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sabato 24 marzo 2012

Alla ricerca del metallo verde


Il mio nonno vede gli extra-terrestri. 
Sì, proprio così. Li vede. Probabilmente non esistono, ok. Ma lui li vede.
Ovviamente non sta bene. Non sta bene nemmeno che io racconti della malattia di mio nonno, ma spero nella vostra discrezione. Forse è meglio procedere con un po' di ordine. Il mio nonno ha il morbo di Parkinson, e per camminare e non avere grossi tremori deve ingurgitare enormi quantità di medicine ogni giorno. Purtroppo queste medicine ogni tanto lo fanno uscire di senno, e allora sono dolori. Per tutti. 
Lui vede gli e.t. 
E questo, in genere, non fa danno a nessuno. In genere, almeno fino al momento in cui un e.t. non lo costringe a prendere la bicicletta e andare a prendere il metallo verde che sta in fondo al paese. 
Nessuno sa cosa sia questo metallo, a parte il mio nonno e il suo amico et, ma il fatto importante è che lui, poveretto, non dovrebbe prendere la bicicletta in quanto questo può comportare gravi rischi per lui e per gli altri. Allora, dicevo, il suo amico et gli ha detto di andare a prendere il metallo verde in fondo al paese, vicino al mobilificio. 
Se lui non avesse obbedito – ci ha detto in seguito – il suo amico et avrebbe incenerito tutta la sua famiglia. 
Bell'amico.
E così, mentre la nonna stava mettendo i piatti in lavastoviglie, il nonno ha trovato la chiave del lucchetto della bici, ha aperto il cancello e si è avventurato alla ricerca del metallo verde. Dopo pochi minuti la nonna si è accorta della fuga, e ci ha avvertito. 
Il mio babbo e la mia mamma hanno preso separatamente la macchina per perlustrare il paese in direzioni opposte, il mio fratello lo scooter, ed io la bicicletta. Per andare dove? Non lo sapevo nemmeno io, ma la giornata era calda ma non troppo, il sole splendeva nel cielo ed io avevo la possibilità di fare un giretto, per giunta senza nemmeno chiedere il permesso, anzi, ero in dovere di farlo. 
Sono andata in via Paladini, e mi sono messa prima di tutto a guardare oltre il cancello di una famiglia che il nonno conosce. Non c'era traccia della sua bicicletta, ed allora ho proseguito. Mi ha incrociato la mamma: “Visto niente?” 
“No” 
“Vado verso Santa Margherita, tu non ti allontanare troppo, e stai attenta.”
Ok”. 
Poi è sfrecciato mio fratello, che non mi ha calcolato nemmeno di striscio. Lui a malapena mi rivolge la parola in casa, figuriamoci fuori con un casco da marziano in testa. Prima del mobilificio, ho visto delle piante di granturco schiacciate sul bordo della strada. La bici di nonno era nel fosso. Mi sono fermata. Ho seguito il sentiero nel granturco. C'era nonno, con il volto a terra.
Nonno!” 
“Eh?” 
“Nonno, stai bene?” 
“Sì. Ma parla piano.” 
“Perché?” 
“Lui ci brucia se ci scopre.”
Guarda. L'ho trovato.” Mi mostra un pezzo di vetro verde bottiglia. 
“Che cosa é?” 
“Il metallo verde. Glielo devo dare, ora, altrimenti ci brucia.” Povero nonno, ho pensato. 
“Nonno. Ce la fai ad alzarti?” 
“No. Ma devo portare il metallo verde.” 
“A chi?” 
“Al marziano” Pausa di riflessione. Cosa faccio, urlo, vado a cercare aiuto o sto qui a cercare di calmarlo? “Senti, nonno. Glielo do io.” 
“E' pericoloso.” 
“Come è fatto?”
E' alto come uno sgabello, ha un grosso naso, è tutto verde, come il metallo.” 
“ Dove è?” 
“Mi aspetta sulla strada. Ma è pericoloso.” 
“Nonno, tu non ce la fai ad alzarti. Dobbiamo correre questo rischio. Altrimenti ci incenerisce.” Pausa. Il nonno mi guarda smarrito.
 “Va bene.” Mi porge il pezzo di vetro verde. 
“Vado.” Vado fuori dal granturco, butto il vetro nella fossa, aspetto due minuti. Torno.
Allora?” 
“Tutto bene, nonno.” 
“Davvero?” 
“Se ne è andato, e ti ringrazia. Non ti darà più fastidio.”
Il nonno sospira. “Menomale”
Nonno, mi presti il tuo telefono?”
Lo so cosa ci vuoi fare, io l'avevo spento. Tieni.” Sorride.
Babbo, siamo vicino al mobilificio, in mezzo al granturco. Sì. Il nonno sta bene.”
Il babbo è arrivato, ha aiutato il nonno ad alzarsi, poi siamo tornati a casa.
Alla sera il nonno stava meglio, si è reso conto di quello che aveva fatto e visto e immaginato nel pomeriggio. Io stavo davanti a lui con una fetta di cocomero in mano.
Scusami.” 
“No, nonno, è stato divertente” 
“Ah. Comunque mi sembrava vero.” 
“Deve essere stato brutto, nonno.” 
“Maaa...” 
“Cosa, nonno?” 
“No, pensavo.” 
“Cosa.”
Mi ha guardato con tono solenne e mi ha chiesto: “Ma sei proprio sicura che non tornerà più?”
Io non sapevo cosa rispondere. 
“Ci sei cascata, eh? Sto meglio, piccola. Almeno fino a domani. Domani si vedrà.” 
Lui mi ha sorriso, io ho sorriso. 
Era una bella sera di giugno.

