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giovedì 27 febbraio 2014

Armonia spicciola

In armonia gli accordi - il cosiddetto accompagnamento - hanno poco senso presi a sé, se non inseriti in un contesto. Ma anche se di poco senso, vorrei soffermarmi sulle sensazioni che possono scaturire da ogni singolo accordo, almeno per quanto riguarda il mio sentire, ed eventualmente accennare alla naturale evoluzione di un accordo verso un altro.
 Per esemplificazione parlerò degli accordi di do, ma questo potrebbe valere per ognuna delle dodici note che compongono una ottava.
Do maggiore(domisol): una certezza, come la mano di un bambino tenuta ben salda dalla mano di un padre. La stabilità, che rischia di scadere nella routine. Un coro sardo che non cambia mai, i cantori in cerchio che si guardano. Evolve verso il fa maggiore(più stabile) o verso il sol maggiore(e allora prima o poi tornerà a casa, verso il do maggiore). Un passaggio interessante: da do maggiore a mi maggiore.
Do minore(domibemollesol): tristezza autunnale, giornate buie. Un requiem. Se evolve verso il do maggiore, è tutta un'altra storia. In genere si rassegna al passaggio verso il sol maggiore.
Do settima(domisolsibemolle): si attende speranzosi il panorama che si aprirà dietro la curva, evolve verso il fa maggiore.
Do settima più(domisolsi): indefinitezza, finale aperto, l'orizzonte di un oceano, un loop, può alternarsi a lungo con un fa settima più(tipo homecoming degli America).
Do di quarta(dofasol): tende a chiudere nel do maggiore, a volte passando dalla nona, è precario, una finestra che sbatte con il vento, finché non si alza qualcuno a chiuderla.
Do di nona(doresol): non vivrà a lungo, può alternarsi a una quarta, ma è un passaggio verso un maggiore. Un passaggio che comunque conferisce distinzione, originalità.
Do quarta nona(dorefasol):  la contaminazione, i chiaroscuri che danno spessore alla realtà.
Do 7 diminuita(domibemollesolbemollela): la genialità insita nella follia. Una corsa forsennata in una buia tromba di scale, forse c'è qualcuno che ti sta inseguendo. In genere scivola verso il fa maggiore, faminore, do maggiore.
Do tredicesima(domisolsibemollerefa). Il fantastico e terribile inizio della nona sinfonia di Beethoven, nient'altro da aggiungere.


lunedì 17 febbraio 2014

Librarsi verso carnevale


Librarsi verso carnevale



Un'altra serata di lettura del gruppo Librarsi, che ha spiccato il volo, in queste letture, verso il cielo visto dagli occhi di una bambina, fino a scendere in picchiata verso gli abissi di un tentativo di suicidio, passando per sorelle immaginarie di amori non sbocciati, boschi e foreste intrecciate da radici invisibili, donne desiderose di strappare veli reali e immaginari, e libri antichi e moderni e librerie fonti di relazioni ed affetti. Insomma, un volo tanto interessante quanto accidentato e imprevedibile. In attesa di rivederci presso le Oblate il prossimo quattro marzo in una stanza tutta per noi, vi riporto qui sotto un breve resoconto dei brani letti.

Figli di un Bronx minore, di Peppe Lanzetta, letto da Stefano. Il motivo conduttore di tutto il libro è la crisi economica: come questa entra nelle case, come lavora ai fianchi delle persone più deboli. Ognuno di questi racconti è un pugno allo stomaco. Ci figuriamo questa crisi tutti i giorni attraverso i notiziari, ma trovarla scritta, vederla nella storia di una famiglia la rende molto vivida e reale. Di tanto in tanto ci illudiamo che sia una realtà che non ci appartiene, purtroppo è accanto a noi.

Il veleno dell'oleandro, di Simonetta Agnello Hornby, letto da Cristina. Questo è l'unico capitolo del libro che non parla di bassi sentimenti(avarizia, lussuria, invidia), quindi queste pagine sono per il lettore una boccata di ossigeno. I tre protagonisti stanno raccontando una vicenda orribile, e improvvisamente sboccia questo sentimento bello, nato dal ricordo della mamma. Le azioni che hai imparato da bambina, e quando le rifai, anche se adulta, ritorni bambina. Il gusto di riuscire a fare qualcosa che ti rende grande, il bello delle piccole cose. Vedere i cambiamenti del cielo, di giorno in giorno, è una delle esperienze più emozionanti per un uomo; quando ti viene privata la libertà, non vedi più il cielo. Per finire, c'è un simpatico elenco delle cose che danno felicità.

Troppa felicità, di Alice Munro, letto da Antonio. Nel racconto "Legna" si procede in parallelo tra un rapporto conflittuale di due persone, marito e moglie, e tra la storia e le caratteristiche e le relazioni che legano un albero agli alberi vicini. Legami invisibili che trasformano le relazioni: si passa dall'albero al bosco, alla foresta, un nome solenne e non completamente comprensibile, come spesso sono le relazioni umane.

Due punti, di Wislawa Szymborska, una poesia letta da Francesca D, che riporto qui di seguito: C’è mancato poco che mia madre sposasse il signor Zbigniew B. di Zduńska Wola. E se mai fosse nata una figlia - non sarei stata io. Forse una dotata di più memoria per volti e nomi, e melodie udite una volta soltanto. Infallibile nel riconoscere un uccello. Con voti eccellenti in chimica e fisica, e più scarsi in polacco, ma che di nascosto avrebbe scritto poesie subito molto più interessanti delle mie. C’è mancato poco che mio padre intanto sposasse la signorina Jadwiga R. di Zakopane. E se mai fosse nata una figlia - non sarei stata io. Forse una più ostinata ad averla vinta. Una che salterebbe senza paura nell’acqua profonda. Propensa a subire le emozioni della folla. Vista di continuo in più luoghi contemporaneamente, ma di rado su un libro, molto spesso in cortile a giocare a pallone insieme ai ragazzini. Forse si sarebbero incontrate nella stessa scuola e nella stessa classe. Ma senza fare coppia, nessuna parentela, e nella foto di gruppo ben distanti. Ragazzine, mettetevi qui - avrebbe detto il fotografo - quelle più basse davanti, quelle più alte dietro. E al mio segnale fate un bel sorriso. Ma prima contatevi, ci siete tutte? -Sì, signore, tutte. La poesia ha più aria di un racconto, ma le immagini sono fortemente evocative e poetiche. C'è la suggestiva idea delle altre vite che sarebbero state generate se i genitori avessero sposato altri, una sorta di "Sliding doors". L'immagine del fotografo che ritrae lei e le ipotesi di lei, ci sono proprio tutte. Ma non c'è nessun tono di rimpianto o di invidia nell'immaginare le altre immagini di lei.

