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martedì 27 settembre 2011

El Camino del Norte 7: la curva






Giovedì 30 giugno, mattina. Prima di addentrarmi nel percorso di oggi, girello per il lungomare di Gijon. Ci sono nuvole, l'aria è fresca, per oggi le previsioni danno un tempo variabile, ma senza pioggia; è un sollievo saperlo, visto che negli ultimi tre giorni l'acqua mi ha sempre fatto compagnia. Mi soffermo nella piazza centrale, alcuni bei palazzi le fanno da cornice, e i tanti fiori fanno da cornice ai palazzi. Lascio il centro, vado verso una strada che sale, taglia una collina ed arriva ai trecento metri. Si inizia un percorso rugoso per ciò che riguarda l'altitudine e anche per le curve, e in trenta chilometri si raggiunge Aviles, una città abbastanza grande appollaiata intorno ad un grande estuario. Le strade sono trafficate; credo che dipenda dal fatto che l'autovia corre un po' più a sud, e non è facilmente raggiungibile dai paesini successivi a Gijon. Da qui in poi la fascia costiera si restringe, e le strade locali, la N-632 e la autovia A8 si intrecciano continuamente. Di tanto in tanto mi trovo sulle locali, poi sulla Nacional, dove i camiones mi intimoriscono un po'. Per fortuna la strada si avvicina al mare, e i panorami sono molto suggestivi. A costo di risultare noioso, ripeto che la caratteristica per me più sorprendente di questa costa è la vegetazione lussureggiante che quasi si tuffa in acqua. E così la campagna, gli allevamenti, le fattorie, anche tutto questo si trova a pochi passi dal mare. Molte case possiedono gli horreos: una specie di palafitte su terraferma dove venivano conservati i viveri al riparo dagli animali predatori. Sono quasi sempre in legno, anche se alcuni hanno i quattro pilastri in pietra, e molti di questi edifici sono sghembi, pare che debbano cascare su un lato da un momento all'altro. Dopo alcune ore di pedalata, un cartello mi avverte che a causa di lavori sulla A8, la N-632 viene utilizzata come autovia, e devo uscire al primo svincolo. Che mi fa fare una discesa vertiginosa, raggiungendo in breve tempo il livello del mare. Dopo aver dato un'occhiata alla cartina, mi scoraggio: la strada sale e scende di continuo, percorrendo a zig- zag dei boschi che si trovano sotto la sopraelevata autostradale. Il viaggio improvvisamente rallenta: un po' troppo, visto che ho due giorni e mezzo per raggiungere Santiago. Vado avanti per inerzia, e in questo momento non mi rallegra nemmeno il paesaggio boschivo. All'improvviso, dal nulla si materializzano tre ragazzini con la mountain-bike. Avranno quindici anni, sì e no. Mi pungono nell'orgoglio, li seguo, riesco a stare in coda al gruppo. Ogni tanto si girano verso di me con l'aria divertita. Mi diverto anch'io. La strada riprende a salire, li seguo, fino alla sommità di una collina, e cerco di star loro vicino anche nella seguente discesa, circa una decina di metri distante. Percorrono le migliori traiettorie, sembra che conoscano anche i sassi. La discesa è lunga, la velocità aumenta. Arranco, ho un po' paura ma sto vicino a loro. Ecco arrivare la meraviglia: una doppia curva destra-sinistra, poi tutti e tre allargano sull'altra corsia - vanno così in sincronia che sembrano uno stormo di uccelli - e affrontano un tornante a U a destra costantemente piegati, con un ginocchio che quasi tocca l'asfalto. Sono bellissimi. Chissà quante volte hanno percorso quel tornante. Li vedo ancora nella mia mente al ralenty. Curva a sinistra lieve, poi si piegano decisi, insieme, come una pattuglia di volo acrobatico, dall'alto dei loro quindici anni. Niente può accadere loro in quell'istante, li protegge la bellezza ed il coraggio. E la sfrontatezza, hanno il mondo nelle loro mani. Siamo al fondovalle, si rialzano sui pedali, divertiti ed eccitati si scambiano le loro impressioni su La curva. Li raggiungo e continuo ad ammirarli. Salgo insieme con loro, il loro gesto mi ha regalato una grande energia. Sorridono, per niente spaventati da un cinquantenne suonato che ricambia il loro sorriso. Alla fine della salita piegano verso un gruppo di casette, uno qualunque di quegli agglomerati di casette sperduto in mezzo alla Cantabria; ma per me non è più uno qualunque: è l'agglomerato dove vivono quei tre fantastici ragazzi. Io proseguo oltre e ci scambiamo ampi gesti di saluto.
La strada serpeggia tra bosco e riviera fino a Luarca, un paese con un bellissimo porticciolo e tante casette colorate affacciate sull'acqua. Alle nove e mezzo, dopo 115 chilometri non facili mi precipito in albergo con quella curva e quei tre ragazzi scolpiti nella mente, un ricordo che riesce ad alleviarmi qualsiasi tipo di stanchezza.
Buen camino

lunedì 19 settembre 2011

San Pellegrino in Alpe, sette mesi dopo. Il sequel



Per uno come me, cresciuto sulla riva di uno scoglio e alle pendici del monte Massoncello, avere l'opportunità di arrivare con le mie gambe a San Pellegrino in Alpe è una grande gioia. Opportunità, ho scritto. Infatti ci avevo provato a febbraio scorso, ma a due tornanti dall'arrivo ero sceso di bicicletta, percorrendo gli ultimi metri a piedi. Oggi è il 30 agosto e ci riprovo, non prima di essermi esercitato a staccare più volte e il più rapidamente possibile gli scarpini dagli attacchi dei pedali; infatti una delle mie paure è quella di non farcela più e non poter sganciare i pedali in un tratto ripido, con il rischio di cadere. Stavolta parto dalla stazione di Castelnuovo con la bici in carbonio e con un rapporto non proprio tenerissimo: il 39x27, ma è il più pedalabile di cui posso disporre. La giornata è ideale: venti gradi, poco vento, sole, e niente traffico, essendo un giorno feriale. Non ho scuse, insomma. Tutta la salita si può dire un preludio agli ultimi due chilometri e mezzo, un preludio fatto di salita ripida ma non impossibile. Gli unici rumori percepibili sono il mormorio del vento tra gli alberi, il canto degli uccelli, il mio respiro.
Eccolo. Il cartello preannuncia la pendenza al 18%. Mi alzo sui pedali, il mio affanno cresce a dismisura. Supero il primo muro lungo circa cinquecento metri, la salita si addolcisce lievemente e mi illude che la parte dura sia ormai finita; eppure dovrei ricordarmi la sofferenza della volta precedente, non dovrebbe essere una sorpresa. Un'altra illusione è, dopo poco, causata dal fatto che alzo gli occhi e vedo delle case: l'inganno e la speranza sono la convinzione che quelle case siano l'ingresso di San Pellegrino. Due tre tornanti e raggiungo le case, ma San Pellegrino è molto più su, e ricomincia un altro muro senza tornanti. E' durissima. Provavo una fatica simile quando facevo i 5000 e 10000 metri su pista in atletica leggera. Ma avevo diciotto anni, ora ne ho cinquanta e mi vengono in mente quei trafiletti di cronaca a pagina ventisette, taglio basso: muore ciclista cinquantenne stroncato da infarto, insomma, robe così. Devo ancora andare a fare l'ecg sotto sforzo, mi viene in mente adesso, è un po' tardi. Continuo a salire appesantito da questi pensieri cupi e dall'acido lattico in quantità industriale nelle gambe, ed ecco l'ultimissimo tratto che va fisso al 22%. E' terribile, anche perchè l'inganno finale è dato dai  quattro cinque tornanti in cui la pendenza non cambia minimamente, come se fossero dei finti tornanti. Sembra di vedere un festone di carnevale: se lo tieni da un capo, e tiri dallo spago in basso, si dipana uno zig zag di carta estremo, simile a quelle curve. Una fatica inumana, un rantolo, e il pensiero dominante di tenere duro. Nemmeno quando vedo l'ultimissimo tratto prima della piazza mi illudo di avercela fatta.
Invece sì. Ce l'ho fatta.
Con le pulsazioni a mille, il cuore che mi esce dalla gabbia toracica, un affanno degno di un enfisema scendo dalla bici soddisfatto di essere sceso non prima di essermi trovato davanti al bar della piazza. Una gioia un po' infantile, ma che ci volete fare? Ad una certa età si torna bambini. E la crostata di mirtilli - come quella di Nonna Papera - che mangio al bar mi sembra una degna ricompensa.