lunedì 12 marzo 2012

La mia epica maratona

Un uomo solo al comando. Sta correndo a Roma la maratona di San Silvestro, è al ventiquattresimo chilometro ed ha un vantaggio di circa due minuti sul secondo. Accanto a lui l'auto della Rai regione Lazio con tanto di telecronista che cerca di capire chi sia questo Carneade. Scartabella l'elenco iscritti, ma i diecimila nomi di un tabulato ripiegato male sono troppi; alla fine desiste, si sporge dal finestrino e lo chiede al corridore."La Malfa", risponde intimorito e in affanno l'uomo solo al comando.
Non è un sogno post-peperonata, no, e nemmeno la variante di un racconto di Murakami Haruki sulla corsa. E' andata proprio così, cari lettori. Ma forse è meglio fare qualche passo indietro.
Siamo a dicembre 1979, anzi no, meglio fare qualche passo ancora più indietro: settembre 1979, la fine delle vacanze estive dopo la quarta liceo. Un dopocena a casa mia, il mio allenatore Paolo ed io stiamo facendo il programma di allenamenti, obiettivi e gare per l'anno a venire. Il campionato italiano juniores di Maratonina a giugno è il principale impegno, tutti d'accordo. Ma non sarebbe male, aggiunge Paolo, verificare la tua tenuta long-endurance, spostare un po' i tuoi orizzonti della tua resistenza aerobica.
Quando Paolo fa dei discorsi fumosi con qualche parola inglese, capisco che non ha il coraggio di esprimere con decisione una sua proposta; sta girando intorno ad un'idea folle che necessita di un apripista. E infatti.
"Che vuoi dire, Paolo?"
"Alla fine di dicembre", si schiarisce la voce "che ne diresti di una maratona?".
"Paolo, ho solo diciott'anni. Non è nemmeno nel calendario ufficiale delle gare Juniores."
In realtà la discussione non dura gran che, visto che l'idea romantica di una maratona stava già dentro me da quando avevo studiato di Filippide e della sua folle corsa verso Atene. Da settembre a dicembre faccio il pieno di chilometri di allenamento con cui avrei potuto, da casa mia, raggiungere agevolmente le colonne d'Ercole, ma non vivo quest'esperienza come se stessi per affrontare una delle sue dodici fatiche. No. Il lungo lento mi permette di uscire, di correre due ore, due ore e mezzo con vista mare, in mezzo a pini e macchia mediterranea. Mi piace. Le ripetute in pista e le salite, un po' meno. Ma Filippide, vuoi mettere...
Domenica 30 dicembre 1979, piazza San Pietro, ore 9,30. Hanno annunciato che il nuovo papa Karol WoJtyla, un papa con precedenti sportivi, si affaccerà per dare la benedizione ai partenti della maratona. Fumata nera, è indisposto, ci viene letto un suo messaggio di augurio. Alle dieci i dieci-mila concorrenti, compreso il sottoscritto, partono al colpo di pistola. C'è una pioggerella fitta e insistente che bagna tutti, compresi i sampietrini che diventano viscidi. Pazienza. Paolo è in sella ad un motorino dalle ruote minuscole, ma mi perde alla partenza, si perde tra la folla. Visto che è più o meno un anello di ventuno chilometri da ripetere due volte, mi ribeccherà al secondo giro. Sto bene, le gambe girano a dovere, mi metto in un gruppetto di corridori, rimango con loro, senza avere la minima cognizione su quanto stia andando. Sono leggero, i saliscendi dei sette colli non mi turbano più di tanto. In prossimità delle terme di Caracalla, un consistente gruppetto devia verso il primo traguardo, quello dei dieci chilometri. Rimangono in gara i partecipanti per i ventidue chilometri e per la maratona. Ogni tanto una fila di automobili bloccata dai vigili con relativi automobilisti inscena un concertone di clacson per il blocco del traffico. Continuo ad avere positive sensazioni, ma non riesco a capire se il mio ritmo di corsa sia adeguato alla distanza da percorrere. Ogni cartello chilometrico che passo è comunque un sollievo. Verso il ventesimo chilometro sono in un gruppetto di sei-sette corridori. Mi giro verso uno e chiedo: "Fai la ventidue o la maratona?" "La ventidue."
Mi giro verso un altro: "Tu?" "Ventidue. Perché, tu quale faresti?"
"La maratona."
Il tipo prende un po' di fiato e urla:"Ahò, c'è sto gajardo che corre la maratona!"
Un paio di corridori ride, qualcun altro mi guarda come se avessi la lebbra. Io abbasso lo sguardo. Dopo un po' prendono la deviazione per Piazza san Pietro. Mi ritrovo solo, nessuno davanti, la gente che mi applaude. E a quel punto sono sicuro di aver sbagliato tutto. Rallento un pochino il passo, ma temo che sia troppo tardi per riprogrammare la corsa.
Al chilometro ventiquattro mi raggiunge l'auto della Rai, che stava con quelli che erroneamente riteneva i primi, due minuti dietro me. Al venticinquesimo il motorino di Paolo che mi affianca. "Sei andato a tre e venti a chilometro, forse un po' veloce..." "Già." Ora un gruppo di cinque mi raggiunge, ho ancora da fare quattordici chilometri e spero di arrivare in fondo.
Al chilometro trenta, la salita di Villa Borghese, e bummm! Salto per aria. Ho le gambe molli, pesanti, rallento il passo, vedo i primi che si allontanano.
Paolo mi urla: "Dai, forza, entra con le anche, finisci le spinte, dai!"
Entriamo in un lungo sottopassaggio, il rumore del motorino di Paolo accanto a me rimbomba sulle pareti in cemento, insieme allo scalpiccio dei miei passi che strascicano sull'asfalto. Sono in grande affanno. Altri corridori mi superano.
Dopo qualche centinaio di metri incalza Paolo: "Muovi le braccia, solleva di p-"
"Paolo finiscila, mi hai rotto i coglioni!" Il mio urlo esasperato è efficace, finalmente il silenzio, fino alla fine.
Va sempre peggio, gli ultimi chilometri sono un calvario. Nell'ultimo tratto ci sono dei corridori che stanno finendo i loro 22 chilometri e stanno andando al mio stesso passo. Sto correndo a più di quattro e trenta al chilometro. Finalmente il cupolone di Piazza San Pietro sullo sfondo, mancano tre chilometri. Ho sete, ma non ci sono rifornimenti(nel 1979 non usava avere punti di ristoro ogni 5 chilometri, ce ne saranno stati tre in tutto). Una sofferenza infinita, finalmente in Piazza San Pietro. Ma non finisce qui, anche se sono arrivato. Ho imboccato, forse per la vista annebbiata, la corsia dell'arrivo dei ventidue chilometri. Non risulto nell'ordine di arrivo della maratona. Paolo si precipita al tavolo della giuria, sta cercando di convincerli che io ho fatto effettivamente la maratona. Basterebbe guardarmi. Nel frattempo cerco di prendere un bicchiere di té. Per prenderne uno ne rovescio sei, la signora del ristoro a metà tra il compassionevole e l'incazzato. Dopo dieci minuti arriva Paolo, mi comunica che è riuscito ad inserirmi con il tempo effettivamente fatto, nella classifica della maratona. Menomale. Ho terminato in due ore, trentacinque minuti e trentacinque secondi al decimo posto assoluto. La corsa più faticosa della mia vita, corsa in modo sgangherato, assurdo, da aspirante suicida. Eppure col passare degli anni le immagini delle vie romane, della gente, della pioggia, si ammantano di nostalgia e di piacere. Fino a qualche giorno fa, quando ho rivisto a casa di mia madre il diplomino di partecipazione. Un pezzo di carta che ha scoperchiato i miei ricordi.
Adesso, a cinquant'anni suonati, spero di poter allenarmi e correre la seconda maratona della mia vita entro la fine dell'anno. Con minori ambizioni, con lo stesso entusiasmo.



 

sabato 10 marzo 2012

Raccontare le donne


Martedì 6 marzo si è svolto il consueto incontro di lettura alla biblioteca delle Oblate di Firenze. Un incontro intenso, vibrante, a tratti leggero e in altri pesante come un macigno. Ma bello, come la vita.
Si è parlato di donne: donne acrobati, festaiole, ferventi protagoniste di maternità nonché di riserbo, testimoni di morte, donne figlie maltrattate fisicamente o psicologicamente da donne madri, donne spaccate, donne sull'orlo di una crisi di nervi, donne alla ricerca di una splendida felicità. Riporto qui sotto una infedele sintesi delle riflessioni sui brani letti.

Accabadora di Michela Murgia, letto da Donatella. Le donne sono protagoniste della nascita e ritualmente coinvolte nella morte; sono  sempre vicine a questi momenti di passaggio. Si parla del ciclo delle maree, c'è una forte evocazione della cultura contadina, della sua saggezza. Sono pagine molto sentite per chi, vuoi per motivi anagrafici o contingenze della vita, avverte il bisogno di confrontarsi con la morte. C'è anche la sofferenza, il dolore per una persona che se ne va,  ma anche un recupero della cultura dell'accompagnamento alla morte di una persona cara nel miglior modo possibile. Sono, in queste due pagine, maledette la nascita e la morte in solitudine. Si legge anche della complessità e della differenza tra la pietà di chi vede compiere una malvagità e il delitto di chi effettivamente la compie.
 
Pedalabile beat, di Massimo Fagioli, letto da Stefano. C'è un fermo immagine sulla profonda passione del protagonista per una ragazza. E' un tipo che non ha avuto il coraggio di palesare questa passione e uno qualsiasi - il primo che passa, verrebbe da dire - gliel'ha soffiata. Una situazione eternamente presente nell'immaginario collettivo maschile. Il tipo qualsiasi ha capito lo spirito della serata, ha colto l'occasione al volo, afferrato il desiderio della donna. In questo brano la donna non c'è, c'è solo di rimando, il narrato è focalizzato sulle sensazioni di lui. Sarebbe interessante un brano a parti rovesciate: con la voce narrante di lei che motiva la sua decisione di andare con il "tipo qualsiasi".

Possedere il segreto della gioia, di Alice Walker, letto da Toni. Più che la scrittura, lo stile, qui colpisce l'argomento. Una bambina che viene sottoposta a infibulazione; questa barbarie è praticata dalla mamma, che ha questo ruolo "privilegiato" nel villaggio. Il rapporto di fiducia, il legame profondo madre-figlia, la possibilità di credere ciecamente nel fatto che la madre desideri sempre e comunque il bene della figlia è distrutto da un coltello mezzo arrugginito e una pietra tagliente.

Fuochi, di Marguerite Yourcenar, letto da Martina. Qui c'è una donna acrobata, alla fine della sua vita artistica. Questa donna non può far altro che risplendere da sola di luce propria. Ci sono delle compagne circensi, che lei aiuta a volteggiare con le sue acrobazie, ma nessuna resiste più di tanto a dividere il cielo con lei. Questo volto fortemente femminile piange la sua giovinezza, allo stesso modo in cui piange una donna che scopre di essere stata tradita. Molto boheme. Questa donna non sta bene né in terra né in cielo, sta bene solo a metà tra terra e cielo. Ricorda le fattezze estremamente umane degli angeli dipinti da Chagall.
  
Spaccata, poesia di Solidea Ruggiero, letta da Benedetta. Parlando in prima persona vengono forniti dei tratti descrittivi che riescono a visualizzare una donna frammentata. C'è una donna dietro le quinte che presenta i suoi frammenti senza presentare la sua interezza. Si alterna la frase lunga in prosa a dei versi poetici, un modo retrò di esporre il proprio pensiero.

Genesi, poesia di Alda Merini, letta da Elena. Qui c'è la figura della donna che anela alla maternità. Un inno alla vita totale, ma non è un inno declamato da una donna giovane. Quasi si avverte la pesante esperienza del passato accompagnata dalla necessità, dalla certezza che niente più conta al mondo, in quel momento, di una maternità. La poesia si rivolge in seconda persona ad un interlocutore, all'esigenza di intrecciare con lui il rapporto che potrà placare questa sete di genesi.
 
Le parole per dirlo, di Marie Cardinal, letto da Francesca. Anche in questo caso l'oggetto della storia prevale sullo stile, sulla tecnica narrativa. C'è la riscrittura del suo percorso di psicanalisi della protagonista. Le parole sono il mezzo per ricostruire dei pezzetti di vita, la sua vita. Nel rinominare le cose lei si ricorda e rimette a posto i tasselli della sua storia, facendo questo lavoro di analisi. C'è una profonda riflessione sui rapporti familiari. Le parole danno vita alla scena, una serie di oggetti che danzano intorno alla sua memoria. E' stato sufficiente vedere il meccanismo per poterlo smontare. Ad esempio delineare il potere di sua madre per depotenziarlo.

