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venerdì 24 giugno 2011

Partenza per "El camino del norte por Santiago de Compostela"

Oggi si parte. Stanotte l'ho fatta in bianco a fare bagagli. Zaini, bicicletta, attrezzi, camere d'aria, caricabatterie, telefono, pile, fanali, postepay, contanti, bancomat, stampa di carte di imbarco, indumenti per bici e non bici, occhiali, dizionario spagnolo, libro, moleskine, netbook. Sono contento di partire e sono stanco; vorrei vedere, toccare, annusare, assaporare, respirare, cantare. Ho sempre un po' di timore. Ho sempre un po' di curiosità. Stasera farò scalo a Bruxelles, domani ripartirò con l'aereo per Biarritz, e da lì pedalerò solo. Non esattamente solo: sarò sempre in compagnia dell'odore e del fresco dell'oceano. A risentirci, il viaggio mi chiama.

domenica 5 giugno 2011

Librarsi

 Librarsi. E' uno dei nomi selezionati per il nostro gruppo di lettura. Io voterò  per questo. Ho girellato su Google e ho capito che non è la prima volta che questo verbo viene usato allo scopo, pazienza per la mancanza di originalità, e poi non so ancora se sarà il più votato. Ma mi piace. Leggo dal dizionario: librarsi, mantenersi sospeso in aria. A mio avviso sì, ci si sospende in aria quando si legge un libro, e - secondo Coleridge - si sospende anche la propria incredulità. La sospensione non significa perdita dei contatti con il mondo, il mondo è sotto di noi, siamo temporaneamente sopra di esso e abbiamo una visuale privilegiata, come la cima di una montagna che è visibile da grandi distanze e non dalla sua valle più vicina. E non significa nemmeno fuga, evasione, perché a terra torneremo arricchiti dalla lettura, sperando di "cadere con stile"(vedi toy story).
Cerco altri spunti di riflessione su questo verbo e penso a "Libr(i)arsi", che dà il senso del divorare i libri con passione, una passione che brucia e arde gli stessi libri che stiamo leggendo.
E infine librarsi può essere tramutato, forzandone il significato, in "farsi di libri": una sorta di dipendenza da libri che dà piacere, senza effetti collaterali. Una dipendenza che accomuna tutti i componenti del nostro gruppo di lettura.
Gruppo che è stato ultimamente nobilitato dalla sede dei nostri incontri: ci è stato concesso di ritrovarci mensilmente in una biblioteca, e che biblioteca! La biblioteca delle Oblate di Firenze dove il 3 maggio scorso ci siamo ritrovati per la prima volta, e per questo abbiamo dovuto pensare a un nome. Nella foto potete osservare, appunto, i nostri visi che sprizzano felicità per questo grandioso evento. Anche se non lo dimostra, anche Marco è felice(nella foto al centro, con gli occhiali).
In quella sera sono stati letti brani tratti dai seguenti testi:
Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, letto da Marco
Mia madre è un fiume, Donatella Di Pietrantonio, letto da Toni
Con un poco di zucchero, Enzo Fileno Carabba, letto da Francesca
Il mare colore del vino, Leonardo Sciascia, letto da Cristina
Qualcuno con cui correre, David Grossman, letto da Valentina
Il dolore perfetto, Ugo Riccarelli, letto da Donatella
Stefano si è dimenticato il testo da leggere, ma non succederà più; in compenso è l'autore della foto in autoscatto.
I nostri prossimi incontri nell'anno 2011 inizieranno sempre alle 21,30 e si svolgeranno nei seguenti giorni:
martedì 7 giugno
martedì 6 luglio
martedì 6 settembre
martedì 4 ottobre
martedì 8 novembre
martedì 6 dicembre

Chi volesse unirsi a noi, ci faccia un fischio, anche tramite mail: alamal[chiocciola]tin.it

sabato 14 maggio 2011

Se fossi uno scrittore di romanzi gialli


Se fossi uno scrittore di romanzi gialli, oggi vorrei scrivere una storia. Una storia densa di mistero, coincidenze, libri, racconti.
Questa storia è ambientata il 12 maggio 2011 in un caffé, un caffé letterario di Torino, presso il Salone del libro. Sono le 13,30 e c'è emozione, trepidazione, attesa. 
L'attesa di un evento che sta per cominciare: la finale nazionale di un concorso letterario, il concorso 8x8 dell'agenzia Oblique. Cinque finalisti in gara, da cui uscirà il nome di un vincitore. Ogni partecipante dovrà leggere alla giuria e al pubblico presente in sala il suo racconto; la giuria e il pubblico dovranno esprimere il loro voto sulla base del contenuto del racconto e la qualità della lettura. La giuria, di qualità: cinque giurati qualificati del mondo editoriale. Anzi no. Quattro. No, no, forse cinque, è stato annunciato che uno dei cinque è in ritardo, si aspetta, si allunga un po' il brodo della presentazione della finale, del suo meccanismo, della sua specificità: ogni autore legge il proprio racconto, nessun altro può farlo. Il pubblico e la giuria di qualità ascoltano in silenzio, poi votano. La giuria di qualità vota con dei cartoncini in cui è impresso il voto da uno a nove, e ognuno dei giurati argomenta in seguito il proprio voto. Niente da fare, il quinto giurato non arriva. Si deve cominciare lo stesso, alle tre in punto si deve finire. Il primo finalista legge il racconto, e i quattro giurati votano 7.8.7.6.
 Bene. Ognuno di loro espone le motivazioni del voto. Mentre il quarto giurato sta finendo il suo intervento, ecco che arriva il quinto giurato. Si scusa del ritardo, il pubblico si chiede come diavolo farà a votare quattro racconti sì e uno no, come farà a votare in base alla qualità di lettura un racconto che non ha mai ascoltato, che forse, forse, ha letto in precedenza. Ma che non ha mai ascoltato. In ogni caso, voterà ed argomenterà il suo voto per gli altri quattro racconti. Alla fine, mentre saranno chiamati i finalisti tutti insieme sul palco per attendere il verdetto del pubblico, lui, il quinto giurato assegna il voto al primo racconto, quello che non ha mai ascoltato, e gli dà un 6, senza argomentare in alcun modo il proprio voto. Certo se che lo avesse almeno argomentato, avrebbe fugato il dubbio di non averlo letto. Il racconto in questione finirà al terzo posto.
Ma - e qui interviene lo scrittore di romanzi gialli - se lo avesse proprio letto? E se fosse arrivato in ritardo apposta per non entrare nel merito di un giudizio in ogni caso imbarazzante? Ma perchè lo scrittore di romanzi gialli potrebbe insinuare cose del genere, vi chiederete voi? Che senso avrebbe tutto questo? Avrebbe senso per una singolare coincidenza, una di quelle coincidenze della realtà che a volte superano la fantasia. Il giurato arrivato in ritardo è l'editor del romanzo Acciaio, di Silvia Avallone, e l'autore del racconto giunto finalista ha pubblicato sul web, in particolare su bottegadilettura una recensione non particolarmente lusinghiera di tale romanzo. Se digitate su Google Acciaio Avallone, su 80300 risultati, nella prima pagina dei risultati - al nono posto - comparirà tale recensione, se digitate acciaio avallone piombino sarà al secondo posto. Ma come avrebbe fatto - voi chiederete allo scrittore di romanzi gialli - a sapere che era proprio lui l'autore della recensione? Perché - risponderà lo scrittore di romanzi gialli - nel racconto finalista si menziona Piombino, ed inoltre il cognome dell'autore del racconto si ricorda molto bene. E l'ordine di lettura dei racconti? L'ordine di lettura era già stato deciso da alcuni giorni, l'ordine alfabetico del cognome dei finalisti, quindi sarebbe bastato un ritardo di quindici- venti minuti per perdersi il primo, oppure grazie alla telefonata di un amico presente in sala.
Tutto ciò che è stato scritto qui sopra l'avrei scritto con convinzione se fossi uno scrittore di romanzi gialli e intrighi di potere, ma non lo sono. E quindi ho scritto queste cose solo per gioco.