lunedì 12 settembre 2011

El Camino del Norte 6: oceano mare








Mercoledì 29 giugno 2011, mattina. Sto già pedalando da un'ora, concentrato sul cambiamento di regione: mi lascio alle spalle la Cantabria che avevo trovato a Castro Urdiales sotto un diluvio ed entro nelle Asturie, poco dopo la campagna di San Vicente. Mi è sempre piaciuto cambiare regione durante un viaggio. Immaginarsi vite diverse sulla base di linee di confine spesso segnate da valichi o da ponti, linee che demarcano usi e linguaggi e tradizioni, ma che si sviluppano anche in assenza di barriere. Come nell'appennino toscano: a Montepiano si parla un dialetto spiccatamente pratese e a qualche chilometro di distanza, a Castiglion Dei Pepoli, si parla emiliano, senza alcun gradiente di concentrazione tra i due modi di parlare. Qui, tra la Cantabria e le Asturie, di diverso c'è l'altezza dei monti dell'entroterra. Si vedono le cime di duemilacinquecento metri dei Picos de Europa che corrono parallele alla costa. Con il movimento della bici le vette assumono prospettive continuamente diverse, essendo sfalsate su tre file, come lo sfondo di un palcoscenico che è vissuto diversamente in base alla posizione dello spettatore. Questo spettatore - il sottoscritto - si farà tutta la platea da est a ovest, con due scenari diversi: sulla sua sinistra i monti, e sulla sua destra l'oceano, un mare forse indispettito dalla impossibilità di influenzare climaticamente estesi territori: si fa sentire solo su una esile striscia di costa, lo sbarramento dei monti è troppo alto e netto. L'Oceano si arrabbia e si infuria con la costa, frastagliandola a più riprese. Lo scenario della costa è, a mio avviso, ancora più suggestivo dei monti. Scogliere, spiagge, falesie, isolotti in mezzo alla bassa marea. E la vegetazione che degrada direttamente in mare. Per oggi lo spettacolo è assicurato, per giunta reso ancor più gradevole dalla assenza di pioggia e dalle nuvole che si rincorrono giocose. Durante il percorso incontro anche tre estuari che vanno nel mare, ed è bello vedere la commistione di acque diverse. In genere l'Oceano, specie se con l'alta marea e con vento di mare, accoglie con diffidenza l'acqua dei fiumi, quasi una specie di concessione, e in alcuni casi è l'oceano ad entrare nei grandi estuari. Come oggi. Nell'ultimo di questi, l'Oceano si insinua nel fiume Sella - a Ribadesella, appunto -  e c'è una stasi tra queste due forze, tale per cui si sono formate dune di sabbia, insenature, e belle spiagge. Più in là riprende vigore lo scoglio, ce n'è uno forato, un arco in mezzo al mare. Le ore trascorrono sulla bici, fatta eccezione per brevi pause con cocacole, bocadillos y tapas. Le frittate di patate, che buone. Si fanno le otto di sera e devo affrontare un'ultima fatica: Una serie di saliscendi con una specie di valico a 500 metri che mi separa da Gijon, meta ultima di oggi. Via via che salgo, c'è un vento fresco e sole. E ombra frammista a sole. Non so come spiegare. Forse le piogge dei giorni precedenti hanno ripulito l'aria e si vedono i contorni più netti, che contrastano con i morbidi chiaroscuri che in genere si apprezzano al tramonto. E' una luce gialla, sembra mattina. Comincia una lunga discesa che mi porta sulla riva del lungomare cittadino di Gijon. Il resto è pura cronaca: albergo, doccia, cena di milioni di calorie. Il vantaggio di mangiare quasi alle undici di sera? Chiedete la zuppa di pesce, vi daranno un pentolone enorme, quello che è rimasto della zuppa di tutta la serata di lavoro. Con buona pace del cameriere piuttosto stupito di riportarlo via praticamente vuoto. Qui c'è lo spettacolo della escanciada del sidro: un cameriere che non fa altro nella vita, passa per i tavoli a riempire i bicchieri di sidro, versandolo dalla bottiglia più in alto possibile e facendo inspiegabilmente sempre centro.
Due passi nel centro di Gijon, c'è un bel centro medievale con una piazza piastrellata in ceramica, tanti vasi di fiori, un arco in pietra grigia che dà accesso alla piazza .
E poi l'albergo, a nanna. 
Buen camino

mercoledì 31 agosto 2011

El camino del Norte 5: quanta pioggia può contenere il cielo cantabrico?