Lentamente muore, poesia di Marta Medeiros, letta da Luca. Viene esposto il modo femminile, netto e radicale, per non morire.  Al maschile si ricorre a maggiori compromessi; parafrasando Paolo Conte(autore di "Insieme a te non ci sto più"), nel modo maschile "si muore un po' per poter vivere".  Nessuna delle singole cose, apparentemente banali e semplici, di questo elenco ha importanza, ma la loro sommatoria: viaggiare, ascoltare musica, leggere, trovare la grazia in sé stessi, avere il coraggio di capovolgere un tavolo, non passare il tempo a lamentarsi della propria sfortuna, e tanto altro ancora, una paziente ragnatela da tessere in ogni giorno della propria vita.

Ci vediamo alle 21,30 di martedì 3 aprile, sempre alle Oblate. Un sentito grazie alle splendide lettrici e lettori.

mercoledì 29 febbraio 2012

Una foto






Cartier Bresson sosteneva che una foto è degna di tale nome "quando si riesce a mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l'occhio." Vi consiglio la mostra che c'è adesso a Roma, a questo proposito.
Indipendentemente dal risultato - che può essere per chi guarda deprecabile - avverto un grande piacere, di tanto in tanto, nella possibilità di cogliere un'immagine, pensarla, progettarla, e infine verificare che il progetto sia approssimabile all'esecuzione. Tutto cio è successo per la foto qua sopra, sperando che il mio cuore, testa e occhio fossero sulla stessa linea di mira. 

sabato 18 febbraio 2012

L'appuntamento

 

Quella mattina non era come tutte le altre, no.
Abbigliamento elegante -un completo blu, gonna a tubo fin sotto al ginocchio, giacca con scollo piuttosto equilibrato, scarpe decolletè con tacchi a spillo, ma ci era abituata-, capelli acconciati il giorno prima dal parrucchiere -ne era risultato un morbido caschetto castano chiaro con striature bionde, vagamente accennate-, insomma era pronta per l'appuntamento, quell'Appuntamento, e si risolse ad uscire di casa.
Non sapeva se era bene che facesse colazione, ma un vago senso di debolezza, nello scendere le scale, la convinse a prendere una spremuta d'arancia al bar dietro l'angolo.
Quella debolezza era anche legata alla necessità di dover attraversare la città con la macchina, doversi immergere nel caos multicolore strombazzante, roboante di un'umanità frenetica che non poteva, in quel momento, comprenderla nè accoglierla.
Si sentiva, in effetti, inadeguata, soprattutto negli spostamenti, lei che aveva vissuto a lungo nella quieta e molle provincia, e non aveva sviluppato le capacità del grintoso animale cittadino.
Un esemplare di tale specie, solamente pensando a Piazza Gioberti, avrebbe visualizzato in tempo zero, in un display mentale, un percorso con annesse le possibili varianti in caso di improvvisi ingorghi, lei no..lei appoggiava sul sedile a fianco una stropicciata cartina, aveva ormai un lustro, che fingeva di consultare prima della partenza, una sorta di scaramanzia, ma anche il segno distintivo di forestiera: lei, per dirla breve, non era, o meglio non si sentiva, del posto, e seguiva, finchè le sarebbe stato possibile, il flusso migratorio dei grandi viali, nient'altro.
Mentre guidava avvertì un sudorino freddo che le imperlava le tempie, cercò di scacciare i pensieri inquietanti ascoltando un cd, ma non le fu di grosso aiuto, la sua testa produceva pensieri più potenti dei decibel emessi dallo stereo; forse era meglio rimandare, pensò, non ne aveva il coraggio...e poi che sarebbe successo nei giorni seguenti?
Anche se aveva avuto delle rassicurazioni in merito, si tormentava un angolo del labbro inferiore affondandovi i suoi incisivi chiarissimi, traslucenti che scandagliavano la superficie nella sistematica ricerca di una pellicina.
Anche le ascelle sudavano -e questo la preoccupava un po' di più, ma confidava nei miracoli promessi dal deodorante-, insomma il suo corpo procedeva verso una direzione non desiderata, forse anche la sua auto, e la mente cercava di mettere un po' di calma a quel guazzabuglio di pensieri e secrezioni, cercando di imporre, su tutto il resto, il messaggio: "Nessun problema, non c'è motivo di agitarsi."
Ma perchè inviare a se stessa quelle raccomandazioni se non ce n'era alcun motivo?
E tutto ricominciava da capo.
Come la mattina di ogni esame che aveva sostenuto all'università, la solita tremarella, il solito senso di vuoto viscerale..ma in questo caso non avrebbe dovuto sostenere alcun esame...beh, sarebbe potuto cominciare da qui il suo training autogeno: niente esami, nossignore,avrebbe semplicemente dovuto abbandonarsi agli eventi!
Intanto si avvicinava alla meta, prima-seconda-terza, freno-prima, un altro semaforo rosso, un altro ostacolo, un possibile ripensamento e sarebbe potuta tornare sui suoi passi.
Si guardò allo specchietto, si ravviò i capelli con gesto carico di premura e controllò la discreta presenza del lucidalabbra...verde, indugiò un attimo e l'impietoso clacson della macchina dietro di lei la costrinse ad una rapida decisione: ingranò la prima e continuò a dirigersi verso la meta prefissata.
Un suono, delle note -non era lo stereo nè un altro clacson- la fecero sobbalzare:"La cavalcata delle valchirie" tuonò imperiosa, era la sua suoneria del cellulare, seconda-prima, rallentamento, il tempo di mettere l'auricolare, altro clacson -non le riusciva creare un incavo testa-collo e continuare la guida- mentre la melodia incalzava, si schiarì la voce ed infine emise un modulato e convincente:
"Sì, pronto?"
"E' la signora Giulia?"
"Sì, chi parla?"
"Buongiorno signora, sono Letizia, l'assistente del dottor Beretta, le volevo ricordare l'appuntamento di stamani, tra mezz'ora.."
Fu un attimo, ma le balenò in mente l'idea di poter inventare una scusa per non andare, ultimo appello:
"Hmm...sono...già per strada, Letizia, non ci sono problemi..."
"Bene, signora, a tra poco,allora..."
 Fine chiamata.
 Tutto come prima, anzi, ora più che mai la vicenda assumeva un andamento irreversibile, e la definitiva esclusione dell'ultimo straccio di dubbio la fece piombare nella irrazionale e incontrollata paura di ciò che sarebbe successo di lì a poco, si sentiva sola.
 Al telefono, la sera prima, aveva declinato l'offerta della sua mamma:
"Ti accompagno domattina, se vuoi.."
 Era un tono di voce preconfezionato, una specie di risponditore automatico, e lo tradusse nella sua mente in: "Prenderò un permesso, anche se, lo sai, nella scuola non si può, ma l'affetto materno prima di tutto.."
 Pensò al fatto che sua madre non aveva assistito nemmeno alla sua tesi di laurea, era successo in pieno anno scolastico -se almeno ti fossi laureata durante la sessione estiva, gioia mia-, tanto lei era in gamba, se la sarebbe cavata benissimo da sola, dunque, pensò, quell'appuntamento non valeva certo una tesi e così rispose ciò che l'altra sperava di sentire:
 "No, grazie mamma, non ti preoccupare."
 E nemmeno lei, Giulia, lo avrebbe desiderato, in fin dei conti.
 Infine arrivò.
 Trovò un parcheggio a due isolati di distanza, o tre, non aveva ancora ben memorizzato il posto, nonostante non fosse la prima volta che andava lì.
 Effettuò un rapido check-list: chiavi, occhiali, borsetta, ok, poteva dunque avviarsi.
 La spremuta non aveva sortito alcun effetto, camminava con le gambe molli e la testa vuota, una parvenza di ultimi passi verso il patibolo, i suoi tacchi producevano un rumore secco, quasi metallico, esaltato da un'eco che ricordava vagamente uno scacciapensieri; si specchiava di tanto in tanto nelle vetrine sotto i portici e poteva constatare il contrasto stridente tra quel corpo solare, comunicativo e il senso di paura e disagio e inadeguatezza che occupavano la sua mente.
 Ripensò al dolore delle settimane scorse, all'insanabile frattura, al distacco.
 Suonò il campanello al portone di un palazzo condominiale dall'ingresso imponente, con annesso set di piante finte e portiere vero ma semincosciente, riverso sulla pagina di un quotidiano, una rampa di scale e si trovò davanti allo studio: non fece in tempo a toccare il battente della porta che questa si aprì, e dietro di lei Letizia, con sorriso finto come le piante ma rassicurante che la accolse:
"Buongiorno signora, si accomodi, il dottore la sta attendendo nel suo ufficio privato."
 Pochi passi ancora in un elegante corridoio costellato da stampe di angioletti con sguardo in su inframezzate da attestati professionali, e un'altra porta si aprì.
E si richiuse dietro di lei.
"Buongiorno signora, come sta?"
"Buongiorno dottore, un po' agitata, ma sto bene..."
"Beh, l'agitazione è comprensibile, ma le chiedo un po' di... fiducia...tra poco..."
Il dottore cercava di non essere banale, ma forse fiducia non era il termine esatto che avrebbe voluto esprimere, gli venne così, si schiarì la voce.
Giulia lo guardò smarrita per alcuni secondi, con quel completo bianco pareva continuare la serie degli angioletti, il silenzio di quello studio le parve accogliente e al tempo stesso imbarazzante, i suoi nodi si stavano sciogliendo, la paura si era sgretolata, lasciando al suo posto uno scenario del tutto nuovo.
Il dottore pareva sorpreso quanto lei, e balbettò:
"Signora,è molto elegante..e bella..ma mi scusi non vorrei che..."
Giulia non parve far caso alle giustificazioni, il suo sorriso illuminò la stanza, gli tese la mano, lui la strinse: in breve fu travolta  da un'onda anomala di effusioni, sospiri, era confusa e sorpresa -ma in quel momento non più di tanto- e si adagiò come meglio poteva nel divanetto a due posti, appoggiò la testa su un bracciolo, e si abbandonò dolcemente agli eventi: naufragò senza dibattersi, agevolò la costante discesa del suo corpo in profondità, in quel fluido di passione..
 Tre quarti d'ora dopo, stava ripensando con piacere a quegli eventi mentre Paolo, il dottor Paolo Beretta, le aveva appena praticato l'anestesia locale -non aveva sentito niente- e con tono professionale e composto, di fronte a Letizia e ad un'altra assistente, le riassumeva le varie fasi dell'intervento:
"Le farò un lembo...perforerò l'osso utilizzando delle frese di calibro crescente...inserirò una vite in titanio di 13 mm di lunghezza..suturerò il lembo con dei punti.."
Non sentì niente, quell'amplesso furtivo e travolgente occupava a tutto campo la mente e i sensi di Giulia, e riuscì a smussare  il taglio del bisturi, ad assorbire le vibrazioni del trapano, a lubrificare le spire dell'impianto che veniva introdotto in lei..
Si trovarono nuovamente nel privato, tutto uguale a prima, a parte il corpo estraneo che lui le aveva introdotto e un certo imbarazzo:
"E' andato tutto bene, vedrà, tra alcuni mesi...seguirò tutte le fasi successive, ovviamente... potremo rimpiazzare il molare che aveva perduto, stia tranquilla, signora...mmm...Giulia, non so cosa mi sia successo prima, ma ormai ti vedo da diverso tempo, sì come paziente intendo e ..tu mi piaci tanto, anzi, vorrei rivederti, se ti va ovviamente..."
"Non si pr..non c'è problema, Paolo, è stato molto strano, stranissimo, ma mi andava di farlo, e...ti telefonerò,ma...qui -e toccò con la mano la guancia, ancora insensibile- che succederà?"
 "Niente di particolare,oggi potrai avere qualche goccia di sangue in bocca, domani sarai leggermemte gonfia, tutto qua, e un po' di dolore per qualche giorno".
Le profezie del dottore nel descrivere gli eventi fondamentali che sarebbero accaduti furono esatte, ma non altrettanto per i tempi previsti: un'emorragia da impianto,sì, si sarebbe verificata in lei, ma solo una settimana più tardi, il gonfiore arrivò qualche mese dopo, e il dolore subentrò ancora più tardi, ma lasciò rapidamente il posto ad una grande, incontenibile gioia.