Invece scrivo solo tre cose, seriamente.
La prima: il racconto risultato vincitore è un bel racconto.
La seconda: ringrazio Oblique che mi ha permesso di partecipare a questa bellissima  manifestazione.
La terza: per onorare una bellissima manifestazione occorre, come in moltri altri ambiti, il rispetto delle regole, e proprio per questo non avrei fatto partecipare alle votazioni un giurato giunto in ritardo, che non ha potuto ascoltare uno dei cinque racconti finalisti.

venerdì 6 maggio 2011

La crisi

Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l'incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito.
E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo.
Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.
Albert Einstein

venerdì 22 aprile 2011

Caro George


Caro George, so che il sei maggio prossimo compirai cinquanta anni. E' un traguardo importante, soprattutto se arrivi a tale traguardo in buona salute, come lo sei tu. Anche io compirò cinquanta anni il sei maggio, grazie al cielo ancora in buona salute, e pensavo: tanto per dividere le spese, che ne dici se facciamo una bella festicciola insieme? Sono tempi di recessione, bisogna risparmiare, e potremmo dare un esempio virtuoso di Party Sharing. Magari lanciamo la moda, e le persone prima di festeggiare mettono un annucio su feisbuc o su Tuttocittà per cercare persone nate lo stesso giorno mese e anno che vogliano condividere i loro festeggiamenti. Anche l'anno di nascita è importante, almeno c'è condivisione di gusti, obiettivi, passatempi, generi musicali, libri; solo il nostro presidente del consiglio fa delle feste prevalentemente con persone più giovani di lui di 50 anni. Chissà che ci troverà, poi.
Insomma, tu ci metti il posto, ovvero la villa Oleandra sul lago di Como, e io ci metto la roba da mangiare(chessò: pizzette, salatini, wurstel, il tiramisu lo faccio io) e da bere(spuma, cedrata, succhini di frutta, un po' di vino bianco e rosso, solo il Martini, beh sì, quello lo metti tu...e anche il caffé). Tu inviti Elisabetta, Sharon, Julia, Michelle(Pfeiffer), insomma quelle che vuoi, io invito Paolo, Marco Claudio, e altri cari amici e amiche. Ah, porto anche il Trivial, il Risiko e i Monopoli e qualche ciddì per fare ambient. Che ne dici? Pensaci, dai, ci si diverte alla grande.  
Con la speranza di una tua positiva risposta, ti saluto augurandoti Buona Pasqua. 
PS Non finire tutto il Martini in queste feste, altrimenti no party e siamo inguaiati.
Antonio                                                                                  















mercoledì 13 aprile 2011

Ama

Ama

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.

Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.

Dietro ogni linea di arrivo c'è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c'è un'altra delusione.

Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.

Non lasciare che si arruginisca il ferro che c'è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.

Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!


Teresa di Calcutta 

giovedì 24 marzo 2011

Gasoline, una rivista da leggere

C'è una mailing list legata a scrittura di racconti, recensioni e poesie, che si chiama Bombacarta. Bene. Di tanto in tanto da questa lista vengono selezionate le cose migliori, aggiunti dei commenti, e così viene fuori una rivista, a mio avviso molto interessante, che si chiama Gasoline. Ora è uscito il numero 91, che raccoglie il meglio del 2010. Se volete leggerla, sfogliarla, potere gratuitamente scaricarla in pdf o epub da questa pagina.  Buona lettura.

lunedì 21 marzo 2011

Ho vinto!


Ho vinto!
Un sincero grazie alla giuria di qualità ed al pubblico presente nella bella caffetteria delle Oblate.
E' come se il 18 marzo avessi strappato alla vita dei brandelli di felicità, e l'eco di fondo di questa sensazione non si è ancora esaurita.
E così quest'anno ho un buon pretesto per andare al salone del libro di Torino: la lettura del mio racconto.
Appuntamento, dunque, al 12 maggio.

Qui i dettagli della serata, qui sotto il mio racconto:

La nuotata

C’era ancora la questione della nuotata. La nuotata verso la boa, intendo, prima che andassimo via dal mare. Anche la scorsa estate avevamo nuotato diverse volte fino alla boa, ci teneva tanto, io ero anche segretamente orgoglioso di questa sua richiesta. “Ok,” dico io, “mettiti le pinne e la maschera”. Elena sprizza gioia e corre verso l’ombrellone. Io mi immergo fino al costume, e aspetto. Lei non chiede mai più di una volta, non pretende, sta in un angolo e attende. E così arriva anche il momento della nuotata. In mattinata c’era stata l’uscita in pattino. Elena ha undici anni, è magra e minuta per la sua età, sorride. “Babbo, sono pronta”, mi dice con la voce resa nasale dalla maschera.
Ci buttiamo. Un brivido per l’acqua fredda, cominciamo a nuotare.
Abbiamo il vento di maestrale alle spalle, la boa è a circa trecento metri. Prendo il respiro girandomi a sinistra, così guardo Elena. Ci fermiamo un attimo. “Tutto bene?” “Sì”, risponde, togliendosi l’acqua dalla maschera. Riprendiamo. La boa sembra più corta, è inclinata dal vento, ma è sempre più vicina; Elena produce un sacco di bolle, che la carezzano sulla pancia, come un delfino che gioca con le onde. Siamo ormai a qualche metro, la sagoma della boa vista da sott’acqua mi inquieta sempre un po’.
Facciamo le ultime bracciate con la testa sopra. Afferriamo quasi all’unisono la boa, ci riposiamo.
Elena respira rumorosamente.
“Babbo, ho l’asma”, e mi sorride mentre vedo il suo torace che produce dilatazioni anomale. Cazzo, penso, perché non me l’hai detto prima. Ma penso anche che dirglielo non servirebbe a nient’altro che agitarla. Lei sorride, perché pensa di essere indistruttibile quando è con il suo babbo. Lo pensavo anch’io del mio. Lo scorso anno provò l’umiliazione di una settimana in ospedale con la polmonite e l’asma, ma non teme niente. Invece io ho paura, ma devo sorridere.
“Cerca di riposarti bene. Aggrappati con tutte e due le mani alla
boa e stai distesa a pancia in su”. Elena si distende e guarda il cielo.
Io mi guardo intorno. Non c’è una barca nei paraggi, sono le cinque passate. Il vento contrario non farebbe sentire le mie grida verso la riva, ed Elena si agiterebbe oltremodo.
“Quella nuvola sembra un barboncino,” mi dice, “e quell’altra sembra un uomo con i capelli a cespuglio”.
“Come i miei?”
“No, babbo, quello ne ha molti di più, è un grosso cespuglio.”
“Comunque i suoi sono più bianchi dei miei.”
“Babbo: è tutto bianco.” Ride. Rido.
“Riposati, Elena.”
“Sì. Fra poco possiamo anche andare.”
“Riposati bene, Elena.”
Temo il momento in cui Elena si staccherà dalla boa. Temo il punto di mezzo del tragitto, il punto troppo lontano da tutto.
“Come stai?”, tradisco un’inquietudine, lei se ne accorge.
“Sto meglio.”
“Senti. Il modo più riposante di nuotare è andare a dorso, e visto che hai le pinne, non dovrai nemmeno muovere le braccia.”
“Ma così non vedo dove vado.”
“Te lo indico io, Elena. Ti starò sempre accanto.”
“Va bene.”
“Dimmi quando sei più riposata e si va”.
Passano un paio di minuti. “Il cane si è trasformato.”
“Che?”
“Il barboncino della nuvola. Ora sta su due zampe, e le orecchie sono come  spostate, forse il vento.”
“Già.”
“Sono pronta, babbo.”
Elena si stacca, comincia a nuotare a dorso, ma con le mani unite al corpo. Dopo un po’ si ferma.
“Come stai?”
“Bene, babbo.”
 Le do un bacio sulla guancia fredda e morbida, le massaggio il torace. Riprendiamo a nuotare, Elena devia un po’, le sto accanto perché possa prendere la giusta direzione. Non posso far niente per lei, solo la direzione, solo quella. Guardo il fondale, è ancora troppo profondo. Mi guarda e sorride. Io mi sento un idiota, non l’ho protetta a sufficienza. Procediamo. Lentamente, ma procediamo.
Gli ombrelloni e le sdraio color argento sono alla stessa distanza della boa. In condizioni normali sarebbe un bel panorama: la serialità geometrica degli ombrelloni, i pini dietro la spiaggia, le colline e i monti ancora più in là. Elena si gira verso di me, sorride. Ma come fa? Procediamo. Il maestrale si è rinforzato, ma forse è suggestione su cui soffia la mia paura. Procediamo. La sabbia del fondale è più vicina, provo a stare a candela per vedere se tocco.
Niente da fare. Ma non manca molto. No. Riprovo. No. Calmo, dài, manca poco.
Riprovo. Sì. Tocco sulle punte, nuotiamo ancora per qualche metro. Tocco il fondale con tutta la pianta. Prendo Elena per una mano, l’avvicino a me e l’abbraccio, la stringo. Senza di lei non avrebbe senso. Niente.
“Che fai babbo? Come stringi…”
“Scusa. Come stai?”
“Te l’ho già detto: bene, meglio di prima.” Ha un po’ di affanno,
ma niente rumori tipo rantoli o fischi. “Non nuotiamo più?”
“Sì, nuotiamo fino a riva.”
“È stata una bella nuotata, babbo. Una bella avventura.”
“Sì, Elena. Una bella avventura.”
La boa è un punto giallo, all’orizzonte.

