Ora è arrivata Pasqua, è tutto chiuso, ho tanto sonno, ho speso un po' di soldi, l'aggiornamento non funziona, lo scanner nemmeno, il programma mi gira su virtual machine che mi simula l'ambiente windows 98( è come se lavorassi sul pc vecchio con i files corrotti perché non ho ancora risolto il problema della password), ma io ora ho un computer bello potente che quando clicco su un indirizzo internet mi occorrono pochi millisecondi per aprire tutta la pagina, anche se ci sono molte foto, perché il computer ti semplifica la vita.
domenica 12 aprile 2009
Il computer semplifica la vita
Ora è arrivata Pasqua, è tutto chiuso, ho tanto sonno, ho speso un po' di soldi, l'aggiornamento non funziona, lo scanner nemmeno, il programma mi gira su virtual machine che mi simula l'ambiente windows 98( è come se lavorassi sul pc vecchio con i files corrotti perché non ho ancora risolto il problema della password), ma io ora ho un computer bello potente che quando clicco su un indirizzo internet mi occorrono pochi millisecondi per aprire tutta la pagina, anche se ci sono molte foto, perché il computer ti semplifica la vita.
sabato 28 marzo 2009
Diamoci un taglio

Forse è colpa mia. Vorrei chiederglielo ma non ho il coraggio. Bisogna essere coraggiosi per fare certe cose e io non ce l'ho quel coraggio. Vorrei andare di là e chiedergli: "E' colpa mia?". E' semplice. Solo tre parole. Eppure non ce la faccio. E' vero che se poi non è colpa mia, allora mi sento meglio. Ma se fosse colpa mia, non ce la farei a guardarla negli occhi. Sarebbe una cosa brutta. Sapere che non gioca più con me, per colpa mia. Mi dice sono stanca tesoro, e se ne va a letto e dice vai di là tesoro, vai con il tuo babbone.
Si gira e spegne la luce.
E poi sapere che non sta più in bagno con me per colpa mia, sarebbe brutto. Prima facevamo la doccia insieme, ora invece si chiude a chiave. Quando io devo fare la doccia, mi aiuta sempre, ma lei sta vestita con la tuta o il pigiama, anche se si bagna e poi si deve cambiare. Io gli dico di levarsi la tuta che poi si bagna, e lei dice di no.
Io sono un po' monello, ogni tanto ne combino una, ma non voglio che la mamma non giochi più con me per colpa mia. Ma poi, anche se non fosse colpa mia, sì mi sentirei meglio, ma solo un poco poco meglio. A pensarci bene, la cosa che mi dispiace davvero è il fatto che da un po' di tempo la mamma non gioca più con me.
Ha cambiato i capelli, ma quello no, non per colpa mia. Dovrei fare una magia per cambiare i capelli alla mia mamma, e io non sono un mago, non sono un brujo. Li ha cambiati in un modo magico, lei sì che è un'encantadora. Perché un giorno se li è tagliati molto corti dal parrucchiere, non stava bene ma non gliel'ho detto, e nei giorni a venire vedevo capelli in tutte le stanze, anche se la mia mamma - o anche il babbo, perché lei era molto stanca - passava il folletto tutti i giorni. Poi una mattina ho visto la mamma con i capelli lunghi. Come i capelli di un'egiziana del libro sull'Egitto che mi piace tanto. Belli, tanti, lisci, neri. Una magia. Come li aveva l'altr'anno al mare, ma un po' più lunghi.
Io ho chiesto alla mamma se quest'anno torniamo al mare, lei ha detto speriamo, sì. Speriamo, mi ha detto, e poi mi ha abbracciato e mi ha detto sì, tesoro, ci andremo.
Io spero in un'altra magia.
Spero che la mamma ritorni a giocare con me.
La mamma e il babbo hanno già fatto una grande magia tanto tempo fa.
Io stavo in una casa grande con tanti letti e tanti bambini. Tutti i bambini, come me, stavano aspettando il loro papà e la loro mamma. Una maestra tutti i giorni ci diceva che un giorno il nostro papà e la nostra mamma sarebbero venuti a prenderci.
E un giorno sono venuti.
Il primo giorno sono venuti mentre giocavamo nel cortile, ma non mi hanno detto niente. Me li ricordo bene. Si guardavano intorno come se non sapessero chi fosse il loro bambino. Poi sono venuti un altro giorno e mi hanno guardato sorridenti e mi hanno detto: "siamo il tuo papà e la tua mamma!" E' stata una grande magia, quella. Mamma, devi farne un'altra ancora. Come quella, e come quella dei capelli.
Devi tornare a giocare con me.
Ci hanno detto che il periodo più critico sono questi due anni a venire. Poi le percentuali delle aspettative di vita salgono molto, ma fino a dieci anni la sicurezza matematica non ce l'hai mai. I medici, poi, mi hanno preso da parte e mi hanno detto che sarebbe un miracolo.
Ho pianto. Ho pianto. Ho pianto.
Poi mi sono asciugato le lacrime e sono tornato di là.
Era così bello prima, prima di diventare così traballanti. Mi ricordo il giorno in cui siamo scesi dall'aereo con Matteo. Lui ci diceva brujo, encantadora, magica. Insomma, ci aveva preso per due maghi. Che risate.
Fin dal primo giorno lui si è affidato a noi. Matteo è una delle nostre ragioni di vita. Le maestre della scuola materna ci dicono che Matteo si stupisce di tutto, si meraviglia, si appassiona. Ogni giorno ci appassiona. Se non fosse per quello che è successo, saremmo felici. Io credo, sì, che in questi due anni trascorsi - prima degli ultimi sei mesi - noi tre siamo stati insieme felici, di una felicità inattaccabile come una fortezza a picco sul mare. E anche questo, sì, anche questo ricordo è un tormento.
Oggi stiamo attenti ad ogni suo minimo dolore, ad ogni suo respiro affannoso, ad ogni segnale corporeo di Francesca, temendo il peggio. Vorrei un po' del suo dolore fisico, vorrei un po' del suo vomito e del suo smarrimento, vorrei donarle i miei capelli, che comunque stanno ricrescendo. Vorrei una cicatrice sul petto e qualche bruciatura.
Vorrei che Francesca non si ammalasse.
Matteo la guarda con un po' di sospetto in questo periodo. Forse la vede stanca. O forse è il fatto che Francesca non ce la fa a dedicargli tutto il tempo che gli dedicava prima. Cerco di compensare le sue assenze, quelle fisiche - le mattine in ospedale - e quelle in cui Francesca c'è ma non c'è.
Io la amo.
La paura di perderla me la fa desiderare ancora di più.
Forza Francesca. Forza. Forza.
Ho un taglio sul petto.
Signora, c'è da tagliare, mi hanno detto. Tagliamo, ho risposto.
Quell'incisione ha diviso la mia vita tra un prima e un poi. E sta lì per ricordarmelo, del resto come è possibile dimenticare?
Mi guardo allo specchio, nuda, e mi manca la mia femminilità. Mi copro con le braccia la parte destra del petto e penso a prima. Ma le braccia si stancano, mi cascano, e rivedo quelle cicatrici. C'è anche il rossore intenso della radioterapia. Un paio di ulcere sulla pelle. L'assenza dei capelli. Un cranio nudo e degli occhi infossati che mi osservano. Stento a riconoscermi. Con un seno sì ed uno no. E quel colore pallido del corpo, annacquato dalle flebo e dai miei malori. Sono ancora una donna? Assomiglio a uno di quei fantasmi asessuati provenienti da Auschwitz.
Michele è dolce con me. E' comprensivo. Ma non riesce a dissimulare fino in fondo quel vago senso di compassione, quella stucchevole pietà che mi rende a mia volta sfuggente. Non può farci niente, poveretto. E' costretto a guardare questo animale che gli sta accanto, e ad interpretare le tempeste che si stanno scatenando nel mio corpo.
- Cisplatino (80 mg/mq );
- Gemcitabina (1000 mg/mq);
- Fluorouracile (infusione, 200 mg/mq/die).