lunedì 13 febbraio 2012

Librarsi a leggere in biblioteca, efficace antidoto al freddo


Martedì sette febbraio si è svolto il consueto incontro di lettura presso la biblioteca delle Oblate a Firenze. E' stato molto bello, e a beneficio di coloro che non c'erano, metto qui sotto un breve resoconto della serata, ma molto parziale ed incompleto. Il modo migliore per trarre il bello di queste cose è venire di persona, per esempio al prossimo incontro che sarà martedì 6 marzo alle 21 e 30 presso le Oblate.
"Piccoli suicidi tra amici" di Arto Paasilinna, letto da Marco.
L'incipit del libro è la conferma degli stereotipi sui maschi e femmine finnici. La famiglia finlandese e l'intero popolo finlandese comincia a bere dalla mattina di san giovanni fino a notte inoltrata, descrivendo questa festa come una vera e propria battaglia contro la malinconia.  E', sì, la conferma dello stereotipo ma scherzandoci sopra. L'immagine è efficace ed autoironica visto che, oltretutto, l'autore è un finlandese.
Martina e Toni, senza scriversi o telefonarsi, hanno letto due brani tratti dallo stesso libro: "La storia infinita" di Michael Ende. In cinque anni di gruppo di lettura, mai successo.
Il libro, spiccatamente fantasy, è invece un ottimo mezzo per descrivere la realtà attraverso metafore, simboli, archetipi. Nel primo brano si legge un dialogo tra Atreiu e Mork, quest'ultima una creatura a metà tra due mondi, quello di Fantàsia e il mondo reale. Nel secondo si legge del momento in cui Bastiano, lettore del libro, diventa il protagonista della storia che sta leggendo(un po'come quando si legge un bel libro). Illuminante e attuale: sempre meno persone frequentano il mondo inconscio, il mondo simbolico. Cristina, nostra lettrice, vive il brano con angoscia, con questo Nulla che inghiotte progressivamente Fantàsia. L'angoscia dura per gran parte del libro.
 
"Il cancello degli angeli", di Penelope Fitzgerald, letto da Cristina. Descrizione molto particolareggiata di vita infima di quartiere di Londra. Fred e Daisy fuggono di continuo per non pagare l'affitto. Dialogo con motti di spirito, una madre e una figlia molto afflitte e molto strane. Libro strano con parti carine e parti incomprensibili. Altalenare di un testo quasi non editato. Ironia che fa sembrare leggera la loro vita, nonostante alcuni odori piuttosto pesanti.

"Parli sempre di corsa" di Linus, letto da Stefano. C'è la leggerezza della corsa, che l'autore si porta a casa, dopo essere stato per un po' in Kenia a correre. Il beneficio dell'esperienza di dove sei stato, e forse risulta ancor maggiore il beneficio di lasciarsi alle spalle, seppur per pochi giorni, tutto il quotidiano di casa tua.

"Qualcuno con cui correre" di David Grossman, letto da Luca. L'adolescenza è un periodo senza tempo, senza una netta presa di posizione, ma alla fine di questo periodo bisogna fare una cernita degli affetti, come sta cercando di fare Assaf. In Israele la dimensione è particolare: si diventa adulti prima lì, ma in fondo è così dappertutto, è solo che questo momento arriva prima. E c'è un ripetersi nel tempo, non solo alla fine dell'adolescenza, di questa condizione: il tentativo di capire e di riscoprire quali sono i tuoi veri affetti, di capire se sei dentro(per gli altri) o sei fuori. Assaf sta capendo dove sta la realtà. E' più sorpreso di sè stesso piuttosto che per la perdita dell'affetto dell'amico, non gli interessa perché non ha alcun interesse a mantenere questo affetto. Da tempo non racconta  al suo amico - e quindi non può definirsi tale - ciò che per Assaf conta veramente: per esempio il suo interesse per la fotografia e il tempo infinito che lui impiega a cercare dei soggetti che valga la pena di essere ritratti in condizioni ideali di spazio e tempo.

Poesia "Residuo" di Carlos Drumos De Andrade, letta da Francesca L'unica poesia che conosce di questo autore.
Ciò che rimarrà di questo poeta, il suo "residuo", fa rievocare a Francesca quello che rimarrà di lei.  Fa pensare che cosa c'è che rimane dell'umanità intera. Un'immagine, una figurina, una porcellana sbeccata. Si ha la coesistenza dei più disparati simboli e oggetti nello stesso elenco, formando dei forti e apparenti contrasti.
Ecco, questi sono i testi, ma il bello di una serata tra amici lettori non può essere reso solo a parole. Potete, ripeto, provare di persona: ci vediamo martedì 6 marzo alle 21 e 30 presso la fantastica biblioteca delle Oblate.



venerdì 20 gennaio 2012

Ecco chi ci rappresenta


Non sono andato, purtroppo, a depositare la denuncia per una questione di mancanza di tempo, ma aderisco in pieno all'iniziativa e il minimo che io possa fare è diffonderla tra le persone che conosco.
Qui sotto metto le prime righe di un post di radio popolare Verona, e poi il link che spiega dettagliatamente la questione.
Ti sei indignato/a ascoltando le offese di Umberto Bossi rivolte, il 30 dicembre 2011(vedi you tube Berghem frecc 2011)al Capo dello Stato? Vuoi anche tu, assieme a noi, dire BASTA! Puoi essere protagonista, in quanto membro del Popolo sovrano, di un atto civile di denuncia, in qualunque città del nostro Paese tu risieda da Cagliari ad Aosta, da Venezia a Palermo.


