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mercoledì 6 febbraio 2013

Il tuo termine di paragone

 Sto tentando di scrivere un romanzo, ne metto una pagina qui sotto:

...Antonio sta all'estremità nord di Piombino, sul limitare del bosco che divide la cittadina da Populonia. Decide di non prendere la macchina, scende di casa e comincia a correre. Il libeccio lo sferza fin dai primi passi, bene così, pensa Antonio. Accende l'Ipod e decide di non cercare di costruire mentalmente un acronimo. Vuole provare a non pensarci, a riconsiderare l'eventualità che quella sequenza di iniziali del giorno precedente fosse stato semplicemente un caso, una mutazione genetica di uno dei tanti eventi casuali della nostra esistenza che Antonio aveva arbitrariamente caricato di senso. In ogni caso, non vuole pensarci mentre corre, anche se non può fare a meno di pensare alla prima canzone della lista: “Mad World” dei Tears for fears. Una canzone in tono con il periodo che Antonio sta vivendo, appartenente ad un gruppo che Antonio ama. Nonostante si siano sciolti presto, i Tears for fears sono stati un gruppo per lui fondamentale. Nei loro lavori non esiste un lato B, sono tutte canzoni importanti. Mad world, un mondo pazzesco, menomale che ci può correre dentro. Ora Antonio sta correndo una lunga discesa, sballottato dal vento contrario. Decide di percorrere tutto il bordo mare del promontorio. C'è chi odia il vento, lui lo ama. Quando si era trasferito a Firenze per l'università – se ne accorse dopo alcune settimane di umidità e di gelo - il vento era la cosa che gli mancava di più. Ora mentre corre può rendersi conto, opponendosi o assecondando le folate improvvise, della sua tridimensionalità corporea, del suo spessore. Attraverso il vento Antonio riesce a percepire il suo corpo, il suo ingombro anche in relazione al contatto con il suolo, un impatto leggermente deviato dalla resistenza dell'aria. Improvvisamente Antonio cattura un'intuizione, forse sbatacchiata qua e là dal vento che poi gli arriva in faccia e lo costringe ad aprire gli occhi: l'aria non è uno spazio vuoto, l'aria è un magnifico contenitore, un fluido che attraverso il vento dà inconfondibili manifestazioni di sé. Più che mai l'itinerario di oggi, lungo la via litoranea ma rimanendo in città, è una specie di amarcord. Antonio raggiunge la spiaggia di Salivoli, passa davanti ad una villetta in pietra con un garage che ha il portellone esterno tinto di rosso, gli agavi sui bordi. In quel garage Antonio e la sua band hanno trascorso ore ed ore di prove musicali. Si ricorda perfettamente l'emozione della prima prova con un amplificatore, un mixer e delle casse artigianali; la gioia del volume alto, di sentire il risultato di cinque ragazzi che suonano insieme, che hanno bisogno l'uno degli altri. Il primo pezzo che provarono fu “Hot Stuff” di Donna Summer, la novità di quel momento. ..I need some hot stuff baby tonight... Anche Antonio avrebbe bisogno di roba che scotta stasera, come ne aveva bisogno anche allora. Solo che con Giulia al massimo può combinare qualcosa di tiepido, ammesso che succeda ancora qualcosa. Le barche ormeggiate nel porto turistico di Salivoli si muovono ritmicamente, le campanelle legate agli alberi producono un effetto lugubre.
Antonio sente un brivido, il libeccio proveniente dal mare lo scuote. Ora percorre il lungomare che conduce al centro città. Poi in via Amendola dove spesso alle elementari andava dal suo amico Federico, a casa sua faceva delle merende da sogno, dolce al cioccolato e frappé alla banana. Poco dopo raggiunge la chiesa dei Frati, dove si è sposato alla fine di un luglio infuocato, e poi giù per la Cittadella, che lo conduce verso le sue vecchie scuole, il liceo e poi la scuola media. E' la zona più bella di Piombino, un nucleo di viuzze costellate di vecchie case, le reti dei pescatori stese sulle inferriate, le barche issate a terra piegate su un fianco come balene spiaggiate, le panchine che costellano la scogliera. Nel vecchio porticciolo, tra gli scogli, i suoi baci con Cinzia. Ecco la salita di viale del popolo, tra piante grasse e macchia mediterranea, e poi i cancelli del cimitero sbatacchiati dal vento, cancelli e lumini che lo inquietavano molto da adolescente, quando ci correva davanti al buio. Infine il porto, dotato di vitalità e luci e rumori a qualsiasi ora del giorno e della notte; nella zona di traffico merci ricorda le navi provenienti dalla Scandinavia o alcune cariche di mistero che mostravano sul fianco della prua caratteri cirillici – quando tornava a casa guardava sull'atlante come diavolo si potesse arrivare a Piombino partendo dal mar Baltico – e gli uomini che scendevano da quelle navi, a cui Antonio appiccicava saggezza, come una medaglia al petto, per il solo fatto di aver solcato molti mari. Dal porto poi percorreva la stessa strada a ritroso, fino a casa.
Quando passeggi per una città e ti esplodono i ricordi, uno dopo l'altro, pietra dopo pietra, vuol dire che in qualunque posto del mondo tu andrai, quella città sarà sempre, nel bene e nel male, rispetto ad ogni altro luogo nel mondo, il tuo termine di paragone.

