù" improvvisi ed inattesi per acquisire un punto di vista diverso.
Nel film "La sposa cadavere" si rovesciano le prospettive, intendendo il mondo vivido e colorato giù, rispetto al grigio mondo che esiste al suolo. Anche il "giù" potrebbe essere molto interessante. Il mondo visto dalle radici, come la carta dell'appeso che riflette sulle sue origini, sulla sua provenienza. Un punto di vista estremamente vicino all'inconscio, al pozzo nero da cui si attingono esperienze pregresse e ricordi. Quando sei giù, nessuno ti chiede di rispettare le regole, puoi essere più vicino alla tua natura e ai tuoi desideri, nessuno ti chiede di rispettare i tuoi obblighi perché sei giù, in altre parole stai attraversando una crisi. Come ci suggerisce il bellissimo testo della canzone "La crisi" dei Bluvertigo.
http://www.youtube.com/watch?v=BGlk6F3KgQM

"Su" è indubbiamente affascinante: è la trascendenza, il respiro verso il cielo. Il rischio è però quello di starsene lassù ed essere isolato dal mondo, una stella che ha trovato la propria posizione, ma fredda, isolata da tutti.
Salire è bellissimo, ma bisogna tornare a valle, cercando di non farsi del male. Perdendo, talvolta,  i brandelli di felicità a cui ci eravamo aggrappati.
L'idea di un su e di un giù ci può dare l'idea di un mondo con una direzione: capo nord è indubbiamente l'idea di su, geograficamente parlando, contrapposto ad un sud. Possiamo anche rovesciare il tutto, ma le bussole anche all'emisfero australe continueranno a puntare verso il nord magnetico. Il nord che attrae. Il nord che abbiamo nella nostra testa. A me attrae tantissimo. Sono stato in bicicletta da quelle parti. C'è maggiore imprevedibilità di tempo metereologico, di temperature, di venti, di luce. Un intero mese di buio a dicembre, un intero mese di luce a giugno. Il nord che ho in testa sta nei film di Bergman, in quel vento che spazza la brughiera, la solitudine, il raccoglimento. In altri momenti c'è bisogno di un sud, del calore, la festa, il sorriso, l'improvvisazione.
Parafrasando Battisti, nella nostra esistenza dobbiamo stare pronti a percorrere di continuo "Le discese ardite e le risalite".

 

giovedì 3 maggio 2012

Ci sono giorni

Ci sono giorni in cui senti il cuore gonfio, ruvido e dolente
Ci sono giorni in cui ti senti accerchiato
Ci sono giorni in cui sono le 10 del mattino e ne hai già abbastanza
Ci sono giorni in cui non sai
Ci sono giorni in cui non puoi
Ci sono giorni in cui non devi
Ci sono giorni in cui hai sbagliato prima di agire, anche se ce la metti tutta
Ci sono giorni in cui hai un foglio bianco davanti e non riesci a tradurre il tuo disagio/dolore/altrononso  in parole
Ci sono giorni in cui vorresti fare rewind al 1984
Ci sono giorni in cui hai le palpebre pesanti, e umide
Ci sono giorni in cui vorresti aver fatto, e detto
Ci sono giorni in cui vorresti ascoltare "Everybody hurts" dei Rem con la funzione Repeat fino a sera
Ci sono giorni in cui tutto è difficile, e complicato, e dolente

Oggi è uno di quei giorni, e vorrei fare come il signor Fredricksen: attaccarmi a migliaia di palloncini colorati e partire verso il cielo

martedì 24 aprile 2012

La mia Granfondo della Versilia

Da sinistra: io, Tommaso, Massimo e Carlo

C'è sempre una prima volta.
E questa è la mia prima volta in cui ho corso in una gara ciclistica amatoriale su strada.
Il mio obiettivo era di arrivare sano e salvo all'arrivo, e possibilmente in compagnia di qualche compagno di strada. Obiettivi raggiunti. Poi, vabbé, il cronometro segna le quattro ore per 92 chilometri, e va benissimo così.
Avevo paura della partenza di più di duemila persone, soprattutto: bisogna avere quattro occhi per non volare in terra, ed è andata bene. Un'altra difficoltà: nella discesa e in pianura non sono abituato a correre in compagnia, con cambi frequenti per distribuire la fatica su tutti, e così non rimanevo attaccato alla ruota davanti per timore di toccare.  Temevo, inoltre, della distanza chilometrica da percorrere. Insomma, timori di una cosa nuova, come un bimbo(di cinquant'anni) che ha paura ma allo stesso tempo è curioso di vedere l'effetto che fa.
Ormai le velleità agonistiche non fanno più per me, ma la sensazione di fatica che si prova in salita, in una lunga salita, sono sempre quelle, come quando correvo a piedi a vent'anni: le emozioni più forti, che assaporo ed ho assaporato con piacere. Vedo la elevazione progressiva, sempre più in alto e nei tornanti vedo una festosa e variopinta processione di biciclettte e ciclisti. Insomma, nuove sensazioni e quasi tutte positive.
E' bello sapere di muoversi con l'energia pulita delle tue gambe, di scambiare qualche chiassosa battuta con i compagni di strada, di incazzarsi per le folate di vento improvvise, di rallegrarsi della presenza di molte donne, di sentire come stanno i compagni di strada.
Sto scrivendo a ruota libera(lo so, triste battuta), cercando di ricordarmi quello che mi passava per la testa durante quelle quattro ore, e sorrido di tutto ciò. Mi lascia un buon sapore: questa progressione dal punto A al punto Z, passando per B, C, D.... e infine tornando ad A, provando paura, allegria, gioia, tristezza, momenti buoni e meno buoni, è una specie di metafora della vita: cercare di usare la testa, occhi aperti, freni efficienti(sapersi fermare quando è necessario), e buone gambe.
E se una ruota va a terra, pazienza: si aggiusta e si riparte.
Chi desiderasse vedere il profilo altimetrico e altri dettagli tecnici può cliccare qui.

mercoledì 18 aprile 2012

Si continua a "Libr'arsi" alle Oblate

Martedì tre aprile si è svolto l'incontro mensile alle Oblate a Firenze, piacevole come sempre. Altra coincidenza inquietante(siamo ormai abituati): Stefano e Luca hanno portato un brano tratto da due autori diversi, ma con lo stesso titolo: "L'amante". Che vorrà dire?
Metto qui sotto il mio parziale resoconto  della serata, e vi ricordo, per chi volesse venire, che il prossimo incontro sarà martedì 15 maggio alle Oblate a Firenze alle 21,30.