domenica 6 marzo 2011

Serata del 18 marzo alla caffetteria delle Oblate a Firenze

Ciao a tutti, sono lieto di annunciarvi che venerdì 18 marzo  a Firenze presso la caffetteria della biblioteca delle Oblate (via dell'Oriuolo, 26, ore 20), leggerò un mio racconto selezionato per il concorso 8x8 della Fandango libri. Se venite, potrete pure votarmi, o astenervi, oppure votare uno degli altri sette racconti. Fate voi. Io sono già contento così, ma se venite sono più contento.
I dettagli della serata sono

lunedì 14 febbraio 2011

San Pellegrino in Alpe e il ciclo naturale





























Un fraintendimento tra me e una segretaria. Il risultato? Oggi, martedì primo febbraio scopro che non ho appuntamenti fissati, mentre l'otto febbraio, se otterrò il dono dell'ubiquità dovrò essere contemporaneamente in due studi a settanta chilometri l'uno dall'altro. Troppo tardi per spostare gli appuntamenti a oggi, per l'otto si rimedierà in qualche modo. Dopo il primo momento di spaesamento, decido di sfruttare al meglio la giornata libera. Come? In bici, naturalmente. Un'occhiata rapida alle previsioni del tempo, freddo ma soleggiato, mi cambio alla svelta e alle dieci in punto parto con la bici per una destinazione che non ho il coraggio di dire a nessuno( dico genericamente in Garfagnana, una zona montana estesa e con tante destinazioni): San Pellegrino in Alpe. Mi è stato raccontato delle pendenze estreme di questa salita, per cui prendo la vecchia bici da corsa in acciaio che pesa  molto di più, ma ha tre moltipliche con morbidi rapporti da mountain-bike e i pedali con le gabbiette che nelle pendenze estreme mi fanno meno paura rispetto agli scarpini bloccati ai pedali(sono caduto poco tempo fa in una salita mentre cambiavo rapporto, mi è saltata la catena e non ho fatto in tempo a sganciare i pedali, per fortuna solo una contusione ad un fianco, ma mi è rimasta la paura). Alle dodici e trenta arrivo a Castelnuovo Garfagnana, mi fermo in un bar e mangio un pezzo di pizza ed un panino, chiedo informazioni al barista per la strada da percorrere.
"Per San Pellegrino? Dopo il ponte giri a sinistra, poi sali su per...diciotto chilometri."Mi scruta dubbioso, poi riprende "L'hai mai fatta?" "No" "Perché guarda che con la macchina ci vuole la prima e le gomme termiche, sei sicuro?" "No, ma casomai giro la bici e torno indietro, no?" "Ma poi proprio oggi, che ancora il tempo non si sa com'è..."
"Va beh, se il tempo è brutto torno indietro... grazie, arrivederci."
Il tipo mi sembra un po' apprensivo, io non ho molti argomenti, salvo il fatto che posso tornare indietro e che siamo in un paese libero. Alle 13 torno in bici. Si sale decisamente, va beh, lo sapevo. Ma mi piace. Dopo due ore di statale trafficata, sento il piacere dell'isolamento. Le auto sono sempre più rade, e dopo Pieve Fosciana a quattro chilometri, non passa più nessuno. Sento solo il vento e la bici. Le vette circostanti sono tutte imbiancate, sono emozionato. Anche gli alberi si diradano. Salendo ancora, individuo un altro rumore: il mio respiro, sempre più pesante. Ora sono a 900 metri di altitudine, a Chiozza, un piccolo agglomerato di case, e vedo la neve sui bordi della strada. I paesaggi sono mozzafiato: prati punteggiati da alberi, qualche piccola casetta, e il bianco della neve, che fa da zucchero a velo. Sono solo, adesso. Niente più case, provo un grande piacere. Nel sapere che le mie gambe mi stanno sospingendo oltre i mille metri, nient'altro che le mie gambe, sono grato al mio corpo e al mondo circostante. Mi viene da gioire per il qui e ora, per il fatto che spesso le cose belle della vita non possono essere previste e programmate nei minimi dettagli, che quella quota di sconosciuto è spesso un valore aggiunto. O lo vivi con terrore, oppure con gioia. Per ora propendo per la seconda possibilità. Adesso la neve si trova in cumuli sui bordi della strada, che è stata ben pulita, sono a 1200 metri, si avvicina il tratto finale, ci sono due gradi sopra zero.
Eccolo, il muro. Un cartello che segnala il 18% di pendenza, la strada va su diritta, il cuore in gola. Salgo sui pedali, il vento contro, che mi manda come spilli i fiocchi di neve del bordo strada. Vado avanti, un'occhiata al termometro sulla bici, meno uno, il vento di nuovo ora fortissimo, sto per scendere, provo a dire altre dieci pedalate, le conto, altre dieci, mi risiedo sulla sella, ora una curva, si attenua leggermente, forse ho percorso un chilometro, ne manca un altro, troppo. Di nuovo il muro, altro cartello al 18%, risalgo sui pedali, ora l'affanno è grandissimo, sento freddo alla testa e alle mani(da Castelnuovo avevo visto il sole e mi ero levato berretto e guanti), un crampo alla coscia destra, continuo ancora, alzo la testa e vedo più su delle case. Proseguo in grande affanno, vedo che mancano due tornanti. Sull'ultimo tornante un colpo di vento forte, sbando,  poi scendo. Proseguo a piedi per gli ultimi cento metri in preda a crampi ad entrambe le gambe. Ecco il cartello di San Pellegrino in Alpe, 1525 metri s.l.m.). Il vento non mi fa ragionare, ho freddo. Arrivo ad una piazza, c'è un bar, c'è scritto aperto, muovo la maniglia ma non si apre. Dall'altra parte della strada  un uomo - ma che avrà,  una fotocellula, una telecamera per avermi potuto vedere? - mi urla: "Arrivo!".
Arriva, mi apre il bar. Ordino un caffé doppio, prendo un pezzo di crostata alle albicocche, ne mangio un pezzo, mi viene la nausea. Chiedo del bagno, mi chiudo dentro e mi  stendo sulla tazza del cesso. Mi riposo, mi riprendo un po', torno nel bar.
"Da dove viene?"
"Da Lucca."
"Ah. Ogni tanto ne raccattiamo qualcuno."
"Chi raccattate"
"Ciclisti. Mezzi assiderati. Stanchi. Oppure hanno i crampi, si fermano e non ce la fanno a proseguire."
"Davvero?"
"Certo. Ora ci sono meno quattro fuori, e stamattina era a meno otto. Anni fa uno non ce l'ha fatta, ma non è stato il primo. E non sarà l'ultimo."
Mi tocco, e non per piacere.
"Mi fa una foto qui fuori, per piacere?"
"Riparte? Ma ora la strada è ghiacciata, non credo che ce la farà..."
Mi tocco di nuovo. "Mi può fare una foto?"
"Certo."
Usciamo un attimo, mi fa la foto, mi dà la macchina.
"Grazie."
Sto per partire, ma lui vuole aggiungere qualcosa, ho un presentimento che non sarà niente di buono.
"Ma non si preoccupi" mi urla ghignando nel vento "tutto rientra nel ciclo naturale, qui abbiamo tanti lupi."
"Arrivederci."urlo un po' incazzato, per niente divertito, e ricomincio guardingo il muro in discesa. La percorro lentamente per paura del ghiaccio, comunque vedo che nel centro della carreggiata non ce n'è, i cristalli si vedono ai bordi, ma il clima è secco, è solo una patina. Il vento, quello sì, fa paura. Sono solo i primi chilometri, poi ritorna una relativa calma, tale da potermi persino distrarre di nuovo con il panorama.
Il resto sono dettagli di una discesa lunga lunga: una sosta a un bar a Gallicano per gustarmi una cioccolata calda e sono arrivato alle sei e mezza a casa con il buio(per fortuna avevo luce sul casco e uno stop intermittente che ho legato alla giacca a vento), .
Sono arrivato a casa contento, contento di essere arrivato lassù.