domenica 3 febbraio 2013

Dieci buoni motivi per smettere di giocare a Ruzzle. Confesso che ho ruzzato


Confesso che ho ruzzato 

Confesso:
1-  Che ho esultato nel vincere con Batuffolina2004
2- Che  quando ho perso con il vicino di casa per soli 12 punti, mi son detto tanto è un gioco. Poi ho tirato un calcio alla gatta
3- Che ho impiegato 33 minuti a fare la pipì mentre era pronta la cena, simulando poi una diarrea per giustificarmi, tirando anche l'acqua e strappando alcuni pezzi di carta igienica
4- Che di notte ho pensato alla parola straripai che non ho fatto in tempo a scrivere.
5- Che ho trascorso ore a giocare invece di dormire, saltando il giorno seguente un'uscita in bici
6- Che, visto che era saltato un appuntamento, era il momento di Ruzzle
7- Che io me lo so gestire, tanto la barba trascurata va di moda
8- Che posso smettere quando voglio, ho detto, evitando di guardare la copertina del libro meraviglioso che vorrei leggere
9- Che sono felice che esista la parola derme, digitata per sbaglio.
10 -Che ho detto tante volte "Ora arrivo", non arrivando mai 

Per questo, questo e quest'altro motivo, ho cancellato il gioco dal mio smartphone sette minuti fa e -come per la sigaretta - ho già cominciato a trarne benefici  

giovedì 31 gennaio 2013

A Cesenatico? No, grazie!



La giunta comunale di Cesenatico (pdl, lega e udc) ha deciso di rispolverare e mettere in bella mostra un busto in bronzo di Benito Mussolini. E' un'opera artistica di grande rilievo? No. E' un busto in bronzo di scarso valore artistico, come tante amministrazioni del ventennio fascista possedevano, un'opera seriale, uguale all'immagine che abbiamo nella testa del duce con mascella volitiva e sguardo sprezzante verso l'infinito e oltre. Quindi, immagino che l'intento di mettere in mostra un'opera del genere abbia fini del tutto diversi da quelli artistici.
Ho deciso che, se in futuro avessi un fine settimana o una vacanza da trascorrere nella bella Romagna, eviterò con cura di mettere piede in alberghi e ristoranti del comune di Cesenatico. E' l'unica arma che ho a disposizione per esprimere il mio dissenso, e questa uso.
Se avete un blog, potete esprimere la vostra opinione in merito, oppure spedire una mail a:

sabato 26 gennaio 2013

Lo rifarei



Nel film Invictus, durante un colloquio tra Nelson Mandela ed il capitano della squadra  nazionale sudafricana di rugby, Mandela chiede:
"Come va la caviglia, capitano?"
"Mah...nello sport non si è quasi mai al 100% della forma, signor presidente."
"Nemmeno nella vita, capitano."
Durante la maratona che ho corso a Lucca, e anche durante tutto il mese precedente, ho pensato a questo dialogo. Avevo un dolore persistente al tendine di Achille sinistro, che non prometteva niente di buono. Sia durante gli allenamenti che durante la gara. Ho resistito per un mese, cercando di allenarmi su terreni morbidi e facendo tanto stretching, e dopo la maratona mi sono fermato per capire come stavo messo al tendine. Dopo una risonanza magnetica, il verdetto: tendinosi del tratto medio del tendine di Achille. L'ortopedico mi ha consigliato di non correre più, dedicarmi alla bicicletta - che faccio comunque con piacere - o al nuoto. Al limite di corsa se ne potrebbe riparlare tra sei mesi, se c'è una buona risposta del tendine al riposo e a due cicli di terapie con onde d'urto. Se c'è. Insomma, ho appeso le scarpe al chiodo, per sei mesi o per sempre.
Quest'anno compirò 52 anni, e lo scorso anno durante i miei ritagli di tempo libero mi sono allenato per preparare la maratona. Usando la ragione, avrei dovuto interrompere la preparazione alle prime avvisaglie di dolore. Con il cuore, rifarei esattamente quello che ho fatto, anche perché non so quando avrei avuto nuovamente la possibilità di preparare una maratona nella mia vita. Sono anche contento di aver terminato la corsa nel modo più romantico: con una maratona, la corsa più bella del mondo, in mezzo al freddo, il vento e la pioggia battente, correndo gli ultimi chilometri con tanta fatica e tanta gioia. Sì, rifarei esattamente tutto allo stesso modo. Genericamente parlando, e con le dovute eccezioni, trovo detestabili le persone che non hanno mai avuto infortuni, ferite, difficoltà. Le persone che non hanno mai azzardato un margine di rischio in ciò che fanno o hanno fatto, che preferiscono mettere al sicuro i loro talenti, conservandoli, non si sa mai. Nella vita, come nello sport, non si può mai essere al 100%. E' meglio vivere, piuttosto che stare a guardare.

sabato 19 gennaio 2013

Sopra le nuvole





L'altro giorno sono uscito con la bici, non avevo una gran voglia. La piana di Lucca era immersa nelle nuvole, e il freddo umido entrava nelle ossa. Comunque, visto che c'erano sei-sette gradi, c'era la possibilità, per niente scontata d'inverno, di salire su una montagna dei paraggi, e così ho fatto. Sono andato sull'Altopiano delle Pizzorne, che arriva quasi a mille metri di altitudine. E' una salita impegnativa ma che ti consente di startene per conto tuo: spesso per dieci chilometri non incontro anima viva, e il silenzio, l'allontanamento dal chiasso della città che si sveglia sono per me un grande valore aggiunto. Si arriva, a meno di metà salita, ad un bel paesino, Matraia, un pugno di case abbarbicate chissà come sul crinale del monte. In quel punto mi trovavo avvolto dall'umidità di una nuvola bianca, che non consentiva una grande visibilità. E salendo ancora un chilometro dopo il paese, si è aperto il cielo: le nuvole stavano sotto di me, uno strato denso e bianco che si perdeva all'orizzonte, e il cielo pulito e azzurro, come una primavera fuori programma, che accoglieva solo quelli che riuscivano a salire. Sotto, l'inverno, e sopra il tepore di un sole accogliente. Ho continuato a salire, fino in vetta, rallegrato da questa sorpresa. Il Serra e le Apuane in lontananza, parevano delle isole, e le nuvole si erano trasformate in un mare infinito.

lunedì 14 gennaio 2013

Le farfalle, di Mario Quintana



Le farfalle, di Mario Quintana

Quando poniamo molta fiducia o aspettative in una persona, il rischio di una delusione è grande.
Le persone non esistono in questo mondo per soddisfare le nostre aspettative, così come noi non siamo qui per soddisfare le loro.
Dobbiamo bastare... dobbiamo bastare a noi stessi sempre, e quando vogliamo stare con qualcuno dobbiamo essere coscienti che stiamo insieme perché ci piace, lo vogliamo e stiamo bene, giammai perché abbiamo bisogno di qualcuno.
Una persona non ha bisogno dell'altra, esse si completano... non per essere due metà, ma per essere un intero, disposte a condividere obiettivi comuni, gioia e vita.
Nel corso del tempo, ti rendi conto che per essere felice con un'altra persona, è necessario, in primo luogo, che tu non abbia bisogno di questa persona.
Comprendi anche che la persona che ami (o pensi di amare) e che non vuole condividere niente con te, sicuramente, non è l'uomo o la donna della tua vita.
Impara a volerti bene, a prenderti cura di te stesso, e principalmente a voler bene a chi ti vuole bene.
Il segreto non è prendersi cura delle farfalle, ma prendersi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te.
Alla fine troverai non chi stavi cercando, ma chi stava cercando te.
 

