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sabato 30 ottobre 2010

Discorso del presidente


Con queste mie poche parole desidero ringraziare il presidente Hu Jintao e il primo ministro Wen Jiabao. Ringrazio voi, e tutto il popolo cinese, per l'accoglienza ricevuta in questo straordinario ed immenso paese. Mi ricordo con commozione il momento in cui, quando avevo solo ventiquattro anni, fu proclamata da Mao Tse Tung la nascita della Repubblica Popolare Cinese, e oggi provo quella stessa commozione. Non mi sarei mai immaginato, allora, che, ormai vecchio, mi sarei trovato qui, in veste ufficiale di presidente della Repubblica Italiana, sessantuno anni più tardi. La Cina ha camminato tanto in questi anni: ha permesso a un miliardo e trecento milioni di esseri umani di poter avere nutrimento, assistenza per le malattie, una casa, un lavoro. Non è poco. Questo immenso paese ha percorso, in campo economico, negli ultimi venti anni, tanta strada, ha bruciato le tappe di un progresso industriale che in altri paesi si è sviluppato in più di un secolo. Spero che gli accordi commerciali, l'import-export tra Italia e Cina, le relazioni culturali e di amicizia si sviluppino in misura sempre crescente. E' un paese immenso, il vostro, dalle immense risorse, il cui cammino non deve però ritenersi concluso. Il progresso non si misura esclusivamente dal prodotto interno lordo, ma anche dai mezzi con i quali queste immense ricchezze sono state create. Con il lavoro, certamente. Ma anche con il lavoro di sei milioni di persone - spesso esclusivamente colpevoli di aver dissentito nei confronti dello stato - internate nei laogai in cui si produce di tutto - dai giocattoli ai computer, ai mobili per la casa e via discorrendo - e in cui le condizioni di vita sono disumane. Il cammino non deve ritenersi concluso, signor presidente e signor ministro, se ancora oggi la censura agisce pesantemente sui mezzi d'informazione, se impedisce la visibilità di molti siti internet, se lo stato impedisce di manifestare liberamente. Come avvenne durante i tristi giorni del 1989, che avrebbero potuto essere un'occasione di confronto, aspro ma civile, con i nuovi modelli politici e sociali che animavano la fertile mente di molti studenti universitari, insegnanti, operai. I fatti del 1989, tristemente noti sotto l'icona di piazza Tienanmen, si sono risolti in un bagno di sangue, in deportazioni, campi di "rieducazione", condanne a morte.
Uno dei capostipiti di quel movimento politico e intellettuale è Liu Xiaobo più volte imprigionato e sanzionato, fino alla recente condanna a undici anni di reclusione, esclusivamente per reati di opinione. Liu Xiaobo, in virtù del suo forte impegno nella promozione dei diritti umani, è stato insignito del Premio Nobel per la pace. In carcere non può gioirne con nessuno, gli è impedito di rilasciare interviste a giornalisti, e anche la sua moglie Liu Xia è agli arresti, per il semplice fatto di essere la moglie di uno scomodo premio Nobel.
Chiedo al signor presidente e signor ministro - e qui concludo - di riservare al vostro concittadino Liu Xiaobo la stessa accoglienza che è stata riservata a me, e ove questa non fosse possibile e conveniente, chiedo che sia liberato e prosciolto dalle sue accuse. Che oggi stesso possa riabbracciare la moglie, che il dieci dicembre possa lui stesso ritirare il premio Nobel.
Vi chiedo tantissimo, me ne rendo perfettamente conto. Vi chiedo questo in nome della sconfinata ammirazione che provo per questo paese, in nome di un sempre più esteso riconoscimento della Cina come protagonista della scena mondiale da parte di tutta la comunità internazionale; ve lo chiedo ricordandomi la commozione che provai sessantuno anni fa, perché quelle promesse di una Repubblica Popolare Cinese appena nate non vengano più disattese.
Grazie, signor presidente, grazie signor ministro.

Questo è il discorso che avrei desiderato ascoltare dal Presidente Giorgio Napolitano, una persona che stimo, in occasione della sua visita in Cina. Così non è stato, ci sono stati solo dei vaghi e fumosi richiami ai diritti umani(che probabilmente nessuno ha capito).

Peccato

Toni La Malfa

giovedì 21 ottobre 2010

I norvegesi, i cinesi e gli italiani







Quando facevo le scuole elementari, spesso ci raccontavamo barzellette che potessero mettere in risalto la furbizia del popolo italiano - ci illudevamo di essere i migliori - rispetto ai difetti di altri popoli. Se oggi dovessi inventare una storiella del genere, metterei ben altro in risalto. Ci provo.

Ci sono dei norvegesi che ogni anno vogliono premiare una persona nel mondo che si sia distinta in attività umanitarie, o che possa essere portatrice di pace. Il premio in questione è il premio Nobel per la pace. Questi norvegesi, un comitato eletto dal loro parlamento, hanno assegnato il premio Nobel 2010 per la pace a Liu Xiaobo, un cinese che ha promosso nel suo paese battaglie per i diritti civili ed umanitari, e che ora sta scontando una pena di undici anni in carcere per avere criticato aspramente il governo cinese in più occasioni.

I giudici cinesi che hanno condannato Lu Xiaobo dicono di lui:

... Liu Xiaobo

si è reso colpevole del reato di incitamento alla sovversione dell’ordine statale vigente e del sistema socialista, con una condotta ben oltre i confini della libertà d’espressione. Pertanto le istanze difensive presentate dall’imputato e dai suoi avvocati non possono essere accettate. Considerati entità, natura, circostanze e grado di pericolosità sociale del reato ascritto all’imputato Liu Xiaobo, la Corte, in conformità con gli articoli […] del Codice Penale della Repubblica Popolare Cinese,

giudica:

1) L’imputato Liu Xiaobo colpevole del reato di incitamento alla sovversione dell’ordine statale vigente, lo condanna a una pena di undici anni di detenzione e lo priva dei suoi diritti politici per dodici anni.[...]

Ci sono degli italiani che hanno accolto con tutti gli onori il 7 ottobre scorso il premier cinese Wen Jiabao, e hanno concordato con lui e il suo management l'obiettivo di raggiungere nei prossimi 5 anni l'interscambio di 80 -100 miliardi di euro. Bene. Siamo in crisi, e questi accordi commerciali daranno una briciolina di respiro in più alla nostra economia. Ma non una sola parola è stata detta sulla violazione dei diritti umani in Cina, su come questi favolosi fatturati dei cinesi vengano raggiunti, spesso imponendo lavori forzati(campagne di rieducazione) a dissidenti, professori, intellettuali, studenti (si parla di milioni di cinesi che lavorano gratis), inoltre sottopagando la manodopera, infischiandosene delle norme di sicurezza sul lavoro. Non una parola è stata detta sul partito unico, sulla assenza di libertà di stampa, sulla mancanza, di fatto, della libertà di espressione.

Anzi.

Un italiano, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, ha espresso un «apprezzamento ammirato» per il ruolo della politica internazionale della Repubblica Popolare Cinese. Il premier elogia la «molta saggezza» che c'è nelle relazioni internazionali della Cina la quale «si presenta sempre con la volontà di sedare tutti i contrasti e risolvere tutte le situazioni con grande saggezza e serietà» nel segno di quella che un ministro cinese ha definito una politica ispirata «all'armonia».

Quasi un paradosso temporale, dunque, l'annuncio di poche ore dopo, l'8 ottobre, dell'assegnazione del Nobel per la pace a Liu Xiaobo. Il gelo dei rapporti diplomatici minacciato da Pechino alla vigilia di questo annuncio non ha spaventato il comitato del Nobel.

Al gelo, evidentemente, i norvegesi sono abituati.

Viva i norvegesi. Viva Liu Xiaobo. Ci auguriamo che il dieci dicembre possa lui stesso ritirare il premio Nobel per la pace 2010.

giovedì 7 ottobre 2010

Eroica 2010: you can be heroes...