 Ecco il link del discorso di Bossi:  

http://www.youtube.com/watch?v=UkM9WS6XlSA
L’obiettivo di questo atto di denuncia, da depositare il 20 gennaio 2012 presso gli Uffici Ricezione Atti delle Procure della Repubblica (scegli tu la città dove farlo) è la pretesa del rispetto e della salvaguardia delle Istituzioni garanti dei principi fondanti la nostra Democrazia.
I dettagli dell'iniziativa sono qui

sabato 31 dicembre 2011

Altri libertini, di Pier Vittorio Tondelli


"Lacrime lacrime non ce n'è mai abbastanza quando vien su la scoglionatura, inutile dire cuore mio spaccati a mezzo come un uovo e manda via il vischioso male, quando ti prende lei la bestia non c'è da fare proprio nulla solo stare ad aspettare un giorno appresso all'altro. E quando viene comincia ad attaccarti la bassa pancia, quindi sale su allo stomaco e lo agita in tremolio da frullatore e dopo diventa ansia che è come un sospiro trattenuto che dice vengo su eppoi non viene mai..."
Questo è l'incipit di uno dei sei racconti del libro "Altri libertini" di Pier Vittorio Tondelli.
E' straordinario, come, del resto, tutto il libro.
Il "vischioso male" che gran parte dell'umanità ha vissuto in prima persona viene sostantivato, descritto, dissezionato, semplicemente spiegato in poche righe. Niente astrazioni alla "sono depresso" "sto male da morire" che poco ci mostrano, no. Questo dolore è vissuto in modo esperienziale, percepito interamente con i cinque sensi. L'autore parte dall'incapacità delle lacrime di colmare questo vuoto, poi passa all'utopica ed irraggiungibile immagine di un cuore aperto in due in modo da estirpare direttamente la causa del disagio. Il male viene dipinto in una bestia contro cui non c'è niente da fare, e tradotto in sintomi ben precisi - tremori, ansia, sospiro trattenuto - e localizzato topograficamente - bassa pancia, stomaco, e poi sale lentamente ma non arriva mai - il tutto descritto con ritmo incalzante, va pur bene sacrificare qualche virgola.
"Altri libertini" è tutto così, linguisticamente parlando, proprio come questo incipit: un libro pensato e rivisto e corretto in ogni minimo dettaglio. Questo per quanto riguarda la sua sublime forma.
Ci sarebbe, poi, da parlare della sostanza.
Nel primo racconto, "Postoristoro" viene descritto il mondo e i componenti di una notte di provincia in una stazione ferroviaria. Il freddo, i tossici, gli spacciatori, la puttana, gli amici. Un finale parossistico, la storia di un'amicizia disperata. Un tossico-dipendente da eroina è appena entrato in una terribile sindrome d'astinenza, l'amico si è procacciato una dose che vorrebbe fargli in vena, ma non riesce a trovarne alcuna: "...Giusy gli stringe il laccio ma le vene non escono, gli incavi lividi e neri e più su le macchie gialle di sangue rappreso, niente da fare.". La strada percorribile è una vena del cazzo, ma Giusy, l'amico, deve riuscire a procurargli un'erezione, tenta di masturbarlo, si lancia in un disperato monologo lungo una pagina, denso di concitate frasi degne di una hot-line atte ad eccitarlo e trovargli quella vena, e alla fine ci riesce. Quella pagina densa - solo per chi si ferma alle apparenze - di volgarità è in realtà una poetica dichiarazione universale di amicizia. Chi si fermava alle apparenze fu un solerte magistrato che, in base alla denuncia di un cittadino, ordinò il sequestro del libro per oscenità e oltraggio della pubblica morale. Incredibile.
I protagonisti di questi racconti, per dirla alla Whitman, succhiano il midollo della vita per non scoprire in punto di morte che non sono vissuti. Talvolta si muovono a caso e inciampano, sbattono come falene accecate dalla luce di una lampada, ma vivono ad una velocità supersonica, sperimentano e fanno esperienza - e commettono errori? - sulla loro pelle. I colori di questi racconti sono vividi, saturi. Perfino le sorgenti luminose livide dei neon, o le notti piovigginose, o la lunga autostrada per Amsterdam ti arrivano con le luci e i suoni di un Luna-Park, urlanti e sature di vita che sgorgano sul lettore oltre i confini fisici delle pagine del libro. I protagonisti di questi racconti hanno tre dimensioni: sono dotati, in altre parole, di uno spessore conferito dalle numerose tonalità di grigio, più che dai netti bianchi e neri. Non ci sono né buoni né cattivi, ci sono delle persone cariche di contraddizioni, a volte inzuppate di grandi ideali, spesso connotate da desideri e pulsioni che tutti gli esseri umani hanno, e per questo si rendono reali agli occhi di chi legge. Ci sono soprattutto ragazzi, uomini e donne appartenenti alla marginalità, di quelli che la gente evita con disgusto durante queste feste di natale. Ci sono in questo libro corpi che si abbracciano, si stringono, si penetrano in un disperato bisogno di contatto fisico. Di amore e non solo.
E' una scrittura che mette in gioco l'autore in prima persona, una scrittura che morde e punge e fa male, come a volte lo fa la vita stessa; l'autore riesce a parlare e a far parlare la sua stessa epoca senza mezzi termini, senza alcuna intermediazione. Tondelli diventa uno straordinario strumento che registra la realtà, la realtà che stava vivendo e che descrive con straordinaria lungimiranza e lucidità, riportandola in una forma poetica.
Una poesia lunga 163 pagine.
Pier Vittorio Tondelli, "Altri libertini", Feltrinelli Editore

lunedì 26 dicembre 2011

Antologia del calcio astrale


Sono davvero contento di aver dato un mio contributo alla Antologia del Calcio Astrale, che merita - per la qualità complessiva degli autori, non sto parlando di me - una ampia diffusione. Uno dei primi lettori è stato Enrico Vaime, l'autore della prefazione di questo libro. Se volete leggerlo, vi serve un e-reader, una connessione internet e 5.99€, il costo del download di questo bellissimo e-book. Il link per l'acquisto dell'e-book è questo. Vi incollo qui sotto una recensione del corriere nazionale:

In ebook diciassette racconti sul calcio. Astrale.

Nasce, ed è stata pensata, direttamente in ebook La prima antologia del calcio astrale di Alfonsetti & Associati, (Cletusproduction) una raccolta di racconti scritti da un pugno di autori più o meno noti, soprattutto per chi bazzica la rete e i blog letterari: Cletus Alfonsetti, ideatore del volume e collante del gruppo, Stefano Amato, Martino Baldi, Paolo Cacciolati, Marco Candida, Marco Crestati, Samuele Galassi, Hector Genta, Franz Krauspenhaar, Antonio La Malfa, Giuseppe Manfridi, Mauro Mirci, Gianni Pontieri, Mario Pischedda, Paola Ragnoli, Ezio Tarantino, Rocco Traisci. L’opera che vanta la prefazione di un divertito Enrico Vaime, contiene racconti diversissimi tra di loro ma tutti incentrati sul gioco del calcio, dentro e fuori dagli spogliatoi, in campo e tra gli spalti, e tutti seguono un comune fil rouge, come scrive Vaime, «un sogno comune alle generazioni pur storicamente lontane una dall’altra. Quello di fare un goal, segnare un punto, sentirsi abbracciare dai compagni (e sbattere in terra nell’euforia omicida dei ragazzi di ogni epoca)».

lunedì 12 dicembre 2011

Librarsi alle Oblate

Cari lettori,
martedì scorso c'è stato il consueto incontro del gruppo. E' stato un incontro divertente, oltretutto stimolato dalla presenza di tre nuovi lettori(Massimo, Mauro e Riccardo, spero di ricordare bene i vostri nomi), a cui do il benvenuto. Abbiamo, tramite i commenti ai testi, parlato di un po' di tutto: della in-fedeltà alla traduzione in poesia, di come un bambino potesse vivere o subire gli anni di piombo del mondo dei grandi, della caratterizzazione di un personaggio nei romanzi e  nelle sceneggiature, di una bambina emarginata da una piccola comunità, delle insidiose e intriganti terre di mezzo tra amicizia e amore, di una seduzione intuita da piccoli segni lasciati qua e là dall'autore, di un linguaggio medievale-dialettale riproposto ai nostri giorni. Insomma, cose così e anche altro. La sintesi in questo caso lascia sempre spazio all'inadeguatezza; se vorrete capire di cosa parleremo nei prossimi incontri, la cosa migliore da fare è che veniate di persona con il vostro interessante testo.
I brani letti sono stati tratto dai seguenti testi:
Il rimedio perfetto, di Lucrezia Lerro, letto da Stefano;
Lovers go home, e Tra un sempre e un mai(poesie della raccolta Inventario), di Mario Benedetti, lette da Toni;
Con un piede impigliato nella storia, di Anna Negri, letto da Francesca;
Il postino suona sempre due volte, di Mark Cain, letto da Donatella G.;
Zapata, di John Steinbeck, letto da Cristina;
Il roman de la rose, di Franco Scataglini, letto da Mauro.

Il prossimo scoppiettante incontro si terrà martedì 10 gennaio 2012 alle 21,30 presso la sala contemporanea della Biblioteca delle Oblate.
Ricordo brevemente le modalità di partecipazione: Portate un testo (fotocopiato in una decina di copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore;
dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere
dell'autore - e breve discussione. 
E via andare.
Senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo. 
E avanti un altro.