28 giugno, mattina. Un bel risveglio con  la finestra aperta, il sottofondo di onde placide e uccelli marini. Dalla terrazza vedo una donna con un vestito bianco svolazzante che passeggia sulla riva dell'Oceano, una specie di fantasma. Dopo il recupero della bici e dei vestiti e scarpe bagnate della sera prima nel locale delle caldaie dell'albergo, dopo una colazione da qualche migliaio di calorie, carico i bagagli e faccio un giretto nel paese che ha un centro storico - castello compreso - tutto addossato al mare, sembra quasi che ci si voglia tuffare. Poi mi dirigo verso la N 634 che mi terrà compagnia per tutto il giorno. L'immissione nella nacional è - e ti pareva - molto più in alto del paese con dei tornanti stile Stelvio. Con asfalto viscido e macchine che mi sfrecciano accanto un po' troppo vicino. Beh, potrebbe piovere, direbbe il fido servitore Igor del dottor Frankestein. E infatti. Comincia a piovere, continua a piovere, e quando sei tutto bagnato nonostante guanti, K-way in goretex, cappello, dopo un po' ti rassegni e vai avanti. Sperando che l'acqua nel cielo ad un certo punto possa finire. Quanta acqua può contenere il cielo della Cantabria? L'acqua mi arriva di sotto, di sopra e di fianco, il sinistro. So che se oggi non arriverò alla meta programmata, difficilmente potrò arrivare a Santiago con la sola forza delle mie gambe entro sabato. E' solo questo pensiero che mi fa andare avanti. Un pensiero forse un po' infantile: arrivare a Santiago. Questo imperativo categorico viene trasmesso dall'encefalo ai miei nervi motori delle gambe e delle braccia, trasdotto in flessioni e estensioni muscolari, trasmesso sui pedali, catena, moltiplica, rocchetto, ruota posteriore, movimento, avvicinamento a Santiago. Non  riesco a procedere organicamente nella narrazione di questa giornata: i ricordi di questa giornata sono  pesantemente condizionati dalla pioggia. Una pioggia come quella narrata da Forrest Gump in Vietnam: fine, pesante, con vento, senza vento, con temporale, con il sole, senza sole, con o senza foschia, nebbia. Eppure riesco a percepire la bellezza di una marea dove, in mezzo ad una duna, vedo una decina di ragazzi in muta con la tavola da surf che guardano costantemente il mare in attesa di buone onde; vedo per l'ennesima volta un'aquila, e l'emozione è forte quando la vedo vicina mentre spicca il volo; vedo l'erba che degrada dolcemente - chissà se continua anche sott'acqua? - sulla riva di una insenatura del mare; vedo strisce di fiume confondersi in mare, una barca a vela che procede placida verso il grande estuario(come il finale del film "Lampi sull'acqua. Nick's movie" di Wim Wenders). 
La pioggia stinge i contorni e i bordi e i colori: alberi e dune che circondano uno stagno al di là di una staccionata assomigliano ad un acquarello più che ad una immagine reale.
A metà percorso mi cambio nella toilette di un bar mettendomi indumenti asciutti, una nuova giacca a vento ed è un sollievo. Pedalo fino alle dieci e mezzo di sera, arrivo dopo 128 chilometri a San Vicente de la Barquera: il suo centro storico ha strade con acciottolato risalente al medioevo, una bella chiesa. Nella parte bassa, più turistica, sul bordo di un estuario attraversato da un lungo ponte risalente al xv secolo, c'è il mio albergo. Ho fame, sonno, freddo, sono stanco e contento. 
Buen camino

giovedì 11 agosto 2011

El camino del Norte 4: navigazione a vista








Sono davanti al murale. I corpi divisi, straziati, deformati. Quel toro dal ghigno beffardo. Il Gernika a Gernika. Avevo visto l'originale a Madrid, ma è qui che dovrebbe stare. Qui, dove nel 1937 si è aperta la nuova esaltante era dei bombardamenti "civili". Molti uomini erano al fronte; dei morti la maggior parte erano donne, bambini, vecchi, e il 45% del territorio del paese è andato distrutto. Ma la quercia, il simbolo per secoli del parlamento basco, è rimasta integra. Gernika è immersa tra boschi e colline, ieri per arrivare qui in bici ho attraversato almeno venti chilometri di impressionante solitudine, nemmeno un casolare o un ricovero per animali. Le urla di questa gente sono rimaste qui, a Gernika. Ma l'opera di Picasso, e la riproduzione in questo murale riprende la eco di quelle urla e le amplifica nel modo più efficace possibile. Qui, alle sette e mezzo del mattino del 27 giugno 2011 arrivano, sì, anche a me quelle urla assordanti. 
Riprendo il viaggio dopo aver caricato i bagagli e la colazione. Fa molto caldo. Attraverso altri boschi in avvicinamento a Bilbao, e borghi minuscoli. Alla periferia di uno di questi borghi riesco a fotografare un'aquila, a me abbastanza vicina.  Sempre su e giù, su e giù. Pian piano la strada si fa più ampia, le case più frequenti, il caldo sempre più torrido: sono alla periferia di Bilbao. Tutto fa pensare che nel giro di un'ora al massimo io possa raggiungere il Museo Guggenheim, ma non è così. No, perché quest'anno per questo viaggio mi sono affidato, oltre che alle consuete mappe stradali, anche ad un navigatore Garmin adattabile con supporto al manubrio, dotato di opzione di viaggio per la bici. Questa fantastica opzione ti permette di evitare caselli autostradali, viadotti, gallerie, e tutto questo va bene. Ma talvolta, forse per farti evitare la monotonia del viaggio, ti fa abbandonare una strada tranquilla, per esempio la BI-631 che porta a Bilbao, e ti fa imbocccare una stradina ad una corsia che arriva alla sommità di una altura di 400 metri, il monte Avril, forse calcolando il tragitto più breve possibile, sì , ma facendoti imprecare su tratti di salita superiori al 20% con i tuoii 25 chili di bagaglio che non puoi gettar via come delle zavorre da una mongolfiera. E con 41 gradi. Risultato: scendo e spingo. E spengo quella malora di navigatore. Arrivato in cima, posso giusto bearmi dello splendido panorama sulla città solcata dal fiume Nervion per poi, colto dalla gratitudine nei confronti dell'universo, indulgere in un altro tentativo di essere guidato dal Garmin. Discesa a capofitto, e all'improvviso la voce femminile dell'aggeggio che mi invita a girare a sinistra. Dopo un breve tratto, vedo un segnale: strada a vicolo chiuso. Torno indietro, riprendo la strada principale, e a questo punto spengo il navigatore definitivamente. Cerco di andare a naso, in fondo lo vedo il Guggenheim, anche se dall'alto e da qualche chilometro di distanza. Finisco la discesa, entro in una orribile periferia, nessuna indicazione, se non quelle dell'autovia , dove per poco non entro. Tutte le strade che successivamente percorrerò portano all'autovia o ad una specie di tangenziale chiusa allle biciclette. Sono destinato ad allontanarmi dal museo e a imboccare dei ripidi raccordi che portano a strade insensate. Tutto questo mi costerà quindici chilometri in più e un'ora di ritardo rispetto alle previsioni. Il fiume Nervion - mai nome fu più azzeccato - mi accompagnerà per raggiungere il museo Guggenheim passando per svatiati chilometri in mezzo a capannoni fatiscenti e fabbriche abbandonate. Finalmente raggiungo il museo, chiuso il lunedì. Come i parrucchieri. Mi sdraio sfinito in un po' di ombra davanti all'ingresso deserto. Ogni tanto arriva qualche turista che mi chiede speranzoso a che ora aprirà il museo. Lo mando via deluso come me. Comunque la struttura architettonica concepita da Gehry è entusiasmante, la percorro in tutto il suo perimetro e poi riparto. Verso ovest, come sempre. Attraverso alcuni centri abitati del tutto insignificanti, e intanto si alza un vento pazzesco, arrivano dei nuvoloni come quelli del finale del film "A serious man" dei fratelli Cohen. Mi inquietano un po'. Giusto il tempo di mettere le sacche impermeabili agli zaini e di indossare un k-way, e viene giù il cielo. Un diluvio. Continuo a pedalare in mezzo a lampi e fulmini. Percorro trenta chilometri sotto la pioggia, poi in una salita il vento quasi mi sbatacchia per terra; trovo riparo in un autogrill. Dentro lo shop c'è una tipa dietro un vetro antiproiettile che nemmeno  saluta. Sono le sette e mezzo di sera, devo cercare un posto per dormire. Dalla cartina vedo come ubicazione più vicina Castro Urdiales, chiedo alla tipa quanto è distante. La tipa ha un'aria allampanata, fuma e tossisce in continuazione. Otto chilometri e mezzo, risponde senza nemmeno guardarmi. Aspetto che spiova, mangio due snack simil-kit-kat e uno yogurt. Passano venti minuti e non spiove, ma il vento è meno insistente. Riparto. Mi attendono dei simpatici tornanti in una salita con dislivello di duecentocinquanta metri e qualche scorcio panoramico sul mare con bagliori di tramonto, che non ho il tempo di apprezzare, vista la pioggia. Discesa finale, e arrivo a Castro Urdiales. Cerco un albergo con vista mare, lo trovo, e ho una finestra sull' oceano. Prima di mangiare trovo il tempo per scendere in spiaggia. Terrò la finestra aperta tutta la notte, voglio sentire le onde, l'odore del mare, i gabbiani. Staccarsi dal mare è una follia.
Buen camino