Non lasciatevi trarre in inganno dalla prima foto, dal sapore vagamente trionfalistico.
La foto - in realtà anche le altre due - si riferisce alla sera del tre ottobre 2010, una data per me importante, anche se in quel giorno non ho vinto niente, non ho ottenuto allori né lauree, né ho conseguito alcun premio per aver scoperto qualcosa di importante.
Anzi: ho faticato tutta una intera domenica, alzandomi alle due e mezzo del mattino, tornando a casa alle undici e mezzo di sera.
Ma qualcosa di bello l'ho vinto, sì, lasciatemelo dire.
Che cosa ho fatto?
Ho partecipato all'Eroica 2010, una manifestazione ciclo-turistica che si tiene nelle strade asfaltate e, perlopiù, nelle "strade bianche", quelle sterrate, del Chianti. Sono arrivato al traguardo della distanza più lunga entro il tempo massimo, giusto in tempo per essere inserito nell'"albo d'oro" dei partecipanti, il che per me è una grande vittoria. E' l'unica gara in bicicletta a cui ho partecipato in vita mia.
Sono partito al buio da Gaiole in Chianti, poco dopo le cinque del mattino, e vi sono tornato dopo le sette di sera, all'imbrunire, dopo aver percorso 209 chilometri immerso nella bellezza, inzuppato di sudore, sporco di fango, affaticato, a volte disperato, e felice di esserci. Con il buio, la nebbia, il sole, la pioggia, il freddo, poi il caldo, le salite imbrattate di fango, le discese spesso segnate pesantemente dalle ruote dei trattori, attraversando paesi simbolo di Chianti per tutto il mondo: Gaiole, Brolio, Siena, Radi, Montalcino, Asciano, Castelnuovo Berardenga, Radda. Avvertendo il calore e l'accoglienza di coloro che si sono prestati per l'organizzazione ai sei ristori, ai crocevia, nei bivi delle strade bianche, in campagna, nei boschi.
Oggi è mercoledì, e ancora mi arriva energia ed entusiasmo dall'esperienza compiuta domenica. Sì, lo ammetto, mi sono sentito eroico, molto vintage, come la mia vecchia eroica bicicletta Colnago - un po' malandata, con ruggine qua e là, poverina, comunque utilissima: per partecipare il regolamento richiedeva una bici di fabbricazione anteriore al 1987 - e orgoglioso di aver potuto, con la sola forza delle mie gambe, percorrere tutti i 209 chilometri di silenzio e panorami mozzafiato, come i tanti cipressi e case sulle colline, proprio in cima.
Le strade bianche, le vedi lontane, pare che non ci arriverai mai, sui versanti oltre, di là dal fondovalle, e poi ti ci trovi dentro, le maledici per quanto sudore e fatica ti fanno spremere, poi le benedici voltandoti un attimo indietro, per poi ricominciare avanti a te. Una specie di metafora della vita, ed è incredibile quante cose rivedi e riesci a pensare in 209 chilometri in bici.
Grazie Eroica, per avermi fatto sentire eroico...just for one day.

mercoledì 29 settembre 2010

Una buona nostalgia















Mi trovo a camminare in un paese in silenzio.
L'ora è tarda, ma non troppo. Se fosse estate piena, sentiresti le cicale che urlano e sferragliano come una vecchia locomotiva, una colonna sonora festosa, una specie di Buena Vista Social Club, e la luce ti inonderebbe ancora di calore.
Invece non è più estate, non è ancora autunno, e la luce di un lampione prevale sul sole al tramonto; una luce tiepida, discreta come le nocche di una bambina che bussano alla porta.
Mi trovo sommerso da buone sensazioni. Questo lampione è una specie di madeleine che mi rimanda alle scuole elementari, gli anni del boom economico, dell'esplosione demografica che ci costringeva a fare i doppi turni nelle scuole, un mese la mattina e uno il pomeriggio. Erano le cinque e mezzo di sera, un ottobre anni 60, a Piombino, mi vedo a dieci anni con la cartella e il giacchettino blu di ordinanza che stavo tornando a casa a piedi, poca gente per strada, una nebbiolina e un fresco non ancora freddo, ormai non più caldo. La luce del lampione che rischiarava sé stesso e poco altro, regalava ombre sui muri e la mia ombra, che si accorciava e si allungava ad ogni nuova luce.
E oggi, come allora, sento di desiderare questo stato, che la bella estate sarebbe insostenibile se non lasciasse mai il passo a questa nuova dimensione. Che permette di soffermarsi sui chiaroscuri, sulla morbidità dei contorni. Un poco più raccolto, raggomitolato, dimesso.
Una campana sta suonando, sette rintocchi in tutto.
Non voglio altro adesso, solo una buona nostalgia.

martedì 14 settembre 2010

I cieli a Capo Nord















































Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt. La saggezza del pantofolaio Orazio - da menzionare anche "parva sed apta mihi", iscritto sulla sua casetta - ci ricorda che è inutile andarsene a tremila chilometri da casa nella speranza di cambiare il proprio stato d'animo. In realtà il mio animo mi sembra un po' rasserenato - se non per merito del viaggio, forse sarà per un innalzamento della glicemia di cui non mi sono ancora accorto - comunque è certo il fatto che i cieli cambino tantissimo da queste parti. Pare che le nuvole viaggino molto velocemente(non ci sono tante terre, a queste latitudini) e inoltre le infinite ore di luce estive consentono di guardare un panorama che "mutat" di continuo, per giunta esaltato dalle varie angolazioni della luce del sole, perlopiù radente. E d'inverno lo spettacolo è garantito dalle aurore boreali, anche se su uno sfondo di freddo intenso e precipitazioni nevose.
Oggi è il ventinove giugno, martedì. Ho cieli a disposizione per tutto il giorno, e dovrò percorrere centoventotto chilometri in bici per arrivare vicino a Karasjok. Anche se dovrò pedalare per tante ore, approfitto del fatto che ho già prenotato per stasera e che il sole non tramonterà, per attardarmi al punto di partenza, Kautokeino, presso la casa-museo "Juhls Silvergallery" costruita dai coniugi Juhls, che hanno tratto ispirazione dalle forme dei monili del popolo Sami per creare i più disparati oggetti di gioielleria - perlopiù argento, ma utilizzano qualsiasi materiale - e anche sculture e pitture. Un bello spettacolo: la casa, concepita secondo morbide linee curve e pendenti, si integra perfettamente nel bosco alla periferia di Kautokeino; il suo interno è avveniristico ed accogliente al tempo stesso, e i gioielli fotografano e tramandano un artigianato che sarebbe andato altrimenti perduto: spirali infinite in bracciali e orecchini, giochi di colonne e piramidi che si tuffano in cerchi concentrici, lune e soli, e stelle. Bravi.
Esco dal museo alle 11,30, temo che arriverò tardissimo stasera. Pazienza. Anche volendo, non potrei far niente per arrivare prima. Mi fermo a comprare acqua, salame, due panini, e cinque "kvikk lunski", identici al kit-kat(chissà che non sia un boicottaggio dei norvegesi nei confronti della Nestlè).
Per tutto il viaggio percorrerò una valle incuneata tra monti e colline, scavata dalla forza di ghiacciai che hanno lasciato laghi e fiumi nel fondovalle. Il primo tratto di venticinque chilometri è in comune con la strada di arrivo di ieri, questo è un po' scocciante. I cieli però variano lo stesso, merito delle nuvole. Sono partito con un cielo plumbeo, via via si è alleggerito lasciando squarci di azzurro. Fa quasi caldo, e appena c'è caldo qui si scatenano le zanzare. Per fortuna non ce la fanno ad appoggiarsi su di me mentre pedalo, per cui è solo un fastidio psicologico: in certi punti dell'aria si vede scuro da quante ce ne sono. Anche il decorso del fiume varia di continuo: ci sono delle anse che hanno creato banchi di ghiaia enormi, oppure degli isolotti di sabbia, e a volte questi isolotti sono interamente tappezzati di alberi. Verso le quattro c'è sole pieno con qualche nuvoletta qua e là, la temperatura è mite, sui 17 gradi; sono solo le placche di neve sulle colline un po' più alte a ricordarmi dove mi trovo. A guardare simili panorami, a sentire la brezza sul viso, il sole che ti scalda le ossa, a sentire le gambe che si muovono bene, ascoltando lo scroscio dell'acqua e i rumori del bosco, a fare tutto questo, insomma, ringrazi il cielo di essere vivo. Di quante opportunità e quante bellezze la vita può riservare. a volte avverto la pesantezza di alcune situazioni della mia vita che mi inchiodano al suolo, in altre - come adesso - mi sento leggero e anche il mio fardello prende il volo.
Gli ultimi quindici chilometri prima di Karasjok sono dentro un fitto e fresco bosco, arrivo al bed and breakfast alle nove di sera. E, come in un brutto sogno, il proprietario mi annuncia che oggi non ha consultato internet e non ha visto la mia prenotazione. E ora non c'è posto. Prima opzione: mi propone, scusandosi, di arrivare in paese ad un altro bed and breakfast. Il paese è a sette chilometri da qui, sono stanchissimo e ho fame, non ce la faccio. Allora, seconda opzione: mi ospita in casa sua. Approvato, anche se mi sento un po' in imbarazza. Per stanotte dormirò nel mio sacco a pelo piazzato su pelli d'orso che tappezzano quasi interamente il suo parquet(qui tutto è legno, dalle stoviglie alle scale al tavolo massello al bidone al lampadario) in soggiorno. Mi offre della renna cotta alla brace, buonissima, la divoro in pochi minuti. Mi chiede se voglio unirmi al fuoco fuori, c'è una specie di festa con dei suoi parenti, mi tiro indietro per la stanchezza, vado a dormire, crollo. Mi sveglio più tardi, verso l'una di notte, sento delle risa ed urla di bambini. Mi affaccio alla finestra e vedo una decina di persone che fa il bagno in un ruscello(immagino la sua temperatura), accanto c'è pronta una gigantesca tinozza(di legno, ovviamente) con acqua fumante, immagino quasi bollente. Dopo pochi minuti i bagnanti(bambini, uomini, donne, immagino tutti parenti del padrone di casa, lui incluso) si accovacciano tutti insieme, sorridenti e festaioli, nella enorme tinozza.
Il sole è alto nel cielo.
Torno a letto di buonumore, il loro sorriso mi ha contagiato.
Continua a leggere Viaggio a Nordkapp - 6