"Strane creature" di Tracy Chevalier, letto da Cristina. Le persone parlano attraverso una parte anatomica caratterizzante del corpo, e con esse anche il carattere. Siamo all'inizio dell'800, una sorella  parla attraverso il proprio seno, la protagonista descrive sé stessa con durezza e ironia, quando si definisce come zitella di mezza età. Il tratto che si coglie di più è proprio l'ironia. Capitoli con io narrante alternato tra Mary Anning e Elisabeth Philpot.
"I tulipani" di Silvia Plath, poesia, letta da Bianca. Tanto è piaciuto tanto questo brano, quanto è devastante. I tulipani disturbano, prima del loro ingresso va tutto bene, ma è paradossale. Una grande violenza scuote la donna che sta sul letto. Lei odia perché riconosce l'amore che questa violenza porta. Sono ancora viva, pare dire, con questo disturbo dei tulipani. I tulipani disturbano la sua scelta di abbandono del mondo.
"A una passante" di Charles Baudelaire, poesia, letta da Jean. I poeti scrivono ed entrano in una specie di trappole. Commistione tra eros e amore. Il protagonista è per la strada e passa una donna. L'eros è la stella del mattino che non è stata ancora bruciata dal sole. La bellezza è ciò che accarezza l'eros. 
"L'amante" di Marguerite Duras, letto da Stefano. C'è un effetto ipnotico; questo brano riesce a descrivere con accessori un'interiorità e a suggerire qualcosa di erotico in modo molto caratterizzante. E' la fase androgina di ricerca adolescenziale.  Libro distruttivo, decadente. Lei sfrutta un lui per trovare una sensualità che lei stessa sta ricercando.
"Perché essere felice quando puoi essere normale?" di Jeanette Winterson, letto da Toni. L'adozione che costringe l'adottato/a a scrivere, immaginare la prima parte della propria vita. A farsi un sacco di domande sulle proprie origini. Le stesse domande che si fanno tutti, ma condite da maggiore amarezza. Forse un modo troppo accademico di esporre la propria adozione, ma la sensazione di verità pian piano emerge. Quella mancanza dei primi anni di vita, se vista come un'opportunità, potrebbe essere più un'apertura che un vuoto.
"Sogni di robot" di Isaac Asimov, letto da Benedetta. La centralità dell'uomo in questo racconto, e le domande primordiali sono sempre le stesse. Ricorda le domande metafisiche rivolte ad un santo. Questa domanda era stata posta tanto tempo prima. In questo linguaggio scientifico affiorano delle domande intensamente umane. il nostro punto di vista può essere insignificante, ma può assumere una enorme importanza.
"L'amante" di Abraham Yehoshua, letto da Luca. Uno dei primi libri che ha letto su israele; c'è una situazione di turbolenza, qualcosa nell'animo della protagonista emblematico del periodo di Israele stessa. Parla di un amico ucciso come fosse normale. C'è la dimensione del conflitto, dello sradicamento dell'inconscio collettivo, la diversa reazione della madre che potrebbe alzarsi dal letto solo in relazione ad un problema vero. Il padre è più accogliente anche se più restio ad alzarsi. E' più coinvolto nel rapporto con la figlia, anche lì la società impone doppio ruolo. C'è l'aspetto della sessualità precoce, forse la situazione di conflitto che anticipa la sessualità.
"Considero valore" di Erri De Luca, poesia letta da donatella.  Si avverte il bisogno di concretezza, semplicità, di pulizia, di alcune cose in cui si ritrova un centro a cui affidarsi. Si considera valore sapere dov'è il nord, il nome del vento che sta asciugando il bucato. Tutti gli aspetti rispecchiano la scelta morale del poeta, che Donatella condivide.  


lunedì 16 aprile 2012

Non so


Non so ascoltare

il suono
del mattino che i fiori schiude,
di rugiada che li bagna,
del gran sole che li scalda,
della brezza che li muove,
della sera che li chiude,
del tuo sommesso pianto
sull'umido cuscino

lunedì 9 aprile 2012

Su


Quando ti si presenta davanti un muro, devi provare a volare, anche se hai paura di non farcela. Un po' come la storia del calabrone, che - date le leggi della fisica, il peso del suo corpo, le sue ali relativamente piccole - non può volare; per fortuna il calabrone non lo sa, e vola.