venerdì 5 agosto 2011

Il pericolo generico più bello del mondo


Parafrasando i Pooh, posso tranquillamente affermare che se il mondo assomiglia a questo cartello stradale, non siamo in pericolo.

sabato 23 luglio 2011

El camino del Norte 3: el pais Vasco








Domenica 26 giugno 2011, ore sei. L'albergue del pellegrino di Irun ha tutti i suoi occupanti già svegli, alle prese con gli zaini da riordinare e con la fila per l'unico bagno presente nell'appartamento. La signora che gestisce l'albergue  ha messo due moka da sei sul fuoco, e un gradevole odore di caffé si è diffuso in tutte le camere; ancora più gradevole è vedere l'apparecchiatura del tavolo con fette biscottate, marmellate e biscottini. Gratis. Prima di partire lascio un'offerta e prendo una conchiglia, la concha, simbolo del camino, che lego ad uno zaino. Mangio, saluto, ringrazio, e monto gli zaini sulla bici. Poi mi viene in mente che le ruote non sono gonfie al massimo. Il risultato di questa intuizione mi porterà ad un'ora di ritardo sulla partenza. La pompa più bella che avevo acquistato ieri a Decathlon  - carbonio, ultraleggera, ultraveloce nel gonfiaggio, ultracostosa - ha la guarnizione in gomma che perde, e invece di gonfiare mi ha messo a terra entrambe le ruote. La seconda pompa è ok, ma era predisposta per le valvole delle camere d'aria più voluminose, e mi ci vuole un po' per capire come ridurre il calibro dello sfiato della pompa. Si fanno le otto e venti, un po' di nervosismo da controllare, ma si parte, finalmente. Tramite stradine periferiche arrivo ad una zona di fabbricati industriali deserti, è domenica. Un continuo saliscendi, credo che i bookmakers in Spagna pagherebbero tranquillamente venti a uno chiunque scommettesse di trovare un ininterrotto chilometro di pianura s.l.m.; dopo un'ora arrivo sulle pendici di un colle, lo Jaizkibel che sale sui 350 metri e lambisce l'oceano, che intravedo di tanto in tanto sotto di me.  Ora c'è un attraversamento di bosco inframezzato da capannoni, e da piccolissimi centri abitati, che pian piano si ingrandiscono fino a raggiungere San Sebastian. In uno di questi c'è una chiesa barocca, di una pietra gialla calcarea del tutto simile a quella che possiamo vedere a Lecce, e sugli scalini ci sono i resti di una festa di matrimonio. Invece del riso, petali di rose. Dopo una lunga discesa raggiungo San Sebastian, mi imbatto in una ordinata periferia di viali alberati e brutti palazzoni, il mio tempo a disposizione non mi consente una deviazione verso il centro. Una gara ciclistica mi impedisce di puntare in direzione Bilbao, alla fine decido di percorrere un chilometro sul marciapiede per non suscitare le ire del solerte servizio d'ordine.  Cominciano le pendici del Monte Igueldo.  Inizio a risalire con gran lentezza, complice anche il caldo che raggiunge - per me inaspettatamente, dopo aver letto e sentito in questi giorni pistolotti e sermoni vari sulla freschezza del clima basco rispetto all'entroterra spagnolo - i quarantuno gradi. Mi sorpassa un ciclista che rallenta e mi chiede(è più o meno ciò che riesco a sentire): "Aundi vaci?". Improvvisamente la Calabria mi pare più vicina al popolo basco di quanto non lo sia ai romani. "Santiago!" "Oh! muy guapo! Buen camino!" Il ciclista mi sorride e se ne va, lasciandomi un po' di buonumore. Una volta risalito ai 400 metri, comincia una gradevole sequenza di baie a picco sul mare, che sconfinano nel bosco. Tutto questo per quindici chilometri, fino a raggiungere Orio, un bel paesino che si affaccia sull'estuario di un fiume.  Sono le sette, è tardi, e dopo l'ennesima coca-cola della giornata, decido che sia meglio fare qualche chilometro in più seguendo la costa, piuttosto che piegare verso Markina, nell'entroterra, come dovrebbe essere il cammino ufficiale per Santiago. Anche qui la strada sale e scende di continuo, ma perlomeno mi gusto un po' di oceano e non devo risalire a 500 metri di altitudine. Menomale che il sole qui tramonta alle dieci e mezza. Attraverserò Zumaia, Deba, Ondarroa, Leketio, tutti paesini che si affacciano sull'oceano, e la pietra, lo scoglio, abbozzi di isolette giocano con il mare, a disegnare pettini, spirali, cocuzzoli di roccia, calette, insomma una varietà di paesaggio marino davvero speciale. A Leketio si sale decisamente e si piega verso l'interno, verso Gernika, la destinazione di stasera. Sono le otto e mezzo, percorrerò altri venti chilometri di bosco, di solitudine e silenzi, in una luce smorzata di un tramonto che non finisce mai, raggiungendo Gernika prima delle dieci, un tempo che ritengo utile per alloggiare nell'albergue del pellegrino. Mi sbaglio: non accettano più pellegrini oltre le otto di sera. Mi lascio prendere dallo scoramento, ma la fame mi spinge a chiedere informazioni per un alloggio. Mi indicano l'hostal de Guernika, in centro. Lo raggiungo, suono. Non risponde nessuno. C'è un numero di telefono sul campanello. La signora che risponde, mi dice che devo raggiungere il ristorante Guernika per prendere le chiavi. Chiedo informazioni, due signori anziani mi mandano un chilometro più in là. Dopo altre richieste di informazioni, scopro che il ristorante era situato a venti metri dall'Hostal, dove mi trovavo prima. Non mi so decidere se sono più stanco o affamato, comunque entro in camera alle 22,30, faccio una doccia superrapida nel timore di trovare le cucine chiuse dei locali. Mangio alle undici una cena abbondante a base di zuppa di pesce, calamari ripieni e gamberoni al guazzetto. A mezzanotte sono di nuovo in camera, mi accorgo di essere l'unico essere umano nell'hostal, percorrendo un inquietante corridoio di parquet di legno scuro, stile shining. Se vedessi arrivare il bambino sul triciclo dal fondo del corridoio, mi addormenterei davanti a lui. Anche la paura si stanca.
Ho percorso centotrentun chilometri, e sono un po' stanchino.
Buen camino