Questi nomi ora sono dentro di me. Quando li ho letti la prima volta, ho pensato con sufficienza che sarebbe bastato essere forti, essere pronti ad accoglierli. Questi nomi periodicamente mi invadono, mi squassano, mi strapazzano, mi succhiano le energie, e io soccombo, mi arrendo. Chissà se hanno strapazzato anche il mio nemico, quelle celluline impalpabili che se ne stanno nascoste chissà dove.
Dopo l'intervento ho preso coscienza di quelle celluline, prima no. Prima pensavo al quel gonfiore situato nel seno destro, e basta. E' stato un grosso dolore pensare al fatto che mi avrebbero tolto un seno. E ho avuto anche molto dolore dopo l'intervento. Ma riuscivo ad accettarlo. Pensavo: mi hanno amputato, sono menomata, invalida, una donna imperfetta, ma la cosa finisce lì.
Invece no.
In 21 linfonodi su 40 hanno trovato quelle cellule. Mi ricordo l'aria di imbarazzo dei due medici che ogni tanto si guardavano l'un l'altro. Non si preoccupi, faremo un "total body", no non abbiamo trovato niente, o forse erano solo lì, bisogna monitorare attentamente, non bisogna sottovalutare niente, cose così, che giravano intorno ai loro sguardi di morte; stavano guardando me, per loro e le loro statistiche ho capito di essere già morta. Non c'è niente in altre parti del corpo, ma non ha molta importanza.
Arriveranno.
Nella maggior parte dei casi ritornano. A deturpare qualche altra parte del corpo: ossa, polmoni, cervello, chi lo sa? Se scamperò a questi due anni, è come se avessi vinto il superenalotto e sopravviverò. Anche se la certezza matematica di averla scampata, fino a dieci anni, non l'avrò. Percentuali, statistiche, tempi.
Il tempo. Come quella canzone di Fossati: "Il bacio sulla bocca": "...Bella, non ho mica vent'anni ne ho molti di meno e questo vuol dire (capirai) responsabilità.... ". Lì per lì non capivo quei vent'anni, poi ho intuito che si tratta degli anni rimasti da vivere. E' un vecchio che parla. I vecchi contano alla rovescia, come me.
Due, dieci, venti. Magari. Potessi vedere Matteo alle scuole superiori. Dopo ogni chemio non ce la faccio a giocare con lui; sono stanca, mi impongo di chiedere, giocare, parlare. Ma quei nomi - il cisplatino, la gemcitabina, il fluorouracile - prendono il sopravvento e non mi rimane che chiudere gli occhi senza sonno. E non posso spiegargli che cosa stia succedendo, che forse muoio. Mi ha trovata da poco, non voglio che perda ancora una volta la sua mamma. Non voglio. Che fregatura sarebbe. Chiudo gli occhi, mi giro sul fianco sano. Tocco il mio seno sano, quando le ferite della radio saranno rimarginate, potrò farmelo ricostruire, ad immagine e somiglianza del seno indenne. Quando. Se. Matteo. Michele. Io.
Sono stanca. Chiudo gli occhi, una mezz'ora.
Poi vado a giocare con Matteo.
lunedì 23 marzo 2009
Vanessa
"Pronto?"
"Giulia, sono arrivato."
"Meno male, Stefano. Mi stavo agitando un po'...Tutto a posto?"
"Sì. Solo mezz'ora di ritardo. Ma il viaggio è andato bene."
"Quando mi chiami?"
"Giulia, qui sono le sette di sera. Arrivo in albergo e provo a dormire, sono stanco. Ti chiamo domani, alla pausa pranzo. Più o meno all'una, se non faranno ritardo, e lì saranno le...sette di sera."
"Va bene. Mi manchi, tesoro."
"Anche tu. Un bacio alla piccolina."
Stefano si avvicinò con il suo trolley ad un bar, mangiò due hamburger. Poi prese un taxi, arrivò dopo un'ora in albergo, il Greenwich Hotel, e si buttò sul letto, giusto il tempo di togliersi la giacca.
Si soffermò con lo sguardo sulla bocchetta anticendio posizionata sul soffitto. Per un attimo gli sembrò una telecamera, e istintivamente si fece scudo con le mani. Solo un attimo, poi riprese il controllo e tirò fuori il portafoglio, e dal portafoglio un biglietto che riportava un nome: "Lq" 511 Lexington Ave, Manhattan, New York.
Si rialzò di scatto, fece una doccia, si vestì. Fece chiamare un taxi. In meno di mezz'ora giunse a destinazione. Nel pagare la corsa gli scivolavano i dollari tra le mani, erano impregnate di sudore.
Stefano fece la fila per l'ingresso, pagò ottanta dollari, e una volta entrato in sala, esibì ad un cameriere un foglio.
"Prego, di qua."
"Grazie."
Lo accompagnò in una saletta.
"Chiamo subito la signora."
Fece l'ingresso una donna. Sorrideva.
"Ciao, mi chiamo Brenda. Rilassati. E' la prima volta?"
"Sì."
"Come ti chiami?"
"Stefano."
La donna lo osservava, poi gli girò intorno.
"Faccio tutto io? Mi dai carta bianca?"
"Direi di...sì."
"Bene," sorrise ancora "sei un bell'uomo, ed hai dei lineamenti molto delicati."
"Grazie." Stefano deglutì rumorosamente.
"Spogliati, Stefano. Completamente. E poi sdraiati sul lettino."
Stefano fece come le aveva detto Brenda.
"Ci vorrà un bel po'. Ma vedrai..."
Passò un sacco di tempo con lamette, gel e crema. Dappertutto. Gli ripassò anche la barba, più volte. Poi lo fasciò in modo molto aderente sopra i fianchi, in modo da ottenere delle curve, delle dolci rientranze. Gli sistemò il reggiseno imbottito, una quarta misura, e le autoreggenti in pizzo. Anche le mutandine erano imbottite, in corrispondenza dei glutei.
Brenda aprì un armadio, scelse una parrucca nera, a caschetto stile anni venti, e dopo avergli fasciato i capelli corti, gliela adattò sulla testa. La pettinò. Poi una gonna a tubo nera, una maglia nera con strass, elasticizzata, pari collo. Un paio di scarpe décolletées di vernice nera con tacco. Orecchini a goccia dotati di clips, una collana di perle, un solo giro. Una pochette, anch'essa nera.
"Come vuoi farti chiamare stasera?"
"Vanessa."
"Vanessa, sei uno schianto. Siediti davanti allo specchio."
Un fard pesante per mascherare alcuni punti di barba indomiti, mascara, ombretto, rossetto di colore rosso cupo. Unghie finte, smalto.
"Ecco qua. Cammina avanti e indietro. Prova"
Stefano - o Vanessa - si guardò attentamente allo specchio. Si alzò, poi appoggiò una mano sul fianco destro. Poi girò incerto verso il fondo della stanza.
"Tieni su il sedere, Vanessa. E fai il passo più corto."
Camminò avanti e indietro per cinque minuti, pian piano il disagio si attenuava, infine si sciolse in un sorriso verso Brenda.
"Cara, sei splendida. Dico sul serio."
Vanessa sorrise ancora.
"I tuoi vestiti non te li tocca nessuno, Vanessa. Sono in questo armadio, tieni la chiave. I vestiti che hai indosso li butterai in quella cesta Puoi tornare entro le quattro del mattino."
Brenda dette un bacio leggero a Vanessa.
"Quanto ti devo?"
"Fanno duecentocinquanta dollari."
"A te."
"Buona serata, Vanessa."
Brenda porse una giacca di pelle a Vanessa, la aiutò a indossarla.
Vanessa attraversò il locale, si diresse verso l'ingresso. Alla cassa le dettero un pass.
Vanessa stava passeggiando per le strade di Manhattan a migliaia di chilometri da casa, dalla casa di Stefano.
Era autunno inoltrato, per fortuna non pioveva, sarebbe stato un disastro, pensò. Si strinse alla pochette e si guardava intorno, eccitata come una ragazza al ballo di fine anno.