domenica 23 gennaio 2011

Il mio amico Leandro

Ho cominciato ad allenarmi con te dopo un momento in cui ero saturo di pista, ripetute, lunghi-lenti e gare. Durante la quinta liceo mi ero ripromesso di partecipare al campionato italiano di maratonina e poi smettere. Non mi divertivo più. Invece della gioia di un paio di anni prima di poter raggiungere il cartello di San Vincenzo solo con la forza delle mie gambe e tornare a casa, non facevo altro che guardare l'orologio per vedere quanto mi mancava al termine della corsa. 
Smisi. 
Poi un giorno ti incontrai a Piombino, al campo. Mi proponesti la cosa. Avevi parlato con il mio ex allenatore che non stava più a Piombino, e mi proponesti di riprendere, avevo quasi un anno di stop nelle gambe. Dissi ok, senza particolare convinzione. Ero all'università, venivo a Piombino il fine settimana e ci vedevamo al campo. E' stato davvero bello conoscerti. Non solo hai fatto rinascere in me la gioia della corsa, ma tra noi è nata amicizia, qualcosa che andava oltre le parole. A volte non ne dispensavi molte, di parole, ma non ce n'era bisogno. Stavi lì a bordo pista, nei mesi freddi intabarrato con un buffo cappello di lana, il tuo quadernino e il tuo cronometro. Cercavi di cogliere il lato buono di ciò che andavo facendo, e questo con me la cosa funzionava in termini di rendimento. Ma qui il rendimento non c'entra. C'entra il piacere di fare una cosa, il qui ed ora, e nello stesso tempo di inserire questa piacevole fatica in un programma più ampio, e costringermi ad infilare il programma di corsa tra le lezioni al'università. Guardavamo insieme i miei impegni e tu, con discrezione, incasellavi i miei vari corti, ripetute, lunghi, guardando l'orario delle lezioni e chiedendomi in punta di piedi che esami avrei cercato di preparare durante la sessione estiva. Cercavi di indovinare cosa facessi a Firenze, e volte ci soffermavamo a parlare di dove vivevo, di Firenze, se avevo la ragazza. Immagino che ti sarebbe piaciuto continuare gli studi, avevi una curiosità che non si fermava mai. I primi computer della Apple passati tra le tue mani, il tuo interesse per la programmazione di cui mi parlavi. La tua vita era zeppa: il lavoro, la tua ragazza Lorella, il tuo impegno di allenatore, i tuoi interessi di programmatore e musicali. Avevi quell'espressione "finto-burbera" che poi si scioglieva in un sorriso, una risata contagiosa con vocione alla Fred Flinston. E insomma, la nostra rete di amicizia aveva, di settimana in settimana, qualche filo in più, intessuto con pazienza e discrezione. Per tre intensi anni è andata così. Poi ho avuto problemi tendinei e continue contratture muscolari che mi hanno fatto appendere le scarpe al chiodo, e non ci siamo più visti, a parte un paio di cene. La nostra amicizia si è interrotta, tra l'altro essendomi trasferito a Lucca. Ma nei momenti in cui ci siamo rivisti, in brevi contatti, rinasceva il ricordo dell'affetto di quel periodo per me magico, risalente a ventotto anni fa. Ho il rammarico delle cose non fatte, delle parole non dette. Ci siamo incontrati lo scorso anno, d'estate, e ci siamo ripromessi di andare insieme a cena, e parlare di noi. E' per me un grande dispiacere, oggi, non averlo fatto.
So che hai continuato ad andare alla pista di atletica, so che ci stavi andando anche pochi giorni fa. Durante la tua attività di allenatore non ci sono stati grandi campioni e campionesse sotto la tua ala. Ma credo che in trent'anni tu abbia contribuito a formare tantissimi uomini e donne, che credo che oggi ti ricorderanno con affetto e commozione come lo sto facendo io adesso. Dovunque tu sia, ammesso che tu sia, un pezzetto di te sta dentro di me.
Ciao Leandro

sabato 4 dicembre 2010

Il mio romanzo: La luna di piombo





Ecco qua, è mio, l'ho scritto io. Per me è già una grande gioia averlo portato a compimento.
Per gli ardimentosi che volessero acquistarlo e - addirittura - leggerlo, si possono informare qui. Per ogni copia acquistata, verserò 2,50€ ad Actionaid.org, scannerizzerò il bollettino di versamento ogni tre mesi e lo metterò nel blog.
Un saluto