giovedì 14 luglio 2011

El camino del norte 2: si parte!






Sabato 25 giugno, aeroporto di Biarritz. Sono le 13, dovrei iniziare il mio viaggio in bici, ma non posso. Ho le ruote sgonfie, non c'è nessun ciclista in giro, non ci sono negozi, e poi sarebbero chiusi a quest'ora. Dovrei aspettare le quattro, cercando di raggiungere un centro abitato con la zavorra di una bici al momento inutilizzabile e tre zaini del peso di 25 chili. Dopo un quarto d'ora di indugi, mi avvicino ad un tassista munito di station-wagon.
"Mi potrebbe portare a Biarritz?"
Lui mi guarda perplesso. "Problemi alla bicicletta?"
"Ho le ruote sgonfie. Non ho la pompa." Il tassista mi vede un po' imbarazzato per la mia dimenticanza e non infierisce."Se mi potesse portare davanti a un negozio di bici."
"E' sabato, forse non riaprono nel pomeriggio. Forse è meglio che rinunci alla pompa e ti faccia gonfiare le ruote in un centro di noleggio bici del comune."
"Va bene." Penso con timore alla possibilità di bucare in aperta campagna, a viaggio iniziato, senza pompa. Ma non posso certo aspettare lunedì.
Si carica la bici e gli zaini in macchina. Salgo e il tipo si avvia verso Biarritz.
Il tassista sta pensando. Dopo cinquecento metri inchioda e si volta verso di me.
Sorride ed esclama:"Anglet!"
"Eh?" faccio io.
"Oui! Anglet! Decathlòn! Anglet!"
"Decathlòn Anglet! Sì!" Quasi quasi vorrei abbracciare il tassista, non lo faccio.
Evviva! Evviva Decathlon, evviva tutte le multinazionali e tutti i centri commerciali che fanno orario continuato e lavorano per tutto il sabato! Evviva! Praticamente mi svendo per una pompa di bicicletta...
A quattro chilometri dall'aeroporto il tipo si ferma davanti al meraviglioso Decathlon, una specie di santuario pieno di meravigliose pompe per bici. Ringrazio il tassista, gli dò cinque euro di mancia, lui ringrazia me e io ringrazio lui. Potremmo andare avanti per tutto il pomeriggio, ma devo partire.
Entro, compro due pompe (non si sa mai), una luce supplementare posteriore ed un lucchettone, che va a sostituire quello sparito a Bruxelles.
Gonfio le ruote, mi cambio sul retro di Decathlon, piazzo gli zaini e dopo circa un'ora posso partire. Costantemente verso ovest, una volta raggiunto il mare. Staccarsi dal mare sarebbe una follia. Raggiungo Biarritz, sotto il sole pomeridiano che rallegra i bagnanti su una lunga spiaggia, e anche me. Giornata stupenda, fa caldo ma non troppo. La costa è frastagliata e ci sono numerose calette non facilmente accessibili, belle anche per questo. Nel vicino entroterra, più a sud, le pendenze e le altitudini sarebbero tutt'altra cosa, ci sono i Pirenei. Dopo aver abbandonato Biarritz, mi aspettano altri due paesini: Bidart, Saint Jean de Luz(in due giorni i richiami al nome Giovanni sono stati numerosi, curioso) e tanto mare. Dai monti vicini viene a trovarmi un'aquila, compagna costante dei miei viaggi, che mi viene a trovare e volteggia per qualche minuto sopra di me. Si avvita nell'aria per il solo piacere di farlo, e poi perché nessun altro uccello sa volare così alto come lei.
Raggiungo il confine tra Francia e Spagna, solcato dal profondo estuario del fiume Bidasoa, attraversato da un ponte, un tempo(ma maggiormente sui vicini Pirenei) costante conflitto tra contrabbandieri e doganieri, oggi depotenziato dal trattato di Schengen. Nel 1986 al confine tra Spagna e Francia fermarono me e Laura, la mia ragazza, per un tempo abbastanza lungo per cercare del fumo che non avevamo, per il semplice fatto che stavamo viaggiando con una R4 bianca con l'adesivo di Jim Morrison attaccato sul retro. C'è comunque anche oggi un cambio in questo confne. Di suoni, di colori di case, di tratti somatici, di appartenenza. Comincia la Spagna, in particolare i paesi baschi, che parlano e vivono a loro volta diversamente dal resto della Spagna. Sono le sette e mezzo e mi trovo a Irun, il mio punto di arrivo di oggi, che in realtà è il punto di partenza del Camino del Norte. Mi fermo all'albergo del pellegrino, e mi trovo a dormire come in una barzelletta delle scuole elementari: un canadese, un francese, un inglese, un tedesco e un italiano. Una signora molto gentile mi spiega il volontariato di Irun per gestire questo aubergue. Ogni settimana viene gestito da una persona diversa, per tutto l'anno. La biancheria, un caffé alla mattina, l'assegnazione dei letti, le notizie sul Camino. Tutta questa accoglienza disinteressata dal dio denaro mi dà una bella sensazione.
Domani, all'alba, si comincia sul serio.
Buen Camino
 