domenica 5 settembre 2010

Etica e natura, vicino a Nordkapp























Dopo l'incontro con Capo Nord atteso da una vita(più o meno consapevolmente), ieri pomeriggio ho preso un autobus che mi ha rispedito ad Alta, al punto di partenza. Sono sceso in serata ad Alta con pioggia battente e freddo.
Ventotto giugno, lunedì. Stamani c'è il sole e nove gradi. Bene. Mi aspetta una pedalata di centotrenta chilometri per raggiungere Kautokeino, nel cuore della regione dei Sami, che in Norvegia hanno ottenuto riconoscimenti giuridici, sociali ed economici. Da novemila anni stanno in queste terre, è giusto che continuino a starci, ne hanno convenuto i norvegesi, gli scandinavi arrivati molto più tardi. Ci sono state aspre lotte per ottenere tutto questo, ma ora i Sami hanno un loro parlamento, un territorio, una lingua. I Sami residenti in Finlandia non stanno bene come loro, e quelli residenti in Russia, nella vicina penisola di Kola, praticamente non esistono giuridicamente. E' un bellissimo esempio - i Sami e i norvegesi - di convivenza pacifica e fruttuosa.
Molti Sami tutt'oggi vivono nomadi, in tende per lunghi periodi dell'anno, spostandosi in relazione alle migrazioni delle renne. Per vivere accanto alle renne, devi pensare come una renna, e correre come una renna. Il mondo, dicono, è nato da una renna speciale, una renna bianca: i suoi occhi sono le stelle, le sue vene i fiumi e i laghi, il suo manto i monti e le colline, ed il suo cuore sta al centro della terra. Quando hai perso la via, appoggia l'orecchio sul terreno e ascolta il battito del cuore della renna bianca: ti aiuterà a ritrovare la strada.
Per tutto il viaggio di oggi, mi troverò accanto al fiume Alta-Kautokeino, che nei primi quaranta chilometri(in realtà alla fine del fiume, vicino alla foce) si snoda attraverso strette gole, dei veri e propri canyon, con l'acqua che dà spettacolo di sé. Sono solo per decine di chilometri. Solo acqua, renne, boschi. Dopo cinquanta chilometri, in cima ad una collina - altitudine 400 metri - trovo una casa, l'insegna del caffé. Mi fermo. Si tratta di una casa, una fattoria, nel cui soggiorno hanno attrezzato una accogliente sala da té, con una torta di frutti di bosco e dei panini. Prendo un panino e un caffè. Mi godo le trine alle finestre, le foto di famiglia; nell'accogliente e pulito bagno c'è un angolo in cui hanno piazzato una poltrona. Torno in soggiorno, una coppia di turisti - gli unici che ho visto da stamani - se ne va, rimango solo ed incantato. La proprietaria è in cucina, sta preparando qualcosa per stasera, fuori c'è un uomo - forse il marito - che sta segando la legna. Poco dopo passa dal corridoio una bella ragazza di circa vent'anni - la figlia, immagino - con passo stanco, in ciabatte, che si dirige in una camera. Mi immagino una vita aspra, d'inverno c'è neve alta per mesi; qui si fermano le slitte con cani e motoslitte dirette ad Alta, in percorsi invisibili che solo la gente del posto conosce. Vado a pagare. Cinquanta corone, dice la signora. Pago con una banconota da cinquanta corone. La signora prende la banconota, la inserisce nel registratore di cassa, e mi fa lo scontrino fiscale. Lo scontrino. Nessuno fuori. Alta a cinquanta chilometri, Kautokeino a ottanta, foreste e un fiume. Lo scontrino. Lo guardo, e la signora mi saluta sorridente, che non capisce la mia sorpresa; forse capirebbe venendo in Italia, nell'Italia dei furbi. E' stata l'esperienza più sconvolgente di questo viaggio. Qui si respira etica, oltre all'odore della terra umida.
Ora sto pedalando in altopiano, con il fiume sempre impetuoso, tanti boschi e di tanto in tanto qualche placca di neve residuo dell'inverno. Una di queste, piuttosto grande, ha la forma di una colomba. E in quanto a volatili, ho la fortuna di assistere al volo di un'aquila. Mi fermo e la seguo finché la vedo, una decina di minuti di spettacolo. Le aquile mi emozionano, l'ho già scritto in questo blog. Non c'è alcun motivo legato alla sopravvivenza per loro di fare tutte quelle evoluzioni, di avvitarsi in aria sempre più su, è solo il piacere di farlo, probabilmente, di fare cose che nessun altro uccello sa fare così bene.
Il viaggio scorre placido accanto al fiume, anch'esso più calmo. Sono le otto di sera, sono arrivato a Kautokeino, trovo l'albergo.
Ho fame e sonno. E sono contento di essere arrivato qui.
Continua a leggere Vuaggio a Nordkapp - 5

domenica 22 agosto 2010

Mondadori? No, grazie!

Mi ricordo una storiella che parla di un tipo che vuol smettere di fumare. Incontra un amico e gli chiede una sigaretta. L'amico gli dà la sigaretta un po' contrariato, replicando: "Ma non avevi smesso di fumare?" "Sì, ne ho intenzione, e sono alla prima fase: ho smesso di comprarle!".
Io sono in questa fase: ho deciso di smettere di comprare libri Mondadori, anche se non smetterò di leggerli(evviva le biblioteche, in questo caso, anche se preferirei vedere i miei libri letti in bella vista sugli scaffali del mio studio) .
Perché? Il motivo è semplice: ho letto l'articolo di Massimo Giannini apparso su Repubblica il 19 agosto scorso e ho deciso di non versare più soldi ad un'azienda che si fa una legge ad hoc per evitare il terzo grado di un processo che, in caso di sconfitta, avrebbe obbligato la Mondadori a versare 350 milioni di euro(173 milioni di euro di imposte dovute, alle quali si devono aggiungere gli interessi, le indennità di mora e le eventuali sanzioni), chiudendo definitivamente la questione con il pagamento di 8,6 milioni di euro, il 5% di 173 milioni. Ovviamente, a parte qualche lettore di questo blog, nessuno si accorgerà nessuno del mio simbolico "boicottaggio": i miei acquisti annuali di libri Mondadori in confronto agli utili del gruppo Mondadori non rappresentano nemmeno un paramecio in confronto ad un elefante, ma tant'è. La Norvegia, nei suoi investimenti all'estero del suo enorme fondo pensioni, sceglie eticamente di non investire in aziende di armi, alcool, o che sfruttino il lavoro minorile. Mi sembra altrettanto etico non rivolgere i propri acquisti verso aziende che bypassano le regole del libero mercato evitando contenziosi tributari che parlano di tasse non pagate, facendosi leggi su misura. E anche i dubbi che nutre Vito Mancuso, sull'opportunità di continuare a pubblicare per Mondadori, dovrebbero far riflettere tutti gli autori che pubblicano per Mondadori. Così come Saramago, di fronte al gran rifiuto di Einaudi di pubblicare un lavoro dell'autore estremamente critico nei confronti di Berlusconi, decise di non voler più pagare, come sostenne ironicamente a giugno Le Monde, i sigari del proprietario di Einaudi.
Mondadori?
No, grazie.