Leggere Lolita a Teheran, di Azar Nafisi, letto da Francesca C. Nell'occidente le donne non hanno un velo, un chador, però possiedono una immagine di convenienza che mostrano costantemente agli altri. Quando cade questo velo, viene fuori un'immagine forse più imbarazzante, ma sicuramente più colorata, più gioiosa. Le donne di Teheran, nel brano in questione, si tolgono tutte insieme i veli in quella casa, e si prestano ad un precario carnevale, sì fortemente catartico, ma limitato per spazio e tempo. Si ha, inotre, la sensazione che l'autrice non abbia potuto fare con queste donne tutto ciò che avrebbe voluto fare.

La tredicesima storia, di Diane Setterfield, letto da Luca. Il brano inizia parlando degli aspetti pratici del lavoro di un antiquario, poi si concentra sull'importanza della libreria e dei libri. Un libro immerso dentro il libro, che è diventato l'alter ego della protagonista. La protagonista si relaziona con il padre attraverso le pagine stampate, che sono il punto di scambio dei loro affetti. Questo rapporto trova una sorta di redenzione e di liberazione nella loro libreria, ritenuta una scelta di sicurezza, un baluardo della loro famiglia, insomma il loro rifugio.

Arrivederci al quattro marzo alle Oblate!

martedì 28 gennaio 2014

Di cosa parliamo quando parliamo di legno

Sabato scorso ho partecipato all'officina romana di Bombacarta, invitato dall'amico Federico Cerminara, che ringrazio. Ho potuto così rivedere con grande piacere Federico, Tiziana, Andrea, Stas', Paolo e tanti altri amici. Qui sotto riporto una sintesi del mio intervento, uno dei tanti possibili percorsi che si possano fare sul legno, e sul suo produttore naturale: l'albero.


Legno




Nascita e crescita dell'albero

Nel 2006 viaggiai in giro per la Provenza in bicicletta. Arrivato ad Arles, feci il percorso dei vari luoghi che furono fonte di ispirazione per Van Gogh. In ognuno di questi luoghi era piazzata una riproduzione del quadro in un punto che doveva essere stato il punto di vista del pittore. Tra questi c'era anche Le Pont de Trinquetaille.





Il luogo è oggi molto simile a ciò che Van Gogh dipinse, ma differisce molto per un elemento:



differisce significativamente per un albero, che nel 1888 era un esile alberello, e che in un secolo è diventato un robusto platano. Ecco, il legno sorprende come elemento di grande cambiamento, se consideriamo l'albero da cui proviene. Una continua trasformazione dell'albero, impercettibile ma inesorabile.
La crescita dell'albero, in molti casi fa da ponte a diverse generazioni della vita umana: esistono alberi di più di 1000 anni, sono nati nel medioevo. Anche per questo possiamo riflettere su quanto possa essere altruista piantare un albero: ....posso nominare i contadini romani della campagna sabina, miei vicini ed amici, che, senza di loro, nei campi non si farebbe quasi nessun lavoro di quelli importanti; non si seminerebbe, non si raccoglierebbe, non si riporrebbero i frutti della terra. Benché per loro questo è meno sorprendente: nessuno infatti è tanto vecchio da non credere di poter vivere un altro anno; ma loro si dedicano anche ad altri lavori, che sanno bene non riguardarli: "Lui pianta alberi, che saranno utili a un'altra generazione", come dice il nostro Stazio nei "Sinefebi". Infatti il contadino, per quanto sia vecchio, non esita a rispondere a chi gli chiede per chi semina: "Per gli dei immortali, che non hanno voluto soltanto che io ricevessi tutto questo dagli avi, ma che lo trasmettessi anche ai posteri.” Brano tratto da “De senectute”, di Cicerone.



Antropomorfizzazione

L'albero cresce: in altezza, in larghezza, ed è soprattutto la crescita verticale che lo fa assomigliare ad un uomo. Una perfetta verticalità, anche quando il terreno è obliquo, come i cipressi di Bolgheri in duplice filar con cui Giosué Carducci intavola una discussione.

Icipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Q
II cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.
Mi riconobbero, e — Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ’l capo chino —
Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino....
sbigliaron vèr’ me co ’l capo chino —
Perché non scendi? Perché non ristai?
Oppure, oltre a poter parlare, l'albero può essere rappresentato nel nostro immaginario con sembianze umane:





«.... Aveva il fisico di un Uomo, quasi di un Vagabondo, alto però più del doppio, molto robusto, con una lunga testa, e quasi senza collo. Sarebbe stato difficile dire se ciò che lo ricopriva fosse una specie di corteccia verde e grigia, o la sua stessa pelle. Comunque, le braccia, a breve distanza dal tronco non erano avvizzite, ma lisce e brune. I grandi piedi avevano sette dita l'uno. La parte inferiore del lungo viso era nascosta da una vigorosa barba grigia, folta, dalle radici grosse quasi come ramoscelli e le punte fini e muscose. Sulle prime gli Hobbit notarono soltanto gli occhi, occhi profondi che li osservavano, lenti e solenni, ma molto penetranti. Erano marrone, picchiettati di luci verdi...>>
«...Sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente e costanti meditazioni; ma in superficie sfavillava il presente, come sole scintillante sulle foglie esterne di un immenso albero, o sulle creste delle onde di un immenso lago. »
Gli alberi emulano gli esseri umani , morfologicamente parlando, in particolare quando sono spogli, come in molte immagini dei film dell'orrore: 
 


I rami ritorti possono anche ricordare le ossa di un vecchio, oppure non si distingue dove finisce l'uomo e comincia il legno:

Viene il mattino azzurro
nel nostro padiglione:
sulle panche di sole
e di crudissimo legno
siedono gli ammalati,
non hanno nulla da dire,
odorano anch’essi di legno,
non hanno ossa né vita,
stan lì con le mani
inchiodate nel grembo
a guardare fissi la terra.

Alda Merini






E quando la larghezza della pianta supera di gran lunga l'altezza, un albero può suscitare inquietudine, come in questa storia:
...Ma io cominciai a scappare, - continuò a dire il burattino, - e loro sempre dietro: finché mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di quella quercia.-
E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi...”
Si pensa che Collodi abbia tratto ispirazione da un enorme albero, una quercia appunto, molto vicina a Collodi (e a casa mia), che oggi ha più di 500 anni:
 

ha una circonferenza del fusto di 4 metri, è alta 14, ed ha l'apertura dei rami con un raggio di 15 metri. E' monumento nazionale. E quando Collodi scrisse nel 1881 "Le avventure di Pinocchio", questo albero era un po' più piccolo, ma non per questo meno imponente.