Vanessa era attratta dalle metamorfosi, dai cieli che non sai se sia ancora notte o già mattina, dalle rane che crescono con le branchie e sviluppano in seguito i polmoni, dai bruchi poi farfalle, dai periodi di trasformazione come dall'infanzia all'adolescenza, dall'inverno alla primavera. Dai caratteri indecisi. Dai sessi che si tingono di tutto un po', come il suo. Ora sarebbe stata Vanessa, per le quattro ore a venire. Cercò di camminare in modo più naturale possibile, come Vanessa avrebbe potuto fare. Sì, era Vanessa, adesso. In tutto e per tutto, e pensava come Vanessa avrebbe pensato. Incrociò un uomo, lo osservò interessata, come una Vanessa più che disinvolta avrebbe fatto. Poi un poliziotto di quartiere, che giocherellava con il manganello.
Poi si immaginò dei particolari intimi. Vanessa a letto con un nero, un nero che camminava in direzione opposta alla sua, che per caso l'aveva sfiorata; lui non ci aveva fatto caso, ingobbito nel suo bomber, lei sì. Lo aveva osservato in mezzo ai pantaloni, aveva cercato di indovinare, di intuire. Poi si mise a guardare una vetrina, un vestito che era un amore, un amore per Vanessa.
Si fermò in un bar, neon azzurri elettrici, specchi, e pavimenti a specchio. C'era una fila di quattro giovani uomini seduti al bancone.
Vanessa si sedette accanto.
"One Manhattan, please". Vanessa si sarebbe bevuta Manhattan.
D'un fiato.
Gli uomini si girarono verso di lei.
Succeda ciò che deve succedere, pensò Vanessa.
lunedì 16 marzo 2009
Il mio cammino di Santiago 9 - l'arrivo
Oggi non ha senso dormire un'ora in più. C'è la meta del viaggio che chiama; c'è la cattedrale di Santiago che vorremmo raggiungere entro mezzogiorno; c'è un giorno che vorresti che durasse più a lungo possibile, nonostante che qui, in questo periodo dell'anno, tu veda il sole inchiodato nel cielo - tramonta dopo le dieci - e tu ti illuda, a momenti, che la notte non arriverà più.
Ti confronti con quella poesia di Kavafis, Itaca:
"...Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?..."
Con Itaca nel cuore viaggi con poche preoccupazioni. Quando Itaca vacilla, il viaggio perde di senso, di significato. In tal caso il luogo in cui ti trovi non ti regalerà esperienza, non ti concederà consapevolezza, ti potrà dare solo alcuni sprazzi di bellezza che però non saprai come usare. Se sai di tornare ad Itaca, dai un senso al ritorno, e con il ritorno dai un senso al viaggio stesso. Altrimenti il cammino non sarà più un percorso; sarà una zattera in mare aperto, senza alcun punto di riferimento, senza alcun luogo verso cui tornare. Se Itaca è un'immagine netta impressa indelebilmente in qualche tua circonvoluzione cerebrale, sai perché tornare. Ci sto ancora pensando, alla mia Itaca: perlopiù vivida, ma in certi momenti mi sfugge. In quei "certi momenti" tutto perde di significato. Ma questa è un'altra storia. Nel frattempo ritorna la mia faccia assonnata sullo specchio del bagno.
Dormito poco e male: i letti a castello in legno, un po' logori, cigolavano per ogni minimo spostamento. Poco importa, oggi è un gran giorno, possiamo tranquillamente lasciarci questa notte alle spalle.
Fa quasi freddo, c'è da partire con giacca, guanti, e il berretto sotto il caschetto; dopo i bagagli, dopo una colazione abbondante - ti vien da pensare che ogni atto che era diventato routine lo stai compiendo per l'ultima volta, con una punta di nostalgia - usciamo fuori dal paese, con il sole che sta ancora giù, dietro quelle colline. Pare di essere in Scozia, in Irlanda, gli stereotipi si sprecano.
Anche oggi un continuo percorso a denti di sega, dobbiamo attraversare a perpendicolo molte valli, solcate, nei loro punti più bassi, da altrettanti fiumiciattoli affluenti del Tambre, un fiume più a nord, parallelo al nostro percorso. C'è una fitta nebbia nei fondovalle, e nelle discese - tanto per non rischiare di non vedere un ostacolo - dobbiamo moderare la velocità. Poi arriva il sole. Pian piano.
Rischiara le fattorie, i boschi di altissimi eucalipti, i mucchi di letame, il resto si perde nella nebbia, conferendo un effetto flou a tutto il panorama. Mi assale l'emozione, mi fermo a fare qualche foto. Un'immagine in particolare: alcuni fili della luce che, sempre per la nebbia, sembrano appesi ad un albero da una parte, e sospesi nel nulla dall'altra, il cielo bianco per la commistione sole-nebbia.
Il viaggio prosegue in un continuo avvicendarsi di boschi e pascoli, la nebbia se ne va di punto in bianco, ora il sole imprime le ombre dei nostri corpi e delle bici in modo netto, come se fossero state scolpite sull'asfalto. Via via che ci si avvicina a Santiago, aumenta il traffico, la strada è una superstrada, la speculazione edilizia - quartieri dormitorio, agglomerati di seconde case senza servizi - si fa vedere anche da queste parti. Intravedo l'aeroporto che raggiungerò domani per tornare a casa. In cima ad una salita abbandoniamo l'asfalto, la periferia è una serie di sentieri con ripide rampe di sterrato. Dopo mezz'ora circa raggiungiamo la sommità del Monte Gozo, a cinque-sei chilometri dalla città. Si vede tutta Santiago, si intravedono le guglie della cattedrale. Via via che ci avviciniamo, aumenta vertiginosamente il numero dei pellegrini che incontriamo. Ci sono anche quelli che vengono mollati dai pullman turistici agli ultimi dieci chilometri, tanto per dire che un tratto del cammino l'hanno percorso anche loro. Ma ci sono tutti gli altri, quelli che sentono allegramente l'aria dell'arrivo, quelli un po' malandati ad un ginocchio, o quelli che si sono beccati una tendinite; in tutti i casi pensano che non è proprio il caso di fermarsi qui, e stringono i denti, alcuni zoppicano, in molti salutano, sorridono. "Buen camino" e "Ugualmente" sono le parole più utilizzate stamani.
"Santiago de Compostela", ecco il cartello che ci dà il benvenuto in città. Ci fermiamo per la prima tranche - il resto davanti alla cattedrale - delle foto, degli abbracci, degli ululati di gioia.
Michele, che si dovrà sposare il 14 luglio, che ha cercato il buon auspicio da questo viaggio per quello che inizierà tra un mese, è visibilmente commosso; nel giro di cinque minuti scarsi ci abbbracciamo - io, Mathias e Michele - almeno cinque volte. Telefoniamo a Paolo - ha condiviso con noi più di seicento chilometri, è come se fosse qui con noi - che arriverà con l'autobus nel pomeriggio, ci saluteremo prima di ripartire per le nostre case, gli raccontiamo questa mattina densa di emozioni.
Ma non siamo ancora arrivati. Riprendiamo le bici, ci immettiamo in una grande arteria piena di macchine e smog, ma non ci importa nemmeno questo. Le indicazioni per la cattedrale sono un toccasana, ci fanno percorrere gli ultimi chilometri dei novecentoventi complessivi di gran carriera, a parte la viuzza affollatissima che ci conduce alla piazza, Plaza de Obradoiro.
Ci siamo.
La cattedrale è davanti a noi. Un groviglio di sensazioni inestricabile. Difficile da raccontare.
Una felicità che ti prende improvvisa, anche se non sai spiegare il perché. Urla di gioia - seconda tranche - e poi, visto che sono le undici e un quarto - la messa in cattedrale sarà a mezzogiorno - ci affrettiamo verso il vicino ufficio per esibire la nostra credencial del camino zeppa di timbri ed ottenere la "compostela", un diploma in pergamena che ci ricorda in bella grafia che oggi siamo arrivati qui, attraverso un antico - ha più di novecento anni - percorso, lungo più di ottocento chilometri. C'è una lunga fila su per le scale che conducono all'ufficio. Anche quando ti danno il diplomino, anche quello è un bel momento. Entriamo alle dodici e dieci a messa già iniziata. E' sabato, la cattedrale è piena. Un cardinale officia la messa.