Giovedì 29 marzo, ore 10,45, parto dalla stazione di Castelnuovo Garfagnana alla volta di San Pellegrino in Alpe. E' una giornata stupenda: sole, aria pulita e silenzio. Da 270 metri di altitudine si va su, su, su, fino ai 1620 metri tra le antenne e gli aquiloni in soli diciassette chilometri. Appena partito, riconosco tutti i segni della primavera: il polline dei pioppi che mi solletica il naso, la fioritura dei mandorli, il sole che mi scalda con forza. C'è il silenzio, nonostante il viaggio. La bici da corsa su asfalto è il viaggio più silenzioso che esista. Della mountain-bike disturbano i tacchelli delle ruote, dell'auto e della moto il motore, della corsa o passeggiata a piedi il tonfo delle scarpe che prendono contatto con il suolo. Invece della bici da corsa, per giunta in salita, dunque a minima velocità, non senti niente. Nessun rumore. E se per lungo tempo non passano macchine, puoi pian piano immergerti nel silenzio delle profondità del mare, invece che salire a quote di montagna. Del resto altus in latino significa profondo e alto, non fa differenza. Una esperienza meditativa, ma in movimento. Lento, per giunta. Uno slow-motion, insomma. Sì, ti puoi permettere di guardare il mondo come in un vecchio film super8 privo di sonoro, aggiungendo al rimpianto di immagini dai colori saturi la gioia di viverle, in questo caso, al presente.
Su
su
su
Ecco il paesino di Chiozza, ai novecento metri di altezza. Le poche casette sono affacciate sulla strada, il contatto con il mondo in caso di neve. In alcune porte ci sono le chiavi appese all'esterno, tutti i camini accesi. Un signore anziano seduto fuori con la sedia un po' in pendenza mi saluta. Finito il paese gli alberi riprendono il sopravvento, chiazze di neve sui prati. Se a dieci chilometri da qui ci sono diciotto gradi, la neve pare un miracolo. Aumenta il senso di spaesamento per il sottoscritto cresciuto ai bordi di uno scoglio.
Su
su
su
Anche la fatica sale, lo sforzo deve essere dosato al minimo indispensabile, anche la pendenza sale. Tutto sale. Percorro altri tre chilometri, poi una discesa paradossale di quattrocento metri, un inganno dell'altimetria: se da una parte mi fa tirare il fiato, dall'altra il mio corpo si illude che il peggio sia passato. Un piccolo falsopiano, e poi il muro. Ora devo provare a volare.
Su
su
su
Il cartello del 18% mi dà il benvenuto, sollevando la testa vedo delle case a strapiombo, molto più in alto di me: non sarà lì che dovrò arrivare, ma è già sufficiente per incutermi timore. Alla prima rampa, il cuore in gola. Mi alzo sui pedali per dare un po' di energia alla pedalata, poi mi riabbasso stando un po' più in avanti per la paura di impennare. La paura di fermarmi, oltre alla delusione, è alimentata dalla eventuale urgenza di staccare lo scarpino da un pedale e poggiare rapidamente il piede per non cadere. 
Su
su
su
Dopo la prima rampa, la pendenza scende lievemente e mi permette, dosando al minimo la pedalata, di ridurre l'affanno. Ora si ricomincia, fatica bestiale, la strada sale sul crinale del monte, una lama di coltello senza tornanti con punte oltre il venti per cento. Sono alle case che vedevo da sotto, e vedo quelle di San Pellegrino.
Su
su
su
Prima del paese due tornanti, uno non cambia niente, l'altro dà un breve respiro, poi ultimo rettilineo durissimo, curva e finalmente la piazzetta del minuscolo paese di undici abitanti. Una felicità infantile prende il sopravvento, come quando a giocare a nascondino sei l'ultimo a uscire allo scoperto e riesci a urlare "liberi tutti". Manca ancora un chilometro per il passo, ma le pendenze si dimezzano e mi posso immergere nuovamente nel panorama, un capriolo in mezzo agli alberi è un'ulteriore sorpresa.
Adesso
sono
su
In cima, a 1620 metri, in un punto esposto a tutti i venti dell'appennino, avverto qualcosa di grande ma di effimero, una felicità che riesco a trattenere  con le unghie, i cui brandelli mi accompagneranno per tutto il ritorno. 



venerdì 6 aprile 2012

Fiat, clamoroso calo di vendite. Ma perché? Eh, perché?

I marchi di Fiat Group Automobiles (escludendo Ferrari e Maserati) totalizzano, a marzo 2012, 35.942 immatricolazioni con un calo del 35,6%.
Ma perché?
Eppure il gruppo Fiat ha sempre puntato sull'innovazione.
Lo dimostra inequivocabilmente una immagine di tanti anni fa del settimanale "Cuore", all'indomani dall'uscita della nuova Fiat 500(se volete leggere meglio, cliccate sulla foto):





sabato 24 marzo 2012

Alla ricerca del metallo verde


Il mio nonno vede gli extra-terrestri. 
Sì, proprio così. Li vede. Probabilmente non esistono, ok. Ma lui li vede.
Ovviamente non sta bene. Non sta bene nemmeno che io racconti della malattia di mio nonno, ma spero nella vostra discrezione. Forse è meglio procedere con un po' di ordine. Il mio nonno ha il morbo di Parkinson, e per camminare e non avere grossi tremori deve ingurgitare enormi quantità di medicine ogni giorno. Purtroppo queste medicine ogni tanto lo fanno uscire di senno, e allora sono dolori. Per tutti. 
Lui vede gli e.t. 
E questo, in genere, non fa danno a nessuno. In genere, almeno fino al momento in cui un e.t. non lo costringe a prendere la bicicletta e andare a prendere il metallo verde che sta in fondo al paese. 
Nessuno sa cosa sia questo metallo, a parte il mio nonno e il suo amico et, ma il fatto importante è che lui, poveretto, non dovrebbe prendere la bicicletta in quanto questo può comportare gravi rischi per lui e per gli altri. Allora, dicevo, il suo amico et gli ha detto di andare a prendere il metallo verde in fondo al paese, vicino al mobilificio. 
Se lui non avesse obbedito – ci ha detto in seguito – il suo amico et avrebbe incenerito tutta la sua famiglia. 
Bell'amico.
E così, mentre la nonna stava mettendo i piatti in lavastoviglie, il nonno ha trovato la chiave del lucchetto della bici, ha aperto il cancello e si è avventurato alla ricerca del metallo verde. Dopo pochi minuti la nonna si è accorta della fuga, e ci ha avvertito. 
Il mio babbo e la mia mamma hanno preso separatamente la macchina per perlustrare il paese in direzioni opposte, il mio fratello lo scooter, ed io la bicicletta. Per andare dove? Non lo sapevo nemmeno io, ma la giornata era calda ma non troppo, il sole splendeva nel cielo ed io avevo la possibilità di fare un giretto, per giunta senza nemmeno chiedere il permesso, anzi, ero in dovere di farlo. 
Sono andata in via Paladini, e mi sono messa prima di tutto a guardare oltre il cancello di una famiglia che il nonno conosce. Non c'era traccia della sua bicicletta, ed allora ho proseguito. Mi ha incrociato la mamma: “Visto niente?” 
“No” 
“Vado verso Santa Margherita, tu non ti allontanare troppo, e stai attenta.”
Ok”. 
Poi è sfrecciato mio fratello, che non mi ha calcolato nemmeno di striscio. Lui a malapena mi rivolge la parola in casa, figuriamoci fuori con un casco da marziano in testa. Prima del mobilificio, ho visto delle piante di granturco schiacciate sul bordo della strada. La bici di nonno era nel fosso. Mi sono fermata. Ho seguito il sentiero nel granturco. C'era nonno, con il volto a terra.
Nonno!” 
“Eh?” 
“Nonno, stai bene?” 
“Sì. Ma parla piano.” 
“Perché?” 
“Lui ci brucia se ci scopre.”
Guarda. L'ho trovato.” Mi mostra un pezzo di vetro verde bottiglia. 
“Che cosa é?” 
“Il metallo verde. Glielo devo dare, ora, altrimenti ci brucia.” Povero nonno, ho pensato. 
“Nonno. Ce la fai ad alzarti?” 
“No. Ma devo portare il metallo verde.” 
“A chi?” 
“Al marziano” Pausa di riflessione. Cosa faccio, urlo, vado a cercare aiuto o sto qui a cercare di calmarlo? “Senti, nonno. Glielo do io.” 
“E' pericoloso.” 
“Come è fatto?”
E' alto come uno sgabello, ha un grosso naso, è tutto verde, come il metallo.” 
“ Dove è?” 
“Mi aspetta sulla strada. Ma è pericoloso.” 
“Nonno, tu non ce la fai ad alzarti. Dobbiamo correre questo rischio. Altrimenti ci incenerisce.” Pausa. Il nonno mi guarda smarrito.
 “Va bene.” Mi porge il pezzo di vetro verde. 
“Vado.” Vado fuori dal granturco, butto il vetro nella fossa, aspetto due minuti. Torno.
Allora?” 
“Tutto bene, nonno.” 
“Davvero?” 
“Se ne è andato, e ti ringrazia. Non ti darà più fastidio.”
Il nonno sospira. “Menomale”
Nonno, mi presti il tuo telefono?”
Lo so cosa ci vuoi fare, io l'avevo spento. Tieni.” Sorride.
Babbo, siamo vicino al mobilificio, in mezzo al granturco. Sì. Il nonno sta bene.”
Il babbo è arrivato, ha aiutato il nonno ad alzarsi, poi siamo tornati a casa.
Alla sera il nonno stava meglio, si è reso conto di quello che aveva fatto e visto e immaginato nel pomeriggio. Io stavo davanti a lui con una fetta di cocomero in mano.
Scusami.” 
“No, nonno, è stato divertente” 
“Ah. Comunque mi sembrava vero.” 
“Deve essere stato brutto, nonno.” 
“Maaa...” 
“Cosa, nonno?” 
“No, pensavo.” 
“Cosa.”
Mi ha guardato con tono solenne e mi ha chiesto: “Ma sei proprio sicura che non tornerà più?”
Io non sapevo cosa rispondere. 
“Ci sei cascata, eh? Sto meglio, piccola. Almeno fino a domani. Domani si vedrà.” 
Lui mi ha sorriso, io ho sorriso. 
Era una bella sera di giugno.