giovedì 19 agosto 2010

La luce, a Capo Nord




































Ieri sono arrivato a Honningsvag con la pioggia. Era stata una bella giornata di sole con le nuvole che si rincorrevano e la temperatura relativamente mite, sui 15 gradi. Tutto bene, finché alcune nuvole probabilmente hanno litigato e si sono impuntate su un bordo di cielo, sono diventate nere e hanno creato un ingorgo. Nel giro di mezz'ora la luce ha cambiato qualità e intensità, ne è sortita una specie di crepuscolo livido e ombroso. Ha cominciato a piovere, per fortuna solo nella mia ultima ora di pedalata, e non ha più smesso. Oggi è il 27 giugno, domenica. In queste notti, da quando sono arrivato, non ho mai usato le tende oscuranti alla finestra. Sono così stanco, dopo otto ore di bicicletta, che potrei dormire anche dentro un solarium. Così se la notte apro gli occhi, sbircio fuori della finestra e intravedo il miracolo della luce a qualsiasi ora. Stanotte ho visto luce e pioggia, ininterrotta. Ora sono le sette e mezzo e metto fuori il naso: ancora pioggia battente, nebbia, e vento così forte che mi sposta i piedi(raffiche a 70 km l'ora, leggerò sul meteo), freddo(5-6 gradi). Mi convinco della necessità di fare gli ultimi 35 km che mi separano da Nordkapp con l'autobus. Alla fermata, qui a Honningsvag, sull'asfalto bagnato è stato disegnato con il gesso il gioco del mondo; dev'essere emozionante, per un bambino, giocare al mondo sul tetto del mondo.
Sembrano le cinque di sera di un inverno piovoso, invece sono le otto e trenta del mattino; a bordo dell'autobus ci siamo io e un giapponese. Incollo il viso al vetro del finestrino, si intravede la vegetazione artica - i soliti muschi e licheni, sempre loro - alternata a sassaie, placche di neve più frequenti; vedendo panorami così aspri, è comprensibile che dal 15 agosto in poi non è più garantito l'accesso a capo nord. La strada si inerpica su colline tappezzate di niente, niente alberi, nessun animale, nessun uomo in giro. Arrivo a Capo Nord, scendo dall'autobus in un piazzale desolato, tiro fuori la bici dal bagagliaio dell'autobus. Mi sento un po' smarrito, ma emozionato, sorrido al giapponese in mezzo alla pioggia, anche lui mi sorride.
E'un'emozione forte. Non importa il maltempo oggi, per me. Capo Nord è un luogo, certamente, e prima di tutto. Ma è anche un'idea, un nord che si trova nella testa, un senso aspro delle cose, una grandiosa bellezza talvolta difficile da cogliere e interpretare, forse come la vita. Sette anni fa scrissi un racconto, un tipo che parte per capo Nord dopo essere stato lasciato dalla moglie. Me ne ero dimenticato, fino a qualche giorno prima di partire.; tanto per rimarcare il fatto che da tanto tempo mi ronza capo Nord nela testa. Vi lascio il racconto alla fine del post.
In mezzo a questa pioggia e nebbia intravedo il centro di accoglienza, un luogo orribile dotato di caffetteria, ristorante, infarcito di souvenir e maglioni e berretti Nordkapp. Per fortuna c'è poca gente. Esco in direzione mare, di là dalle vetrate è situato il monumento simbolo di questo posto, un enorme mondo trapassato dall'asse terrestre inclinato di 26 gradi. A me non dispiace; in fin dei conti all'inclinazione dell'asse terrestre, è giusto sottolinearlo, dobbiamo tanto: le stagioni, il mutamento della luce nei vari periodi dell'anno, compresi il giorno e la notte polare. Più avanti ancora, un piazzale recintato e al di là, il niente, la nebbia. Ci sono, in questo momento invisibili, delle scogliere che vanno a picco per trecento metri fino al mare. Al di là questo mare, solo mare, e lastre di ghiaccio. I 71 gradi di latitudine, che difficilmente si oltrepassano - a meno di non visitare le isole Svalbard, chissà... - danno il senso di un irraggiungibile cui ci siamo avvicinati, il "più in là" di Montale che diventa un poco più a portata di mano. Guardo la nebbia, e ripenso alla luce di questi giorni. Ne ho vista tanta. Quando non è filtrata dalle nuvole, ti ritrovi questa luce sempre addosso, forse perché non sollevandosi tanto dall'orizzonte non ti puoi scordare della sua presenza; perfino a mezzogiorno, e in tal modo, trovandosi ad altezza occhi, abbaglia. Ma non ferisce, non ho mai usato occhiali da sole qua. Verso la mezzanotte - ho avuto modo di notare in altri giorni - il sole sta nel punto più basso all'orizzonte (verso nord! dove ci hanno insegnato che non c'è il sole) e dà l'illusione di un tramonto - lunghissimo - che non ci sarà. Poi risale, procedendo verso est. Esiste, qui, anche il nord magnetico; è il nord stesso, in un certo senso, capace di generare il fenomeno delle aurore boreali. Pur non potendovi assistere, ho visto nel bellissimo museo di Alta - qualche giorno dopo l'arrivo a Capo nord - diversi filmati relativi alle aurore boreali. Sono fantastiche. Le luci che giocano, mutano, si rincorrono, quasi desiderassero, nelle lunghe notti dell'inverno, riaffermare la luce sul buio, in modo plateale. Oppure dialogarci, con il buio. Tutti è estremo, qui, tutto è paradossale. Vedi cose che non vedi da altre parti. La neve in pianura di giugno, il sole che non tramonta e che transita anche a nord, le aurore boreali. Vedi degli uomini che da queste parti convivono con sei mesi di strade ghiacciate, neve, e ti chiedi come sia possibile. Il popolo Sami(o lappone) che vive qui da 9000 anni, parla della luce come un padre(il sole) che dialogando con la terra(la madre) dà la vita. La luce dialoga con il buio , cresce a scapito del buio stesso, da settembre inizia il processo inverso. Tutto uguale all'equatore, tutto diverso, a seconda del momento dell'anno, qui. Una palestra di luce e buio, una lotta e un dialogo infinito. E' tutto, per oggi.
Qui sotto vi metto il racconto di cui vi ho parlato.