domenica 21 novembre 2010

Mari e monti, vicino a Nordkapp

 Primo luglio 2010.
Come mi sveglio, sento il ritorno che incombe. Immagino l'accoglienza del vocìo festante dei figli, il lavoro con il suo fardello di soddisfazioni e pensieri, il sole della Toscana che mi trafigge e mi culla al tempo stesso, alcune importanti decisioni che dovrò prendere. Tutto questo in dormiveglia, ancora sommerso dal piumone con il riscaldamento acceso, mentre osservo fuori della finestra un gruppo di alberi che mi saluta muovendo i rami. Ma ho ancora un giorno di bici, e poi il ritorno con tre aerei, anch'esso un'emozione.
Uscito dall'albergo, mi attende una discesa di qualche chilometro, arrivo al mare e devio a sinistra per costeggiare il lato ovest di un lungo fiordo che mi porterà fino a Olderfjord, a ottanta chilometri da qui; poi prenderò un autobus per Alta.
Il cielo è livido, si avverte la potenza di un clima estremo, che può cambiare da un momento all'altro. Le montagne si riversano ripide in mare, c'è giusto lo spazio per la strada e una striscia d'erba di qualche centinaio di metri. I ruscelli buttano in mare acqua di disgelo, alzando lo sguardo vedi ancora placche di neve. Eppure - come diavolo sia successo non si sa - c'è anche un gruppo di pini marittimi, i pini più a nord del mondo. Forse il mare che mitiga e colora le montagne dell'entroterra, i monti che irrigidiscono il mare di questo fiordo - qui non arriva la corrente del golfo - nei mesi invernali, una dialettica drammatica quanto affascinante.
Una spiaggia a un passo dalla strada. Guardo l'ora, non resisto. Scendo di bici, mi levo le scarpe e infilo i piedi nel mare. Ghiaccio, mi pare ghiaccio: i muscoli rattrappiscono e dolgono, eppure mi sforzo di passeggiare per qualche decina di metri pensando agli intrepidi che fanno il bagno nei mari e fiumi della Russia il giorno di capodanno.
Riprendo il cammino, percorro una deviazione di un'ora di bici per raggiungere una insenatura con formazioni basaltiche sulla riva del mare. La leggenda dice che siano dei Trolls, spiritelli dispettosi venuti dal mare che volevano distruggere i fiordi di queste parti, ma che fossero stati immobilizzati dalle forze della luce, la luce dell'alba.
Oggi la luce è cupa: ci sono nuvole insistenti, c'è un vento freddo che porta anche schizzi di mare, ma il panorama è superbo. Isolette, insenature, golfi, il tutto condito da bassa marea. Sullo sfondo, un altro fiordo. Delle casette con fiori e prati, persino sul tetto, in garage la immancabile motoslitta.
Ecco - lieta sorpresa - un'aquila di mare, il rapace più grande dell'Europa settentrionale, che volteggia sopra la mia testa. Mi fermo e osservo: dieci minuti di ghirigori nel cielo, fino a che non punta dritta su un dirupo, raggiunge casa sua.
E' tempo di tornare, mi dice. 

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lunedì 15 novembre 2010

Gruppo di lettura a Firenze

Sono passati tre anni e mezzo, e questa storia incomincia a diventare seria.

O allegra.
Una storia senza pretese, forse,  come il funambolo che guarda esclusivamente l'appoggio successivo del piede, e con una serie innumerevole di appoggi costruisce un percorso. Il funambolo non guarda mai l'estremità del filo, e così facciamo noi. Un passetto alla volta.
Ci siamo conosciuti in occasione dell'apertura di una biblioteca a Firenze, che avrebbe dovuto lasciare spazi da gestire per incontri di lettori, occasioni di scambio di letture, anche in orario serale. Così non è stato, le promesse sono state disattese. Ma da quell'occasione di incontro, ci siamo ritrovati in una libreria, in qualche casa, in un bar, per poi ritrovarci da molto tempo presso la sede dei Gesuiti a Firenze. Certo, avremmo preferito una biblioteca, sede naturale per un incontro del genere, ma va dato atto ai gesuiti che si sono rivelati il solo punto di riferimento stabile e accogliente, e senza chiederci un euro. Grazie di cuore.
Ci ritroviamo una volta al mese, e nel corso del tempo si è selezionato un gruppetto di affezionati lettori, e anche amici, a questo punto.
Cristina. Lei ha letto praticamente tutto, con il sorriso intuisce l'origine del brano che stai leggendo, e fornisce, con le sue impressioni, un sigillo di competenza sul libro in questione. Viaggia perennemente in bicicletta in mezzo ai fumi di Firenze. Come fa, è un mistero.
Francesca. Spazia dai classici alla novità, è un piacere ascoltarla. Se per sbaglio dimenticate in una cena del gruppo una sciarpa a casa sua, lei farà di tutto per non riportarvela. Ma, si sa, nessuno è perfetto.
Ilaria. Esperta di letteratura orientale, in particolare di quella giapponese. Del giappone conosce usi e costumi, i manga, parole, ideogrammi, musica. Io tutto ciò che sapevo dei giapponesi l'ho imparato da "Lost in traslation", e da un cugino che ha sposato una giapponese. Da Ilaria ho imparato molto di più a riguardo. Odia i pescetti fritti. Che le avranno fatto di male, poi.
Grazia. In genere predilige narrazioni brevi, a volte ci porta racconti per bambini, a volte poesie. Una volta si è dimenticata gli occhiali da lettura e non ci ha letto niente. Non ha accettato i miei in prestito, forse ha paura delle malattie trasmissibili via naso.
Marco. Ultimamente ci propina letteratura scandinava, comprese le emancipate abitudini sessuali di quei luoghi freddi. L'ideale per animare la serata. Ama i pescetti fritti, e le donne in accappatoio.
Stefano. Fa il bibliotecario, per lui queste serate potrebbero sembrare degli straordinari di lavoro, ma lo fa molto allegramente. Anche lui viaggia in bicicletta nello smog di Firenze, e non indossando cappelli come fa Cristina, ha perso tutti i capelli. Mal voluto...
Io. Coordino il gruppo, ogni tanto qualcuno cerca di spodestarmi, ma la mia brama di potere è tale da respingere con maestria tutti gli attacchi. Mando le mail, a volte 23 ore prima dell'incontro, e la gente si lamenta per il tardivo annuncio. Io dico: dovete restare svegli, con le fotocopie in mano e con la scusa pronta da dire al coniuge tipo "torno in ufficio/ ho un lavoro da consegnare /dopo ti spiego", insomma, robe così. La lettura prima di tutto, dico io.
Tra gli aficionados, voglio segnalare due grandi assenti dell'ultimo anno, che hanno però partecipato alla nascita e alla crescita di questo gruppo.
Valerio, i cui impegni di lavoro e familiari hanno reso difficile venire.
Teresa, la mia poetessa - vivente - preferita.

Tutto qui. Ah, abbiamo le modalità di partecipazione che ho travasato dai gruppi di lettura di Bombacarta a cui partecipai anni fa, che ci tramandiamo di generazione in generazione, e che - a mio avviso - funzionano alla grande: portate un testo (fotocopiato in dieci copie) di - meglio -una, due pagine al massimo di narrativa o poesia - niente saggi -, senza che, possibilmente, compaia il nome dell'autore; dovrete leggerlo, dare poi una breve motivazione del perché avete portato quel testo rimanendo ancorati a quel testo - senza sconfinare nella vita e le opere dell'autore - e breve discussione.
E via andare, senza difendere ad oltranza quel testo, lasciarlo in balia degli altri lettori, e possibilmente non ri- intervenendo dopo aver spiegato le proprie motivazioni.
E avanti un altro.
Chi volesse partecipare a questa avventura, è il benvenuto. Per informazioni, lasciare la mail nei commenti, mi farò vivo.
Intanto, un enorme grazie ai miei splendidi compagni di lettura