giovedì 10 gennaio 2013

Progetti per una visita a mia moglie, di Romolo Bugaro



 Qui sotto c'è, secondo la mia modesta opinione, uno dei più bei racconti scritti in Italia da vent'anni a questa parte. Avrei voluto scriverlo io.



Romolo Bugaro
Progetti per una visita a mia moglie



La targhetta sul campanello sarà sempre la stessa, G. Ambrosi – F. Berti. Troverò strano non sia stata ancora tolta di mezzo. Come se negli ultimi tempi non fosse successo niente di particolare, alla fine. Suonerò al campanello di sotto e la luce del videocitofono si accenderà con un minuscolo clic, bianca e concentrata. Mi preparerò a dire qualcosa guardando verso la telecamera, ma non servirà. Il portone si aprirà quasi subito, senza che nessuno chieda chi è. Magari non capirò bene il motivo, ma quel silenzio mi sembrerà già un brutto inizio. Un piccolo torto. Una specie di sgambetto prima ancora di cominciare.
L’atrio del palazzo sarà esattamente come ricordo: ampio, elegante, con le mezze colonne in rilievo sui lati.
Darò unocchiata alle cassette della posta, scorgerò la cabina luminosa dellascensore sul fondo. Salendo verso il nostro piano, per un attimo mi verrà la tentazione di piantare tutto e scappare via. Basterebbe fermare lascensore, entrare di nuovo in macchina e ripartire. Potrei farlo, se davvero volessi. Ma sarà solo un impulso passeggero, semplice da superare. So come sono fatto: nel giro di cinque minuti sarei pentito di sicuro.
Lidea di quellappartamento in fondo al giroscale mi farà un certo effetto, dopo tanti mesi dassenza. Mia moglie sarà in piedi davanti alla porta, le mani infilate nelle tasche del golf. Non avrà nessuna espressione particolare, né farà latto di venirmi incontro. Piuttosto ci sarà un istante di incertezza, fra noi, che subito danneggerà i miei gesti. A quel punto le andrò vicino senza parlare, leggermente rigido sulle gambe. Dovrò cercare di calibrare bene ogni atto, camminare verso lei non troppo piano né troppo veloce. Finalmente, mia moglie tirerà fuori le mani di tasca e sarà la prima a parlare. «Ciao», dirà. «Sei molto puntuale».
Linterno non mi sembrerà cambiato granché rispetto a prima, e i mobili saranno rimasti più o meno gli stessi, e i quadri, e i tappeti, e le fioriere in ingresso. Probabilmente mi guarderò attorno con la sensazione di essere tornato in un paesaggio di puri ricordi, più che in un luogo reale. Magari mi verrà pure la voglia di dirglielo, per farle capire quanto mi sento distante da tutto, ormai, ma alla fine non aprirò bocca.
Lei mi farà accomodare in salotto e accenderà labat-jour che ci ha regalato sua madre. Poi socchiuderà la finestra che dà sul balcone, ma senza un motivo vero: come proseguisse nei gesti per ostentare la propria confidenza con lambiente, portare subito anche le cose dalla sua parte. Alla fine siederà su una delle poltroncine vicino allo stereo, accavallerà la gambe e non chiederà se voglio qualcosa da bere, o una sigaretta, magari. Non farà nessun tentativo per rompere il ghiaccio con qualche frase di circostanza. Si limiterà a sfilare gli occhiali dal viso, prima di cominciare a dire la sua.
Sì, non avrà nessuna intenzione di farmi perdere tempo, verrà subito al punto. Spiegherà che la settimana precedente ha compilato una lista segnando tutti i mobili che mi deve restituire. Sarà solo un promemoria non definitivo, comunque, e se qualcosa non dovesse andar bene lei sarà disponibilissima a discuterne subito. Spiegherà daver aspettato inutilmente mi facessi vivo per riprendere quel che avevo lasciato lì in casa, ma siccome non è successo, ha deciso di anticiparmi. Determinate questioni non possono restare in sospeso allinfinito, su questo sarò daccordo anchio, sosterrà. «Molto meglio affrontarle subito, certe seccature», dirà. «Per il bene di entrambi».