lunedì 12 marzo 2012

La mia epica maratona

Un uomo solo al comando. Sta correndo a Roma la maratona di San Silvestro, è al ventiquattresimo chilometro ed ha un vantaggio di circa due minuti sul secondo. Accanto a lui l'auto della Rai regione Lazio con tanto di telecronista che cerca di capire chi sia questo Carneade. Scartabella l'elenco iscritti, ma i diecimila nomi di un tabulato ripiegato male sono troppi; alla fine desiste, si sporge dal finestrino e lo chiede al corridore."La Malfa", risponde intimorito e in affanno l'uomo solo al comando.
Non è un sogno post-peperonata, no, e nemmeno la variante di un racconto di Murakami Haruki sulla corsa. E' andata proprio così, cari lettori. Ma forse è meglio fare qualche passo indietro.
Siamo a dicembre 1979, anzi no, meglio fare qualche passo ancora più indietro: settembre 1979, la fine delle vacanze estive dopo la quarta liceo. Un dopocena a casa mia, il mio allenatore Paolo ed io stiamo facendo il programma di allenamenti, obiettivi e gare per l'anno a venire. Il campionato italiano juniores di Maratonina a giugno è il principale impegno, tutti d'accordo. Ma non sarebbe male, aggiunge Paolo, verificare la tua tenuta long-endurance, spostare un po' i tuoi orizzonti della tua resistenza aerobica.
Quando Paolo fa dei discorsi fumosi con qualche parola inglese, capisco che non ha il coraggio di esprimere con decisione una sua proposta; sta girando intorno ad un'idea folle che necessita di un apripista. E infatti.
"Che vuoi dire, Paolo?"
"Alla fine di dicembre", si schiarisce la voce "che ne diresti di una maratona?".
"Paolo, ho solo diciott'anni. Non è nemmeno nel calendario ufficiale delle gare Juniores."
In realtà la discussione non dura gran che, visto che l'idea romantica di una maratona stava già dentro me da quando avevo studiato di Filippide e della sua folle corsa verso Atene. Da settembre a dicembre faccio il pieno di chilometri di allenamento con cui avrei potuto, da casa mia, raggiungere agevolmente le colonne d'Ercole, ma non vivo quest'esperienza come se stessi per affrontare una delle sue dodici fatiche. No. Il lungo lento mi permette di uscire, di correre due ore, due ore e mezzo con vista mare, in mezzo a pini e macchia mediterranea. Mi piace. Le ripetute in pista e le salite, un po' meno. Ma Filippide, vuoi mettere...
Domenica 30 dicembre 1979, piazza San Pietro, ore 9,30. Hanno annunciato che il nuovo papa Karol WoJtyla, un papa con precedenti sportivi, si affaccerà per dare la benedizione ai partenti della maratona. Fumata nera, è indisposto, ci viene letto un suo messaggio di augurio. Alle dieci i dieci-mila concorrenti, compreso il sottoscritto, partono al colpo di pistola. C'è una pioggerella fitta e insistente che bagna tutti, compresi i sampietrini che diventano viscidi. Pazienza. Paolo è in sella ad un motorino dalle ruote minuscole, ma mi perde alla partenza, si perde tra la folla. Visto che è più o meno un anello di ventuno chilometri da ripetere due volte, mi ribeccherà al secondo giro. Sto bene, le gambe girano a dovere, mi metto in un gruppetto di corridori, rimango con loro, senza avere la minima cognizione su quanto stia andando. Sono leggero, i saliscendi dei sette colli non mi turbano più di tanto. In prossimità delle terme di Caracalla, un consistente gruppetto devia verso il primo traguardo, quello dei dieci chilometri. Rimangono in gara i partecipanti per i ventidue chilometri e per la maratona. Ogni tanto una fila di automobili bloccata dai vigili con relativi automobilisti inscena un concertone di clacson per il blocco del traffico. Continuo ad avere positive sensazioni, ma non riesco a capire se il mio ritmo di corsa sia adeguato alla distanza da percorrere. Ogni cartello chilometrico che passo è comunque un sollievo. Verso il ventesimo chilometro sono in un gruppetto di sei-sette corridori. Mi giro verso uno e chiedo: "Fai la ventidue o la maratona?" "La ventidue."
Mi giro verso un altro: "Tu?" "Ventidue. Perché, tu quale faresti?"
"La maratona."
Il tipo prende un po' di fiato e urla:"Ahò, c'è sto gajardo che corre la maratona!"
Un paio di corridori ride, qualcun altro mi guarda come se avessi la lebbra. Io abbasso lo sguardo. Dopo un po' prendono la deviazione per Piazza san Pietro. Mi ritrovo solo, nessuno davanti, la gente che mi applaude. E a quel punto sono sicuro di aver sbagliato tutto. Rallento un pochino il passo, ma temo che sia troppo tardi per riprogrammare la corsa.
Al chilometro ventiquattro mi raggiunge l'auto della Rai, che stava con quelli che erroneamente riteneva i primi, due minuti dietro me. Al venticinquesimo il motorino di Paolo che mi affianca. "Sei andato a tre e venti a chilometro, forse un po' veloce..." "Già." Ora un gruppo di cinque mi raggiunge, ho ancora da fare quattordici chilometri e spero di arrivare in fondo.
Al chilometro trenta, la salita di Villa Borghese, e bummm! Salto per aria. Ho le gambe molli, pesanti, rallento il passo, vedo i primi che si allontanano.
Paolo mi urla: "Dai, forza, entra con le anche, finisci le spinte, dai!"
Entriamo in un lungo sottopassaggio, il rumore del motorino di Paolo accanto a me rimbomba sulle pareti in cemento, insieme allo scalpiccio dei miei passi che strascicano sull'asfalto. Sono in grande affanno. Altri corridori mi superano.
Dopo qualche centinaio di metri incalza Paolo: "Muovi le braccia, solleva di p-"
"Paolo finiscila, mi hai rotto i coglioni!" Il mio urlo esasperato è efficace, finalmente il silenzio, fino alla fine.
Va sempre peggio, gli ultimi chilometri sono un calvario. Nell'ultimo tratto ci sono dei corridori che stanno finendo i loro 22 chilometri e stanno andando al mio stesso passo. Sto correndo a più di quattro e trenta al chilometro. Finalmente il cupolone di Piazza San Pietro sullo sfondo, mancano tre chilometri. Ho sete, ma non ci sono rifornimenti(nel 1979 non usava avere punti di ristoro ogni 5 chilometri, ce ne saranno stati tre in tutto). Una sofferenza infinita, finalmente in Piazza San Pietro. Ma non finisce qui, anche se sono arrivato. Ho imboccato, forse per la vista annebbiata, la corsia dell'arrivo dei ventidue chilometri. Non risulto nell'ordine di arrivo della maratona. Paolo si precipita al tavolo della giuria, sta cercando di convincerli che io ho fatto effettivamente la maratona. Basterebbe guardarmi. Nel frattempo cerco di prendere un bicchiere di té. Per prenderne uno ne rovescio sei, la signora del ristoro a metà tra il compassionevole e l'incazzato. Dopo dieci minuti arriva Paolo, mi comunica che è riuscito ad inserirmi con il tempo effettivamente fatto, nella classifica della maratona. Menomale. Ho terminato in due ore, trentacinque minuti e trentacinque secondi al decimo posto assoluto. La corsa più faticosa della mia vita, corsa in modo sgangherato, assurdo, da aspirante suicida. Eppure col passare degli anni le immagini delle vie romane, della gente, della pioggia, si ammantano di nostalgia e di piacere. Fino a qualche giorno fa, quando ho rivisto a casa di mia madre il diplomino di partecipazione. Un pezzo di carta che ha scoperchiato i miei ricordi.
Adesso, a cinquant'anni suonati, spero di poter allenarmi e correre la seconda maratona della mia vita entro la fine dell'anno. Con minori ambizioni, con lo stesso entusiasmo.