Il viaggio

Era ormai da lungo tempo che pensava ad un simile progetto: ora, anche suo malgrado, poteva fare quel viaggio. In realtà si sarebbe aspettato uno stato d'animo diverso rispetto a quella vigilia di partenza, lui che apprezzava i preparativi e il momento iniziale quasi quanto il viaggio stesso.
Erano per lui strani giorni, contrassegnati da un evento che segna un prima e un poi: sua moglie che gli deve parlare - ma lo fa tutti i giorni, che significa? - dice di essere cresciuta interiormente, ha capito che lui non gli basta più, vuole fare nuove esperienze, le manca l'aria, e via di seguito bla-bla-bla.
Col passare dei minuti dall'inizio di quella conversazione comprese che il suo indice di gradimento stava per raggiungere gli abissi più profondi, il suo senso di autostima stava subendo un duro colpo e mentre guardava la bocca di sua moglie muoversi e articolare suoni che la sua corteccia non riusciva più a tradurre come parole, capì che avrebbe dovuto, da quel momento, badare solo a se stesso.
Si diventa improvvisamente un'entità singola, e si torna a pensare in dispari. Era molto strano dopo che, per molti anni, anche per le cose più banali in fondo alla sua checklist evocava la di lei costante presenza: - Ma questi biscotti con le mandorle piaceranno anche a lei? - oppure: - Penso che vada bene sabato sera per la cena a casa tua, Paolo, ma ti dò una conferma tra una mezz'ora, ok? - Tutta una serie di meccanismi della sua mente divenivano improvvisamente inutili, obsoleti, venivano spazzati via in un: - Ti devo parlare - e lasciavano un gran vuoto, questa era la sua prima considerazione.
Il treno era il mezzo ideale: gli dava la possibilità di guardare fuori e di guardare dentro, di fare brevi o lunghe tappe e scendere più o meno dove voleva.
Nonostante le ultime vicissitudini e il marasma mentale dettato da quei profondi cambiamenti, aveva chiara in mente la meta. Andare a nord, raggiungere il nord per antonomasia: Capo Nord. Con l'idea che si era fatto da piccolo dei punti cardinali, gli era rimasto in testa che il nord è avanti,il sud indietro, l'ovest a sinistra e l'est a destra, e guardare avanti era vagamente il suo programma.
Per giunta, sempre pensando a molti anni prima, alla carta geografica appesa ad una parete della sua aula, realizzava che il nord è su, il sud è giù, e lui ora voleva risalire, voleva affrontare quella ripida salita per poi guardare le cose dall'alto; gli veniva poi in mente che in posti come l'Oceania forse tenevano la cartina rovesciata, e le sue sicurezze vacillavano, ma solo per un attimo: si riprendeva pensando che lui non stava in mezzo ai canguri, e dunque non erano affari suoi.
Il treno conteneva il solito coacervo di studenti, lavoratori, turisti. Era piuttosto affollato nonostante i fatti di cui stiamo raccontando risalissero al limbo di un mercoledì qualunque del periodo tardo-primaverile post-pasquale in cui la metà delle conversazioni che si sente in giro ha come tema: "Il periodo di ferie che farai quest'estate, la meta e cosa ti aspetti da tutto ciò; descrivi anche le strategie che stai attuando in questo momento per ridurre lo strato di pinguedine che non vorrai mostrare al mare e che ti separa dalla felicità".
Cercava un posto davanti ad una bella ragazza, giusto per avere un quadro vivente davanti a sè che potesse essere fonte di godimento, tipo agli Uffizi mettersi davanti alla nascita di Venere e contemplare; solo contemplazione, in rari casi poteva avvenire una sia pur minima interazione. Ma accadeva anche, con suo gran dispiacere, che non potesse trovare un posto simile: o per mancanza del soggetto in questione, o perché la situazione sarebbe stata troppo palese e equivoca, magari mezzo treno vuoto e lui davanti ad una lei.
Quel giorno però, trovò una buona sistemazione: in uno dei vagoni per non fumatori c'era una ragazza piacevole, assorta nella lettura di un piccolo tomo, che lasciava davanti a sè due posti liberi, tutto ok; per non essere di impaccio per le gambe di lei, fra l'altro lunghe e ben fatte, ricoperte in parte da una gonna a tubo blu scuro, si sarebbe potuto accomodare accanto al finestrino con classica disposizione diagonale.
Si accinse a sistemare sulla tendina i bagagli preparati non molto diligentemente il giorno prima; nel momento in cui aveva ammucchiato le sue cose, aveva avvertito la paura – quasi certezza - di dimenticare qualcosa, sperava almeno che non fosse qualcosa di vitale importanza. Aveva chiesto alla sua ex-moglie il permesso di lasciare le sue cose lì per qualche tempo, e compresso l'essenziale in uno zaino da montagna e una valigia di pelle, che davano risalto, essendo in contrasto tra loro come destinazione d'uso - l'uno per avventura e l'altra da corso di aggiornamento - al carattere di estrema improvvisazione che rivestiva quel viaggio.
Gli pareva comunque salutare il fatto di poter lasciare nella sua ex-casa molti suoi oggetti, forse con il viaggio avrebbe compreso l'inutilità di molti di essi e non avrebbe litigato in seguito per il possesso dei libri senza il timbro personale, o della sedia impagliata dello studio, chissà.. Ma intanto si era immobilizzato là, in piedi, con le mani appoggiate alla valigia, con lo sguardo proteso al di là del finestrino, come se stesse cercando di cogliere un particolare che gli fosse sfuggito.
Il sussulto del treno che si metteva in marcia lo richiamò all'ordine, e mettendosi a sedere fece una rapida zoomata sulla tipa, sempre intenta alla lettura; proprio niente male, pensò, nonostante l'aria eccessivamente compita, tipo segretaria del capo: capelli lisci, neri con riflessi bluastri, lineamenti morbidi, occhi grandi, azzurri, bocca carnosa, un bel seno messo in risalto dalla maglia aderente, e l'aria assorta sul libro che le dava un piacevole tocco di seriosità.
Sperava che non scendesse alla stazione successiva, dopotutto voleva solo darle uno sguardo furtivo di tanto in tanto, mica saltarle addosso! La sensazione del treno in movimento era per lui piacevole in quel momento, forse desiderava che si muovesse qualcosa al suo interno, che potesse rinfrescare, rivitalizzare l'aria stagnante degli ultimi giorni; subiva di buon grado le scosse, gli sballottamenti derivanti dai cambi di binari abbandonando il suo intero corpo come una canna al vento.
Non faceva molto caldo, era mattina presto e la progressione della luce gli avrebbe dato il senso di progressione del viaggio, almeno in quella prima tappa.
Il sole basso all'orizzonte dava un impasto di colori tenui, la velocità dava la possibilità di soffermare lo sguardo solo sugli oggetti lontani.. Un'onda di benessere lo sorprese: avrebbe voluto congelare quell'istante, quel senso di indefinitezza e approssimazione; tutto sarebbe potuto accadere da quel momento in poi, e d'un tratto capì che il viaggio verso capo nord sarebbe durato una vita intera..
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sabato 14 agosto 2010

Il buio. Verso Capo Nord













































Il buio.
Non è esperienza che si possa facilmente fare in estate, nel circolo polare artico. Il buio, semplicemente non c'è. Ma io me lo sono andato a cercare.
Nei tunnel per Nordkapp.
Sabato ventisei giugno sono partito da Skaidi in direzione nord-est, direzione mare. Un nuovo mare, un lunghissimo fiordo del Mar Glaciale Artico mi attende. Sono sempre in altopiano, c'è il sole e una temperatura sui diciotto gradi, che contraddice l'aspetto dei monti e colline circostanti tappezzate da placche di neve. Oggi percorrerò centoventi chilometri di solitudine, fino a Honningsvag, distante trentanove chilometri da Nordkapp. Gli alberi si diradano sempre di più, non vedo l'ora di raggiungere il mare. Mi piace la sensazione di passare da un mare all'altro, in questo caso tra un fiordo e l'altro, ma con la percezione di essere in una terra - in un'acqua, meglio - difficilmente definibile; qui si mescolano l'Oceano Atlantico, il Mar Glaciale Artico, il mare di Barents poco più in là, così come la Norvegia, la Finlandia e la Russia si compenetrano e si embricano intimamente. Quando raggiungo la costa, tutto si apre.
E' una follia staccarsi dal mare, mi viene da pensare.
Per ottanta chilometri non troverò altro che insenature, uccelli marini, due aquile e sole e vento e nuvole. Nonostante tutte queste visioni idilliache, oggi affronterò un'esperienza orribile, mai provata prima. Che avevo sottovalutato.
I tunnel, in bicicletta.
Me ne troverò quattro da attraversare. Dalla luce intensa dell'estate di queste latitudini al buio, un buio spettrale, accentuato dall'escursione termica(dai diciotto gradi di oggi ai sei-sette gradi dei tunnel).
Il primo, lungo due chilometri, più freddo degli altri tre, sovrastato da un monte con un ghiacciaio, che gocciola qua e là, con placche di calcare scivoloso sui bordi(un po' come le stalattiti).
Il secondo, di settecento metri, con un segnale inquietante all'entrata: non c'è illuminazione interna. Io ho un faretto davanti, due stop intermittenti dietro. Spero che tutto questo basti. Invece, esattamente a metà del tunnel, la mia luce anteriore è un punto in un magma solido di buio, procedo con terrore tirando a indovinare, mi trovo per un istante troppo nel mezzo della strada, per fortuna in quel momento non passano veicoli.
Il terzo, infinito, di 6,8 chilometri, che congiunge l'isola di Mageroya dove c'è Capo Nord, alla terraferma. Una discesa lunga e umida, che ti porta a più di duecento metri sotto il livello del mare, poi un plateau di qualche chilometro nella nebbia, e infine una salita al nove per cento che ti riporta in superficie. Ogni volta che passa un'auto o un pullman, tutto il tunnel fa un'eco progressivamente più forte, fino ad urlarti in modo insopportabile quando ti passa accanto. Nel tratto in salita ho un attimo di panico. Mi si sgancia la catena mentre inserisco un rapporto più morbido. Scendo, con la luce fioca della galleria riesco in poco tempo, per fortuna, a riagganciarla. E risalgo, fino alla luce.
Il quarto, inatteso, di quattro chilometri e quattrocento, mi accoglie quando la mia tensione nervosa ha esaurito tutta l'adrenalina. La mia paura è ormai stanca.
Sono sensazioni che ho provato, lo percepisco chiaramente, in qualche incubo notturno, con luci velate, freddo, umido, e il mio fiato dal respiro corto come sottofondo. Con una voglia di urlare, buttare la bici, e accucciarsi in un angolo del tunnel con la testa tra le mani.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
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lunedì 26 luglio 2010