La gente, che bella. Qualcuno in preda a attacchi di pianto, gioia, sorrisi, molti con gli occhi lucidi. Qualcuno non ce la fa a mantenere un certo contegno, si deve togliere gli scarponi, appoggiato ad una colonna, con il viso segnato dal sole e dal sudore, i piedi maculati da cerotti, compeed e garze. Ci sono pellegrini provenienti da tutto il mondo, e Santiago è ormai avvezza ad accogliere le più svariate etnie e religioni. Tutti questi pellegrini accomunati da un percorso; tutti questi uomini e donne investiti dall'accoglienza, l'ospitalità, la comprensione degli spagnoli in genere.
E' tutto. Anzi, un paio di cosette ancora.
Quest'esperienza sta continuando a produrre effetti ancora oggi. Ogni tanto sogno di essere in mezzo a quei campi di grano, su una montagna, o in prossimità di quelle quattro case in pietra che ti appaiono all'improvviso, dopo aver attraversato un ruscello.
Il Camino è imprevedibile. Lo è il tempo metereologico, il percorso, le persone che incontri, i letti in cui dormi, te stesso. Non bisogna opporre resistenza, e si deve adottare uno sguardo che lasci spazio allo stupore.
C'è da lasciarsi levigare - come un ciottolo di fiume - e far sì che gli avvenimenti decidano in tua vece.
Itaca - lo spero - attende il ritorno. Senza fretta.
Buen Camino a chi è passato di qua.
(Toni La Malfa)
mercoledì 11 marzo 2009
L'ascensione del primo agosto
"Sesto"
Il signor Giuseppe Forti preme il numero 4 ed il numero 6. Le porte si chiudono, la luce del giorno scompare. Gira lo sguardo - solo un attimo - verso la signora Maria Consoli e infine ruota il corpo verso le porte metalliche. Immobile. Anche la signora Maria Consoli guarda l'uscita, con le braccia convergenti in basso, unite a mo' di preghiera con le mani intrecciate. Un suo piede balletta impercettibilmente.
Nella pulsantiera le luci passano dall'1 al 2 al 3, poi si spegne il 3 e non si accende il quattro. L'ascensore si ferma, sospeso nel nulla. Il signor Forti rivolge lo sguardo interrogativo verso la signora Consoli. La signora ricambia lo sguardo interrogativo, il piede non balletta più.
"Si è bloccato. Siamo bloccati." Dice la signora.
Il signor Forti preme con decisione il pulsante di allarme. Ancora. Ancora. Silenzio.
La signora poggia un sacchetto di plastica per terra, tiene la borsa beige di pelle tra le mani, la apre e prende il telefono, lo guarda. "Non c'è campo."
Il signor Forti tira fuori da una tasca dei pantaloni il telefono, lo guarda.
"No, niente linea." Si sbottona l'ultimo bottone del colletto della camicia. Preme ancora il campanello a lungo. Batte sulle porte metalliche. "Aiuto! C'è nessuno?"
"E' il primo agosto, è sabato. Tutti gli uffici sono chiusi. Temo che non ci sia nessuno nel palazzo." Dice la signora Consoli con un filo di voce.
"Siamo nel 2009, non siamo nel dopoguerra, accidenti. Queste suonerie dovrebbero collegarle con delle centrali. L'ho visto in altri ascensori. E ora?"
"Non so." dice la signora, e intanto appoggia anche la borsa in terra. Incrocia le braccia. "Fa caldo."
"Sì." dice il signor Forti. Rivolge il suo sguardo verso la signora. " Qualcuno potrebbe venire a cercarla?"
"No. Vivo sola. Mio...il mio ex marito vive a Genova. Lo sento solo una volta al mese. E lei?"
"Io? Cosa?"
"Qualcuno potrebbe venire a cercarla?"
"No. Mia moglie è andata al mare con i miei figli. Torneranno lunedì mattina. Io sono consulente del lavoro, devo organizzare le buste paga, sono indietro, sa."
"Capisco. Ma non si aspetterebbe una chiamata oggi dal mare?"
"Non...la verità è che io e mia moglie siamo in rotta, in casa ci parliamo solo in modo formale. E non ci telefoniamo. E... e i miei figli hanno 15 e 17 anni, hanno altro a cui pensare, piuttosto che telefonare al papà."
"Mi spiace. Per lei e sua moglie, intendo."
"E' la vita. Ma lei. Che viene a fare qua di sabato?"
"Sono una pubblicitaria, ho una riunione lunedì mattina con i clienti committenti ed il mio capo, sto organizzando una presentazione per il lancio pubblicitario di un...di un lassativo. E poi non sono nello spirito di gite fuori porta. Tanto più che andando al mare, scusi sa, è una specie di nevrosi, è come se...mi avvicinassi al mio ex-marito, e non ne ho voglia, francamente."
"Capisco." il signor Forti si attacca di nuovo al pulsante, lo preme a fondo per un lungo tempo. Poi lo preme ritmicamente con brevi intervalli, infine appoggia un orecchio sulla porta.
“Comunque” riprende la signora “stasera verso le sette passerà il mio capo. Per ritirare il file powerpoint, cambiare una, due parole dalle didascalie e dire che “siamo una grande squadra”."
“Beh, menomale,” dice il signor Forti “menomale che passerà il suo capo, intendo. Non per il fatto che si prende il merito del suo lavoro.”
“Per quello, ormai, ci sono abituata.” La signora Consoli aggrotta le sopracciglia. “Il fatto è che, di questi tempi, è difficile trovare un altro lavoro, un lavoro che ti possa gratificare, realizzare.”
"Già. Uff...Non c'è proprio nessuno. Niente." Si gratta la testa, poi si volge verso il grande specchio alle loro spalle. Intravede l'immagine riflessa del sedere ben tornito e delle gambe affilate di Maria. "Le dispiace se mi siedo per terra?"
"No, no. Faccia pure."
Il signor Forti si siede, appoggia la schiena su una parete accanto alle porte, è rivolto verso la gonna della signora Consoli. A trenta quaranta centimetri di distanza dal lembo inferiore della gonna blu
plissettata. Maria si allontana verso la parete opposta.
"Mi metto anch'io a sedere." Si accuccia, incrocia le gambe, tenendo le braccia sulle ginocchia, rivolta verso Giuseppe. Stanno uno davanti all'altra, come in una seduta di yoga. Lo guarda. E' magro, ha uno sguardo vivace e un bel viso.
Sbuffi di disappunto da ambo le parti.
Giuseppe, a sua volta, guarda Maria con una certa attenzione."Ma perché l'ha lasciata suo marito?"
"Una campagna di rottamazione." Sorride gelida. "Ha lasciato me quarantenne in cambio di una venticinquenne. E' ufficiale nell'esercito, è tornato dal Kosovo insieme a Kris."
"Mi spiace tanto. Non avete figli?"
"No."
Giuseppe si rialza, preme il pulsante di allarme, nessuna risposta, si rimette giù. Appoggia i gomiti sulle gambe, poi adagia la testa sulle mani disposte a coppe,. Sta guardando in basso.
"Io...credo che mia moglie si veda con un altro."
"Vuole separarsi?" chiede Maria a bruciapelo. Giuseppe è sorpreso.
"Chi? Io o lei?"
"Lei. Sì, insomma, tu." Maria punta l'indice tremante della mano destra in direzione di Giuseppe.
"E' complicato. Ci sto pensando. La casa è intestata a mia moglie, inoltre mi piacerebbe stare accanto ai figli. E poi non ho la coscienza pulita. Lo scorso anno mi vedevo con una, poi è finita; mia moglie non l'ha saputo. Ma questo non mi fa agire con decisione. E poi...e poi ho dei forti sospetti, non certezze. Uno pensa, uno spera che no, non è così. Ma in effetti per come vanno le cose tra noi, direi, sì, gliel'ho già detto che siamo in rotta."
"Sì, capisco. Si spera che non sia così. Ci si sente invincibili. Indispensabili. Ci si illude, a momenti, che certe cose, come anche le malattie gravi, capitino solo agli altri."