Innanzitutto, vorrà restituirmi i mobili dello studio: la credenza cinese, la scrivania in noce, la vecchia Frau anni Sessanta. Quei mobili vengono da casa mia, quindi è normale che io li riprenda. Avrà già controllato i cassetti della credenza, portato via le sue carte, e a quel punto i facchini potrebbero venire su anche lindomani e imballare ogni cosa. Non sarà neppure necessario che io torni lì a controllare il lavoro: lei avrà già preso un paio di giorni di vacanza, per occuparsi dei dettagli.
«Mi sono abituata a pensare e fare da sola», dirà. «Davvero, non c’è nessun bisogno che ti disturbi».
Per quanto riguarda il salotto, avrà già stabilito di lasciarmi la cassapanca nera e il divano di pelle quello grande, naturalmente tenendo per sé tavolo da pranzo, trumeau e vetrinette Ottocento. In realtà il tavolo è un regalo di matrimonio, quindi anche mio, ma dal suo punto di vista la divisione sarà equa così, perché il divano è praticamente nuovo, mentre le vetrinette, soltanto di restauratore, le costeranno non meno di due milioni. Ne avrà già parlato con il restauratore. Avrà lì il preventivo da farmi vedere.
Poi passerà alla questione dei quadri. Vorrà restituirmi anche quelli, ovvio. E le stampe in ingresso, e il Novatti, e i due paesaggi inglesi Ottocento. Materialmente non avrà ancora toccato nulla, i miei quadri li ritroverò al loro posto. Però un paio di settimane prima sarà stata in un negozio di Piazza Cavour e avrà acquistato una decina di poster, tanto per rimpiazzare ciò che porterò via. La conosco. So com’è fatta. «Non sarà la stessa cosa», dirà, «ma non mi andava lidea di ritrovarmi con i muri di casa a quel modo».
Cercherà di controllare le mie reazioni, a quel punto. Ma io mi sforzerò di non mostrarne nessuna. Starò lì, seduto sul divano ad ascoltarla parlare, nientaltro. Da qualche parte, giù in strada, si sentirà un traffico dauto, qualche ragazzetto in motocicletta che filando veloce farà vibrare per pochi secondi i vetri delle finestre.
Alla fine vorrà discutere con me di altri pochi particolari: la cucina, ad esempio. Secondo lei dovremo decidere insieme, perché non avrebbe senso dividerla. Daltra parte, un problema del genere verrà fuori anche per larmadio a muro della camera da letto e il resto di cose che non è comunque possibile dividere, o le cui misure non si adatterebbero a nessun altro ambiente. Lei sa benissimo che darmi indietro quattro mobili non equivarrà a restituirmi tutto ciò che in quella casa è anche mio, pagato in parte da me. Tuttavia, ho pur abitato sei anni là dentro senza pagare una sola lira di affitto, e questo entrerà in ogni caso a far parte del conto.
Non aggiungerà altro, sul punto. Tutto sarà già definito. Così, quando mi pregherà di portare con me la lista che ha preparato, di controllarla e di rifletterci, quando si alzerà dalla sua poltroncina rimettendo gli occhiali, saprò che la mia visita è da ritenersi conclusa. Semplicemente.
Io potrò solo andar via.
Poi, allultimo momento mi troverò fermo a metà ingresso con la sua inutile lista in mano lei che dice «Ti ringrazio di essere venuto, cerca di star bene, aspetto una tua telefonata entro il mese», e farò cenno di sì con la testa, dirò a bassa voce «Entro il mese, daccordo».
Un istante più tardi sarò già in pianerottolo, e lei farà un sorriso generico, un gesto qualsiasi di commiato, e probabilmente vorrà chiudere subito la porta, rintanarsi in fretta. Ma non potrà farlo, perché io resterò a guardarla da fuori, immobile sul giroscale. Lei allora mi squadrerà incredula, poi impercettibilmente guastata dansia, e nello stesso tempo si irrigidirà.
Si preparerà ad affrontarmi qualsiasi cosa io decida di fare.