L'albero è un muto testimone. Ha uno sguardo limitato, ma è ben saldo, ancorato al terreno tramite le radici, che danno solidità all'albero stesso e al terreno circostante. Un po' come i vecchi, seduti sulla soglia di casa, che osservano il via vai di mezzi, animali e persone: pare quasi che non si muovano mai di lì, depositari della storia di un luogo. Le radici permettono il passaggio della linfa, del nutrimento necessario, delle relazioni con gli alberi vicini. Le radici sono spesso contorte, nodose, intricate, come la storia da cui proveniamo, ma indispensabili come il nostro passato.
Se le radici sono il nostro passato, i nostri progenitori, il tronco rappresenta il nostro presente, e i rami e le fronde e le foglie, che si protendono verso il cielo, sono le nostre prospettive e ambizioni, le nostre – più o meno – nobili mete.
Tra le rappresentazioni archetipiche del passato, esiste una carta dei Tarocchi,
l'appeso:


un giovane uomo è legato ad una caviglia a testa in giù e osserva il mondo dal punto di vista delle radici, un punto di vista originale e di profonda riflessione, con un rovesciamento del senso comune. Accanto a lui due alberi sorreggono la trave di legno su cui è legata la caviglia. Una condizione meditativa, verticale, fatta di uomo e legno, inteso come piante e radici. Per avere un punto di vista innovativo, originale, rivoluzionario, devi partire dall'osservazione delle tue radici.


Trasformazione dell'albero, morte e riutilizzo
Il legno mantiene una grande capacità evolutiva anche nel momento in cui la pianta muore. Si ingrossa, si restringe, si riempie di umidità, si secca. Muta di colore, in genere scurisce nel tempo perché reagisce con l'ossigeno. Può evolvere, nel corso di secoli, in materiali completamente diversi tra loro: la grafite, tenerissima e scura, che lascia un segno a contatto con altri materiali e si sfalda; il diamante, durissimo e trasparente, pressoché inattaccabile da agenti esterni.
Il legno viene lavorato, subisce tagli, piallature, verniciature, viene conficcato da chiodi. Il titolo del film "L'albero degli zoccoli", di Ermanno Olmi, crea l'unione tra ciò che esiste in natura con un prodotto di trasformazione del legno. Per mano dell'uomo cambia forma, dunque, anche se conserva una certa rigidità.
Si parla anche di carattere legnoso:


(min 1,30-2,00 e 8,00-9,00)

"...Se un personaggio ha un carattere legnoso deve avere una gamba di legno; se poi la personalità cambia, allora deve arrivare un ladro a rubargli quella gamba." Così scrive Antonio Spadaro a proposito del racconto "Brava gente di campagna", di Flannery O'Connor.
E a proposito di gambe di legno, è famoso il rovesciamento di senso che si può vedere in questa clip.
(da 1:30 a 1:45)
Il processo di antropomorfizzazione del pezzo di legno in gamba, e addirittura la ricerca di un nome, è data dall'importanza della protesi, vitale per la deambulazione in colui che è privo di un arto inferiore.
La gamba di legno può assumere un valore artistico:

C'è un altro modo per dire bosco, come si legge in queste due pagine tratte dal brano “Legna” di Alice Munro:




Distruzione del legno
Il legno, infine, dà calore e così facendo sacrifica sé stesso, scomparendo nel nulla. In "la festa del ritorno", di Carmine Abate, ogni ritorno natalizio del padre a casa è caratterizzato e cadenzato da un camino che scoppietta, dal calore regalato dal legno che brucia, dal calore delle persone che stanno intorno al camino, e dal racconto relativo a terre fredde e lontane.
...Le scintille ci avvolgevano, sembravano sciami d'api crepitanti, poi si azzittivano spegnendosi e ci cadevano sui capelli e sui vestiti come una bufera di neve, e mio padre diceva che un fuoco così non si era mai visto, pare fatt'apposta per schiaffarci dentro i ricordi più malamenti, diceva, e appicciarli in un lampobaleno, per sempre...”






sabato 18 gennaio 2014

Italian blues

 
Ascolta: questa è una di quelle sere.
Una sera in cui il tergicristallo acceso della macchina funge da stanco metronomo della tua vita.
Una sera in cui niente ti dà un senso di finitezza, di compiutezza:
tutto è imperfetto, e lascia dei resti come quando dividi un numero primo, e non per sè stesso.
Una sera in cui ti soffermi a pensare che ti piacerebbe fare l'amore a lungo,
e invece non ti resta altro che andare al cinema da solo.
Una sera di cuore ruvido, di saudade e di accordi in settima più che danno calore,
rinfrancano lo spirito, ma che ti immettono in un loop senza vie di fuga.
Una sera di ticchettii di pioggia sul tetto, di tonfi sordi e di luci nel cielo.
Una sera in cui senti di volerti bene, e appoggi le braccia, e le stringi, sul tuo stesso petto.
Una sera in cui temi che sia troppo tardi, ormai.
Una sera in cui è andata così, ricordando la mattina del voglio fare così.
Una sera in cui confondi le gocce di pioggia e le lacrime, il freddo atmosferico e i brividi alle ossa.
Una sera così, una di quelle sere, insomma, non so se hai presente.

lunedì 13 gennaio 2014

Librarsi nel 2014, il nuovo anno






Martedì scorso, il 7 gennaio, si è svolto l'incontro di lettura a cui non ho potuto partecipare. Si sa: i cimiteri sono pieni di gente di cui non si poteva fare a meno, per cui l'incontro è stato bello e stimolante come sempre, indipendentemente dalla presenza del sottoscritto... Il resoconto è stato scritto da Cristina, la foto dei libri è stata scattata da Luca. Ci ritroveremo alle Oblate la sera di martedì 4 febbraio, buona lettura!


Resoconto gruppo di lettura, 7 gennaio 2014



Stefano ha letto un brano da “La ragazza interrotta” di Susanna Kaysen. La protagonista si ritrova a distanza di anni davanti allo stesso quadro, dopo aver affrontato varie vicissitudini che l’hanno profondamente segnata. Il quadro ha mutato significato nel tempo, le parla in maniera diversa, lei si ritrova comunque nell’arte che è un mezzo di comunicazione non verbale per condividere le esperienze e i dolori di ognuno di noi. Attraverso le variazioni della luce il quadro mostra la realtà come vorremmo che fosse. Tratto da una storia vera.

Cristina ha letto un brano da “Ragazze di campagna” di Edna O’Brien. Una ragazza molto giovane e un po’ superficiale si prepara per un appuntamento galante. Nel brano lei cambia molti stati d’animo in poche pagine; prima è quasi estatica davanti allo specchio mentre si veste per l’incontro, la cena con l’uomo è al contrario un po’ squallida e imbarazzante, i due hanno poco da dirsi, infine lei lo invita a casa sua dove i due si avvicinano fisicamente senza conoscersi veramente.

Francesca ha letto un brano da “Studio illegale” di Federico Baccomo (pseudonimo Duchesne). Una riunione fra avvocati e i loro clienti per un’acquisizione societaria diventa lo spunto per una divertente disanima su vizi e stanchezze della professione e sulla ritualità snervante e opprimente che determinate situazioni lavorative producono. La scrittura è molto semplice e divertente, i personaggi ben caratterizzati; l’autore ha creato un blog sui medesimi argomenti da cui ha tratto il libro.