"E' proprio così. Sa che è proprio così come ha detto lei." sospira Giuseppe.
"E' quasi mezzogiorno." sospira Maria.
"Speriamo che capiti qualcuno prima di stasera. A proposito," si alza e si rassetta un po' i vestiti, poi allunga la mano verso Maria " mi chiamo Giuseppe. Piacere."
Lei accoglie la stretta di mano piegandosi un po' in avanti, senza alzarsi. "Viste le circostanze, direi che non è proprio un piacere" sorride "ma insomma, mi chiamo Maria."
Giuseppe si rimette a sedere." Menomale che non c'è il bue e l'asino, saremmo stati molto stretti qua."
Maria sta al gioco, rilancia: "Eh già. La capanna sarebbe un lusso, al confronto, questo è un monolocale uno per uno. Non abbiamo nemmeno la stella cometa. Ho solo uno Star della Motorola senza segnale."
Sorridono, un po' nervosi.
"E io" il sorriso le muore sul viso " io non ho nemmeno il bambino."
"Mi spiace tanto, Maria."
Maria ha occhi celesti, acquosi. Adesso sono colmi di lacrime che non esondano. Giuseppe guarda con grande partecipazione quei piccoli laghi celesti. Pian piano le lacrime tornano dentro, chissà dove diavolo vanno a finire. Maria prende un fazzolettino, si soffia il naso. Ora si schiarisce la voce. Come se volesse dire qualcosa. E in effetti, ha qualcosa da dire.
"Non è un piacere, no," riprende Maria" ma meglio con lei, Giuseppe, che da sola."
"Sì, ha ragione. E' molto meglio. Abbiamo anche delle cose in comune: siamo avanzi di famiglia, desiderosi di lavorare di sabato, uniti dalla sfortuna."
Si mettono a ridere, un po' più rilassati di prima.
"Vuoi un po' d'acqua?"
"Hai l'acqua?"
"Sì. E anche due banane, sarebbe stato il mio pranzo Non l'ho ancora aperta."
"Ah, grazie. Un sorso lo prendo. Solo un sorso, potrebbe essere preziosa."
Maria estrae dal sacchetto una bottiglia."Tieni."
Giuseppe prende la bottiglia. La apre. "Grazie. Comunque non ci metto la bocca. L'ho imparato facendo lo scout." Beve.
"Bene." Maria riprende la bottiglia e beve un sorso attaccata alla bottiglia. "Io non ci riesco."
Giuseppe la fissa, fa una pausa, poi azzarda: "Se berrò di nuovo, per me sarà un piacere."
"Cosa?"
"Pensare che hai toccato la bottiglia con le tue labbra."
"E ora?" Pensa Maria. "E ora che succede?" Giuseppe si sposta, si avvicina accanto a lei. Si avvicina con le sue labbra, Maria non si tira indietro, anzi, lo accoglie. "Questo succede", pensa.
Ora Giuseppe e Maria si tengono per mano, seduti. Guardano avanti, verso la parete in metallo. A destra lo specchio, a sinistra le porte.
"Il tuo ex-marito è un coglione."
"Grazie." sorride Maria.
"Sai, Maria. Non è vero che ho dei sospetti. Io sono sicuro che mia moglie mi tradisce. Una mattina si dimentica il telefono acceso a casa, non era mai successo prima. Comincia a squillare. Mi avvicino. Leggo sul display: xxx. Dopo un po' xxx smette di chiamare. A quel punto mi tremano le mani. Premo invio e leggo: "Chiamare XXX?" Premo invio. Suona. "Amore, perché non rispondevi?"
Interrompo la chiamata. Butto il telefono sul tavolo, come se scottasse. Lei poi la sera non mi chiede niente. Forse ha pensato ad un'"interferenza". Durante il giorno mi aveva telefonato, chiedendomi in modo evasivo a che ora fossi uscito. Subito dopo te, le ho risposto. Quindi lei non mi chiede niente di quella chiamata ricevuta dal tipo e registrata sul telefono, no. Io non le chiedo niente di quella voce. Quella voce mi è rimbalzata nel cervello, in testa, da una parte all'altra. Per giorni. E' passato un anno da quella voce. Ora lei va al mare con i figli, io preferisco lavorare."
Maria stringe fortissimo la mano a Giuseppe.
"E' meglio qui."
"Cosa?"
"Meglio qui, in questo ascensore. Meglio qui, con te, che compilare buste paga; meglio qui piuttosto che perfezionare il claim di un prodotto pubblicitario, di un lassativo." riprende Maria.
"Di un prodotto che fa cagare, insomma." risponde Giuseppe.
Ridono, ridono, ridono. Abbracciati. A destra lo specchio, a sinistra le porte. In attesa dell'ascensione.
"Saremo costretti a trascorrere anche il pomeriggio insieme. Credo."
"Credo anch'io, Maria. Spero che arrivino. Ma con calma."
Giuseppe e Maria si rannicchiano abbracciati, in diagonale nel pavimento dell'ascensore. Hanno lo sguardo rivolto verso lo specchio. Sono illuminati dalla luce della plafoniera. La frenesia - persino la paura, persino quella - è passata.
Si tengono stretti, si proteggono l'un l'altra, e sorridono.
domenica 8 marzo 2009
Il mio cammino di Santiago - 8
O Cebreiro, otto giugno, le otto del mattino.
Oggi abbiamo puntato la sveglia più tardi, date le fatiche della precedente giornata. E al risveglio una brutta sorpresa: Paolo ha un ginocchio gonfio e dolente, non può proseguire il Camino con noi. Si ferma qui, su O Cebreiro. Per un giorno, poi vedrà il da farsi. Dopo interminabili giorni di fatiche condivise, l'allegro gruppetto si assottiglia, la tristezza ci pervade. Pare quasi di sentire un Fado del vicino Portogallo.
Prima della partenza, una foto con autoscatto. Immortalati su una specie di terrazzamento naturale, monti e colline sulle sfondo, e un'ampia porzione di cielo che dà una buona approssimazione di quanto orizzonte abbiamo a disposizione. Lo sguardo scanzonato di tutti e quattro; Paolo indossa dei jeans ed una felpa, invece del nostro ridicolo abbigliamento da ciclisti. Abbracci di rito, poi qualche commiato, dei vaghi appuntamenti: forse ci rivedremo a Santiago, comunque ci terremo in contatto, in Italia ci ritroveremo un fine settimana a guardare foto e magari anche per una "biciclettata", chissà...
Si riparte in tre, dunque. Piove. Mi ritorna in testa un canto, una musica - credo - galiziana che ho sentito ieri sera: suonavano delle cornamuse, molto in uso da queste parti. Subito dopo quel canto galiziano avevano solennemente suonato l'inno nazionale scozzese. I paesi baschi, la Galizia, la Bretagna, la Scozia, l'Irlanda... un filo rosso che lega e accomuna popoli distanti l'uno dagli altri centinaia di chilometri, dalle tradizioni forti, da un'identità che suona come accoglienza più che intolleranza. Questi canti mi aiuteranno a sentire meno la fatica, che si affaccia un po' troppo presto, alla prima imprevista salita.
C'era l'illusione di essere in cima, di avere davanti una comoda discesa, delle cartine non c'è mai da fidarsi. In realtà per dodici chilometri si andrà avanti per saliscendi, e i "sali" sono anche di notevole pendenza. In Alto do Poio, il punto più alto del monte Cebreiro, troviamo una statua enorme di bronzo, un monumento al pellegrino di discutibile gusto.
Ora si scende sul serio, per fortuna la pioggia è lieve. I boschi non lasciano vedere altro che boschi. Verde e blu da un lato, verde e blu dall'altro, separati dalla striscia grigia della strada. E' semplice. Ti ci abitui, sono giorni che ti alleni a questo, e la complessità - legata al senso comune che tanto dà per scontato - si svapora, come questa nebbia del mattino. Questa discesa ti dà il tempo per pensare al contrasto tra qui - un niente dalla bellezza rigogliosa - e il mondo che raggiungerai tra un paio di giorni, il mondo che avevi quasi dimenticato, come per effetto di una maga Circe in un'isola mediterranea.