martedì 11 dicembre 2012

Mini-compilation della paranoia

Il vostro partner vi ha mollato? Succede, nelle migliori famiglie, e anche nelle peggiori. Succede anche in tenera età, quando avete la/il fidanzatina/o, più spesso che da adulti. In tutti questi casi, proverete un groppo alla gola, che pian piano si sposterà nel basso ventre, tramutandosi in un dolore sordo, etereo, che vi accompagnerà per un tempo x. Ecco, quel tempo x è una terra di mezzo nella quale non siete più coppia, vi sentite a disagio come single, ma non volete nemmeno cercare un altro partner perché vi sembrerà di aver perso la/il compagna/o più in gamba del mondo. State elaborando la perdita, rimembrando i momenti belli, caricando masochisticamente di nostalgia quelli brutti; state fissando un soffitto, in altre parole. Immobili e dolenti. A nulla vi serviranno le parole dell'amico che vi proporrà dei cliché come: "Chiodo scaccia chiodo", "Morto un papa se ne fa un altro", o il più raffinato e cinico "I cimiteri sono pieni di persone di cui non si poteva fare a meno". A nulla. Anzi, lo pregherete di andarsene, e vorrete rimanere da soli a fissare l'adorato soffitto. In questi casi vi propongo la ""Mini-compilation della paranoia". Qui il termine paranoia non ha niente a che vedere con la psicosi in cui il soggetto è convinto di essere perseguitato rispettivamente da uomini, animali, parassiti o da uomini, animali, parassiti nello stesso momento, no. Qui è usato in modo improprio, giovanilistico, ma non meno efficace: "Sto in para" "Sto in paranoia" "M'ha preso la paranoia", esprime una tristezza, una malinconia che deriva dalla mancanza di qualcosa come la propria terra((una specie di saudade), un vago senso di malinconia che non sfocia nell'angoscia((lo spleen dei poeti decadenti), o la mancanza di qualcuno, e chi meglio può rappresentare questa condizione rispetto alla persona che è stata mollata dal partner?  In quel tempo x, dicevo, non desiderate altro che la permanenza di questo stato, che non sapete esattamente quanto durerà, e potreste unire la contemplazione del soffitto - anche un tramonto andrà benissimo, ma copritevi bene: la polmonite con paranoia è molto pericolosa - all'ascolto della "Mini-compilation della paranoia", formata da quattro canzoni che faranno al caso vostro.
Al quarto posto, un classico: "Colpa di Alfredo", di Vasco Rossi. Un tipo che perde l'attimo di stare con la donna della sua vita per via di un amico che gli fa perdere tempo con un sacco di discorsi seri. E, last but not least, per via del fatto che la tipa si mette con un "africano che non sa nemmeno bene l'italiano ma si fa capire bene quando vuole". Il momento topico della canzone viene toccato quando Vasco urla più volte:" Sono convinto che se non ci fosse stato lui mi avrebbe detto sì." In questo caso potrete  ricrearvi un mondo fantastico, una specie di arcadia in cui "lui non c'è" e lei  dice tante volte sì, sì da ripetere tante volte: un sì conseguente alla richiesta di amore eterno, o  un sì esibito in situazioni più scabrose ma più piacevoli. Ma non crogiolatevi troppo in questo pensiero, perché, lo sapete bene: il fatto è che lui c'è e lei non vi ha detto sì.