Toni





martedì 9 novembre 2010

La vita così diversa dalla mia vicino a Nordkapp








Oggi è il 29 giugno 2010, sono a sette chilometri da Karasjok.
Ho dormito a casa di un tipo. Il tipo, gestore del "Engholm husky lodge", si è voluto sdebitare con me offrendomi di dormire a casa sua per via di una mancata prenotazione. Durante la notte mi sono svegliato ed ho assistito da una finestra al bagno in un ruscello gelido all'una di notte, con il sole, di tutta la sua famiglia, e poi ho visto una tinozza gigantesca in cui si sono immersi in acqua calda. Sono così diversi da me. Io ero stanchissimo, ma anche fossi stato riposato, non credo che mi sarei tuffato in un ruscello di acqua di disgelo della neve dei monti circostanti. Li sto a guardare con una punta di invidia. Dormo.
Mi sveglio alle 7, e mi accoglie sorridente il padrone di casa, che mi racconta qualcosa di lui. Tutta la casa è stata interamente costruita da lui, quasi tutta in legno. Fuori ha un allevamento di cani husky che utilizza nei sei sette mesi di neve per escursioni di una settimana con comitive di otto persone per guardare i boschi, cacciare renne, e ammirare le aurore boreali. Per sei sette mesi lui porta gente in giro per il Finnmark, e se la cava da solo, per i restanti gestisce il lodge e addestra i cani. Non credo che mi metterei a cacciare renne(anche se qui sono un numero rassicurante, sulle 200.000 unità), ma insomma mi incuriosisce e mi attira il suo stile di vita. Ieri sera stavo per entrare in casa sua, lui mi ha chiesto con decisione di togliermi le scarpe. E' gentile e disponibile, ma nello stesso tempo ha i suoi punti fermi. Anche portare in giro gente per sei mesi con temperature di meno venti e non avere nessun assiderato o morto nel suo curriculum mi fa pensare che abbia i nervi saldi e che legga i sentieri invisibili ed innevati di questa regione, non usa gps e niente motoslitta. Insomma, la sua vita è incredibilmente diversa dalla mia.
Lo saluto, e parto per Karasjok, la raggiungo dopo una mezz'ora. E' la capitale del popolo Sami, vedo di tanto in tanto gente vestita di blu e rosso, un costume caratteristico dei lapponi di queste parti. Qui hanno il parlamento, che ha un consistente potere decisionale, e vivono in pace con i norvegesi. Ho visitato il parlamento, avevo una guida solo per me che mi aspettava, avvertita telefonicamente dal centro del turismo. Alla fine del giro in questa struttura dal design avveniristico ed articolata nelle sue destinazioni d'uso(camera del parlamento, biblioteca, varie sale riunioni, uffici amministrativi) la guida rifiuta categoricamente la mancia, è il suo lavoro, mi spiega, è già retribuita. Poi mi fermo al museo Sami, vedo le loro abitazioni, leggo degli usi, ascolto dei canti tradizionali, mi soffermo sui loro utensili e i loro gioielli. Dopo un quarto d'ora mi allestiscono una sala multimediale con proiezione della loro storia in lingua italiana, solo per me. Insomma, hanno una gentilezza e una disposizione al sorriso che non ha eguali.
Proseguo, abbandono il centro abitato e mi aspettano ore di pedalate in solitaria, ogni tanto passa un'auto, pioviggina. Sulla mia sinistra, all'orizzonte, un massiccio montuoso con strie verticali di neve che lo percorrono interamente. Questi monti , progressivamente più vicini, mi faranno compagnia per tutto il giorno. Intorno a me muschi, licheni e alberi di piccole dimensioni. Zanzare, a migliaia. Per fortuna odiano il movimento della bici, mi assalgono solo quando mi fermo per mangiare e fare foto. L'andamento della strada è ondulato e faticoso: sto percorrendo delle colline a ridosso di miriadi di laghi. Smette di piovere, in lontananza vedo il mare. Anche un po' di sole, adesso. Una discesa a capofitto a fianco di un fiume emissario di un lago, e raggiungo Lakselv, quattro case quattro munite di Coop(giuro che si chiama così) e soprattutto di un comodo albergo zeppo di signore e signori che non vedono l'ora di raggiungere Nordkapp il giorno seguente muniti di avventuroso autobus a due piani. Faccio una doccia e mi fiondo a mangiare. Il menù a buffet è l'ideale dopo ottantacinque chilometri di bici. Camera esposta a nord, le nuvole sono rade, potrò ammirare il sole di mezzanotte.
A domani
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mercoledì 3 novembre 2010

Sangue di cane. Veronica Tomassini

Nella "Bottega di Lettura" ho inserito un articolo sul libro "Sangue di cane" di Veronica Tomassini.
Ecco, volevo dirvelo.
Toni La Malfa

sabato 30 ottobre 2010

Discorso del presidente


Con queste mie poche parole desidero ringraziare il presidente Hu Jintao e il primo ministro Wen Jiabao. Ringrazio voi, e tutto il popolo cinese, per l'accoglienza ricevuta in questo straordinario ed immenso paese. Mi ricordo con commozione il momento in cui, quando avevo solo ventiquattro anni, fu proclamata da Mao Tse Tung la nascita della Repubblica Popolare Cinese, e oggi provo quella stessa commozione. Non mi sarei mai immaginato, allora, che, ormai vecchio, mi sarei trovato qui, in veste ufficiale di presidente della Repubblica Italiana, sessantuno anni più tardi. La Cina ha camminato tanto in questi anni: ha permesso a un miliardo e trecento milioni di esseri umani di poter avere nutrimento, assistenza per le malattie, una casa, un lavoro. Non è poco. Questo immenso paese ha percorso, in campo economico, negli ultimi venti anni, tanta strada, ha bruciato le tappe di un progresso industriale che in altri paesi si è sviluppato in più di un secolo. Spero che gli accordi commerciali, l'import-export tra Italia e Cina, le relazioni culturali e di amicizia si sviluppino in misura sempre crescente. E' un paese immenso, il vostro, dalle immense risorse, il cui cammino non deve però ritenersi concluso. Il progresso non si misura esclusivamente dal prodotto interno lordo, ma anche dai mezzi con i quali queste immense ricchezze sono state create. Con il lavoro, certamente. Ma anche con il lavoro di sei milioni di persone - spesso esclusivamente colpevoli di aver dissentito nei confronti dello stato - internate nei laogai in cui si produce di tutto - dai giocattoli ai computer, ai mobili per la casa e via discorrendo - e in cui le condizioni di vita sono disumane. Il cammino non deve ritenersi concluso, signor presidente e signor ministro, se ancora oggi la censura agisce pesantemente sui mezzi d'informazione, se impedisce la visibilità di molti siti internet, se lo stato impedisce di manifestare liberamente. Come avvenne durante i tristi giorni del 1989, che avrebbero potuto essere un'occasione di confronto, aspro ma civile, con i nuovi modelli politici e sociali che animavano la fertile mente di molti studenti universitari, insegnanti, operai. I fatti del 1989, tristemente noti sotto l'icona di piazza Tienanmen, si sono risolti in un bagno di sangue, in deportazioni, campi di "rieducazione", condanne a morte.
Uno dei capostipiti di quel movimento politico e intellettuale è Liu Xiaobo più volte imprigionato e sanzionato, fino alla recente condanna a undici anni di reclusione, esclusivamente per reati di opinione. Liu Xiaobo, in virtù del suo forte impegno nella promozione dei diritti umani, è stato insignito del Premio Nobel per la pace. In carcere non può gioirne con nessuno, gli è impedito di rilasciare interviste a giornalisti, e anche la sua moglie Liu Xia è agli arresti, per il semplice fatto di essere la moglie di uno scomodo premio Nobel.
Chiedo al signor presidente e signor ministro - e qui concludo - di riservare al vostro concittadino Liu Xiaobo la stessa accoglienza che è stata riservata a me, e ove questa non fosse possibile e conveniente, chiedo che sia liberato e prosciolto dalle sue accuse. Che oggi stesso possa riabbracciare la moglie, che il dieci dicembre possa lui stesso ritirare il premio Nobel.
Vi chiedo tantissimo, me ne rendo perfettamente conto. Vi chiedo questo in nome della sconfinata ammirazione che provo per questo paese, in nome di un sempre più esteso riconoscimento della Cina come protagonista della scena mondiale da parte di tutta la comunità internazionale; ve lo chiedo ricordandomi la commozione che provai sessantuno anni fa, perché quelle promesse di una Repubblica Popolare Cinese appena nate non vengano più disattese.
Grazie, signor presidente, grazie signor ministro.