A Triacastela si tira diritto, neanche un caffè, e si torna a salire per un dislivello di trecento metri in cinque chilometri, e via ancora discesa, fino a Sarria. Qui ci fermiamo presso un pittoresco albergo del pellegrino - peccato che stia attaccato ad un distributore di benzina -, ci facciamo timbrare la Credencial(il documento che attesta il nostro percorso), due chiacchiere con la signora che ci parla del Supradine. Ne ha distribuito in quantità industriale ai pellegrini quest'anno, proporrà il Nobel per l'inventore di tale prodigio. Si prosegue, si intravede - sempre in Sarria - dalla strada il torrione di un castello, delle mura medievali. Abbandoniamo il paese, percorriamo la strada asfaltata per fortuna non molto trafficata. Gran caldo, la pioggia di stamani è ormai un ricordo. Ancora salita e poi discesa a capofitto, il profilo altimetrico pare il bordo tagliente di una sega da falegname. Ma questa discesa prende un andamento netto, si va giù, alla nostra sinistra c'è un rio e nel punto più basso di oggi (350 m slm) si arriva a Portomarin; c'è una diga ed un grande bacino artificiale nel quale si intravedono alcuni resti del vecchio paese - affiorano alcuni tetti - che è stato smontato e rimontato - almeno i monumenti ed alcune case storiche - un po' più in là e un po' più in su.
Ricominciamo a salire, ma ci fermiamo quasi subito. C'è una ragazza sdraiata in terra, e una che l'assiste. Mathias le dà da bere una soluzione salina, poi prendiamo in custodia il suo pesante zaino per portarlo un chilometro più in là, all'albergo del pellegrino. Dopo un po' arrivano le ragazze, il viso segnato dalla fatica. Ci salutiamo, il loro cammino riprenderà domani. Più in là, nella piazza del paese, ci fermiamo a mangiare qualcosa di veloce e bere un'autocisterna di bevande gassate. Abbiamo ancora sessanta chilometri da percorrere.
Si riprende con una salita non impossibile, ma lunga, che durerà per sedici chilometri; ma è l'ultima grande salita, questo pensiero dà coraggio, una piccola spinta in più. Poi un cartello, enfatizzato da alcuni punti esclamativi aggiunti a penna: SANTIAGO 100 KM. Ormai ci sono, ci sto dentro a questo viaggio, e questo cartello è il primo segno tangibile del fatto che quest'esperienza sta per terminare. Non riesco a spiegare bene la causa - c'è un groviglio di cose su cui dovrò riflettere - l'effetto è un'intensa emozione che mi prende un po' sotto alla bocca dello stomaco.
Il tardo pomeriggio ci accoglie silenziosi, si srotola il nastro d'asfalto, un caleidoscopio di boschi e casette e pascoli che gira a dodici-quindici chilometri l'ora, e noi lì a guardare.
Arriviamo a Palas de Rei che le cose cambiano radicalmente, il nostro libretto che usiamo come guida, un po' manicheo in questo caso, non ci invoglia alla sosta: "Palas de Rei, grande e moderna città piena di macchine e di smog". La statale la percorre interamente, anche noi e via lo smog, mancano ancora sedici chilometri. Arriviamo, finalmente, alla nostra destinazione di oggi: Melide. Sono le sette, abbiamo percorso centodieci chilometri. Ci sistemiamo nell'albergo del pellegrino, non esaltante: le camerate sono un po' affollate, i letti - peraltro corti, da testa a piedi non c'entro, eppure non sono un gigante, sono un metro e settantacinque - gemono al minimo spostamento, vabbeh, doccia e via fuori a cena.
Melide non ha niente di particolare. Eppure si ferma qui un sacco di gente. Perché? Per la presenza di una "pulperia", la più rinomata di tutta la Galizia. Entriamo. In un angolo del locale c'è un tipo dietro ad alcuni barili che taglia tutta la sera dei polpi con le forbici, e li sistema nei piatti. Il resto è composto da tavoloni e panche in legno. Ci sediamo. Per due ore abbondanti non facciamo altro che mangiare polpi, bere vino e parlare, e ridere. Di continuo. Abbiamo mangiato una quantità impressionante di polpi, bevuto due-tre - o quattro? - bottiglie di vino, e abbiamo speso venti euro a testa. Non ancora contenti, ci fermiamo in un bar a mangiare un gelato, e intanto riprende a piovere in modo torrenziale. Che ci volete fare, in Galizia è così, come in Irlanda.
Intanto parliamo di domani, come non parlarne? Domani ci sarà Santiago. Dobbiamo svegliarci presto, prima delle sei; vorremmo essere a mezzogiorno a Santiago, nella cattedrale.
Non ci sembra vero.
A domani.
Continua a leggere Il mio Cammino di Santiago -9
venerdì 27 febbraio 2009
Il mio cammino di Santiago - 7
lunedì 23 febbraio 2009
Chi è il vero narratore?(da un corso di Giulio Mozzi)
Buona lettura
In questi due giorni parleremo di scatole cinesi e cercheremo di capire, quando leggiamo un libro, chi sia il vero narratore di quel libro. Leggeremo e discuteremo dei brani di alcuni libri, tra cui: "Jacques il fatalista e il suo padrone" di Diderot, "La vita e le opere di Tristam Shandy" di Sterne delle Einaudi, "Trilogia di New York" di Paul Auster, poi "Don Chisciotte" di Cervantes; sono libri che ci aiutano a capire le forme narrative che si stanno usando oggi. Questi sono i principali, ma prenderemo in esame anche altri libri.
Il narratore è un oggetto abbastanza fantasmatico, ma una volta individuato non si scorda più.
Per quanto riguarda "Trilogia di New York" Paul Auster è l'autore, un signore ben riconoscibile, senza dubbio. Paul Auster è il responsabile di quel libro, tuttavia quando leggiamo materialmente questo testo, ciascuno dei tre racconti di questo libro presuppongono un narratore che sta a cavallo tra una proiezione dell'autore e una del testo. Auster non è stato un uomo sempre identico nel corso della sua vita, come tutti, del resto. Noi stessi possiamo aver avuto l'esperienza tipo: "Oddio, ma chi ha scritto questarobaqua, ero io, ma adesso sono un altro." C'è uno stato di volta in volta diverso dell'autore; in quel momento quella proiezione di sè è il narratore di quel testo, come una delle tante possibilità di incarnazione del narratore nel corso della vita di quell'autore. Ciascun testo implica un narratore suo proprio. Non si deve commettere l'errore di attribuire le parole della trilogia ad Auster, bensì al narratore che è un oggetto separato da lui. In un testo fatto da noi stessi è più difficile pensare che quel testo sia scritto da un narratore che noi non conosciamo, un narratore desunto solo dalle informazioni contenute del testo, distinto da noi. Ma perfino quando descriviamo la nostra giornata - un testo ascrivibile al genere "confessione" - anche in quel caso, via via che lo leggiamo possiamo andare a caccia di un narratore che non siamo noi stessi.
Una qualità di un testo - si dice, e giustamente - è la sua coerenza, ma più importante ancora è che un testo abbia un suo narratore: la creazione di un narratore è la cosa più importante. Per quanto l'esistenza di un narratore sia consapevole, comunque la creazione di questo narratore non è intenzionale. E' un soggetto che si infila tra l'autore e il testo. L'invenzione del narratore è qualcosa di più sintetico, rispetto all'operazione analitica di cercare una coerenza del testo nei vari pezzi. E' possibile avere coscienza del narratore? Sì, ma solo dopo aver finito il testo. Quando opero una revisione logico razionale del testo posso lavorare sulla coerenza, e altro ancora, ma non posso lavorare sul narratore.
Ma diamo un'occhiata al testo di Auster, partendo dall'inizio di "Città di vetro", il primo racconto di "Trilogia di New York".
Prime parole: "Cominciò con un numero sbagliato...", è impersonale, non si dice cosa comincia, è una fase da genesi, "in principio era...", si assiste ad una creazione. Più giù si legge "...la voce di qualcuno che non era lui" e questo inserisce nel racconto una nota molto inquietante.