Un augurio di buone feste a tutti i lettori, e libratevi con i libri
Toni

sabato 3 dicembre 2011

Midnight in Paris

In questo periodo non leggo tanto. Forse, per dirla alla Nanni Moretti, "faccio cose, vedo gente", e va bene così. Tornando alla lettura sto leggendo un libro che mi intriga molto, che mi era sfuggito in gioventù, ovvero "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Calvino, e, da persona che invidia sfacciatamente le persone che scrivono bene, sto invidiando non poco la capacità di Calvino di passare con disinvoltura da uno stile di scrittura ad un altro(intimista, giallista, intrecciofilo, romantico, secco, razionale...) e facendolo sempre con una abilità da vertigine. Insomma, nonostante il fatto che il tomo sia esiguo, un duecento pagine, e sia sfacciatamente bello, finisco ogni sera con il libro per terra, la luce accesa e un filo di bava sul cuscino, accorgendomi a posteriori di aver letto solo qualche pagina. Insomma, non leggo molto, ma sono almeno riuscito, in queste ultime settimane a vedere qualche bel film, come "This must be the place", "Terraferma", "Io sono Li", "Tomboy", ma stasera ho visto il migliore del periodo: "Midnight in Paris", di Woody Allen. Non posso dire alcuni dei motivi che mi spingono a questo lusinghiero giudizio, perché finirei per sciuparvi il film, cosa che non voglio fare, in quanto mi sento particolarmente buono stasera.
Ma posso accennare al fatto che si parla di scrittura, di scrittori, alcuni dei migliori(Hemingway, Fitzgerald, Stein, Twain), e si fanno di tanto in tanto citazioni che colpiscono nel segno, almeno colpiscono il sottoscritto. Ne riporto una su tutte, che purtroppo ricordo approssimativamente: "Quando fai bene l'amore(focoso, passionale...) con una donna, in quell'istante pensi che la morte non esista più".
Inoltre pare che Woody si sia allontanato dalla sua idea ossessiva della morte e della vecchiaia dei suoi ultimi film (vedi, ad esempio, il ruolo di Antony Hopkins che fa il "fintogiovane" in "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni"), e ci regala un'intuizione: viviamo in questo presente, e in questo presente dobbiamo muoverci, amare, lottare, sognare, relazionarci, e strappare qualche brandello di felicità. Inutile volgersi romanticamente a guardare un passato che non c'è più, pensando a quanto dovesse la gente essere felice in quel periodo. E' una pura illusione. La gente che caratterialmente guardava al passato con nostalgia, esisteva anche in quel periodo. Stiamo qui; volgiamo pure lo sguardo a quanto gli artisti abbiano prodotto nelle epoche passate, ma con la certezza che artisti del genere ci sono anche adesso. E soprattutto cerchiamo di non sciupare l'opera più grande e maestosa di cui siamo artefici e protagonisti: la nostra vita. E' una piccola intuizione, forse, ma per me illuminante.

domenica 13 novembre 2011

Ci sei

A oggi, dodici novembre 2011, fanno trentatré anni.
Trentatré anni di vita, la mia, senza quella di papà. Mi verrebbe da dire babbo, proprio come mi chiamano i miei figli, ma si dà il caso che a Milazzo "babbo" significhi "scemo", e lui non ci ha mai permesso di chiamarlo così. Io ho cinquanta anni, e cinquanta meno trentatré fa diciassette. Tra un anno, senza di lui avrò passato il doppio degli anni che ho vissuto con lui. Eppure me li ricordo bene, quei diciassette anni, ne sono rimasto molto legato; qualcuno potrebbe dire che questo scrivere su eventi così lontani con punte di dispiacere, nostalgia e dolore sia patetico e patologico, e forse è così.
Mi manca ancora, come mi mancava quando si assentava in vita.
Ogni estate trascorrevamo un paio di mesi in Calabria e Sicilia, dai parenti, e papà ci raggiungeva solo nelle ultime due settimane. Mi mancava. Così come quando andò un paio di settimane a Firenze, durante l'alluvione del 1966. Avevo cinque anni, e mi mancava molto. Ma avevo la consapevolezza che sarebbe tornato, e tornava puntualmente. Mi è stato difficile, a diciassette anni, pensare che non sarebbe più tornato. Anche se durante il suo ultimo anno di vita, durante la sua penosa malattia, qualche volta gli ho augurato la morte. Ora è proprio quel momento, le 19 e dieci del dodici novembre. Quelle sette e dieci di sera sono state un crinale, un valico tra un prima e un poi, e io non sono bravo a fare tutti quei discorsi sul dolore che fortifica. Penso di più al fatto che mio padre per i miei figli sarebbe stato un nonno straordinario. Al fatto che si sarebbe rallegrato delle mie piccole gioie quotidiane e forse avrebbe sorriso con indulgenza dei miei sbagli, sui quali spesso mi logoro.
Ho scritto un libro e gliel'ho dedicato. 
Mi manca il suo modo di raccontare, lento e cantilenante, un po' pedante ma proprio per questo estremamente preciso nel dettaglio. Spesso, mentre lui parlava con qualche amico invitato a cena, lo stavo ad ascoltare, che parlasse di caccia, politica, di qualche ladro o assassino catturato nella Sila, della guerra. Non importa, io stavo ad ascoltarlo. E in seguito, quando si ammalò, stavo ancora ad ascoltarlo, incredulo del fatto che di lì a qualche mese se ne sarebbe andato.
Mi mancano le sue dimostrazioni di affetto: baci, abbracci, ed inoltre a lui piaceva tenermi sulle ginocchia.
A distanza di trentatré anni penso a lui con maggiore serenità, anche se a volte mi manca ancora.
Negli anni immediatamente successivi alla sua morte, l'ho sempre sognato malato.
In seguito l'ho rivisto sano, positivo, concreto, e questo mi fa piacere.
Tre anni fa ho attraversato tutta la Sicilia in bici, da Trapani a Milazzo, fino alla sua tomba.
E da quel momento me lo sono rivisto sorridente.
Ciao papà, ovunque tu sia, e anche se tu esistessi solo nella mente di chi ti ha voluto bene, ci sei.
Ci sei

venerdì 4 novembre 2011

Terraferma, di Crialese

Quando esco dal cinema con la consapevolezza di aver visto un buon film, ho la sensazione che nel periodo a seguire la mia vita sia più lunga. 
E' una sensazione effimera, ma non importa. L'importante è che le immagini a seguire del dopofilm mi appaiano più vivide, e altrettanto importante è il fatto che io riesca a dare più senso a ciò che sto vivendo e facendo. Durante il ritorno a casa, reduce dal buon film, ho avuto ai miei lati le montagne, nella completa oscurità violata esclusivamente dai fasci luminosi dei fari della mia auto. Queste montagne mi rassicuravano, mi davano un senso di protezione, così come durante il film le immagini notturne del mare, un mare buio e misterioso, mi facevano star bene. 
Il mare è la causa dell'isolamento di Lampedusa, nel bene e nel male. Il mare è il fluido nel quale scorrono i pesci, le barche, gli immigrati, gli innamorati. 
Il vecchio è il capo che sottostà alle regole del mare e non a quelle più fluttuanti dell'uomo. 
Il giovane ascolta e rispetta il vecchio, ma lo fa con insofferenza. 
Il giovane si muove a tentoni, non ha punti fermi - come in un mare - e ondeggia da una posizione vicina al vecchio ad un'altra più qualunquista. 
Ci sono due donne, una bianca e una nera, che parlano poco, ma che si capiscono alla perfezione. Una ha il marito morto, l'altra ce l'ha lontano - praticamente la stessa cosa - su una terraferma quasi irraggiungibile che sa di America o di Atlantide, nonostante sia Torino.
Gli immigrati cercano Lampedusa, ma non è nemmeno rappresentata sul mappamondo, troppo piccola ed insignificante. Un mondo fluido, questo, delimitato costantemente dall'acqua. 
I turisti non hanno punti fermi, rappresentano l'oca giuliva della situazione, sono agli antipodi del vecchio, e non capiscono, anzi, fingono di non vedere o sentire l'ansia e le urla degli immigrati, sono troppo impegnati a non guastare la loro settimana di vacanza. 
Non capisce nemmeno il solerte comandante della guardia di finanza, troppo impegnato a far rispettare le regole in una cosa molto più grande di lui. 
La nascita, e la morte, entrambi questi aspetti fondamentali dell'esistenza - la creazione e la cancellazione di essa - gravano sulle storie di questi immigrati, e sui cortocircuiti che generano con gli abitanti dell'isola.
Un finale aperto, che continua a farmi pensare, anche in presenza, lungo il mio tragitto, della silhouette di questi monti per me estremamente rassicuranti.
Se io stessi in Africa e non avessi da dare da mangiare alla mia famiglia, farei esattamente come loro: cercherei una soluzione disperata di fronte ad una certezza quasi matematica di morte, lo farei soprattutto per i miei figli. 
Se io fossi un vecchio pescatore, cercherei di far rispettare il codice non scritto del mare. 
Se io fossi un giovane, cercherei a tentoni una via, forse quella del nonno, oppure cercherei l'amore in una di queste inconsapevoli turiste. 
Se io fossi una donna dell'isola, continuerei ad aspettare un uomo e a scrutare il mare, oppure cercherei altri lidi, forse più insignificanti ma meno ruvidi ed aspri. 
Una terraferma, insomma.