sabato 9 luglio 2011

El camino del Norte 1, ovvero: mi manca l'aria




Il prologo: come arrivare ad Irun, il punto di partenza del cammino. Dopo lunghi e preoccupanti studi di tratte aeree, orari, costi, decisi che il modo per me migliore per arrivare a Irun, sarebbe stato quello di prendere da Pisa un aereo per Charleroi-Bruxelles, e la mattina seguente di volare fino a Biarritz, distante 38 chilometri da Irun.
Aeroporto di Pisa, venerdì 24 giugno 2011. Eccomi qua, un bagaglio a mano, un bagaglio da imbarcare nella stiva dell'aereo, e la bici. Check-in.
"Guardi che lei non può partire così."
"Perché?"
"Le occorre un contenitore per la bicicletta, è nel regolamento."
"Lo so, ma negli ultimi viaggi in bici non ho più portato la sacca, è consuetudine che venga accettata così com'è. Anche poco fa ho visto in aeroporto un ciclista con la bici senza sacca. E poi me la dovrei portare dietro nel viaggio, è pesante."
La signora telefona, parla, poi abbassa il telefono. "Mi hanno detto che può andar bene, ma deve sgonfiare le ruote, girare il manubrio, togliere i pedali."
"Quanto tempo ho?"
"Mezz'ora, quando ha finito non le faccio rifare la fila."
"Grazie." Tiro fuori gli attrezzi, sgonfio le gomme, ok, allento le brugole del manubrio, ok, cerco di allentare le brugole e i bulloni dei pedali, niente da fare. Passano i minuti, niente. Alla fine mi arrendo. Prendo del nastro isolante e imballo i pedali più che posso. Torno dalla signora.
"Ce l'ha fatta?"
"I pedali no, ma li ho circondati di nastro..."
"Ma così non può viaggiare."
"La prego."
La signora alza il telefono sospirando, arriva un tipo che scuote la testa, guarda la bici, poi dice "Va bene", come l'uomo del monte. Il tutto a due minuti dalla chiusura per l'imbarco bagagli.
Arrivo a Charleroi, dopo un viaggio trascorso tra le braccia di Morfeo. Mentre sto facendo la fila per acquistare il biglietto dell'autobus per Bruxelles, un tipo si accomoda sulla bici che avevo appoggiato su un muro e comincia a spostarla con i piedi che spingono sul terreno, tipo monopattino. Esco dalla fila, mi metto davanti a lui e alla mia bici e gli urlo:
"La bici è mia!"
Il tipo dice in francese: "No, è mia!"
Sto per strattonarlo, quando lui mi sorride e mi dice: "Stavo scherzando!"
Questo scherzo non mi fa ridere per niente."Scendi dalla bici", dico. Lui scende bofonchiando delle frasi che non capisco, e se ne va canticchiando.
Arrivo a Bruxelles, alla Gare du Midi dopo 45 minuti di viaggio, recupero la bici dal bagagliaio dell'autobus, so che l'albergo che ho prenotato - l'unico che ho prenotato in questo viaggio - è in centro, a circa 5 chilometri da dove mi trovo. Ho intenzione di andarci in bici rimettendola in ordine. Tiro fuori gli attrezzi. Stringo il manubrio, tolgo il nastro dai pedali, cerco la pompa nel primo zaino, non c'è. Nel secondo zaino, non c'è. Nello zaino Invicta, non c'è. Dopo una nottata a fare bagagli, giungo alla conclusione che mi sono dimenticato la pompa. Carico le borse sulla bici, la porto a mano in cerca di un distributore. E'a cinquecento metri da lì, mentre cammino guardo la strada nella speranza di vedere un ciclista fornito di pompa. Faccio cenno a un paio di ciclisti, che mi ricambiano il saluto senza fermarsi. Arrivo al distributore, alla pompa che non ha il raccordo per la valvola della bici. Chiedo al benzinaio, mi dice che non ce l'ha. Provo a gonfiare lo stesso, niente, l'aria va dappertutto tranne che nella ruota. Torno in direzione centro, ripasso davanti alla gare du midi, fermo un ciclista che non ha la pompa. Mi indica un negozio di biciclette, devo attraversare la stazione e andare a sinistra una volta uscito. Così faccio. Dopo un quarto d'ora scorgo il negozio di bici: ha quattro vetrine, su una di esse c'è la silhouette gigante di un ciclista piegato in una curva, mi sembra un miraggio, è bellissimo. Aumento il passo, arrivo alla porta d'entrata. Non si apre. Mi appoggio con il naso al vetro e vedo che dentro ci sono tante bici, probabilmente anche tante pompe, ma non c'è nessuno. Sono le cinque e mezzo, il negozio avrebbe dovuto chiudere alle sei. Boh. Poi vedo un foglietto dietro il vetro che dice: "Per tutta la giornata di venerdì 24 giugno, questo negozio rimarrà chiuso." Comincio a vagare, con vaga direzione verso il centro. Ad un semaforo rosso vedo una ragazza in bici, ferma, con una pompa sulla canna. La raggiungo. Speranzoso, le chiedo in inglese se può prestarmi la pompa, gliela indico, poi indico le mie ruote. "No", mi risponde, e riparte col verde. Che ti prenda una diarrea per il week-end, penso.
Non so cosa fare. Ormai sono le sei, i negozi per le bici ormai chiudono, non posso fare cinque chilometri trascinandomi una bici con tre zaini. Vedo un centro di bici a noleggio, chiuso. Mi manca l'aria, e non solo alle ruote.
Mi trascino dentro la metropolitana per andare verso il centro, faccio delle scale mobili frenando a più non posso per evitare che la bici cada lungo i gradini come la carrozzina della Corazzata Potemkin. Riesco a evitarlo, ma in una di queste salite e discese perderò una lente degli occhiali da vista che avevo al collo, senza accorgermene. Arrivo alla fermata vicina alla grand place, mi occorrerà non poco tempo per avanzare nelle viuzze del centro gremite di turisti, fino ad arrivare all'albergo alle otto meno un quarto. Lego la bici su una transenna antistante la porta dell'albergo. Nemmeno loro hanno una pompa, pazienza. Faccio la doccia e mi precipito nella vicina gran place. Faccio delle foto a caso, cerco di distrarmi un po'. In fondo è solo una pompa."Chez Leon", mi ci vuole lui per consolarmi dalla giornata faticosa, ed entro per assaporare le squisite prelibatezze di pesce e di frutti di mare; dopo una buona cena entro in una cioccolateria e mi sfogo con assaggi qua e là. Ma mangiare da solo non è come in compagnia. Comunque. Dopo aver girato in lungo e in largo intorno alla gran place, torno in albergo con la testa alla pompa. Il taxi è la soluzione di domani, penso.
Sabato 25 giugno, le sette del mattino. Chiedo alla reception che mi chiamino un taxi abbastanza capiente per la bici per raggiungere la stazione degli autobus. Forse da queste parti la prima risposta è sempre no, a prescindere dal contesto, solo in un secondo momento si pensa al da farsi; la tipa dice che chiederà al centralino, ma non promette nulla. Il quale centralino risponde che mi manderanno entro cinque minuti un taxi molto capiente. Porto i bagagli fuori della porta, slego la bici che  ha un solo lucchetto invece di due. Dopo il primo momento di smarrimento, la soluzione è evidente: durante la notte hanno cercato di fregarmi la bici, e dopo aver segato il primo catenaccio, se ne sono scappati, forse è passato qualcuno. 
Il tassista è gentile. Sta piovendo. Alla radio c'è la canzone "Here's to you" di Joan Baez. Mi fa ricordare una accesa discussione tra mia sorella e mio padre su Sacco e Vanzetti, io ero un piccolo spettatore. Oggi darei ragione a mia sorella, riguardo alla certezza che i due anarchici fossero stati un capro espiatorio, ma indipendentemente da chi avesse ragione, comincio a pensare con nostalgia a mio padre che non c'è più. Penso seriamente al fatto che, indipendentemente dal suo orientamento politico, io a mio padre avrei fatto ricoprire qualsiasi carica istituzionale, perché mi sarei potuto fidare di lui, e i partiti talvolta non c'entrano niente. Spesso sono le persone, con le loro azioni, oneste e in buona fede, che possono generare del bene. Mio padre avrebbe potuto farlo, sì. La pioggia annacqua i miei ricordi. Oltretutto ieri era il 24 giugno, san Giovanni, il suo onomastico. Sono trascorsi trentatrè anni, mi manca ancora. Taxi autobus aereo (a Charleroi nessun problema per imbarcare la bici senza sacca, stessa compagnia aerea del volo da Pisa, la Ryan) e mi trovo all'aeroporto. Passa l'autobus per Biarritz paese, ma non mi fanno salire con la bici. Sono le 13 e mi trovo qui, fuori dell'aeroporto deserto con le ruote sgonfie, nessun ciclista e nessuna pompa in giro, senza sapere esattamente il da farsi.
Buen camino 