Marco ha letto un brano da “Continente nero” di Augusto Franzoj. Si tratta del resoconto del viaggio in Africa, nello specifico in Etiopia, dell’autore, un esploratore bianco di fine ‘800. L’incontro con gli etiopi è esilarante; lui è il primo bianco che abbiano mai visto, viene ospitato con tutti gli onori, ma al tempo stesso è l’esotico a disposizione, e la folla lo segue ovunque incuriosita, anche quando lui esce dalla sua capanna per espletare i bisogni fisiologici, che è costretto a fare davanti a tutta la tribù, che poi si ferma ad analizzare filosoficamente i risultati.

Mimosa ha letto un brano da “Zia Mame” di Patrick Dennis. Un bambino di dieci anni, appena rimasto orfano, viene portato dalla tata nella casa della zia, dove vivrà da allora in poi. I due arrivano in un ambiente bizzarro, orientaleggiante, e vengono ricevuti da un domestico giapponese alquanto sorpreso dal loro arrivo. Il ragazzino osserva la situazione con uno sguardo fra il divertito e lo sbigottito, il tono è molto divertente e spumeggiante e si basa sul nonsenso e sul fraintendimento che produce la situazione stessa.

Luca ha letto un brano da “Montedidio” di Erri De Luca. La realtà di Napoli viene filtrata attraverso gli occhi di un adolescente che racconta con molta intensità emotiva e con forte umanità la sua biografia familiare. I genitori vivono e trasmettono le loro emozioni attraverso l’utilizzo del dialetto napoletano, perché l’italiano è una lingua che si impara a scuola e non contiene poesia istintiva, mentre il falegname con cui il ragazzino lavora nobilita il lavoro manuale e lo trasforma in opera d’arte. Il linguaggio del brano è fortemente poetico ed emozionante; si potrebbe rileggere all’infinito e trovarci sempre qualcosa di nuovo.

domenica 12 gennaio 2014

Pienezza di vita



"...Non dobbiamo preoccuparci che la vita sia lunga, ma che sia piena; poiché una vita lunga dipende solo dal destino, ma dipende dalla volontà se la vita è piena. E, se è piena, la vita è anche lunga. Si ha pienezza di vita quando l'anima ha ripreso possesso del bene che le spetta e non dipende più che da se stessa."..."La durata della vita fa parte  delle cose esteriori: non dipende da me. Dipende da me vivere con pienezza tutto il tempo che mi è stato assegnato.  Quello che mi si deve richiedere è di non trascorrere i miei anni nell'ignavia  e nell'oscurità e di dare un indirizzo alla mia esistenza, senza lasciarmi travolgere dagli eventi..."  
Seneca, Lettere a Lucilio, XV, 43

lunedì 6 gennaio 2014

Librarsi dal vecchio al nuovo anno






Un altro bell'incontro di lettura. 
Il tre dicembre(possiamo dire l'anno scorso) ci siamo ritrovati presso la biblioteca delle Oblate, sfidando il freddo e la pigrizia di una qualsiasi fine giornata, e abbiamo letto. Con gran piacere. 
Qui sotto c'è un sintetico resoconto dei brani letti, ma prima vorrei ricordarvi che proprio domani 7 gennaio, alle 21,30, ci ritroveremo per leggere, sempre presso la biblioteca delle Oblate di Firenze. Chi volesse venire, è benvenuto. Il lasciapassare? Un brano di due pagine(al massimo) di narrativa o poesia, fotocopiato in 6-7 copie, e la voglia di condividerlo leggendolo.
Ecco i brani letti.
L'amore nei giorni del coraggio, di Susanna Fontani, letto da Marco. Un brano troppo lineare, una voce narrante che saltabecca qua e là. Il tema del brano è una specie di "Indovina chi viene a cena" de noantri.
Sandor Marai, L'eredità di Ester, letto da Cristina. Nunu, vecchia zia, dilata la sua permanenza in una casa da qualche settimana ad una vita intera. E' una presenza discreta, eterea come uno spirito; comunque è l'unica in casa che ha un minimo di lucidità, e per questo si ritrova ad assumere un ruolo importante nella famiglia. Parla in modo appropriato, solo quando ce n'è bisogno.
Penelope alla guerra, di Oriana Fallaci, letto da Mimosa. Una donna sta soppesando una seria opportunità di lavoro legata ad un viaggio. Particolarmente efficace l'alternanza della voce narrante tra queste riflessioni(in forma di dialogo) e la descrizione della casa in cui la donna si trova.
Argento vivo, di Marco Malvaldi, letto da Toni. Un brano leggero e divertente, niente di più.
Col corpo capisco, di David Grossman, letto da Luca. Nel brano in questione c'è una maestra e un allievo, il tentativo di instaurare un contatto. La yogi ha un allievo goffo davanti a sé; ma riesce ad intuire, con la sua esperienza e sensibilità, che in realtà il ragazzo ha una potenziale eleganza, basta capire come tirarla fuori.
Fango, di Ammaniti, letto da Stefano. Un racconto concitato, un finale catartico. Esplosivo, che non ti dà il tempo di rifletterci sopra. 
Calvino, La giornata di uno scrutatore, letto da Francesca. Il cinismo di un politico navigato, che deve mostrare, per opportunismo, sensibilità e interessamento ai problemi di una particolare sezione elettorale. 


giovedì 2 gennaio 2014

Vive la France!



In attesa di trovare il tempo e le energie per scrivere un resoconto dettagliato sul mio ultimo viaggio in bici che ho fatto quest'estate, vorrei soffermarmi su un tipo di cartelli stradali che spesso ho trovato durante il percorso. Li ho trovati solo in Francia; non li ho trovati in Italia, non li ho trovati in Svizzera.
Li potete vedere nelle foto in alto. Sanciscono l'obbligo, da parte dell'automobilista, di rispettare la distanza minima tra l'automobile e la bicicletta che stanno sorpassando. In alcune strade questa distanza è un metro e mezzo, in altre un metro, in ogni caso una distanza sufficiente a scongiurare incidenti stradali e gravi conseguenze per i ciclisti. Il ciclista tiene le mani su un manubrio, che non è uno strumento sofisticato come un volante dotato di servosterzo, e in alcuni casi può inavvertitamente deviare verso il centro strada. Talvolta queste deviazioni sono provocate dall'azione del vento, oppure dalla necessità di evitare una grossa buca presente sul manto stradale. E' un errore, dunque, sorpassare una bici pensando all'ingombro laterale di essa come la distanza tra i due punti esterni dei pedali. Bisogna pensare la traiettoria della bicicletta non come una retta costantemente distante pochi centimetri dalla linea destra della carreggiata, ma come una linea irregolare con molte gobbe, piccole cuspidi, e impercettibili parabole. Sorpassare in sicurezza una bici significa avere strada libera davanti(senza tagliare la strada alla stessa bici all'ultimo momento perché arriva un mezzo in senso opposto), e stare ben distanti dal lato sinistro della bicicletta. Se non si può sorpassare in sicurezza una bici, si aspetta. E non si usa il clacson. Pensate che quella bicicletta non sta producendo polveri sottili, né benzene, né monossido di carbonio, né anidride carbonica. Quella persona che si sta spostando in bicicletta - che sia per svago o per raggiungere il posto di lavoro - sta facendovi un favore. E se voi farete un sorpasso in sicurezza, lo rassicurerete, e si sentirà invogliato a spostarsi in bicicletta anche in futuro. Questi cartelli sono segno di civiltà. Tra l'altro, durante tutta la mia permanenza in Francia(dal Piccolo San Bernardo fino al Col Des Montets), gli automobilisti mi sorpassavano effettivamente in sicurezza, quindi i cartelli sono anche rispettati dalla grande maggioranza degli automobilisti. In Svizzera(da Col Des Montets al passo del Sempione) e in Italia(da Biella al Piccolo San Bernardo, e dal passo del Sempione a Biella), ho corso qualche rischio a causa di automobilisti(e camionisti) che non  sorpassavano in sicurezza.
Se volessi consigliare una vacanza in bicicletta, dovrei tenere conto anche di questi rischi. E questo può causare la riduzione di una preziosa risorsa economica come il cicloturismo.
Ringrazio, dunque, le amministrazioni comunali francesi che espongono questi cartelli, e gli automobilisti francesi che mi hanno regalato, quest'estate, dei giorni di pedalate più sicuri.
Vive la France!