 

sabato 10 marzo 2012

Raccontare le donne


Martedì 6 marzo si è svolto il consueto incontro di lettura alla biblioteca delle Oblate di Firenze. Un incontro intenso, vibrante, a tratti leggero e in altri pesante come un macigno. Ma bello, come la vita.
Si è parlato di donne: donne acrobati, festaiole, ferventi protagoniste di maternità nonché di riserbo, testimoni di morte, donne figlie maltrattate fisicamente o psicologicamente da donne madri, donne spaccate, donne sull'orlo di una crisi di nervi, donne alla ricerca di una splendida felicità. Riporto qui sotto una infedele sintesi delle riflessioni sui brani letti.

Accabadora di Michela Murgia, letto da Donatella. Le donne sono protagoniste della nascita e ritualmente coinvolte nella morte; sono  sempre vicine a questi momenti di passaggio. Si parla del ciclo delle maree, c'è una forte evocazione della cultura contadina, della sua saggezza. Sono pagine molto sentite per chi, vuoi per motivi anagrafici o contingenze della vita, avverte il bisogno di confrontarsi con la morte. C'è anche la sofferenza, il dolore per una persona che se ne va,  ma anche un recupero della cultura dell'accompagnamento alla morte di una persona cara nel miglior modo possibile. Sono, in queste due pagine, maledette la nascita e la morte in solitudine. Si legge anche della complessità e della differenza tra la pietà di chi vede compiere una malvagità e il delitto di chi effettivamente la compie.
 
Pedalabile beat, di Massimo Fagioli, letto da Stefano. C'è un fermo immagine sulla profonda passione del protagonista per una ragazza. E' un tipo che non ha avuto il coraggio di palesare questa passione e uno qualsiasi - il primo che passa, verrebbe da dire - gliel'ha soffiata. Una situazione eternamente presente nell'immaginario collettivo maschile. Il tipo qualsiasi ha capito lo spirito della serata, ha colto l'occasione al volo, afferrato il desiderio della donna. In questo brano la donna non c'è, c'è solo di rimando, il narrato è focalizzato sulle sensazioni di lui. Sarebbe interessante un brano a parti rovesciate: con la voce narrante di lei che motiva la sua decisione di andare con il "tipo qualsiasi".

Possedere il segreto della gioia, di Alice Walker, letto da Toni. Più che la scrittura, lo stile, qui colpisce l'argomento. Una bambina che viene sottoposta a infibulazione; questa barbarie è praticata dalla mamma, che ha questo ruolo "privilegiato" nel villaggio. Il rapporto di fiducia, il legame profondo madre-figlia, la possibilità di credere ciecamente nel fatto che la madre desideri sempre e comunque il bene della figlia è distrutto da un coltello mezzo arrugginito e una pietra tagliente.