Al terzo posto "Cara", di Lucio Dalla. Parla di un fuggevole e platonico amore tra un lui molto più vecchio di una lei. Da ascoltare con attenzione la frase: "Io che qui sto morendo, e tu che mangi un gelato." Lui è lì rapito da mille tormenti, e pensieri, voli pindarici intorno ad un possibile amore, e lei? Ve la vedete? Mentre lui parla, lei sta lì a fissare il cono gelato, ben attenta che la goccia di nocciola non scivoli sul cono, e concentrata sulla forma sferoidale che potrebbe sciogliersi in modo inaspettato. Potrete immedesimarsi nella condizione di essere infinitamente meno importante e infinitamente più coinvolto della ex nella storia appena finita, trandone una infinita piacevole nostalgia.
Al secondo posto "Ci penserò domani", dei Pooh. Una ex, di cui il protagonista è ovviamente ancora infinitamente innamorato, riappare, chiede ospitalità per una notte; si è lasciata dal suo più recente compagno, e questo riaccende la speranza del protagonista. Invece la tipa non vuole far altro che scroccare vitto, alloggio e telefono(forse fa addirittura una chiamata internazionale perché parla in inglese) per il tempo di una sera e una notte. La mattina lei si leva di torno, e lo saluta teneramente dicendogli: "...e se io fossi una donna che torna è qui che tornerei." Ma siccome lei non è una donna che torna, non tornerà. Potrete concentrare la vostra attenzione sulla vostra ex, pensando alla remota possibilità che faccia parte della categoria delle "donne che tornano". Dopo mille tormenti, giungerete alla conclusione che la vostra ex è una donna che non torna. E questo aggiungerà tormento al tormento.
Al primo posto, "Vendo casa", di Lucio Battisti, ma a mio avviso questa canzone si apprezza meglio nella versione deiDik Dik( da non confondere, nella vostra ricerca, con i Dick Dick, pena l'apparizione nel vostro pc di molti siti a contenuto troppo esplicito). Qui il protagonista cerca di vendere la casa che aveva rappresentato il suo nido d'amore, fino al momento in cui la sua compagna si è levata di torno. Il tipo non cura più il giardino, non lava più i piatti, non fa più manutenzione della casa. In questo caso non potrà sperare di ottenere una grande cifra per la vendita, ma pare che non gliene interessi gran che, anzi, in un impeto di rabbia urla: "Questa casa è tutta da bruciare". La chicca paranoica, estremamente raffinata a mio avviso, sta in questa frase:"ho la barba lunga come tu la vuoi ed ho voglia di morire". In realtà la bellezza non sta certo sulla seconda parte del periodo, perché l'intento di morire è eccessivamente palese, troppo sbandierato, troppo abusato. Ma concentriamoci invece sulla meraviglia della prima parte: "Ho la barba lunga come tu la vuoi". Ci pensate? Il tipo è un finto trascurato; troppo facile radersi tutti i giorni, troppo facile non farsi mai la barba per nascondere i propri rammarichi dietro una folta peluria sul volto, niente di tutto questo. Gran parte della sua cura mattutina starà nel mantenere la barba alla lunghezza esatta di come lei desidera, né più né meno. Chissà che lei possa tornare da un momento all'altro. Semper paratus. Nella vostra condizione, se siete appartenenti al sesso maschile, pensate a quanto la vostra ex desideri la barba, e mantenetela sempre in quella condizione. Chissà che non torni. Ma non vi illudete, fratelli. E sorelle.
Buon ascolto!