lunedì 23 dicembre 2013

Una compilation da brivido

Ho cercato spesso di capire cosa sia per me la bellezza tradotta in musica. Ho cercato di ascoltare i generi musicali più disparati, e incanalare il mio ascolto attraverso dotti suggerimenti, seguendo la storia della musica, dai canti gregoriani ad oggi, e proseguendo per folkpoprockbluesjazz. Talvolta mi sono soffermato sulle sequenze armoniche, cercando la pietra filosofale, la sequenza che mette tutti d'accordo: una vana ricerca. 
Parallelamente a questo affascinante viaggio, ho un mio personalissimo strumento di piacere: il brivido.
Può infatti accadere che mentre ascolto musica, io senta tutti i capelli contrarsi, e tutti i peli del mio corpo intirizzirsi; e che in quel preciso istante io venga attraversato da un'onda di benessere. Il mio brivido non è acculturato, non conosce destra o sinistra, impegno o disimpegno: è incolto e inconsapevole, talvolta tanto imbarazzante quanto piacevole, e non può essere richiamato a comando. Il brivido arriva quando vuole, e quando arriva è imperioso, immediato e piacevolmente totalizzante. Per i miei quattro lettori, esporrò in tutta sincerità almeno 10 occasioni musicali in cui il brivido mi arriva più frequentemente.
Bring on the night, di Sting. Il brivido mi dura per tutto l'assolo di piano di Kenny Kirkland
Tutta n'ata storia, di Pino Daniele. Qui l'emozione è forte durante l'introduzione, poi ripetuta verso la fine. Una sequenza di accordi semplice con una nota di organo tenuta fissa.
Mary j. Blige e U2 in One. La voce, la voce di Mary, verso la fine della canzone.
Il quarto movimento della nona sinfonia di Beethoven. Un brivido continuo, in particolare quando verso la fine le voci si rincorrono.
Il secondo movimento della settima sinfonia di Beethoven. Il brivido arriva lento, ma inesorabile.
Oye como va, Santana. Qui mi si rizzano i capelli durante l'improvvisazione con l'organo Hammond.
Time after time, cover di Tuck e Patty.   Una voce profonda quanto il Mississippi e una chitarra che fa per due.
Fuori, di Irene Grandi  I miei brividi vincono sui miei pregiudizi, lo ammetto: una voce graffiante e un testo catartico(o artico: l'ho canticchiata in una strada deserta vicino a Capo Nord, da solo, in bicicletta ).
Enjoy the silence, Depeche Mode. Non so perchè, ma immediatamente prima del ritornello mi piglia il brivido.
La pioggia di marzo, Mina. La potenza poetica del catalogo, insieme ad una semplice sequenza armonica tanto ipnotica quanto suggestiva. Tutto un brivido.
Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo qui, prima che tutti 'sti brividi mi facciano venire il raffreddore.
Buon ascolto





sabato 14 dicembre 2013

Tu guardi e vedi

Tu guardi e vedi

Tu guardi e vedi il cielo
tutto intento sui tetti
di nebbia e ghiaccio muovere una notte.
È inverno, dici, e il gelo
avrà presto ristretti
i fili d'erba e i rivi.
E tu che ancora hai tepore alle dita
tu lentamente scrivi
al lume delle nevi
oscurati pensieri, incerte voci.

Questo è tempo di sonno.
Ma come al sonno lasciare vittoria,
come perdere ancora
il filo della storia
che ogni giorno riprende
la ragione paziente?
Forse pensi che è tardi,
forse che invano guardi
come tutto s'impietri
questo tempo nel cuore, questo inverno.
Ma altri occhi sono fissi ai vetri, altre unghie
incidono i ghiaccioli,
altri uomini contano le stille
delle gronde e resistono alla notte.

Franco Fortini

mercoledì 13 novembre 2013

Fate finta che sia una finzione




Ieri era il venticinquesimo anniversario della morte di mio padre, un nodo per me ancora non del tutto risolto, nonostante tutto questo tempo trascorso senza di lui.
Qui sotto riporto un racconto che scrissi circa otto anni fa. Buona lettura.


Fate finta che sia una finzione  


Io non ci credevo.
Non aveva mai avuto un malanno, a parte quel giorno in cui rimase a letto con la febbre, che già mi turbò assai. Avevo sette anni e stavo per andare a scuola. La maestra quella mattina - dopo i conticini, assai impegnativi per la verità - ci fece fare un disegno a piacere. Mi misi a disegnare un uomo in un letto.
"Chi è, Toni, questa persona?"
"E' il mio papà, maestra." Mi vennero le lacrime agli occhi. "Ha la febbre."
La maestra mi prese in braccio e mi carezzò un po'. "Tante persone hanno l'influenza in questo periodo, stai tranquillo, forse domani sarà già guarito."
Mi vergognai un po' della figura da deficiente che avevo fatto, sapevo bene cosa voleva dire influenza, avevo visto mio fratello a letto e anche le mie sorelle. Ma non potevo spiegare alla maestra che per me il mio babbo era un supereroe come Zorro, che vedevo alla Tv dei ragazzi alle 17,45 sul primo canale con una fettona di pane e pomodoro in mano. Il mio babbo aveva i baffi, proprio come Zorro. Ma mai che avessi visto un episodio dal titolo: "Zorro ha la febbre". Ci pensate? Bernardo che porta una minestrina calda a Zorro, e magari lo imbocca anche? No, maestra, Zorro non si ammala mai. Il mio papà sì.