L'acqua. Verso Nordkapp






















E' l'acqua.
L'acqua che muove noi e muove anche i panorami e le emozioni.
L'acqua silenziosa come la neve, scrosciante come un ruscello, invadente come un'alta marea, potente come un temporale, immobile come il ghiaccio.
Penso all'acqua mentre oggi, venticinque giugno, sto pedalando verso il nord che ho nella mia testa da una vita, verso Capo Nord, verso Nordkapp. Ora la vedo sotto forma di placche di neve, sulle colline che mi circondano in questo altopiano sui 400 metri che congiunge Alta a Skaidi, due nomi qualsiasi che per me significano la prima tappa di un viaggio in bici, nella Norvegia del circolo polare artico. Qui la neve è l'espressione prevalente dell'acqua, persino quando la neve non c'è: i chilometri sono, nelle strade principali, indicati con dei cartellini tenuti a più di un metro e mezzo da terra da dei bastoni flessibili - le pietre miliari sarebbero invisibili per molti mesi qui -, i pozzetti della linea elettrica sono segnalati da dei lunghi bastoni gialli, e i rari cartelli turistici sono spesso protetti da un tettino in legno.
Di tanto in tanto si vedono i bastoni a bande nere e gialle, quelli che stanno a indicare l'altezza della neve, quelli che se ne stanno anche in mare, nei fiordi ad indicare il livello delle maree. In fin dei conti è la stessa cosa, l'acqua che c'è, l'acqua che non c'è. Sì, è la stessa cosa, l'acqua che muove i panorami e muove anche noi. E' solo il periodo che cambia: per le maree ci sono intervalli di otto ore, governati dalla luna, mentre per la neve la sua presenza ed assenza si regola sui mesi, governata dal sole.
La neve, si avverte ovunque. Anche questo tratto stradale d'inverno è sommerso dalla neve e chiuso per mesi. Dopo ogni bivio - anche i bivi sono una rarità, a volte per cento chilometri non ne vedi - all'inizio di ogni strada si trova una barriera, una specie di passaggio a livello e un semaforo, ma oltre non c'è la ferrovia, non ci sono incroci pericolosi, c'è il possibile blocco della circolazione causa neve e ghiaccio. In compenso ci sono dei sentieri invisibili, quelli che d'inverno percorrono le motoslitte, contrassegnati da dei segnali e dal taglio degli alberi(dove gli alberi ci sono).
Tutto è estremo qui. La quantità di acqua, la sua temperatura, anche d'estate vicina allo zero. Il panorama muta improvvisamente, anche il clima è governato dai capricci dei venti e delle nuvole che corrono rapide sopra la mia testa.
Gli alberi mi abbandonano, e mi trovo tra muschi e licheni, tra tappeti morbidi e sgargianti di erba. Progredendo nel viaggio, la neve a placche si fa vedere più insistentemente, anche se la temperatura si aggira sui dieci gradi. Mi fermo, osservo. C'è un ruscello che divide due colline, una cascatella, un tappeto erboso, e poi neve ai miei piedi. Mi lavo le mani con la neve prima di mangiare.
Non c'è nessuno, il telefono non ha segnale ormai da diverse ore. Sono solo, a tremilanovecento chilometri da casa, tutto questo mi dà gioia, dei brandelli di felicità, anche se non capisco esattamente il perché. Sono le sette di sera, devo ancora percorrere trenta chilometri e so che il sole, ancora alto sull'orizzonte, oggi non tramonterà.
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lunedì 14 giugno 2010

Segnalazione

L'associazione culturale "Le madie" ha inserito nel suo bel sito un mio racconto.
Un grazie di cuore a tutti gli amici calabresi.

domenica 6 giugno 2010

Sorridi, Sylvie!


Sorridi, Sylvie!