martedì 1 novembre 2011

Sono l'ultimo a scendere, recensione

Una segnalazione. Nel sito "Bottegadilettura", ho rispolverato una mia recensione del libro "Sono l'ultimo a scendere", di Giulio Mozzi. Ve lo consiglio.
Buona lettura

lunedì 24 ottobre 2011

El camino del Norte 9: il punto di arrivo



Sabato due luglio 2011, ore sette. 
Oggi gran parte delle cose che faccio sono definitive. Mettono un punto alla storia. L'ultima volta, di questo viaggio, che monto i bagagli sulla bici, che faccio una colazione abbondante, che mi trovo in queste strade abbigliato in modo bizzarro, e così via. Perfino i gesti routinari, come quello di cambiare riquadro della cartina piazzata sulla borsa davanti al manubrio, assumono un carattere solenne, che si aggiugono alla solennità di un arrivo, al raggiungimento di un obiettivo. 
Mi accoglie, in strada, una nebbia feroce, una di quelle nebbie che non ti fanno pensare a nient'altro che al metro successivo da percorrere, e che ti fanno rimandare la contemplazione del panorama al momento in cui il sole avrà la meglio. Controllo più volte il fanalino posteriore - è vitale - e mi metto la giacca a vento arancione, la più sgargiante che ho. Per fortuna è deserto tutto intorno. Baamonde è un villaggetto immerso in un bosco, uno dei tanti, della Galizia. A fronte di questa mancanza di visibilità, di questo silenzio ovattato dall'umidità, i miei pensieri prendono percorsi tortuosi, di quelli che arrivano al lunedì, che si soffermano su come sarà diversa la mia giornata, inzuppata di lavoro, orari, famiglia. Tutto ciò che sto vivendo adesso, che in questo preciso istante assume un'importanza vitale - le ruote gonfie, gli zaini ben legati, la catena ben oliata, la soluzione salina, l'acqua in borraccia - si ridurrà ad una parentesi, sempre più insignificante via via che trascorreranno i giorni a casa, avidi di priorità del tutto diverse.
Dopo un paio d'ore in solitudine, ecco il sole, improvviso, senza una soluzione di continuo. I boschi assumono un aspetto più rassicurante, sembra quasi che gli alberi della foresta oscura di qualche minuto prima se ne siano andati  in un posto lontano, in barba alle loro inamovibili radici.
Attraverso, di tanto in tanto, piccoli villaggi di cui mi resta solo il nome: Gutiriz, Teixeiro, Correidoiras, Torneiros. La strada, costantemente in altopiano sui 400 metri con continui salisccendi, lambisce case isolate vicine a pascoli. In una di queste c'è una bambina bionda con in mano un pupazzo, seduta sulla soglia di ingresso, che mi scruta mentre passo. Lei ha i boschi e la pace, ma non ha relazioni con altri bambini. Quanto tempo passa su quello scalino? Che farà d'inverno con il maltempo e la notte precoce? Quanti chilometri dovrà percorrere ogni giorno con il pulmino per raggiungere la scuola? Se ne andrà un giorno o rimarrà ringraziando il giorno in cui è nata qui?
Ecco Arzua. Qui mi ricongiungo al cammino ufficiale che ho percorso nel 2007 , e tutto cambia.  Pellegrini a piedi, in bici, a tratti è un brulichio frenetico. Si respira aria di Santiago, a soli 40 chilometri da qui, anche se chi va a piedi potrrà arrivare a Santiago solo dopodomani, o nella più rosea delle previsioni domani sera. L'aria qui è calda, qualche pellegrino a torso nudo, alcuni con fasciature ad un ginocchio, altri con passo incerto. Altri venti chilometri, quasi due ore con una sosta a base di cocacola e bocadillos, e raggiungo la periferia di Santiago, la zona dell'aeroporto. Qui c'è un flusso biblico di persone. E' un continuo scambio di "Buen camino" e "Ugualmente", esattamente come quattro anni fa. 
Via via che ci si avvicina, si avverte un gradiente di concentrazione in crescendo di emozione, attesa, stanchezza. Il monte Gozo è l'ultima asperità consistente, con degli strappi che arrivano al venti per cento su sterrato. Le antenne della televisione, un bizzarro piedestallo trapezoidale che sormonta una croce, una recinzione metallica tappezzata di centinaia di croci fatte di aghi di pino, sono dei flash che preludono alla vista sulla città. Sì, si vede anche la cattedrale. Discesa a capofitto, di tanto in tanto si avvertono urla di pellegrini festanti in odore di arrivo. Una viabilità trafficata a cui non ero più abituato, pellegrini dappertutto, suonatori, saltimbanchi, funamboli nelle piazze del centro storico.
Eccola. La cattedrale.
Scene di giubilo, zaini e biciclette sparsi in ogni angolo. La gioia dell'arrivo. Devo assaporare ogni espressione di chi mi sta intorno, concentrarmi sui suoni, e contemporaneamente su me stesso.
Rimango qualche minuto sdraiato supino nella piazza, ogni cosa mi dà gioia: l'azzurro, le urla degli arrivi, una chitarra, la campana delle cinque e mezzo. 
Mi rialzo, vado a farmi timbrare la credencial, a ritirare la Compostela. C'è una fila ordinata lungo le scale di un austero palazzo, dopo una  ventina di minuti mi viene consegnata la pergamena. Alle sei entro in cattedrale per la messa; la composizione dei pellegrini richiama al mondo intero, di ogni razza e pelle e religione. Nonostante siano molti anni che non frequento più una chiesa, decido di partecipare alla comunione, e mentre sto inginocchiato mi prende una commozione che mi fa traboccare gli occhi, sebbene chiusi, di lacrime.
E qui c'è il punto. 
La fine di un viaggio che divide un prima da un poi, e con essa la fine di questa storia che mi pone un interrogativo. Che cosa racconterò domani? Avrò ancora qualcosa da raccontare, qualcosa di significativo degno di essere scritto e letto, a chi passa di qui?
Buen camino.
Buen camino a tutti voi
Buen camino, davvero.



domenica 16 ottobre 2011

El camino del Norte 8: come l'autobus al volo




Oggi, primo luglio 2011, mi sono alzato alle sei e venticinque. Il fatto è che ieri sera, mentre aspettavo la mia zuppa di pesce, stavo guardando con un po' di disagio la strada ancora da percorrere, ed ero giunto alla conclusione che se non avessi forzato la mano sul chilometraggio odierno, non sarei giunto per domani, il due di luglio, a Santiago. E così ho programmato un tappone da centocinquanta chilometri infarcito di continui saliscendi, una decisione che ricorda quella presa da Fantozzi che vuole rimediare al tempo perso per un imprevisto mattutino manifestando l'intenzione di prendere l'autobus al volo.
Il padrone dell'albergo mi accompagna al garage dove tenevo la bici, il tempo di caricare i mei simpatici venti chili di bagaglio, e alle sette sono già in partenza. Luarca, cittadina godereccia affacciata su un porticciolo variopinto, è ancora silenziosa ed impastata di sonno, così come il suo mare.
La N-634 costeggia nel primo tratto l'oceano, che appare e scompare di continuo, quasi giocasse a nascondino. C'è un vento fresco, sole, e il nastro di asfalto che si srotola sotto la bici. 
Ogni tanto, quando provo sensazioni di viaggio nettamente positive, mi dimentico di essere un'accozzaglia di cellule e penso di essere solo movimento, inconsapevole del mio respiro, delle gambe che stanno pedalando, del mio sguardo costantemente fisso sulla strada. Mi capita più frequentemente la mattina presto, col silenzio, le ombre lunghe, e quando mi capita avverto gratitudine nei confronti del mondo intero. Proprio come ora.
La strada raggiunge Castropol, l'estrema propaggine della Cantabria, e piega verso sud costeggiando il fiume Ribambo. Decido di piegare a sud per evitare l'attraversamento del fiume dal ponte per Ribadeo, un ponte estremamente trafficato, imponente, che si vede da decine di chilometri di distanza. A Castropol scendo per una stradina che mi dà indicazioni per la oficina de turismo, dove chiedo una cartina e mi faccio timbrare con il sello la mia credencial. L'oficina si affaccia sull'enorme estuario del Ribambo. C'è bassa marea, e dei bambini lanciano sassi nell'acqua. Complice la fanghiglia e le alghe, i sassi affondano lentamente, e questo non lascia dubbi ai bambini su chi abbia tirato il sasso più lontano. 
Mi spingo a sud, dicevo. Questo è il primo netto cambiamento di direzione del mio viaggio, ed inoltre abbandono l'oceano. 
Quasi a voler sottolineare questo allontanamento, cala improvvisamente il vento. Percorro la riva del fiume fino a Vegadeo, dove c'è l'altra opportunità di attraversamento con un ponte più dimesso e sgangherato. Ora sono in Galizia. 
Da qui, prendo una stradina solitaria: questa attraversa la gobba di un alto che congiunge la valle dove mi trovo con quella in cui si dipana la Nacional 634. Raggiungo con una salita pedalabile a pendenza costante il punto più alto a 450 metri, e c'è una chiesetta immersa nel bosco. Da un palo vicino due fili zeppi di bandierine raggiungono le estremità del tetto della chiesa. Forse un  passato matrimonio, forse la festa di un santo. 
Discesa a capofitto, e raggiungo, all'altezza di Lourenzà, l'altra valle e la N-634. Prima di Mondonedo la strada ricomincia a salire. Sale costantemente, con un traffico imponente. Troppo traffico, ci sono anche molti camiones. La strada sale costantemente con pendenze medie del 10 per cento. Questo è uno dei tratti più brutti che mi tocca fare. 
Mi prende anche un po' di paura. 
Nessun camion o auto mi passa particolarmente vicino, per fortuna, anche se il rombo dei motori e l'emissione dei gas di scarico in salita è insopportabile, ma la paura dipende dalla possibilità che mi possa distrarre per un attimo e deviare verso il centro strada, dal fatto che i miei nervi mollino, che le mie mani non reggano più saldamente il manubrio. Raggiungo l'Alto do fiouco, a quasi settecento metri, dove sulla sinistra vedo un imponente parco eolico, con  annesso il sordo rumore delle pale. Poi discesa con altrettanta paura, sempre per il traffico, per fortuna più breve in quanto più veloce. 
In questi tratti, invece, mi domando perché mi sia imbattuto in rischi del genere. 
Il voler finire l'intero tragitto in una settimana è una delle possibili risposte, che non mi ha dato l'opportunità, oggi, di seguire stradine più tranquille, dove passa l'itinerario ufficiale del camino del Norte. 
In altre occasioni, nei miei viaggi, ho preferito, come adesso, cercare di percorrere lunghi chilometraggi per nutrirmi di più panorami possibili, a discapito di un percorso più cadenzato e intervallato da maggiori esperienze di relazioni umane. Insomma, a posteriori penso che questo tratto di nacional lo avrei dovuto evitare.
Per fortuna, come dopo un brutto sogno, la strada addolcisce e il traffico cala bruscamente. Sono le sei, in altre tre ore e mezzo raggiungo prima Villalba, poi Baamonde. Baamonde è un paesino minuscolo, con un crocevia, quattro case, una chiesa. Ho il rammarico di non aver dormito al  bellissimo albergue del peregrino, qui - mi dice il gestore che mi saluta in strada - mi avrebbero accolto anche se sono quasi le dieci. Invece avevo già prenotato telefonicamente in un albergo a ridosso di una stazione di servizio, una specie di autogrill. Ma, tutto sommato, non mi va male: la signora, che gestisce anche il ristorante, è molto gentile, e il suo baccalà alla galiziana è fantastico, e la camera piccola ma pulita ed accogliente.  Il tutto immerso in una Galizia di bosco, una Galizia fiera del suo incomprensibile dialetto, delle sue tradizioni, delle sue musiche. Una Galizia inzuppata da frequenti piogge, invasa da peregrinos che vogliono raggiungere Santiago. Oggi ho preso l'autobus al volo, e la possibilità di raggiungere domani la cattedrale di Santiago diventa più concreta.
Buen Camino