Un paio di mesi dopo stavo passeggiando con lui in Corso Italia, a Piombino e, arrivati in Piazza Verdi, vidi il cartellone del nuovo film del Metropolitan: "2001 odissea nello spazio".
"Papà, ma tu ci sarai nel 2001?"
Rise e continuò a camminare.
"Non lo so...fammi pensare. In quell'anno dovrei avere..."
Lo guardai con attenzione, ero concentrato sulle sue labbra.
"...settantotto anni. E' un'età avanzata..."
Non sapevo cosa avrebbe aggiunto.
"...ma molte persone arrivano a quell'età: il nonno, la nonna ci sono arrivati. Ma sì, credo proprio che ci sarò. Ci sarò."
E sorrise stringendomi ancora più forte la mano.
Quelle parole mi rinfrancarono moltissimo. Ci sarebbe stato. Mio padre non prometteva mai a vuoto. Mio padre diceva sempre la verità. E del resto, per altri nove anni ancora, tutto lo avrebbe fatto pensare. Non si sarebbe più ammalato, nemmeno un raffreddore.
Fino a quella sera.

Ero appena tornato dal campo invernale scout, il trenta dicembre millenovecentosettantasette. C'erano due amici dei miei genitori, a cena. Dopo il secondo - bracioline di manzo con contorno di patate - mio padre chiuse gli occhi, si prese la testa tra le mani, ebbe giusto il tempo di dire "Scusate" e si precipitò in bagno. I signori Nardi, sollecitati con discrezione da mia madre, andarono via in gran fretta.
- Se possiamo fare qualcosa...
- Grazie, Ugo. Vi farò sapere.- rispose la mamma, poi corse in bagno. E io dietro a lei.
Non ci credevo.
Vidi il mio supereroe davanti allo specchio, aggrappato al lavabo, la testa piegata giù, gli occhi chiusi. Si voltò di scatto verso il cesso e cominciò a vomitare. Vomitò il manzo, le patate, la pasta. Vomitò anche altra roba, verde e gialla, e continuò a vomitare per molte ore. Lo guardavo andare avanti e indietro, dalla camera al bagno. Poi mi prese la stanchezza e lo abbandonai. Mi addormentai, cazzo.

Apro una parentesi: il ventotto maggio duemilacinque, dopo aver lavorato tutto il pomeriggio con trenta gradi in studio, dopo aver mangiato una pizza con salamino piccante e mozzarella di bufala in dolce compagnia di mia moglie, dei miei figli e di amici vari, dopo una passeggiatina sul mare con fresco vento di maestrale, sono andato a letto. Verso le tre mi sono svegliato in preda a dolori lancinanti all'addome e sono corso in bagno. Ho cominciato a sudare freddo, mi sono sistemato sul cesso nella speranza di fare qualcosa. Mi girava la testa, il dolore all'addome migrava da una parte all'altra, migrava così velocemente che la mia autodiagnosi variava di continuo tra ischemia o infarto del miocardio, ulcera perforante, pancreatite acuta o congestione. Dopo mezz'ora l'ultima ipotesi si rivelò quella esatta. Mi piegai con la testa sul cesso e cominciai a vomitare il pomodoro, la birra, la mozzarella e il salame piccante; nello stesso momento ebbi un attacco di diarrea, che feci sul pavimento. Non credevo che si potessero fare le due cose contemporaneamente.Durante i conati - che arrivarono ad ondate nei venti minuti successivi - non potevo fare a meno di urlare.
"Toni, che sta succedendo?"
"Laura non mi sento bene" risposi con la bocca impastata di salame ed acido cloridrico " ma va meglio; torna a letto, devo pulire..."
"Sicuro che..."
Mi prese un altro attacco, per fortuna avevo chiuso la porta a chiave, non volevo farmi vedere da Laura in quello stato.
"Stai tranquilla" ebbi la forza di dire “sto meglio. Vai a letto.”
Pian piano mi ristabilii, mi rimase addosso solo una forte debolezza; mi misi a pulire in terra, nel water e mi lavai. In quei venti minuti pensai a mio padre, a quanto dev'essere dura vomitare un'intera notte, a quanto dev'essere avvilente e degradante. Chiudo la parentesi.

La mattina seguente mi sembrò che il malessere di mio padre fosse stato solo un incubo, niente di più di un incubo. Aveva il viso stanco, ma si era fatto la barba; pettinato e profumato di Acqua Velva William uscì. Sapevo che non era indistruttibile, l'avevo già imparato, ma quel suo aspetto mi sollevò. Durante la cena si diffuse un sollievo generalizzato: il dottore aveva diagnosticato una severa artrosi cervicale - colpa delle varie nottate in servizio in Calabria, periodo in cui ricevette, da vero supereroe, tre encomi solenni per la lotta al brigantaggio - una malattia curabile, dunque. E quella sera si mise a narrare – perché come molti siciliani aveva il dono innato della narrazione post-prandiale; oh, se sapeva raccontare, davanti a una sigaretta e molliche di pane sparse per il tavolo! – si mise a narrare, dicevo, di varie brutte nottate. Il ricordo della sera precedente fu spazzata via da quei ricordi. Fu un lieto fine millenovecentosettantasette. L'anno nuovo fu inaugurato all'insegna di antinfiammatori, antidolorifici e tanta fiducia.
Ma dopo l'epifania ricominciò il vomito e un mal di testa che gli fece stringere gli occhi e sussurrare parole di rabbia, e bestemmie.

Dopo un giorno e una notte intera di vomito - che roba era? e quanti liquidi multicolori abbiamo dentro di noi? - i fidanzati delle mie due sorelle lo portarono all'ospedale di Pisa.
Mio padre all'ospedale.
Non ci credevo.
Non ci credetti per undici mesi. Avevo dalla mia parte quella promessa solenne, una promessa carica di verità; ma di tanto in tanto temevo per il destino del mio supereroe. E quanto a verità, tutta la famiglia si impegnò a sparare un sacco di balle a mio padre per nascondergli la gravità del suo male. Inventarono un ematoma polmonare, artrosi degenerativa e cazzate simili.
Il mio supereroe pian piano perse l'uso delle gambe perché quella cosa stava comprimendo e divorando i centri motori nella testa.

Respirava sempre peggio - faceva uso per alcune ore al giorno della bombola di ossigeno - perché quella cosa si stava mangiando anche un polmone.
Quella cosa nel cervello e nei polmoni faceva anche altri scherzi, a seconda di quanto e dove comprimeva: mal di testa di durata variabile, vomito, singhiozzo - uno dei quali durò più di due giorni -, brusche alterazioni dell'umore con passaggi repentini dal pianto al riso, attacchi epilettici, demenza. Una volta non riusciva a capire che le immagini del televisore non si trovassero in sala, ma in uno studio televisivo. Poi gli scherzetti se ne andavano e tornava mio padre, sempre più insicuro e tremante, con dentro quella cosa.
Si arrivò al mattino del dieci novembre millenovecentosettantotto.
Vidi mio padre baciare mia madre.
"Auguri"
"Per cosa?"
"Per il tuo compleanno"
"Ma è domani"
"Magari domani non sto bene e allora...auguri, buon compleanno."
Quella sera lo vidi lamentarsi tenendosi la testa, e il dolore continuò la notte, la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte, la mattina, il pomeriggio... Il dodici novembre millenovecentosettantotto, alle sette e dieci di sera, mio padre ci lasciò.
Il primo gennaio duemilauno pensai con rabbia che mio padre non mi aveva detto la verità. Non aveva mantenuto la promessa. Ma devo ammettere che ce l'aveva messa tutta.