giovedì 6 dicembre 2012

Librarsi con grande intensità

La sera del 4 dicembre, nella biblioteca delle Oblate di Firenze, il gruppo di lettura “Librarsi” si è ritrovato per leggere alcune belle pagine proposte da ogni singolo lettore. Qui sotto riporto un sintetico resoconto.
Pallina, una novella di Guy de Maupassant, letto da Jean. Pressioni su una ragazza francese, una prostituta che viene costretta a concedersi a dei soldati prussiani per un fine nobile e superiore, anche se tutti considerano che non ci sia nulla di nobile e superiore in ciò che fa. Questo gruppo di persone benpensanti desidera ipocritamente che lei accetti di farlo, che non faccia tanto la difficle; sarebbe la salvezza di tutti, anche se viene disprezzata da tutti. Nessuno si preoccupa minimamente del fatto che lei non desidera affatto farlo, come se la sua volontà non fosse nemmeno da prendere in considerazione. Dinamiche di gruppo che soverchiano le esigenze del singolo, per giunta un soggetto debole che non ha il diritto di essere tutelato. 
La profezia di Celestino, di James Retfield, letto da Stefano. Affascinante, per  Stefano, il leggere in queste pagine che qualsiasi persona che tu incontri possa non essere frutto di un evento fortuito, che non sia un caso ma che ci sia qualcosa di interessante dietro tutto questo. Come se lasciasse intravedere la meraviglia oltre il quotidiano. Come se al motivo dell'incontro, di qualsiasi incontro, avessimo l'opportunità di indirizzare la vita in una direzione carica di senso. E se cogli profondamente lo sguardo di un viso con cui percepisci una affinità, oltre al suo aspetto esteriore riuscirai a leggere il suo vero pensiero.
Jorge Luis Borges, Finzioni, letto da Bianca. Viene letta la premessa del libro , che giustifica le scelte e lo stile del libro stesso, e anche la finzione e la sua coerenza. Per Bianca, rileggendo nuovamente questa premessa in seguito alla lettura del libro, si sono chiarite molte cose, in uno stile che ad alcuni, alla prima lettura, potrà apparire cattedratico e distante dal lettore, ma che per lei non è tale.  In poche parole nella premessa si sintetizza molto chiaramente e in poche frasi tutto ciò che sarà esposto in seguito.
Amelie Nothomb, La metafisica dei tubi, letto da Paola. L'ultima frase del brano dice: “dimmi cosa ti disgusta e ti dirò chi sei, le nostre personalità non servono a niente, le nostre inclinazioni sono una più banale dell'altra.” I pesci  che mangiano voracemente le briciole di mangime(la repulsione suggerita nel brano), una colonia di vermi, la roba da mangiare in grande quantità, un individuo che mangia in modo vorace, le piattole, briciole di un biscotto nel fondo di una tazza di latte. Tutti suggerimenti dei vari lettori presenti alla serata, stimolati dal brano stesso, peraltro molto divertente.
Caos calmo, di Sandro Veronesi, letto da Donatella. Ritmo incalzante, un periodare denso di immagini. La verità di questo brano – che la gente smette di sorridere ai bimbi e alle loro mamme appena compiuti i quattro anni – è ciò che ha colpito Donatella, una verità disarmante . Lo stile, dice Cristina, è piaciuto, ma il brano ha messo in risalto, oltre a quella verità, una mamma esaurita e nevrotica. La mamma si dovrà reinventare qualcosa per andare avanti, altrimenti la gente continuerà ad ignorarla.
Fred Uhlman, L'amico ritrovato, letto da Luca. Ogni passaggio del libro o del brano è per Luca molto intenso; ogni momento della vicenda è finalizzato al tentativo di accattivarsi la simpatia e la visibilità di un compagno di scuola da parte del protagonista del libro . Parla della affinità a livello maschile con un amico. Lui trova un alter ego, un'affinità che nasce per un ragazzo, per lui fondamentale per la sua crescita. Disposto a sacrificarsi per lui, a voler eccellere con gli studenti ed i professori per ingraziarselo. Ci sono momenti di esaltazioni in adolescenza quando ci si avventura in giudizi su massimi sistemi e arte, dimostrando che sei più in gamba degli altri compagni, o in modo più discreto dimostrando che sei più competente di un insegnante.
La resurrezione di Mozart, Nina Berberova, letto da Cristina. Un personaggio che passa dalla città bassa alla città alta, pur provenendo dalla città alta. Indugia, perché deve tornare nella città alta e perde tempo, e infine decide di andare nella città alta. La prosa è al confine con la poesia, immagini forti di questa città portuale, investita da piogge e uragani. Una delle frasi più suggestive:”...tu sei un violino, un flauto, o un tamburo su cui il destino batte già da vent'anni, è vietato avvilirsi.”
Cattedrale, un racconto di Raymond Carver, letto da Toni. In queste pagine un non vedente guida la mano del protagonista in modo da disegnare una cattedrale. “...Il cieco ha detto:-Stiamo disegnando una cattedrale. Ci stiamo lavorando insieme, io e lui...” La maggior parte del disegno di questa cattedrale sarà eseguito dal protagonista ad occhi chiusi, sempre guidato dalla mano del cieco: “...Tenevo ancora gli occhi chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente. -E' proprio fantastica-, ho detto.”

Una serata di grande intensità, come spesso, in molte serate del gruppo di lettura, è accaduto.
Ci ri-incontreremo l'8 gennaio.