martedì 5 luglio 2011

El camino del norte - Happiness is real only when shared

 Con questa immagine  - un'anticipazione, in gergo letterario - mi gioco la suspence del racconto che pian piano vi regalerò. Si sa come finisce: sono arrivato a destinazione, non mi ha schiacciato nessun camiòn, sono apparentemente intero, e sorridente. 
E così probabilmente calerà l'audience
Pazienza. 
Ma per un verso volevo rassicurare tutti gli amici con cui non mi sono fatto vivo che sono tornato sano e salvo, e per l'altro tanta è la felicità di quel momento che non riesco più a trattenerla. Anche adesso percepisco un rumore di fondo di quella felicità per quel big-bang che si è sprigionato davanti a quel cartello stradale.  Ho fatto il viaggio costantemente solo, ho parlato solo con gestori di albergues e ristoranti e dipendenti di uffici del turismo, sono stato in silenzio per la maggior parte del tempo di questo viaggio, e mi andava di farlo. Ora però voglio condividere questa mia felicità. Happiness is real only when shared, e la foto testimonia la felicità maturata progressivamente in ottocentosettantanove chilometri di viaggio. Per me straordinario, denso di sorprese, contrattempi, pericoli, ansie, fatiche, gioie, tante gioie. Che cercherò di raccontarvi pian piano. 
Buen camino

venerdì 24 giugno 2011

Partenza per "El camino del norte por Santiago de Compostela"

Oggi si parte. Stanotte l'ho fatta in bianco a fare bagagli. Zaini, bicicletta, attrezzi, camere d'aria, caricabatterie, telefono, pile, fanali, postepay, contanti, bancomat, stampa di carte di imbarco, indumenti per bici e non bici, occhiali, dizionario spagnolo, libro, moleskine, netbook. Sono contento di partire e sono stanco; vorrei vedere, toccare, annusare, assaporare, respirare, cantare. Ho sempre un po' di timore. Ho sempre un po' di curiosità. Stasera farò scalo a Bruxelles, domani ripartirò con l'aereo per Biarritz, e da lì pedalerò solo. Non esattamente solo: sarò sempre in compagnia dell'odore e del fresco dell'oceano. A risentirci, il viaggio mi chiama.

domenica 5 giugno 2011

Librarsi

 Librarsi. E' uno dei nomi selezionati per il nostro gruppo di lettura. Io voterò  per questo. Ho girellato su Google e ho capito che non è la prima volta che questo verbo viene usato allo scopo, pazienza per la mancanza di originalità, e poi non so ancora se sarà il più votato. Ma mi piace. Leggo dal dizionario: librarsi, mantenersi sospeso in aria. A mio avviso sì, ci si sospende in aria quando si legge un libro, e - secondo Coleridge - si sospende anche la propria incredulità. La sospensione non significa perdita dei contatti con il mondo, il mondo è sotto di noi, siamo temporaneamente sopra di esso e abbiamo una visuale privilegiata, come la cima di una montagna che è visibile da grandi distanze e non dalla sua valle più vicina. E non significa nemmeno fuga, evasione, perché a terra torneremo arricchiti dalla lettura, sperando di "cadere con stile"(vedi toy story).
Cerco altri spunti di riflessione su questo verbo e penso a "Libr(i)arsi", che dà il senso del divorare i libri con passione, una passione che brucia e arde gli stessi libri che stiamo leggendo.
E infine librarsi può essere tramutato, forzandone il significato, in "farsi di libri": una sorta di dipendenza da libri che dà piacere, senza effetti collaterali. Una dipendenza che accomuna tutti i componenti del nostro gruppo di lettura.
Gruppo che è stato ultimamente nobilitato dalla sede dei nostri incontri: ci è stato concesso di ritrovarci mensilmente in una biblioteca, e che biblioteca! La biblioteca delle Oblate di Firenze dove il 3 maggio scorso ci siamo ritrovati per la prima volta, e per questo abbiamo dovuto pensare a un nome. Nella foto potete osservare, appunto, i nostri visi che sprizzano felicità per questo grandioso evento. Anche se non lo dimostra, anche Marco è felice(nella foto al centro, con gli occhiali).
In quella sera sono stati letti brani tratti dai seguenti testi:
Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, letto da Marco
Mia madre è un fiume, Donatella Di Pietrantonio, letto da Toni
Con un poco di zucchero, Enzo Fileno Carabba, letto da Francesca
Il mare colore del vino, Leonardo Sciascia, letto da Cristina
Qualcuno con cui correre, David Grossman, letto da Valentina
Il dolore perfetto, Ugo Riccarelli, letto da Donatella
Stefano si è dimenticato il testo da leggere, ma non succederà più; in compenso è l'autore della foto in autoscatto.
I nostri prossimi incontri nell'anno 2011 inizieranno sempre alle 21,30 e si svolgeranno nei seguenti giorni:
martedì 7 giugno
martedì 6 luglio
martedì 6 settembre
martedì 4 ottobre
martedì 8 novembre
martedì 6 dicembre