Questo è il discorso che avrei desiderato ascoltare dal Presidente Giorgio Napolitano, una persona che stimo, in occasione della sua visita in Cina. Così non è stato, ci sono stati solo dei vaghi e fumosi richiami ai diritti umani(che probabilmente nessuno ha capito).

Peccato

Toni La Malfa

giovedì 21 ottobre 2010

I norvegesi, i cinesi e gli italiani







Quando facevo le scuole elementari, spesso ci raccontavamo barzellette che potessero mettere in risalto la furbizia del popolo italiano - ci illudevamo di essere i migliori - rispetto ai difetti di altri popoli. Se oggi dovessi inventare una storiella del genere, metterei ben altro in risalto. Ci provo.

Ci sono dei norvegesi che ogni anno vogliono premiare una persona nel mondo che si sia distinta in attività umanitarie, o che possa essere portatrice di pace. Il premio in questione è il premio Nobel per la pace. Questi norvegesi, un comitato eletto dal loro parlamento, hanno assegnato il premio Nobel 2010 per la pace a Liu Xiaobo, un cinese che ha promosso nel suo paese battaglie per i diritti civili ed umanitari, e che ora sta scontando una pena di undici anni in carcere per avere criticato aspramente il governo cinese in più occasioni.

I giudici cinesi che hanno condannato Lu Xiaobo dicono di lui:

... Liu Xiaobo

si è reso colpevole del reato di incitamento alla sovversione dell’ordine statale vigente e del sistema socialista, con una condotta ben oltre i confini della libertà d’espressione. Pertanto le istanze difensive presentate dall’imputato e dai suoi avvocati non possono essere accettate. Considerati entità, natura, circostanze e grado di pericolosità sociale del reato ascritto all’imputato Liu Xiaobo, la Corte, in conformità con gli articoli […] del Codice Penale della Repubblica Popolare Cinese,

giudica:

1) L’imputato Liu Xiaobo colpevole del reato di incitamento alla sovversione dell’ordine statale vigente, lo condanna a una pena di undici anni di detenzione e lo priva dei suoi diritti politici per dodici anni.[...]

Ci sono degli italiani che hanno accolto con tutti gli onori il 7 ottobre scorso il premier cinese Wen Jiabao, e hanno concordato con lui e il suo management l'obiettivo di raggiungere nei prossimi 5 anni l'interscambio di 80 -100 miliardi di euro. Bene. Siamo in crisi, e questi accordi commerciali daranno una briciolina di respiro in più alla nostra economia. Ma non una sola parola è stata detta sulla violazione dei diritti umani in Cina, su come questi favolosi fatturati dei cinesi vengano raggiunti, spesso imponendo lavori forzati(campagne di rieducazione) a dissidenti, professori, intellettuali, studenti (si parla di milioni di cinesi che lavorano gratis), inoltre sottopagando la manodopera, infischiandosene delle norme di sicurezza sul lavoro. Non una parola è stata detta sul partito unico, sulla assenza di libertà di stampa, sulla mancanza, di fatto, della libertà di espressione.

Anzi.

Un italiano, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, ha espresso un «apprezzamento ammirato» per il ruolo della politica internazionale della Repubblica Popolare Cinese. Il premier elogia la «molta saggezza» che c'è nelle relazioni internazionali della Cina la quale «si presenta sempre con la volontà di sedare tutti i contrasti e risolvere tutte le situazioni con grande saggezza e serietà» nel segno di quella che un ministro cinese ha definito una politica ispirata «all'armonia».

Quasi un paradosso temporale, dunque, l'annuncio di poche ore dopo, l'8 ottobre, dell'assegnazione del Nobel per la pace a Liu Xiaobo. Il gelo dei rapporti diplomatici minacciato da Pechino alla vigilia di questo annuncio non ha spaventato il comitato del Nobel.

Al gelo, evidentemente, i norvegesi sono abituati.

Viva i norvegesi. Viva Liu Xiaobo. Ci auguriamo che il dieci dicembre possa lui stesso ritirare il premio Nobel per la pace 2010.

giovedì 7 ottobre 2010

Eroica 2010: you can be heroes...































Non lasciatevi trarre in inganno dalla prima foto, dal sapore vagamente trionfalistico.
La foto - in realtà anche le altre due - si riferisce alla sera del tre ottobre 2010, una data per me importante, anche se in quel giorno non ho vinto niente, non ho ottenuto allori né lauree, né ho conseguito alcun premio per aver scoperto qualcosa di importante.
Anzi: ho faticato tutta una intera domenica, alzandomi alle due e mezzo del mattino, tornando a casa alle undici e mezzo di sera.
Ma qualcosa di bello l'ho vinto, sì, lasciatemelo dire.
Che cosa ho fatto?
Ho partecipato all'Eroica 2010, una manifestazione ciclo-turistica che si tiene nelle strade asfaltate e, perlopiù, nelle "strade bianche", quelle sterrate, del Chianti. Sono arrivato al traguardo della distanza più lunga entro il tempo massimo, giusto in tempo per essere inserito nell'"albo d'oro" dei partecipanti, il che per me è una grande vittoria. E' l'unica gara in bicicletta a cui ho partecipato in vita mia.
Sono partito al buio da Gaiole in Chianti, poco dopo le cinque del mattino, e vi sono tornato dopo le sette di sera, all'imbrunire, dopo aver percorso 209 chilometri immerso nella bellezza, inzuppato di sudore, sporco di fango, affaticato, a volte disperato, e felice di esserci. Con il buio, la nebbia, il sole, la pioggia, il freddo, poi il caldo, le salite imbrattate di fango, le discese spesso segnate pesantemente dalle ruote dei trattori, attraversando paesi simbolo di Chianti per tutto il mondo: Gaiole, Brolio, Siena, Radi, Montalcino, Asciano, Castelnuovo Berardenga, Radda. Avvertendo il calore e l'accoglienza di coloro che si sono prestati per l'organizzazione ai sei ristori, ai crocevia, nei bivi delle strade bianche, in campagna, nei boschi.
Oggi è mercoledì, e ancora mi arriva energia ed entusiasmo dall'esperienza compiuta domenica. Sì, lo ammetto, mi sono sentito eroico, molto vintage, come la mia vecchia eroica bicicletta Colnago - un po' malandata, con ruggine qua e là, poverina, comunque utilissima: per partecipare il regolamento richiedeva una bici di fabbricazione anteriore al 1987 - e orgoglioso di aver potuto, con la sola forza delle mie gambe, percorrere tutti i 209 chilometri di silenzio e panorami mozzafiato, come i tanti cipressi e case sulle colline, proprio in cima.
Le strade bianche, le vedi lontane, pare che non ci arriverai mai, sui versanti oltre, di là dal fondovalle, e poi ti ci trovi dentro, le maledici per quanto sudore e fatica ti fanno spremere, poi le benedici voltandoti un attimo indietro, per poi ricominciare avanti a te. Una specie di metafora della vita, ed è incredibile quante cose rivedi e riesci a pensare in 209 chilometri in bici.
Grazie Eroica, per avermi fatto sentire eroico...just for one day.