Fuochi, di Marguerite Yourcenar, letto da Martina. Qui c'è una donna acrobata, alla fine della sua vita artistica. Questa donna non può far altro che risplendere da sola di luce propria. Ci sono delle compagne circensi, che lei aiuta a volteggiare con le sue acrobazie, ma nessuna resiste più di tanto a dividere il cielo con lei. Questo volto fortemente femminile piange la sua giovinezza, allo stesso modo in cui piange una donna che scopre di essere stata tradita. Molto boheme. Questa donna non sta bene né in terra né in cielo, sta bene solo a metà tra terra e cielo. Ricorda le fattezze estremamente umane degli angeli dipinti da Chagall.
  
Spaccata, poesia di Solidea Ruggiero, letta da Benedetta. Parlando in prima persona vengono forniti dei tratti descrittivi che riescono a visualizzare una donna frammentata. C'è una donna dietro le quinte che presenta i suoi frammenti senza presentare la sua interezza. Si alterna la frase lunga in prosa a dei versi poetici, un modo retrò di esporre il proprio pensiero.

Genesi, poesia di Alda Merini, letta da Elena. Qui c'è la figura della donna che anela alla maternità. Un inno alla vita totale, ma non è un inno declamato da una donna giovane. Quasi si avverte la pesante esperienza del passato accompagnata dalla necessità, dalla certezza che niente più conta al mondo, in quel momento, di una maternità. La poesia si rivolge in seconda persona ad un interlocutore, all'esigenza di intrecciare con lui il rapporto che potrà placare questa sete di genesi.
 
Le parole per dirlo, di Marie Cardinal, letto da Francesca. Anche in questo caso l'oggetto della storia prevale sullo stile, sulla tecnica narrativa. C'è la riscrittura del suo percorso di psicanalisi della protagonista. Le parole sono il mezzo per ricostruire dei pezzetti di vita, la sua vita. Nel rinominare le cose lei si ricorda e rimette a posto i tasselli della sua storia, facendo questo lavoro di analisi. C'è una profonda riflessione sui rapporti familiari. Le parole danno vita alla scena, una serie di oggetti che danzano intorno alla sua memoria. E' stato sufficiente vedere il meccanismo per poterlo smontare. Ad esempio delineare il potere di sua madre per depotenziarlo.

Lentamente muore, poesia di Marta Medeiros, letta da Luca. Viene esposto il modo femminile, netto e radicale, per non morire.  Al maschile si ricorre a maggiori compromessi; parafrasando Paolo Conte(autore di "Insieme a te non ci sto più"), nel modo maschile "si muore un po' per poter vivere".  Nessuna delle singole cose, apparentemente banali e semplici, di questo elenco ha importanza, ma la loro sommatoria: viaggiare, ascoltare musica, leggere, trovare la grazia in sé stessi, avere il coraggio di capovolgere un tavolo, non passare il tempo a lamentarsi della propria sfortuna, e tanto altro ancora, una paziente ragnatela da tessere in ogni giorno della propria vita.

Ci vediamo alle 21,30 di martedì 3 aprile, sempre alle Oblate. Un sentito grazie alle splendide lettrici e lettori.

mercoledì 29 febbraio 2012

Una foto






Cartier Bresson sosteneva che una foto è degna di tale nome "quando si riesce a mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l'occhio." Vi consiglio la mostra che c'è adesso a Roma, a questo proposito.
Indipendentemente dal risultato - che può essere per chi guarda deprecabile - avverto un grande piacere, di tanto in tanto, nella possibilità di cogliere un'immagine, pensarla, progettarla, e infine verificare che il progetto sia approssimabile all'esecuzione. Tutto cio è successo per la foto qua sopra, sperando che il mio cuore, testa e occhio fossero sulla stessa linea di mira. 

sabato 18 febbraio 2012

L'appuntamento

 