Chi volesse unirsi a noi, ci faccia un fischio, anche tramite mail: alamal[chiocciola]tin.it

sabato 14 maggio 2011

Se fossi uno scrittore di romanzi gialli


Se fossi uno scrittore di romanzi gialli, oggi vorrei scrivere una storia. Una storia densa di mistero, coincidenze, libri, racconti.
Questa storia è ambientata il 12 maggio 2011 in un caffé, un caffé letterario di Torino, presso il Salone del libro. Sono le 13,30 e c'è emozione, trepidazione, attesa. 
L'attesa di un evento che sta per cominciare: la finale nazionale di un concorso letterario, il concorso 8x8 dell'agenzia Oblique. Cinque finalisti in gara, da cui uscirà il nome di un vincitore. Ogni partecipante dovrà leggere alla giuria e al pubblico presente in sala il suo racconto; la giuria e il pubblico dovranno esprimere il loro voto sulla base del contenuto del racconto e la qualità della lettura. La giuria, di qualità: cinque giurati qualificati del mondo editoriale. Anzi no. Quattro. No, no, forse cinque, è stato annunciato che uno dei cinque è in ritardo, si aspetta, si allunga un po' il brodo della presentazione della finale, del suo meccanismo, della sua specificità: ogni autore legge il proprio racconto, nessun altro può farlo. Il pubblico e la giuria di qualità ascoltano in silenzio, poi votano. La giuria di qualità vota con dei cartoncini in cui è impresso il voto da uno a nove, e ognuno dei giurati argomenta in seguito il proprio voto. Niente da fare, il quinto giurato non arriva. Si deve cominciare lo stesso, alle tre in punto si deve finire. Il primo finalista legge il racconto, e i quattro giurati votano 7.8.7.6.
 Bene. Ognuno di loro espone le motivazioni del voto. Mentre il quarto giurato sta finendo il suo intervento, ecco che arriva il quinto giurato. Si scusa del ritardo, il pubblico si chiede come diavolo farà a votare quattro racconti sì e uno no, come farà a votare in base alla qualità di lettura un racconto che non ha mai ascoltato, che forse, forse, ha letto in precedenza. Ma che non ha mai ascoltato. In ogni caso, voterà ed argomenterà il suo voto per gli altri quattro racconti. Alla fine, mentre saranno chiamati i finalisti tutti insieme sul palco per attendere il verdetto del pubblico, lui, il quinto giurato assegna il voto al primo racconto, quello che non ha mai ascoltato, e gli dà un 6, senza argomentare in alcun modo il proprio voto. Certo se che lo avesse almeno argomentato, avrebbe fugato il dubbio di non averlo letto. Il racconto in questione finirà al terzo posto.
Ma - e qui interviene lo scrittore di romanzi gialli - se lo avesse proprio letto? E se fosse arrivato in ritardo apposta per non entrare nel merito di un giudizio in ogni caso imbarazzante? Ma perchè lo scrittore di romanzi gialli potrebbe insinuare cose del genere, vi chiederete voi? Che senso avrebbe tutto questo? Avrebbe senso per una singolare coincidenza, una di quelle coincidenze della realtà che a volte superano la fantasia. Il giurato arrivato in ritardo è l'editor del romanzo Acciaio, di Silvia Avallone, e l'autore del racconto giunto finalista ha pubblicato sul web, in particolare su bottegadilettura una recensione non particolarmente lusinghiera di tale romanzo. Se digitate su Google Acciaio Avallone, su 80300 risultati, nella prima pagina dei risultati - al nono posto - comparirà tale recensione, se digitate acciaio avallone piombino sarà al secondo posto. Ma come avrebbe fatto - voi chiederete allo scrittore di romanzi gialli - a sapere che era proprio lui l'autore della recensione? Perché - risponderà lo scrittore di romanzi gialli - nel racconto finalista si menziona Piombino, ed inoltre il cognome dell'autore del racconto si ricorda molto bene. E l'ordine di lettura dei racconti? L'ordine di lettura era già stato deciso da alcuni giorni, l'ordine alfabetico del cognome dei finalisti, quindi sarebbe bastato un ritardo di quindici- venti minuti per perdersi il primo, oppure grazie alla telefonata di un amico presente in sala.
Tutto ciò che è stato scritto qui sopra l'avrei scritto con convinzione se fossi uno scrittore di romanzi gialli e intrighi di potere, ma non lo sono. E quindi ho scritto queste cose solo per gioco.

Invece scrivo solo tre cose, seriamente.
La prima: il racconto risultato vincitore è un bel racconto.
La seconda: ringrazio Oblique che mi ha permesso di partecipare a questa bellissima  manifestazione.
La terza: per onorare una bellissima manifestazione occorre, come in moltri altri ambiti, il rispetto delle regole, e proprio per questo non avrei fatto partecipare alle votazioni un giurato giunto in ritardo, che non ha potuto ascoltare uno dei cinque racconti finalisti.

venerdì 6 maggio 2011

La crisi

Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l'incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito.
E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo.
Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.
Albert Einstein

venerdì 22 aprile 2011

Caro George


Caro George, so che il sei maggio prossimo compirai cinquanta anni. E' un traguardo importante, soprattutto se arrivi a tale traguardo in buona salute, come lo sei tu. Anche io compirò cinquanta anni il sei maggio, grazie al cielo ancora in buona salute, e pensavo: tanto per dividere le spese, che ne dici se facciamo una bella festicciola insieme? Sono tempi di recessione, bisogna risparmiare, e potremmo dare un esempio virtuoso di Party Sharing. Magari lanciamo la moda, e le persone prima di festeggiare mettono un annucio su feisbuc o su Tuttocittà per cercare persone nate lo stesso giorno mese e anno che vogliano condividere i loro festeggiamenti. Anche l'anno di nascita è importante, almeno c'è condivisione di gusti, obiettivi, passatempi, generi musicali, libri; solo il nostro presidente del consiglio fa delle feste prevalentemente con persone più giovani di lui di 50 anni. Chissà che ci troverà, poi.
Insomma, tu ci metti il posto, ovvero la villa Oleandra sul lago di Como, e io ci metto la roba da mangiare(chessò: pizzette, salatini, wurstel, il tiramisu lo faccio io) e da bere(spuma, cedrata, succhini di frutta, un po' di vino bianco e rosso, solo il Martini, beh sì, quello lo metti tu...e anche il caffé). Tu inviti Elisabetta, Sharon, Julia, Michelle(Pfeiffer), insomma quelle che vuoi, io invito Paolo, Marco Claudio, e altri cari amici e amiche. Ah, porto anche il Trivial, il Risiko e i Monopoli e qualche ciddì per fare ambient. Che ne dici? Pensaci, dai, ci si diverte alla grande.  
Con la speranza di una tua positiva risposta, ti saluto augurandoti Buona Pasqua. 
PS Non finire tutto il Martini in queste feste, altrimenti no party e siamo inguaiati.
Antonio