domenica 9 ottobre 2011

Undici

Undici


Quell'anno, il 1971, la Pasqua sarebbe caduta l'undici di aprile. Lo sapevamo bene, a scuola: una settimana di vacanza, a partire dal giovedì precedente, l'otto. Lo sapevamo bene, a dottrina: ci stavamo preparando alla prima comunione. E la domenica delle Palme, dopo la messa, l'annuncio di Suor Franca: Giorgio, Stefano, Franco, Marco, e altri otto nomi compreso il mio. Riserva: Marcello. I dodici apostoli - più la riserva che sarebbe stata in panchina, ovvero seduto nella panca della chiesa atto a rimpiazzare eventuali indisposizioni - avrebbero partecipato alla lavanda dei piedi nel pomeriggio di giovedì santo, alle ore 17. "E' importante" disse Suor Franca "e venite con i piedi lavati, la lavanda che vi farà Don Ivo è simbolica."
Il giovedì seguente, dopo la campanella, il portone della scuola si spalancò vomitando ragazzini chiassosi e festanti. Pareva una prova generale di ciò che sarebbe accaduto l'ultimo giorno di scuola. Per i compiti, se ne sarebbe parlato il martedì seguente, sempre l'ultimo giorno utile. Era aria di festa. Si formò un capannello di ragazzini gioiosi per fissare il ritrovo pomeridiano. "Al campo degli ulivi alle tre". Il campo degli ulivi era adibito a campo di calcio, anche se si doveva evitare un paio di alberini a centrocampo, e la partita sarebbe stata:"Quinta D contro quinta F".
Io ero nella D, e non ero dei più dotati per il calcio; fin da quei giorni mi ero accorto di avere una resistenza alla fatica superiore a quella dei miei coetanei, e quindi potevo dire la mia in bici e nella corsa prolungata, ma non avevo la grinta di buttarmi in un contrasto di gioco, di tirare di testa, di calciare una punizione efficace, insomma ero - per la nostra rudimentale concezione di gioco del calcio - uno di quelli da difesa, come se fosse buona cosa piazzare gli scarsi a incassare gol, o meglio ancora ero da panchina.
Quel pomeriggio si presentò un gran numero di ragazzini al campo, compresi alcuni spettatori di altre sezioni, tanto da garantire una partita con numero regolamentare, e noi della D eravamo in dodici. Io mi tirai fuori subito, prima che me lo dicesse qualcun altro. Del resto sarei dovuto andare alla lavanda dei piedi.
La partita cominciò, e io mi stesi sul prato insieme con Pasquale, il mio amico della F, anche lui fuori dai giochi. Avevo tre quarti d'ora prima di avviarmi verso la chiesa. Mentre parlavamo io e Pasquale, il nugolo di giocatori che inseguiva come uno sciame la sfera magica(gli schemi erano completamente saltati al secondo minuto di gioco) di tanto in tanto esultava per metà e imprecava per l'altra metà, raggiungendo rapidamente il punteggio di due a due. Alla mezz'ora Alessandro Marchettini stava per entrare in area avversaria palla al piede, quando venne sgambettato. Alessandro volò, grattugiando il ginocchio sul terreno sconnesso. Pianti, sangue, Alessandro non se la sentiva più di proseguire, si avviò zoppicante verso casa, inoltre rigore non concesso perché quelli della F se la cavavano bene con i discorsi. Sconcerto nelle file della D. Gli occhi puntati verso me. "No, ragazzi, devo andare alla lavanda, alla messa." "E dai." "No" "Dai." Anche quelli della F insistevano. Alla fine mi trascinarono in campo con la promessa di finire la partita al più presto, ovvero nel momento in cui una delle due squadre avesse segnato. In fondo quattro gol in mezz'ora...un altro gol entro un quarto d'ora sarebbe stato estremamente probabile. Che non arrivò."Ragazzi, devo andare..."
"Non ti ci provare" mi disse Stefano, che era il doppio di me."Al gol finiamo."
Stefano aveva quel modo di fare estremamente convincente, e rimasi. La partita di calcio si trasformò nello stallo di una partita di scacchi, le porte erano incantate, una specie di campi elettromagnetici che respingevano qualsiasi cosa potesse assomigliare ad una sfera. "Che ore sono?" chiesi a Pasquale a bordo campo. "Le cinque e cinque."
"Non è che ci potresti andare tu?" "Ma sei matto?" "E poi io la comunione la faccio il prossimo anno." Avvertii un senso di profonda inquietudine, cercai di consolarmi  pensando a Marcello, la riserva, e poi ormai non avevo nemmeno i piedi puliti, ed ero un bagno di sudore. Come se tutti gli altri lo facessero apposta, la partita si  prolungava senza il gol. Ormai erano le cinque e mezzo, stavo in difesa cercando di fronteggiare il Poli che si preparava ad un tiro da fuori area, ma scivolò in modo ridicolo. Non mi restava che prendere la palla; arrivai in prossimità degli alberi a centrocampo, e da dietro di uno di essi, cercai di fare una specie di cross in area. Presi la palla di collo pieno, e invece di raggiungere i miei compagni appostati, la sfera si diresse in modo maligno verso la porta, insaccandosi dietro il portiere incredulo. Il sospirato golden goal, partito da un mio tiro a banana. Il mondo si era fermato, bisognava che riscrivesse in fretta un copione imprevisto.
Dopo due tre secondi di silenzio assoluto, tutti corsero verso di me, mi abbracciarono, ero l'eroe del giorno. Non avevamo mai vinto contro la F, e così i miei compagni fecero una colletta e mi offrirono una spuma bionda al Bar Stella. Risate, scherzi, commenti del dopo partita. Ci salutammo alle sei e mezzo.
La mia mamma mi aspettava sull'uscio. "Suor Franca ha telefonato tre volte, dove sei stato?"
"Io...ma Marcello non c'era?"
"La suora ha telefonato tre volte." Ebbi paura, la mia dolce mamma era paonazza e con gli occhi spiritati. Cominciai a piangere come una fontana, farfugliando vigliaccamente qualcosa sul fatto che non mi avevano lasciato andare, ma senza grande convinzione.
"Ora vai dalla suora."
"Cosa?"
"Vai. Glielo dici tu quello che hai fatto."
Avrei preferito che mia madre mi picchiasse a sangue, ma non mi sfiorò nemmeno.
Erano le sette e mezzo, era già buio, e con i passi pesanti raggiunsi il convento.
Suonai, la mano tremava come il campanello.
Il portone si aprì, chiesi di Suor Franca.
Arrivò a passi svelti e mi urlò contro. "Non è mai successo! Undici! Undici apostoli con don Ivo! Che vergogna!"
"Ma Marcello..." replicai singhiozzante.
"Marcello non c'era! E tu, tu...tu c'eri! Sì, c'eri anche tu! Eri Giuda!"
"Io...mi dispiace, io pensavo che Marc..."
"E finiscila con Marcello! Marcello non c'era! Ma tu avevi preso un impegno solenne! Dove sei stato?"
"Io...non mi hanno fatto andare via, la partita, non finiva più, io mi dispiace tanto, io..."
Non riuscii più a parlare dai singhiozzi. La suora si avvicinò a me e mi avvolse con le sue braccia corpulente. Mi persi con la testa tra le pieghe dei suoi drappi neri e sentii un gran calore. Continuai a mugolare e singhiozzare per un po', pian piano mi calmai.
Doveva essere stata una giornata dura per lei, pensai.
"Non importa", mi disse. Mi tenne abbracciato, stretto per qualche minuto. In silenzio, all'imbrunire.
 

giovedì 6 ottobre 2011

Le mie foto di eroica 2011









Dopo 205 chilometri di stanchezza, fame, sete, sonno, freddo, caldo, gioia, felicità, lascio il posto solo a qualche immagine. Le parole sono inadeguate. Grazie eroica