Io sono nato il sei maggio millenovecentosessantuno. E' stato venduto, mesi or sono, un vecchio rudere lasciato da mia nonna a mio padre. Mia madre ha rinunciato alla sua parte e noi quattro figli abbiamo diviso in quattro parti uguali. Per il mio quarantaquattresimo compleanno, con quei soldi, ho comprato una bicicletta da corsa, bellissima: ruote e forcelle in carbonio, telaio in alluminio, una specie di piuma con i pedali. L'ho comprata pensando a lui, il mio supereroe, che vinse un campionato regionale siciliano di ciclismo. Ogni tanto, quando scendo giù a Milazzo, qualche suo vecchio amico o qualche zio mi racconta di averlo visto in gara e mi giura - in Sicilia si giura di continuo - che vederlo correre fosse un gran bello spettacolo. Dal giorno del mio quarantaquattresimo compleanno, il giovedì prendo la bici e salgo i novecento metri del Monte Serra, che divide Lucca da Pisa, vicino a casa mia.
Parto la mattina verso le sei e mezzo, mi occorre una mezz'ora di bici per arrivare alla base della salita.
Non passa mai un'anima in quella strada. C'è solo il bosco - lecci e castagni, perlopiù - un ruscello e la strada.
Mi fermo ad una fontanella.
Bevo.
Rimonto in bici.
E vado su... su... su... fra le antenne e gli aquiloni.

lunedì 28 ottobre 2013

Fine stagione

 Fine stagione

"Avete già pensato all'ordinazione?"
"Sì. Io prendo spaghetti allo scoglio."
"Anch'io."
"Da bere?"
"Acqua. Naturale."
"Nient'altro?"
"No, grazie."
Lo sguardo di Claudio si divideva tra le ultime luci del tramonto sul mare, e il viso di Daniela. Il mare aveva perlopiù un colore livido, mentre alcune nuvole in cielo captavano una luce rossastra proveniente dal sole, quasi del tutto affondato all'orizzonte. Il viso di Daniela aveva una metà in penombra, quella più distante dalla veranda, mentre l'altra metà aveva il colore del cielo.
"C'ero rimasta un po' male."
"Lo so, scusami. Se puoi."
"Posso. Ma pensa anche al fatto che avrei potuto non fare in tempo a ricevere le tue scuse."
"Ci ho pensato. Avevo male interpretato un tuo sms. Mi avevi scritto che eri sempre circondata da parenti. E io non sapevo come tu potessi gestire il tuo telefono, vista la situazione. Poi Paolo, che mi immaginavo stesse lì con te."
"Esistono le mail."
"Sì, hai ragione. Eccome se esistono. Quante ce ne siamo scritte, anni fa. In effetti sono stato un cazzone."
"Lo penso anch'io, Claudio."
Daniela allungò la mano destra sul tavolino e frugò tra le dita di quella di Claudio, poi la strinse e accennò un sorriso.
"Ecco gli spaghetti." Le mani ritornarono ai rispettivi posti, mentre il cameriere disponeva la zuppiera al centro del tavolo, e riempiva i due piatti con un po' di spaghetti e un po' di gusci che emettevano uno suono simile alle nacchere, quando prendevano contatto con il fondo di porcellana.
"Buon appetito." Appena il cameriere si allontanò, Claudio lanciò qualche occhiata furtiva verso Daniela, che si apprestava a mangiare. Una di queste occhiate venne intercettata da Daniela.
"Ti starai domandando come io possa mangiare, che cosa senta." La voce di Daniela assunse un'andatura stanca, una specie di cantilena.
Claudio abbassò lo sguardo, non poté far altro che mangiare il più lentamente possibile la sua porzione.
"Mangio," riprese Daniela " mangio a piccoli bocconi, devo masticare molto, e non sento gran che i sapori. Poi come io faccia ad assimilare, è un mistero. Ma devo costringermi a farlo."
Claudio cercò di memorizzare, per quel momento e anche per altre occasioni, che sarebbe meglio non fare apprezzamenti sul cibo.
"Come è andata la scorsa settimana?"
"Da schifo. Ho diviso il mio tempo tra il letto e il divano. Non ce la facevo nemmeno a leggere, avevo la nausea, non riuscivo a capire dove fosse il soffitto e il pavimento." Daniela posò la forchetta e si passò una mano sulla fronte, imperlata di sudore. "E ieri sono stata a farmi visitare da un gastroenterologo a Genova."
"E?" accennò Claudio con voce flebile.
"E...ha visto la cartella e gli esiti dell'intervento. E' stato ottimista: mi ha alzato la probabilità di sopravvivenza a cinque anni, dal trenta al cinquanta per cento."
Claudio non sapeva se rallegrarsi per la buona novella o stare in silenzio. Alla fine decise per il silenzio.
"Ti va di finirlo, Claudio?" Più che una domanda era una supplica. Claudio scambiò il suo piatto vuoto con quello di Daniela a metà, e ricominciò la lotta con i gusci superstiti.
"Nelle settimane in cui non ho la chemio, ho fatto delle uscite di due-tre giorni con Paolo. E ho capito che per me la mezza pensione è un lusso, visto che mangio al massimo mezza portata. Inoltre subito dopo il pasto, devo rimanere un po' in albergo, per cercare di digerire. Senza stomaco e duodeno. Mi prende una sonnolenza imperiosa, come adesso...quando sono a casa mi sdraio."
"Che facciamo, allora?"
"No, finisci di mangiare, ti prego. E parliamo. Dimmi di te, così sto sveglia." Daniela accennò un sorriso.
"Mi sento ridicolo, Daniela. Di fronte ai tuoi problemi, i problemi miei, quelli degli altri non hanno senso."
"Lo so. Eppure, mi piace sapere di te. Mi piace sapere di vite normali. Rifuggo nella vita normale appena posso, ho ripreso anche a lavorare. I problemi dei miei pazienti mi divertono: litigi, separazioni, paure, sono comunque vita. E un poco di questa loro vita rifluisce in me. Ho bisogno di storie, non necessariamente belle.
Alterno una settimana di chemio ad una senza, fino alla fine di ottobre. Ecco, nella settimana "sì" cerco di dimenticare. Nonostante la dieta giornaliera me lo ricordi, nonostante la presenza di questo camicione nero in piena estate che non fa vedere l'agocannula, qui." Daniela si tocca il braccio sinistro. "Spesso dimentico. Mi basta un tramonto come questo, o una passeggiata lenta lenta sul lungomare. Un bel libro."
"Sei bellissima."
"Sono dimagrita, anche se avrei preferito essere sovrappeso."
"Sì, anch'io."
"E' buffo: ora che sono malata, avverto lo sguardo di molti uomini su di me."
"Quanto hai perso?"
"Tredici chili. Non mi sta più niente. Ho dovuto approfittare dei saldi per ricomprare tutti i vestiti. I saldi di fine stagione, un termine davvero azzeccato in questo caso. Alla cassa, il commesso mi ha detto sorridente: "Guardi, signora, che l'arancione andrà anche la prossima estate, anche questa gonna di seta è un amore, e questa maglia, poi...probabilmente il prossimo anno si rimetterà questi vestiti." Il prossimo anno. Se ci arrivo. Ti è venuto sonno anche a te?"
Claudio aveva abbassato lo sguardo e chiuso gli occhi per un attimo. "No, no, scusa...niente." Li aveva riaperti umidi di pianto.
Arrivò il cameriere, versò tutti i gusci nella zuppiera e sparecchiò. "Desiderate un secondo, un dolce?"
Daniela fece cenno di no, Claudio disse:" No, grazie. Per me un caffè. Tu?"
"No."
"Un caffè, allora, e il conto." Claudio stava sminuzzando una mollichina di pane, tra indice e pollice. Poi la ricompattava e ricominciava da capo. "Fino a quando la chemio?"
"Ce ne ho per tutta l'estate, sì e no, sì e no. Fino a metà ottobre. Poi a novembre mi rovesceranno come un calzino per vedere se ci saranno state recidive. E' come vivere in prima linea, con probabilità di sopravvivenza più basse." Daniela guardò dritta negli occhi Claudio, che si sentiva inadeguato alla situazione, e disse: "Ho lasciato il tuo telefono a Barbara. Nel caso che mi succeda qualcosa."
Uscirono in fretta, si accomodarono su una panchina del viale, prima del parcheggio. Daniela si era sdraiata supina , appoggiando la sua testa sulle gambe di Claudio, gli occhi chiusi.
"Ho sonno."
"Dormi."
"E' come vivere in prima linea, sì, ma tu sapessi come mi piacciono le licenze premio."
"Vedrai. A novembre ti congederanno. Niente più prima linea. Solo belle passeggiate e tramonti." Claudio le carezzava i capelli, che per fortuna non aveva perso.
Claudio avrebbe desiderato stare lì tutta la notte. Avrebbe desiderato stare lì, su quella panchina, fino a novembre. Daniela si era assopita. Il cielo si stava oscurando.