Quella mattina non era come tutte le altre, no.
Abbigliamento elegante -un completo blu, gonna a tubo fin sotto al ginocchio, giacca con scollo piuttosto equilibrato, scarpe decolletè con tacchi a spillo, ma ci era abituata-, capelli acconciati il giorno prima dal parrucchiere -ne era risultato un morbido caschetto castano chiaro con striature bionde, vagamente accennate-, insomma era pronta per l'appuntamento, quell'Appuntamento, e si risolse ad uscire di casa.
Non sapeva se era bene che facesse colazione, ma un vago senso di debolezza, nello scendere le scale, la convinse a prendere una spremuta d'arancia al bar dietro l'angolo.
Quella debolezza era anche legata alla necessità di dover attraversare la città con la macchina, doversi immergere nel caos multicolore strombazzante, roboante di un'umanità frenetica che non poteva, in quel momento, comprenderla nè accoglierla.
Si sentiva, in effetti, inadeguata, soprattutto negli spostamenti, lei che aveva vissuto a lungo nella quieta e molle provincia, e non aveva sviluppato le capacità del grintoso animale cittadino.
Un esemplare di tale specie, solamente pensando a Piazza Gioberti, avrebbe visualizzato in tempo zero, in un display mentale, un percorso con annesse le possibili varianti in caso di improvvisi ingorghi, lei no..lei appoggiava sul sedile a fianco una stropicciata cartina, aveva ormai un lustro, che fingeva di consultare prima della partenza, una sorta di scaramanzia, ma anche il segno distintivo di forestiera: lei, per dirla breve, non era, o meglio non si sentiva, del posto, e seguiva, finchè le sarebbe stato possibile, il flusso migratorio dei grandi viali, nient'altro.
Mentre guidava avvertì un sudorino freddo che le imperlava le tempie, cercò di scacciare i pensieri inquietanti ascoltando un cd, ma non le fu di grosso aiuto, la sua testa produceva pensieri più potenti dei decibel emessi dallo stereo; forse era meglio rimandare, pensò, non ne aveva il coraggio...e poi che sarebbe successo nei giorni seguenti?
Anche se aveva avuto delle rassicurazioni in merito, si tormentava un angolo del labbro inferiore affondandovi i suoi incisivi chiarissimi, traslucenti che scandagliavano la superficie nella sistematica ricerca di una pellicina.
Anche le ascelle sudavano -e questo la preoccupava un po' di più, ma confidava nei miracoli promessi dal deodorante-, insomma il suo corpo procedeva verso una direzione non desiderata, forse anche la sua auto, e la mente cercava di mettere un po' di calma a quel guazzabuglio di pensieri e secrezioni, cercando di imporre, su tutto il resto, il messaggio: "Nessun problema, non c'è motivo di agitarsi."
Ma perchè inviare a se stessa quelle raccomandazioni se non ce n'era alcun motivo?
E tutto ricominciava da capo.
Come la mattina di ogni esame che aveva sostenuto all'università, la solita tremarella, il solito senso di vuoto viscerale..ma in questo caso non avrebbe dovuto sostenere alcun esame...beh, sarebbe potuto cominciare da qui il suo training autogeno: niente esami, nossignore,avrebbe semplicemente dovuto abbandonarsi agli eventi!
Intanto si avvicinava alla meta, prima-seconda-terza, freno-prima, un altro semaforo rosso, un altro ostacolo, un possibile ripensamento e sarebbe potuta tornare sui suoi passi.
Si guardò allo specchietto, si ravviò i capelli con gesto carico di premura e controllò la discreta presenza del lucidalabbra...verde, indugiò un attimo e l'impietoso clacson della macchina dietro di lei la costrinse ad una rapida decisione: ingranò la prima e continuò a dirigersi verso la meta prefissata.
Un suono, delle note -non era lo stereo nè un altro clacson- la fecero sobbalzare:"La cavalcata delle valchirie" tuonò imperiosa, era la sua suoneria del cellulare, seconda-prima, rallentamento, il tempo di mettere l'auricolare, altro clacson -non le riusciva creare un incavo testa-collo e continuare la guida- mentre la melodia incalzava, si schiarì la voce ed infine emise un modulato e convincente:
"Sì, pronto?"
"E' la signora Giulia?"
"Sì, chi parla?"
"Buongiorno signora, sono Letizia, l'assistente del dottor Beretta, le volevo ricordare l'appuntamento di stamani, tra mezz'ora.."
Fu un attimo, ma le balenò in mente l'idea di poter inventare una scusa per non andare, ultimo appello:
"Hmm...sono...già per strada, Letizia, non ci sono problemi..."
"Bene, signora, a tra poco,allora..."
 Fine chiamata.
 Tutto come prima, anzi, ora più che mai la vicenda assumeva un andamento irreversibile, e la definitiva esclusione dell'ultimo straccio di dubbio la fece piombare nella irrazionale e incontrollata paura di ciò che sarebbe successo di lì a poco, si sentiva sola.
 Al telefono, la sera prima, aveva declinato l'offerta della sua mamma:
"Ti accompagno domattina, se vuoi.."
 Era un tono di voce preconfezionato, una specie di risponditore automatico, e lo tradusse nella sua mente in: "Prenderò un permesso, anche se, lo sai, nella scuola non si può, ma l'affetto materno prima di tutto.."
 Pensò al fatto che sua madre non aveva assistito nemmeno alla sua tesi di laurea, era successo in pieno anno scolastico -se almeno ti fossi laureata durante la sessione estiva, gioia mia-, tanto lei era in gamba, se la sarebbe cavata benissimo da sola, dunque, pensò, quell'appuntamento non valeva certo una tesi e così rispose ciò che l'altra sperava di sentire:
 "No, grazie mamma, non ti preoccupare."
 E nemmeno lei, Giulia, lo avrebbe desiderato, in fin dei conti.
 Infine arrivò.
 Trovò un parcheggio a due isolati di distanza, o tre, non aveva ancora ben memorizzato il posto, nonostante non fosse la prima volta che andava lì.
 Effettuò un rapido check-list: chiavi, occhiali, borsetta, ok, poteva dunque avviarsi.
 La spremuta non aveva sortito alcun effetto, camminava con le gambe molli e la testa vuota, una parvenza di ultimi passi verso il patibolo, i suoi tacchi producevano un rumore secco, quasi metallico, esaltato da un'eco che ricordava vagamente uno scacciapensieri; si specchiava di tanto in tanto nelle vetrine sotto i portici e poteva constatare il contrasto stridente tra quel corpo solare, comunicativo e il senso di paura e disagio e inadeguatezza che occupavano la sua mente.
 Ripensò al dolore delle settimane scorse, all'insanabile frattura, al distacco.
 Suonò il campanello al portone di un palazzo condominiale dall'ingresso imponente, con annesso set di piante finte e portiere vero ma semincosciente, riverso sulla pagina di un quotidiano, una rampa di scale e si trovò davanti allo studio: non fece in tempo a toccare il battente della porta che questa si aprì, e dietro di lei Letizia, con sorriso finto come le piante ma rassicurante che la accolse:
"Buongiorno signora, si accomodi, il dottore la sta attendendo nel suo ufficio privato."
 Pochi passi ancora in un elegante corridoio costellato da stampe di angioletti con sguardo in su inframezzate da attestati professionali, e un'altra porta si aprì.
E si richiuse dietro di lei.
"Buongiorno signora, come sta?"
"Buongiorno dottore, un po' agitata, ma sto bene..."
"Beh, l'agitazione è comprensibile, ma le chiedo un po' di... fiducia...tra poco..."
Il dottore cercava di non essere banale, ma forse fiducia non era il termine esatto che avrebbe voluto esprimere, gli venne così, si schiarì la voce.
Giulia lo guardò smarrita per alcuni secondi, con quel completo bianco pareva continuare la serie degli angioletti, il silenzio di quello studio le parve accogliente e al tempo stesso imbarazzante, i suoi nodi si stavano sciogliendo, la paura si era sgretolata, lasciando al suo posto uno scenario del tutto nuovo.
Il dottore pareva sorpreso quanto lei, e balbettò:
"Signora,è molto elegante..e bella..ma mi scusi non vorrei che..."
Giulia non parve far caso alle giustificazioni, il suo sorriso illuminò la stanza, gli tese la mano, lui la strinse: in breve fu travolta  da un'onda anomala di effusioni, sospiri, era confusa e sorpresa -ma in quel momento non più di tanto- e si adagiò come meglio poteva nel divanetto a due posti, appoggiò la testa su un bracciolo, e si abbandonò dolcemente agli eventi: naufragò senza dibattersi, agevolò la costante discesa del suo corpo in profondità, in quel fluido di passione..
 Tre quarti d'ora dopo, stava ripensando con piacere a quegli eventi mentre Paolo, il dottor Paolo Beretta, le aveva appena praticato l'anestesia locale -non aveva sentito niente- e con tono professionale e composto, di fronte a Letizia e ad un'altra assistente, le riassumeva le varie fasi dell'intervento:
"Le farò un lembo...perforerò l'osso utilizzando delle frese di calibro crescente...inserirò una vite in titanio di 13 mm di lunghezza..suturerò il lembo con dei punti.."
Non sentì niente, quell'amplesso furtivo e travolgente occupava a tutto campo la mente e i sensi di Giulia, e riuscì a smussare  il taglio del bisturi, ad assorbire le vibrazioni del trapano, a lubrificare le spire dell'impianto che veniva introdotto in lei..
Si trovarono nuovamente nel privato, tutto uguale a prima, a parte il corpo estraneo che lui le aveva introdotto e un certo imbarazzo:
"E' andato tutto bene, vedrà, tra alcuni mesi...seguirò tutte le fasi successive, ovviamente... potremo rimpiazzare il molare che aveva perduto, stia tranquilla, signora...mmm...Giulia, non so cosa mi sia successo prima, ma ormai ti vedo da diverso tempo, sì come paziente intendo e ..tu mi piaci tanto, anzi, vorrei rivederti, se ti va ovviamente..."
"Non si pr..non c'è problema, Paolo, è stato molto strano, stranissimo, ma mi andava di farlo, e...ti telefonerò,ma...qui -e toccò con la mano la guancia, ancora insensibile- che succederà?"
 "Niente di particolare,oggi potrai avere qualche goccia di sangue in bocca, domani sarai leggermemte gonfia, tutto qua, e un po' di dolore per qualche giorno".
Le profezie del dottore nel descrivere gli eventi fondamentali che sarebbero accaduti furono esatte, ma non altrettanto per i tempi previsti: un'emorragia da impianto,sì, si sarebbe verificata in lei, ma solo una settimana più tardi, il gonfiore arrivò qualche mese dopo, e il dolore subentrò ancora più tardi, ma lasciò rapidamente il posto ad una grande, incontenibile gioia.