"Perché no?" mi fa Giacomo.
"Stare lì davanti a tutti, insomma... non è che..."
"Senti. A chi devi rendere conto? Se non dà fastidio a me, poi, che ti interessa? E non ti costa niente, lo puoi prendere come un gioco..."
Questo rappresenta l'embrione di tutta la storia. Mi sono rivista più volte questa conversazione nella mia testa. E' stato il momento decisivo, dove ho pensato e detto "ok, mi sta bene"; da lì in poi è tutto automatico, tutto consequenziale. In ogni storia c'è sempre un bivio, imboccato il quale il resto va da sé; si può anche tornare indietro, si può abbandonare, ma il gioco finirebbe prematuramente e lascerebbe il retrogusto amaro delle esperienze non vissute, dei rimpianti.
Insomma, è un sabato mattina di fine aprile; stiamo bevendo un bitter seduti al tavolino di un bar vicino alle mura. Giacomo mi fa vedere questo articolo de "Il tirreno": "Domani sera le qualificazioni di Miss Italia alla Casina Rossa".
La sera seguente sono lì, mi avvicino al tavolo delle iscrizioni.
"Nome"
"Sylvie Angeli"
"Italiana?"
"Sì"
"Età?"
"Ventuno"
"Titolo di studio"
"Liceo artistico"
"Ok. Tra mezz'ora ti presenti in costume intero e sandali color carne con il tacco. Lì - mette il braccio in avanti e continua a scrivere senza guardarmi - sul palco."
"Dove mi posso cambiare?"
"In bagno."
"E' tutto sporco in terra, non c'è un altro..."
"No."
Dopo un quarto d'ora siamo al cesso. Giacomo mi sospende per aria gli indumenti, in modo che non si bagnino di piscio e acqua sudicia. Sospiro. Sbuffo.
"Dài, Sylvie, tranquilla. Un gioco, ricordi?"
"Sì."
Uscita dal bagno in costume, dei ragazzi mi guardano. Uno ammicca ad un altro. Giacomo mi tiene stretta e mi appoggia il suo giubbotto di pelle sulle spalle. Mi avvicino al palco, un buttafuori mi invita ad andare dietro il piccolo sipario, fa segno di no a Giacomo. Attraverso la tenda e mi ritrovo tra una ventina di ragazze. Ci guardiamo senza dirci niente. Un paio le conosco di vista - Lucca non è poi così grande -, una lavora all'Esselunga ed un'altra fa la sciampista da "Morena hairfashion"; faccio loro un cenno di saluto. Mi alzano la mano senza dire nulla.
Arriva un tipo alto e corpulento con la barba e completo beige, mi ricorda la figura di Mangiafuoco di un libro di Pinocchio che avevo da piccola. "Ciao ragazze" si guarda intorno " siete uno splendore. Dico davvero."
"Grazie" risponde una tipa bionda che sorride e si ravvia i capelli con entrambe le mani.
Lo sguardo del tipo diventa serio mentre dà un'occhiata ad un foglio."Bene. Una alla volta, quando pronuncerò il vostro nome, andrete avanti fino a qui con lo sguardo in avanti, poi tornate indietro e vi disponete ad arco qui dietro sorridendo. Vi faccio vedere". Quella specie di gigante obeso esegue tutta la procedura, compreso il sorriso finale. Mi scappa da ridere, riesco a trattenermi, anche perchè nessuno fiata. Una ragazza tira fuori - da dove, mi domando - un minuscolo block-notes e una matita e prende appunti.
"Quando siete qui, state in piedi, di tre quarti rispetto al pubblico - dovete far vedere la vostra merce, no? - con la gamba destra più avanti e la mano destra appoggiata sul fianco, sempre sorridendo. Sempre. Domande? "
Il tipo si accende una sigaretta. "Provate qualche minuto."
Il palco si anima di passeggiatrici dal sorriso di plastica che si sfiorano, si evitano, si scontrano. Il rumore dei tacchi sul palco è coperto dalla musica techno che stanno ballando in pista. Cammino, avanti e indietro. E sorrido. Come Mangiafuoco desidera. Dopo qualche minuto comincia la gara. E cammino. Avanti e indietro. Il mio cervello è in stand-by. E sorrido. Sempre.
"Miss Casina Rossa...Vincitrice della serata èèèèèèè Sylvieeeeeee"
Mangiafuoco mi spinge con la mano appoggiata sul mio sedere "Vai Sylvie, è il tuo momento". Mi giro bruscamente e lo guardo male. Rifaccio il mio ingresso in palco, mentre sento dietro di me una miss mancata che mi urla "Racchiona bagascia".
Vedo Giacomo tra il pubblico raggiante, un signore mi mette la fascia "Miss Casina Rossa", tutti urlano, un paio di ragazzini mi fanno gesti osceni.
Dopo una mezz'ora mi trovo ad un tavolino con Giacomo e Mangiafuoco.
"Dovrai fare venti - dico venti, pena l'esclusione - serate come questa - lontana da Lucca, però, la regola è quella, eeeh - in varie discoteche della Toscana, e se ti piazzerai tra le prime tre in almeno cinque serate , farai la fase regionale con altre cinque sere in posti importanti, capisci?"
Faccio cenno di sì.
"Va bene" si affretta a dire Giacomo.
"Ti dò il numero di cellulare, telefonami martedì, ti faccio sapere le prossime serate. Mi chiamo Riccardo, chiamami pure Ricky. Oh, mi raccomando: non dare in giro il numero, intesi?"
Lavoro come assistente alla poltrona in uno studio dentistico; il lunedì mattina il dottore mi guarda come se avesse visto un'aliena:"E brava Sylvie, ho letto sul giornale..."
"Grazie."
"Contenta?"
"Mmm... Sì."
"Qualcosa non va?"
"No, dottore."
"Bene, questo ci porterà un po' di pubblicità, sa..."
"Ah..."
Anche i pazienti non parlano d'altro per tutto il giorno. E se non lo fanno loro, ci pensa il dottore. Vedo i loro sguardi - almeno mi pare - che cercano di indovinare al di là del camice che indosso. Eppure sono la stessa persona di venerdì scorso.
Molazzana, Pitigliano, Equi Terme, e altri posti del genere che a malapena ho sentito nominare sono le mie destinazioni. Ore di macchina - per fortuna guida Giacomo - e poi la serata, quegli sguardi. Una stanchezza infinita. Mangiafuoco ogni tanto presenzia, dice "brava" e se ne va. Un primo posto, poi tre locali in cui non sono piaciuta, un secondo posto.
Siamo di ritorno da Larderello. Fermi ad un passaggio a livello.
Giacomo si accende un sigaretta. Aspira. "Non so, forse potresti fare qualche lezione sul portamento. A tratti ti muovi un po' legnosa, come un...burattino, ecco."
"Non era un gioco?"
"Sì, certo... ma se tu andassi avanti, insomma."
"Ci stiamo rovinando tutti i week-end, compresi i venerdì sera. Non si parla di altro. Le nostre vite si sono fermate, ora mi proponi anche le lezioni di portamento?"
"Ma io non..."
"Scordatelo, ok? Mi sembra già esagerato così."
"Lo dicevo per il tuo bene..."
"Non mi rompere le palle, Giacomo. Falla finita."
"Come vuoi..."
"Ecco, voglio così. Che tu la smetta."
Il sibilo del treno in arrivo, la luce del locomotore che fende il buio della campagna, i vagoni merci che pare non finiscano mai. Ancora un'ora di macchina per tornare a Lucca. Dormo.
Due giorni dopo mi trovo a casa mia, dove sto fissando una mozzarella scondita e due pomodori.
"Mamma."
"Che c'è, Sylvie?"
"Come mai non fai più il primo?"
"No, è che... pensavo al fatto che tu..."
"Io cosa?"
"Sì, insomma... devi stare a dieta."
"Ma te l'ho chiesto io?"
"No, ma siccome credevo che..."
"Senti. Stasera a cena vorrei mangiare la pasta. Va bene?"
"D'accordo, d'accordo...E' che questa storia mi piace, e sono contenta che tu...sai, Sylvie, pensavo a quando ti abbiamo dato il nome."
"Già. Ogni volta devo dire come si scrive. E' una palla. Silvia non poteva andar bene?"
"Sì, lo so che è complicato, ma io... non te l'avevo mai detto? da giovane ammiravo tanto Sylvie, Sylvie Vartan. E ora, che tu sia in ballo per il concorso di Miss Italia mi fa piacere, è pur sempre il mondo dello spettacolo, no?"
"Mamma, non so nemmeno chi sia Sylvie Vartan."
"Ha fatto tanti spettacoli in tv, per esempio - non è che vi assomigliate, eh - quello con..."
"Non me ne frega niente di Sylvie Vartan, cavolo! E questa storia di Miss Italia l'ho presa come un gioco e voglio che rimanga così."
"Un gioco. Sì, però... ti occorrono vestiti Armani e Dolce e Gabbana, costumi, scarpe. Un gioco costoso. E lo faccio volentieri, per te..."
"Mamma. Mi hai regalato le scarpe e due costumi interi, ma i vestiti me li sono comprati da sola, con lo stipendio. Non ti ho più dato niente per il mangiare, è vero, ma è già qualche mese, no?"
"Se hai bisogno, Sylvie..."
"Avrei bisogno di aria. Tutti che si preoccupano di me."
"Sylvie. Sono tua madre; se mi preoccupo, lo faccio per il tuo bene, no?"
"Non sono più tanto sicura di queste serate, di questa storia, mamma."
"Ma che dici?"
"Va beh, lasciamo perdere. Stasera voglio mangiare pasta. Col pesto."
Le venti serate sono passate, sono stanca. Siamo nell'ufficio di Ricky, io e Giacomo.
"Bene, Sylvie. Tre primi posti, un secondo, due terzi posti. Complimenti. Ma si vede, i numeri ce li hai. Uno e ottanta, poi un bel fisico, quei lunghi capelli neri..."
"Come si procede?" taglio corto io, guardando il ficus, tanto rigoglioso quanto finto alle sue spalle.
"Montecatini, Viareggio, Chianciano, Follonica, Firenze. In una di queste sere devi prendere almeno una fascia: miss Toscana, miss sorriso, miss cinema, miss eleganza, ragazza Sasch, miss moda mare Triumph, ragazza in gambissime, miss Rocchetta bellezza, miss Wella, ragazza immagine. Una fascia a disposizione, dieci posti disponibili per la Toscana. In queste sere voi ragazze sarete l'attrazione, niente discoteca. La pista serve a voi ed al tavolo della giuria; ci saranno i migliori presentatori della regione, addirittura Carlo Conti. Devi mostrarti simpatica e sorridere. Sorridi, Sylvie. Sorridi."
A Montecatini ci fanno provare l'andatura e l'intervista. Già, come se non bastasse c'è anche l'intervista; c'è il deficiente di turno che fa degli apprezzamenti su di te e poi ti chiede che lavoro fai, che ti piacerebbe fare, i tuoi hobby, le tue misure... e tu lì come una cerebrolesa a sorridere e rispondere fesserie. Concordiamo tutto prima. Non ho più voglia di ridere. Quando passo davanti alla giuria - facendo un giro su me stessa - lì vedo con i block-notes, senza nessun pudore a posare lo sguardo dove pare a loro, le facce serie. Uno dice qualcosa al vicino di sedia, e quello risponde con un cenno di assenso, poi scrive qualcosa. Mi affiora un ricordo di quando ero bambina: una domenica mio nonno - faceva il contadino - mi portò alla fiera bovina a vedere vitellini, mucche, c'era anche qualche toro. C'erano di tanti colori, di diverse razze, ed io ero eccitatissima, non sapevo dove posare gli occhi. Mio nonno era contento della mia reazione, solo che era interessato all'acquisto di una mucca da latte, e quando ne ve vedeva una che potesse fare al caso suo, tirava fuori il suo quaderno e cominciava a scrivere. E diventava serio, guardava la mucca nei minimi dettagli, e scriveva. Tutte le mucche avevano il cartellino con un numero, come noi. E al tavolo della giuria sorridevano, applaudivano, ma quando scrivevano diventavano seri, proprio come mio nonno.