lunedì 14 ottobre 2013

L'apprendista di bottega torna a casa

Eh già. 
Ieri son tornato da Milano, dopo l'ultimo incontro della Bottega di Narrazione 2012-2013. Credo di avere imparato alcune cose, sono sicuro di aver conosciuto delle persone straordinarie, e mi mancherà questo appuntamento mensile. 
Alcuni anni fa Giulio Mozzi disse in un'intervista che "la letteratura è un fatto relazionale". Oggi comprendo appieno questa affermazione. 
E' ovvio che sarei felice di finalizzare questa esperienza con la pubblicazione del mio romanzo in una seria casa editrice, ma posso affermare che a livello umano e relazionale ho già ricevuto tanto in questi sedici mesi, e sono già contento adesso.
Per case editrici, agenti, lettori che fossero interessati al mio lavoro e a quello degli altri amici apprendisti, esiste un file in Pdf in cui c'è la sintesi e alcuni piccoli assaggi di ciò che abbiamo fatto.
Potete trovare questo magico file cliccando qui
Buona lettura

giovedì 3 ottobre 2013

Librarsi in autunno



Il rientro dalle vacanze del gruppo di lettura "Librarsi" non ha colto impreparati i suoi partecipanti. Sono stati letti brani estremamente impegnativi, che trattano di relazioni, vere, presunte, o conflittuali. Relazioni di un ragazzino invischiato dalla passione per le storie che legge in una biblioteca, poi un profondo e sofferto legame padre-figlio; c'è una ragazza che intende disfarsi della importuna, per lei, presenza dell'angelo custode, poi la singolare coincidenza di due lettori che portano entrambi poesie d'amore, che trattano di legami desiderati e profondi, di voli vertiginosi, e infine la relazione conflittuale tra un erudito e un suo adepto.

Le ceneri di Angela, di Frank mc Court, letto da Cristina. Infanzia di un ragazzino irlandese desideroso di conoscenza, che impara un sacco di cose dai libri che consulta in biblioteca. Con le vite dei santi si imbatte in situazioni strane e divertenti. La parola vergine è un gran mistero per un curioso ragazzino, e nemmeno nei libri c'è qualcuno che gli dica chiaramente le cose come stanno.

Geologia di un padre, di Valerio Magrelli, letto da Toni. Consapevolezza della circostanza che non potrà mai più portare suo padre a casa sua, visto che c'è da fare una rampa di scale . I particolari che segnano la trasformazione irreversibile di una persona cara e che danno disturbo, come gli occhiali spessi, uno strano cappello. Particolari che segnano la differenza. Questo brano è una sorta di  affettuoso e doloroso commiato dal padre. C'è Un signore anziano, una persona che non vedi più come lo conoscevi prima, che non riconosci e ti domandi dove sia finito quello di un tempo.

Messaggeri dell'oscurità, di Alicia Gimenez Bartlett, letto da Stefano. Nel brano in questione c'è Una ragazza che vuole stare sola ed è perfettamente riconciliata con le sue stranezze. Nel brano si legge di lei che scuote gli indumenti fuori della finestra per mandar via l'angelo custode, visto che vuol rimanere sola.

Dalla raccolta "Poesia come un albero" di Margherita Guidacci, Marco ha letto Senso d'ali. Inno all'amore, una posizione molto ottimista che è molto rara in questo caso. L'impressione di Marco è che siamo immersi in un pessimismo cosmico. Invece questa poesia sprigiona ottimismo, abbiamo lasciato il buio, non possiamo più tornare indietro.
Il senso d'ali è l'amore. Siamo per sempre segnati dal cielo. La famiglia di origine è rassicurante, ma sa di chiuso e di stantio, mentre con l'amore c'è un ignoto che ti attende, con le ali spiegate.

 Una poesia tratta dalla raccolta "Bestia di gioia", di Mariangela Gualtieri, letta da Francesca. Intensità delle immagini. Può essere amore può essere tante cose. La finitezza dei corpi scelti per l'incastro dei compagni d'amore è l'esaltazione dell'amore stesso, visto e declamato con grande dolcezza. Occorre tenere presente la fragilità e della cura che un corpo ha, che richiede amore. Tanto più fragili sono i corpi d'amore, tante più cure e attenzioni richiederanno, tanto più preziosi saranno. La fragilità intesa come un dono, più che come un limite.

Amelie Nothomb, Igiene dell'assassino, letto da Luca. Un personaggio, tra l'altro premio nobel per la letteratura, menomato fisicamente che si esprime con arroganza e pedanteria. Si percepisce che nel suo giocare con questa prepotenza c'è una vena di sofferenza e insicurezza. Che l'ha portato a vivere con un simulacro di se stesso attraverso l'uso della scrittura. Un personaggio irritante, forbito, che tratta il suo interlocutore come un gatto tratta un topo.