lunedì 13 febbraio 2012

Librarsi a leggere in biblioteca, efficace antidoto al freddo


Martedì sette febbraio si è svolto il consueto incontro di lettura presso la biblioteca delle Oblate a Firenze. E' stato molto bello, e a beneficio di coloro che non c'erano, metto qui sotto un breve resoconto della serata, ma molto parziale ed incompleto. Il modo migliore per trarre il bello di queste cose è venire di persona, per esempio al prossimo incontro che sarà martedì 6 marzo alle 21 e 30 presso le Oblate.
"Piccoli suicidi tra amici" di Arto Paasilinna, letto da Marco.
L'incipit del libro è la conferma degli stereotipi sui maschi e femmine finnici. La famiglia finlandese e l'intero popolo finlandese comincia a bere dalla mattina di san giovanni fino a notte inoltrata, descrivendo questa festa come una vera e propria battaglia contro la malinconia.  E', sì, la conferma dello stereotipo ma scherzandoci sopra. L'immagine è efficace ed autoironica visto che, oltretutto, l'autore è un finlandese.
Martina e Toni, senza scriversi o telefonarsi, hanno letto due brani tratti dallo stesso libro: "La storia infinita" di Michael Ende. In cinque anni di gruppo di lettura, mai successo.
Il libro, spiccatamente fantasy, è invece un ottimo mezzo per descrivere la realtà attraverso metafore, simboli, archetipi. Nel primo brano si legge un dialogo tra Atreiu e Mork, quest'ultima una creatura a metà tra due mondi, quello di Fantàsia e il mondo reale. Nel secondo si legge del momento in cui Bastiano, lettore del libro, diventa il protagonista della storia che sta leggendo(un po'come quando si legge un bel libro). Illuminante e attuale: sempre meno persone frequentano il mondo inconscio, il mondo simbolico. Cristina, nostra lettrice, vive il brano con angoscia, con questo Nulla che inghiotte progressivamente Fantàsia. L'angoscia dura per gran parte del libro.
 
"Il cancello degli angeli", di Penelope Fitzgerald, letto da Cristina. Descrizione molto particolareggiata di vita infima di quartiere di Londra. Fred e Daisy fuggono di continuo per non pagare l'affitto. Dialogo con motti di spirito, una madre e una figlia molto afflitte e molto strane. Libro strano con parti carine e parti incomprensibili. Altalenare di un testo quasi non editato. Ironia che fa sembrare leggera la loro vita, nonostante alcuni odori piuttosto pesanti.

"Parli sempre di corsa" di Linus, letto da Stefano. C'è la leggerezza della corsa, che l'autore si porta a casa, dopo essere stato per un po' in Kenia a correre. Il beneficio dell'esperienza di dove sei stato, e forse risulta ancor maggiore il beneficio di lasciarsi alle spalle, seppur per pochi giorni, tutto il quotidiano di casa tua.

"Qualcuno con cui correre" di David Grossman, letto da Luca. L'adolescenza è un periodo senza tempo, senza una netta presa di posizione, ma alla fine di questo periodo bisogna fare una cernita degli affetti, come sta cercando di fare Assaf. In Israele la dimensione è particolare: si diventa adulti prima lì, ma in fondo è così dappertutto, è solo che questo momento arriva prima. E c'è un ripetersi nel tempo, non solo alla fine dell'adolescenza, di questa condizione: il tentativo di capire e di riscoprire quali sono i tuoi veri affetti, di capire se sei dentro(per gli altri) o sei fuori. Assaf sta capendo dove sta la realtà. E' più sorpreso di sè stesso piuttosto che per la perdita dell'affetto dell'amico, non gli interessa perché non ha alcun interesse a mantenere questo affetto. Da tempo non racconta  al suo amico - e quindi non può definirsi tale - ciò che per Assaf conta veramente: per esempio il suo interesse per la fotografia e il tempo infinito che lui impiega a cercare dei soggetti che valga la pena di essere ritratti in condizioni ideali di spazio e tempo.

Poesia "Residuo" di Carlos Drumos De Andrade, letta da Francesca L'unica poesia che conosce di questo autore.
Ciò che rimarrà di questo poeta, il suo "residuo", fa rievocare a Francesca quello che rimarrà di lei.  Fa pensare che cosa c'è che rimane dell'umanità intera. Un'immagine, una figurina, una porcellana sbeccata. Si ha la coesistenza dei più disparati simboli e oggetti nello stesso elenco, formando dei forti e apparenti contrasti.
Ecco, questi sono i testi, ma il bello di una serata tra amici lettori non può essere reso solo a parole. Potete, ripeto, provare di persona: ci vediamo martedì 6 marzo alle 21 e 30 presso la fantastica biblioteca delle Oblate.