"...molto tempo dopo si sarebbe accorto che nulla era reale tranne il caso": Auster ci dice che la nostra vita è casuale, non è un romanzo dove tutto tiene. Tutto ciò che è casuale è reale.
In questo testo si troverà cose molto casuali, e proprio per questo reali: "All'inizio non c'erano che il fatto e le sue conseguenze." "...che abbia significato o meno non spetta alla storia deciderlo" "in quanto a Quinn non serve dilungarsi su di lui" "sappiamo per esempio che...scriveva romanzi gialli sotto il nome di Wilson". Auster ha scritto un libro, e fin qui ci siamo. Il libro parla di uno scrittore, Quinn, che scrive romanzi gialli in anonimato, mantenendo lo pseudonimo di William Wilson(che in italiano potrebbe stare per "Guglielmo figlio di Guglielmo, cioè figlio di sè stesso, una specie di parto divino). Wilson, dunque, è il nome del narratore generato da Quinn. Spesso Quinn va a spasso senza una meta compiendo un'azione reale: rispetto alla sua storia pregressa(sappiamo che sua moglie e suo figlio sono morti), il fatto che cammini è casuale; "...era questo che chiedeva alle cose: di non trovarsi in nessun luogo..." questa storia, in altre parole, non sta cercando di dotarsi di un senso. Non vuole essere sottoposta ad alcuna logica narrativa, nessuna proiezione futura di sè(tipo: voglio fare questo e quest'altro). "...aveva continuato a scrivere perché sentiva che non avrebbe potuto fare altro..." "...sembrava non costargli alcuno sforzo" "non gettò mai la maschera dello pseudonimo" "non arrivò mai a credere che lui e William Wilson erano lo stesso uomo". "...sembrava che per lui in buona parte le cose avessero cominciato a cambiare. Era vivo e la caparbietà di questo dato era per lui stupefacente". Pare che questo personaggio viva in un puro presente, il passato c'è ancora ma come una semplice impronta.
Ad un certo punto del racconto c'è uno spazio, poi riprende così: "Era notte...il narratore, il poliziotto privato Max Work...aveva preso lentamente vita"..."Wilson giustificava l'esistenza degli altri due".
Più avanti si legge: "Squillò il telefono" "una voce meccanica e colma di emozione", la voce chiede di Paul Auster e Quinn nega decisamente la conoscenza o la presenza di Paul Auster. Perfino Paul Auster entra nella storia. C'è una sovrapposizione di personaggi sui vari piani della storia.
"...il centro è dovunque e non si può tracciare una circonferenza finchè la lettura non è terminata".
Tra tutti i tre soggetti si instaurano delle relazioni mobili, come se avessimo dentro un liquido piuttosto denso degli oggetti di configurazione sempre diversa. "Era un po' più tardi della notte precedente". Si ripete a più riprese l'irruzione di qualcosa nella storia, un qualcosa di dispotico come un telefono che suona a qualsiasi ora, e suona in un modo sempre uguale, indipendentemente dalle circostanze.
In certi momenti questo telefono si attende: "...La notte seguente era pronto..."
Leggendo di Max Work si vede ciò che Quinn non è, dai contorni di Work si percepisce la figura di Quinn.
Nelle pagine iniziali si instaura un patto con il lettore, accettiamo Quinn come narratore.
Wilson è il garante di tutto questo, Wilson non fa assolutamente niente , non agirà mai in quanto Wilson ma agirà come work.
Chi è "il nostro Wilson"? E' colui che ci permette di costruire una narrazione.
La creazione del mondo è la condizione che rende possibile il mondo, la separazione delle cose lucebuio ecc.
Se Quinn non avesse pensato di agire nel mondo attraverso l'esperienza di Work non ci sarebbe stata storia.
Dio crea una separazione. La violazione del rispetto di questa separazione(Eva che mangia la mela da un albero ben preciso, fino a quel momento separato dal resto del giardino) genera una storia.
Chiedetevi come si sarebbe potuta creare quella storia lì senza l'esplicitazione dei ruoli di questa trinità(Quinn-Wilson-Work).
La letteratura non è possibile senza un pensiero cosmologico, è altrimenti difficile che la nostra scrittura risulti molto forte.
Questo narratore nascosto talvolta consente(in modo inconsapevole) allo scrittore una separazione dalla sua vera persona(vera per come appare al mondo, forse potrebbe essere più vero - paradossalmente - il narratore).
Nei promessi sposi, per esempio, il Manzoni appare mite e conciliante(mentre in realtà è burbero e nevrotico) attraverso l'espediente del manoscritto ritrovato. Chiedetevi sempre - e questo in genere lo si può capire dalle prime pagine, quando si stipula il contratto tra narratore e lettore - chi sia il vero narratore della storia che state leggendo(e non confondetelo con la voce narrante, né con l'autore).
In "Le avventure di Augie March" di Saul Bellow ci sono delle frasi all'inizio del testo che mi devono insospettire:
"faccio in base a ciò che ho imparato"; quest'affermazione pare che stia a significare che il protagonista è frutto della sua esperienza". Successivamente si scrive:"il carattere dell'uomo è il suo destino", che, abbandonando l'uomo ad una sorta di deriva, pare contraddire quanto scritto prima.
Questi romanzi letti finora fanno solenni dichiarazioni circa la verità del testo stesso, e proprio questo ci deve insospettire. In realtà interessa ciò che viene omesso, il narratore di Saul Bellow viene a galla cercando i fatti non narrati.
In "La versione di Barney " l'autore Mordecai Richler ha scelto di dichiarare una versione di parte, la versione di Barney, giustappunto. Lo fa essere fazioso il più possibile. Il lavoro del buon narratore è quello di tenere per il protagonista e cospargere la storia di menzogne credibili. Comunque andare a caccia in un testo del vero narratore è molto difficile. Si può anche provare sui propri stessi testi.
Una storia può essere rappresentata da un autore esterno che conosce, oppure non conosce le intenzioni dei personaggi.
Ci si può posizionare nei vari angoli della storia, si può esporre più punti di vista, ritrovare dei documenti(giornali, libri, lettere, registrazioni) che parlano di tutto questo.
La storia degli amori di Jacques di Diderot è stata poi copiata da Laurence Sterne.
Altro libro del genere è "Tom Jones" di Henry Fielding, divertentissimo, ed è anche un un bel libro. Al suo interno c'è una gag di ben 150 pagine e c'è una prostituta che tenta di farsi il bel Tom Jones. Lei mangia un pollo e cerca di sedurre Tom Jones. E si aprono storie su storie.
Altro libro: "Le avventure di Arthur Gordon Pym" di Edgar Allan Poe.
La cosa sarebbe stata pubblicata come un romanzo, ma vedendo che la cosa risultava veritiera ai lettori, decise di continuare a scrivere "il signor Gordon Pym" in persona.
Il lettore, all'interno di questi meccanismi complicati, non può sapere se prendere per vera o meno l'intera faccenda; il narratore si limita ad agire attraverso il contorno dell'opera, ma il meccanismo funziona benissimo. Si creano dei problemi sullo statuto del testo attraverso dei segnali contraddittori.
Altro esempio di scatole cinesi più complesso: "La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo" di Laurence Sterne. A pagina 179, nel bel mezzo di di un libro(l'opera è suddivisa in libri, intese come parti di un libro) c'è la prefazione. Alla fine della prefazione si continua con il capitolo XXI. Nell'ultimo libro ci sono i capitoli XVIII e XIX dove non c'è scritto nulla. Poi nel capitolo XXV si scrive a proposito di quei due capitoli:"bisogna lasciare che la gente scriva le proprie storie alla propria maniera". Stern non ci offre il libro come prodotto finito, ma nell'ordine in cui gli è venuto in mente di scriverlo. E' come se il regista di un film decidesse di lasciare l'ordine delle scene per come il film è stato girato in senso cronologico e non rispettando la storia di quel film.