mercoledì 29 settembre 2010

Una buona nostalgia















Mi trovo a camminare in un paese in silenzio.
L'ora è tarda, ma non troppo. Se fosse estate piena, sentiresti le cicale che urlano e sferragliano come una vecchia locomotiva, una colonna sonora festosa, una specie di Buena Vista Social Club, e la luce ti inonderebbe ancora di calore.
Invece non è più estate, non è ancora autunno, e la luce di un lampione prevale sul sole al tramonto; una luce tiepida, discreta come le nocche di una bambina che bussano alla porta.
Mi trovo sommerso da buone sensazioni. Questo lampione è una specie di madeleine che mi rimanda alle scuole elementari, gli anni del boom economico, dell'esplosione demografica che ci costringeva a fare i doppi turni nelle scuole, un mese la mattina e uno il pomeriggio. Erano le cinque e mezzo di sera, un ottobre anni 60, a Piombino, mi vedo a dieci anni con la cartella e il giacchettino blu di ordinanza che stavo tornando a casa a piedi, poca gente per strada, una nebbiolina e un fresco non ancora freddo, ormai non più caldo. La luce del lampione che rischiarava sé stesso e poco altro, regalava ombre sui muri e la mia ombra, che si accorciava e si allungava ad ogni nuova luce.
E oggi, come allora, sento di desiderare questo stato, che la bella estate sarebbe insostenibile se non lasciasse mai il passo a questa nuova dimensione. Che permette di soffermarsi sui chiaroscuri, sulla morbidità dei contorni. Un poco più raccolto, raggomitolato, dimesso.
Una campana sta suonando, sette rintocchi in tutto.
Non voglio altro adesso, solo una buona nostalgia.

martedì 14 settembre 2010

I cieli a Capo Nord















































Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt. La saggezza del pantofolaio Orazio - da menzionare anche "parva sed apta mihi", iscritto sulla sua casetta - ci ricorda che è inutile andarsene a tremila chilometri da casa nella speranza di cambiare il proprio stato d'animo. In realtà il mio animo mi sembra un po' rasserenato - se non per merito del viaggio, forse sarà per un innalzamento della glicemia di cui non mi sono ancora accorto - comunque è certo il fatto che i cieli cambino tantissimo da queste parti. Pare che le nuvole viaggino molto velocemente(non ci sono tante terre, a queste latitudini) e inoltre le infinite ore di luce estive consentono di guardare un panorama che "mutat" di continuo, per giunta esaltato dalle varie angolazioni della luce del sole, perlopiù radente. E d'inverno lo spettacolo è garantito dalle aurore boreali, anche se su uno sfondo di freddo intenso e precipitazioni nevose.
Oggi è il ventinove giugno, martedì. Ho cieli a disposizione per tutto il giorno, e dovrò percorrere centoventotto chilometri in bici per arrivare vicino a Karasjok. Anche se dovrò pedalare per tante ore, approfitto del fatto che ho già prenotato per stasera e che il sole non tramonterà, per attardarmi al punto di partenza, Kautokeino, presso la casa-museo "Juhls Silvergallery" costruita dai coniugi Juhls, che hanno tratto ispirazione dalle forme dei monili del popolo Sami per creare i più disparati oggetti di gioielleria - perlopiù argento, ma utilizzano qualsiasi materiale - e anche sculture e pitture. Un bello spettacolo: la casa, concepita secondo morbide linee curve e pendenti, si integra perfettamente nel bosco alla periferia di Kautokeino; il suo interno è avveniristico ed accogliente al tempo stesso, e i gioielli fotografano e tramandano un artigianato che sarebbe andato altrimenti perduto: spirali infinite in bracciali e orecchini, giochi di colonne e piramidi che si tuffano in cerchi concentrici, lune e soli, e stelle. Bravi.
Esco dal museo alle 11,30, temo che arriverò tardissimo stasera. Pazienza. Anche volendo, non potrei far niente per arrivare prima. Mi fermo a comprare acqua, salame, due panini, e cinque "kvikk lunski", identici al kit-kat(chissà che non sia un boicottaggio dei norvegesi nei confronti della Nestlè).
Per tutto il viaggio percorrerò una valle incuneata tra monti e colline, scavata dalla forza di ghiacciai che hanno lasciato laghi e fiumi nel fondovalle. Il primo tratto di venticinque chilometri è in comune con la strada di arrivo di ieri, questo è un po' scocciante. I cieli però variano lo stesso, merito delle nuvole. Sono partito con un cielo plumbeo, via via si è alleggerito lasciando squarci di azzurro. Fa quasi caldo, e appena c'è caldo qui si scatenano le zanzare. Per fortuna non ce la fanno ad appoggiarsi su di me mentre pedalo, per cui è solo un fastidio psicologico: in certi punti dell'aria si vede scuro da quante ce ne sono. Anche il decorso del fiume varia di continuo: ci sono delle anse che hanno creato banchi di ghiaia enormi, oppure degli isolotti di sabbia, e a volte questi isolotti sono interamente tappezzati di alberi. Verso le quattro c'è sole pieno con qualche nuvoletta qua e là, la temperatura è mite, sui 17 gradi; sono solo le placche di neve sulle colline un po' più alte a ricordarmi dove mi trovo. A guardare simili panorami, a sentire la brezza sul viso, il sole che ti scalda le ossa, a sentire le gambe che si muovono bene, ascoltando lo scroscio dell'acqua e i rumori del bosco, a fare tutto questo, insomma, ringrazi il cielo di essere vivo. Di quante opportunità e quante bellezze la vita può riservare. a volte avverto la pesantezza di alcune situazioni della mia vita che mi inchiodano al suolo, in altre - come adesso - mi sento leggero e anche il mio fardello prende il volo.
Gli ultimi quindici chilometri prima di Karasjok sono dentro un fitto e fresco bosco, arrivo al bed and breakfast alle nove di sera. E, come in un brutto sogno, il proprietario mi annuncia che oggi non ha consultato internet e non ha visto la mia prenotazione. E ora non c'è posto. Prima opzione: mi propone, scusandosi, di arrivare in paese ad un altro bed and breakfast. Il paese è a sette chilometri da qui, sono stanchissimo e ho fame, non ce la faccio. Allora, seconda opzione: mi ospita in casa sua. Approvato, anche se mi sento un po' in imbarazza. Per stanotte dormirò nel mio sacco a pelo piazzato su pelli d'orso che tappezzano quasi interamente il suo parquet(qui tutto è legno, dalle stoviglie alle scale al tavolo massello al bidone al lampadario) in soggiorno. Mi offre della renna cotta alla brace, buonissima, la divoro in pochi minuti. Mi chiede se voglio unirmi al fuoco fuori, c'è una specie di festa con dei suoi parenti, mi tiro indietro per la stanchezza, vado a dormire, crollo. Mi sveglio più tardi, verso l'una di notte, sento delle risa ed urla di bambini. Mi affaccio alla finestra e vedo una decina di persone che fa il bagno in un ruscello(immagino la sua temperatura), accanto c'è pronta una gigantesca tinozza(di legno, ovviamente) con acqua fumante, immagino quasi bollente. Dopo pochi minuti i bagnanti(bambini, uomini, donne, immagino tutti parenti del padrone di casa, lui incluso) si accovacciano tutti insieme, sorridenti e festaioli, nella enorme tinozza.
Il sole è alto nel cielo.
Torno a letto di buonumore, il loro sorriso mi ha contagiato.
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