Poi ci sono gli scarabocchi + celebri della storia della letteratura nel capitolo XL. Le quattro linee che descrivono come l'autore si sia mosso nei suoi quattro libri. Le onde che vanno diversamente dalla linea retta sono le varie digressioni di tutta la storia. Se togliamo le digressioni togliamo l'80% del testo.
In "Jacques il fatalista" il racconto è continuamente interrotto da altre storie e la storia principale non termina nemmeno. Il tempo della storia è il tempo di viaggio. Gli amori di Jacques vengono continuamente inseriti nella storia principale. La storia della contessa e del conte che si giurano eterno amore è inserita in due spezzoni posti in due punti diversi del racconto. Un'altra storia, raccontata in almeno 4 pezzi, si svolge nel corso viaggio del capitano. Altra storia raccontata in un unico blocco dei pochi amori del padrone di jacques. Poi ci sono le storie secondarie; oltretutto ci sono storie che paiono balenare e sparire. In un testo come questo è molto difficile individuare una figura unica di narratore.
Tornando al Tristram Shandy, ad un certo punto si sta per raccontare qualcosa di scabroso e così nel testo si legge:
------------ chiudete la porta --------------
Sempre nel Tristram Shandy c'è un parroco che rifà una vera predica e non c'entra nulla.
Ad un certo punto si legge "Mi dispiace di non aver inserito il capitolo sui baffi e gli ombrelli" e dopo alcuni capitoli l'autore inserisce quattro pagine sui baffi.
Questo libro si racconta esclusivamente attraverso la voce del narratore.
Questo libro finiva con la promessa di un secondo libro(non c'è alcuna edizione italiana). E' un tipo a cui capitano diverse avventure, con relative oscenità. Vengono pubblicati sei libri senza indicazione d'autore per ragioni prudenziali.
4 anni dopo ne esce una nuova edizione con modifiche, nuovi libri e dentro al testo vengono inserite prefazioni, e si scrive che tale Francion è l'autore di questo testo.
Nel 1632 esce l'edizione di un autore, un tipo morto da due anni, e c'è anche la sua prefazione, che dice di aver raccolto queste vicende dalla bocca stessa di Francion. Poi, però, l'editore scrive : nella prima edizione l'editore Dalage ha inserito oscenità, che toglie in questa edizione, in cui si aggiunge dell'altro. La seconda edizione è stata pubblicata in modo abusivo da "Francion"; mentre in questa edizione si inserisce il vero autore, Charles Sorel. Tutto questo confonde il lettore, i ruoli sono variabili, il vero e l'immaginario sono difficilmente separabili.
Dentro questo libro Cervantes dichiara di essere l'adattatore in lingua spagnola del libro di un arabo, un certo Cide Hamete Benengeli. Un paio di amici di Don Chisciotte prelevano dalla sua biblioteca il libro e lo buttano, e Cervantes riesce a salvare questo libro.
Dieci anni dopo esce il secondo volume non scritto da Cervantes ma da Alonso Fernandez de Avellaneda. Cervantes allora scrive un suo secondo libro dove si arrabbia con il tipo che aveva scritto il secondo volume.
Ma oggi questo suo secondo libro è illeggibile, non ci sono edizioni in commercio; Cervantes dice che la storia di Avellaneda è falsa, la sua è vera.
Secoli dopo un critico scrive un raccontone per dire come sono andate veramente le cose per Don Chisciotte. Tutto questo per dire che le scatole cinesi non stanno solo dentro un libro ma anche fuori dal libro.
"Il mago di Oz" è il libro con più seguiti al mondo: 99 seguiti scritti dallo stesso autore.
Collodi ha aggiunto il lieto fine, per volere dei suoi lettori inferociti. Dopodichè Pinocchio ha avuto 140 seguiti, uno dei quali è scritto da Aleksej Tolstoj, molto bello. Ce n'è per tutti i gusti: "Pinocchio sulla luna", "Pinocchio in automobile", nel 1932 "Pinocchio balilla" che anzichè diventare bambino diventa fascista, e via dicendo. Tutti questi sequel sono tenuti insieme da un burattino, ma ci sono dei pinocchi che mantengono l'universo costruito da Collodi, altri no.
Libri che includono altri libri, libri che si muovono, che mettono in crisi lo statuto del testo, l'idea di libro finito. Ci sono esempi estremi di libri in cui sembra che il narratore sia svanito:"La scomparsa di Patò" di Camilleri è fatto solo di documenti, e una voce che ce li racconti non appare.
"Il suicidio di Angela B." di Umberto Casadei è un romanzo che riproduce un ipotetico faldone relativo al suicidio di una ragazza, Angela B.: articoli dei giornali, testi scritti da amici e compagni di scuola, due blocchi di testo scritti da un compagno di classe, eccetera, un testo di Piergiorgio Ritz, una specie di saggio sull'amore, il testo del soccorritore Mario Trovato, le email di Mario Parecchio e Rinaldo Qualcosa. Il tutto incastrato dentro con due sbocchi, scritti dall'"artefice" che sono fuori del libro.
L'autore dov'è? Sembrano articoli autentici.
Questo libro nasce in modo curioso. Un paio di anni prima di quel libro Giulio scrisse dei racconti, fra cui una lettera relativa al suicidio di Angela B. che inviò ad alcuni amici ed un anno dopo Casadei arrivò da Giulio con 80 pagine e disse: "Ecco qua". E da qui nacque l'idea vera e propria del libro.
Altro esempio è un romanzo di Mario Pomilio, ingiustamente dimenticato "Il quinto evangelio". Un ufficiale americano si trova in una canonica per qualche mese. Guarda i libri che si trovano in quella canonica. Poi c'è una serie di quaderni in cui ci sono appunti sul tema del quinto evengelio, che sarebbe misterioso e nascosto, esoterico. Non si capisce se quando parlano del quinto evangelio sia un libro vero o una metafora. Dopo la guerra raccoglie, in qualità di professore, testimonianze sul quinto evangelio. Chiede un'opinione ad un illustre studioso. Nel frattempo muore il professore. L'illustre studioso risponde , ma gli scrive la segretaria, informandolo del fatto che il professore è morto. Poi ci sono le carte della storia della morte del sacerdote.
E' un romanzo dove non c'è niente di romanzesco. Lo leggiamo come se effettivamente esistesse la documentazione sul quinto evangelio. Vengono citate battute dei "detti extracanonici di Gesù" riportati da autorevoli padri della chiesa, i resti di una tradizione che Mario Pomilio fa confluire nel quinto evangelio. Un testo bellissimo, appassionante, pur essendo senza personaggi.
C'è poi un romanzo di Nabokov che funziona così: un grande scrittore ha scritto un testo, poi Nabokov ci ha messo la prefazione, le note, le note in calce.
Concludendo, si può affermare che ci sono dei libri in cui determinati meccanismi vengono esibiti, ma tutte queste cose ci sono in qualsiasi libro, cioè un accumulo di documenti riportati da narratori, per esempio i dialoghi sono comunque dei documenti.
Ripeto: queste strutture ci sono sempre. Cercatele e provate a vedere se le trovate.
Fatevi delle domande sui narratori. Che tipo di testo state leggendo? Cosa ci sta dietro?
Potreste fare un esercizio molto utile: scrivete un testo non "scritto da voi", ma la vostra storia raccontata da un personaggio ad un altro. Dovrebbe aiutarvi a intravedere il vero narratore delle vostre storie.
Poi. Prendete le storie che avete già scritto. Immaginate di non essere stati voi e fornite al lettore informazioni sull'autore, sulla base del testo letto, informazioni coerenti con il testo.
Potreste aggiungere prefazioni dell'autore o dell'editore o note in calce sui vostri scritti.
Scrivete poi una biografia lunga dell'autore.
Il giochino di scrivere una nota sulla vita dell'autore di quel testo è efficace e divertente, inoltre tutto ciò può aiutarvi a scovare il vero narratore.
venerdì 13 febbraio 2009
Il mio cammino di Santiago - 6
venerdì 6 febbraio 2009
Il mio cammino di Santiago - 5
Cinque giugno, ore sei e mezza.
Leggi il mio cammino di Santiago-6