"Ma dove ce l'avevi la testa, stasera? Almeno sorridi, no? Ma che pensavi?" mi fa Giacomo in macchina.
"A mio nonno."
"Sylvie, non è il caso di prendermi per il culo. Non è proprio il caso, sai."
"Giacomo, se non sorridevo vuol dire che mi giravano le palle. E comunque non credo di non aver vinto per mancanza di sorriso."
"Fa' come credi, Sylvie..."
"Certo."
"...ma che cavolo ce ne andiamo a fare in giro per discoteche del menga da due mesi a questa parte?"
"Non sei mai stato così incazzato... Che c'è sotto? Non è più un gioco? No? Abbi il coraggio di dirlo, almeno. Ti eccita avere la ragazza al concorso miss Italia? Sono un tuo accessorio da mostrare ai tuoi amici?"
"Sylvie, piantala. Mancano quattro serate, ancora. Cerchiamo di rimanere calmi."
Alla terza serata prendo la fascia di miss Wella, per l'acconciatura e i capelli. Mi dovrò congratulare con il mio parrucchiere.
"Brava, Sylvie. Ora il gioco si fa duro" mi fa Mangiafuoco nel suo ufficio; io mi giro verso Giacomo, lui abbassa gli occhi "trascorrerai una settimana a Riolo Terme - dal 20 al 26 agosto per le pre-finali. Duecento concorrenti da tutta Italia, e le prime cento si sposteranno direttamente a Salsomaggiore. Le altre a casa. Portati un bel guardaroba, Sylvie."
Mancano due giorni; il tempo di spendere altri tremila euro in boutique, estetista e parrucchiere - me li regala Giacomo, io sono a secco - e sono già in partenza.
Babbo e mamma verranno solo il ventisei, se sarò ancora in gara; babbo fa il pizzaiolo e non gli danno le ferie, mamma non avrebbe problemi, lavora nove mesi all'anno in un calzaturificio - d'estate licenziano tutte le lavoranti - ma ha paura a spostarsi da sola. Siamo sull'uscio di casa, Giacomo sta sistemando una valigia trolley, un porta-abiti ed il beauty-case in macchina.
"Ciao Sylvie. Ti telefonerò tutte le sere. Fai la brava, eh."
"Ciao mamma."
"Ciao bimba" mi fa il babbo" 'un ti sta' a confonde' con quella roba, sai, e torna a casa."
"Ciao babbo." Lo abbraccio e scoppio a piangere, sto cinque minuti a singhiozzare ininterrottamente. Lui sta sulle punte - è una decina di centimetri più basso - per accarezzarmi la schiena. Mi calmo. Monto in macchina. Giacomo parte. Mi giro e li vedo lì fermi, che diventano sempre più piccoli, fino a scomparire.
A Firenze ci ritroviamo nel piazzale della stazione, riconosco le altre nove ragazze, le saluto. Un minibus Mercedes ci attende.
"Sylvie, mi mancherai. Io...io sarei venuto, ma se poi passi alla finale non ho più ferie...Verrò la sera del ventisei con i tuoi. Questa storia sta diventando sempre più grande. Anche se sono felice per te, allo stesso tempo mi spiace; e spero che tra noi non... "
"Stai tranquillo. E grazie per tutto quello che stai facendo. Ormai siamo in ballo, no?"
Salgo. Mi giro. Ora tocca a Giacomo scomparire. Mi metto a guardare il panorama dal finestrino. Un tipo in bermude sta con la testa sotto una fontana vicino alla Fortezza Da Basso, una ragazza seduta sullo zaino si sventola il viso con una cartina. Sento dei brividi sulla schiena, mi sistemo la felpa di cotone sulle spalle.
Dopo due ore arriviamo a Riolo Terme, ci portano in un grand hotel con piscina. La hall è maestosa, di quelle che ti fanno preoccupare per il conto.
"Camera 101, signorina. Primo piano. L'ascensore è là, dietro le bandiere."
Sono in camera con Lucia, una ragazza di Fucecchio. Bella ragazza, mi viene da pensare. Ma qui sono tutte belle ragazze.
Dopo una cena a base di mozzarelle scondite e pomodori, ci fanno accomodare nel salone dei congressi.
"Buonasera, mi chiamo Cesare Bellizzi. Porgo il mio benvenuto a voi tutte. Siete in duecento, provenite da tutte le regioni d'Italia. Rappresentate l'Italia, la nuova Italia, affascinante e seducente. Al giorno d'oggi l'immagine è un aspetto fondamentale della vita, nel vostro caso l'immagine è tutto. Alla gente non gliene frega niente di quello che cazzo pensate - scusate la franchezza ma ci tengo a sottolinearlo, lo dico anche alle mie clienti, ho un'agenzia internazionale di top-model - la gente vuole vedervi, vuole vedervi e basta. Vuole essere rassicurata dalla vostra immagine. Voi siete un punto di arrivo, i chirurghi estetici per il loro lavoro mostrano le vostre foto come modelli di riferimento. Perciò curatela questa immagine, compreso il modo di relazionarvi con gli altri. In questi giorni non potrete muovervi liberamente, non posso permettermi che sputtaniate - ehm, scusate - la manifestazione con delle cazzate adolescenziali. Non siete al paese dei balocchi, no, qui dovrete lavorare duro. E non sentitevi sacrificate per questo: migliaia di ragazze vorrebbero essere al vostro posto. Sarete controllate tutto il giorno - anche per quello che mangiate -, non potrete vedere le vostre mammine e i vostri fidanzatini. Usate il vostro cellulare per parlare con loro; in fondo è lo stesso. C'è anche la piscina per rilassarvi nei momenti di pausa, anche per darvi quel ritocchino di abbronzatura, ma senza esagerare, mi raccomando. Dunque. Dovrete imparare a muovervi con disinvoltura su quel cavolo di pedana, dovrete dire quattro stronzate a memoria - ma niente genialate, eh - e dovrete sorridere; la gente ha già i suoi problemi, non deve farsi carico delle vostre menate, sorridete e basta.
Domattina si comincia alle sette. Avete due giorni, poi inizieranno le pre-finali.
Buona notte."
Vado a letto. Mi giro e mi rigiro. Nel buio della camera non riesco a ricordare la disposizione del mobilio, a casa mia non sarebbe successo; non saprei arrivare al bagno senza accendere la luce, senza rischiare di svegliare Lucia. Al buio non riesco a ricordare il mio corpo: devo tastarmi i piedi, le gambe, la pancia, il seno, il viso. Non ricordo più il mio viso, ho perso la mia immagine. Non sono più niente. Il mio corpo disgregato ed impaurito si arrende, infine. Mi addormento.
"Buongiorno ragazze, mi auguro che abbiate dormito bene. Oggi ci aspetta una giornata durissima. Studierete l'andatura, il portamento, cosa dovrete fare in scena - c'è anche la Rai -, l'intervista col presentatore. Ora vi divideremo in quattro gruppi - vi hanno già dato il vostro numero, no? - e studierete ognuna di queste cose con me ed i miei tre collaboratori."
La cosa va avanti così per tutto il giorno. Stiamo in piedi per undici ore. Camminiamo avanti e indietro e stabiliamo le frasi idiote da dire al momento.
"Cos'è quella faccia, Sylvie? Sorridi a trentadue denti, cazzo!"
Sorrido.
La notte seguente sogno di stare in una teca di vetro completamente nuda. Un bambino mi fa una foto. E' una polaroid, vedo la mia figura che esce dalla macchina; il bimbo la prende e la attacca in un album che le porge una signora. Io mi accovaccio in un angolo e provo a coprirmi con le braccia, ma mi accorgo che anche il fondo è di vetro, ci sono persone che mi osservano anche dal basso. I flash mi bombardano da ogni angolo del prisma. Mi sveglio col fiato corto e il pigiama fradicio di sudore.
"Oggi proverete l'entrata e l'uscita dal palco, con lo staff delle truccatrici e parrucchiere collauderete il vostro look. Forza, andiamo ragazze. Poche chiacchiere, domani si entra in scena."
La sera, a tavola, dopo una giornata da urlo ci propinano minestra di verdure, poi filetto di merluzzo o in alternativa la solita mozzarella.
La sera dormo.
"Buonasera, buonasera, buonasera signore e signori da Marco Predolin! Con la suggestiva cornice di Riolo Terme alle mie spalle sono lieto di presentarvi queste splendide ragazze della selezione pre-finale di Miss Italia. Eccole che entrano! Fate loro un bell'applauso" Il rumore è assordante, io sono la numero 96, impieghiamo qualche minuto ad entrare una alla volta, ci disponiamo in quattro file su una gradinata."Guardate che esplosione di gioventù e bellezza, che fantastico plotone! Un applauso!" Io sto impalata in seconda fila con il sorriso congelato. Avverto il respiro corto e la artificiosa rigidità delle ragazze che mi stanno vicine."Non vorrei essere nei panni della giuria, gente. Per quattro sere consecutive dovranno eliminare venticinque di questi splendori. Che peccato! Ma così va il mondo. Solo la metà di questo esercito della bellezza - mi passerete il termine, eh - si trasferirà a Salsomaggiore. In bocca al lupo a tutte le partecipanti! Fate un applauso!" Avverto il misto di sudore e profumo che aleggia su tutto il gruppo.
Ci fanno rientrare nella hall dell'albergo. Ci chiamano una alla volta. Passano due ore.
"Ora è il turno della concorrente numero novantasei. Miss Wella Toscana, Sylvieeee Angeli! Un bell'applauso!"
Cammino, sorrido, faccio tutta la pedana, piroetto e continuo a camminare. Mi fermo accanto a Predolin.
"Ciao, Sylvie - come Sylvie Vartan, eh - che splendore stasera!"
"Grazie" la voce esce un po' tremula dagli altoparlanti.
"Da dove vieni?"
"Lucca."
"Oh, che splendida città! Le mura sono magnifiche! E quella piazza ovale...come si chiama?"
"Piazza dell'Anfiteatro"
"Ah, sì... ricordo. Ci hanno girato per lungo tempo la pubblicità di una rivista che non posso nominare, che parla di canzoni. Bella. Che fai, Sylvie, nella vita?"
"Lavoro come assistente in uno studio dentistico."
"Ahi, ahi! L'ultima volta che sono andato dal...no, meglio non parlarne, e poi ho rimosso. Ah, ma il conto, ah quello me lo ricordo!Ah ah ah!..."
Parte un applauso. Io rido di finto gusto.
"...Ma del resto - scherzi a parte - dare un bel sorriso ad una persona è importante, e tu lavori per questo.
Hai ambizioni nel campo dello spettacolo, Sylvie?"
"Beh, non esattamente. Vorrei... vorrei dipingere, insomma, sì, fare la pittrice."
"Ma che bello! Brava, Sylvie. Bene, la giuria ha fatto il suo lavoro. Vediamo. 88 punti su cento. Bene, Sylvie, puoi tornare. Un applauso a Sylviie Angeli!" Torno con il sorriso stampato sul volto. Mi fanno male le guance.
"Ed ora è il turno della concorrente numero novantasette..."
"Che cavolo ti è venuto in mente, Sylvie? La pittrice?" mi fa il Bellizzi nella hall " ora ci tocca cambiare la scheda per la press..."
"Scusa, mi è venuto così. Mi spiace..."
Scuote la testa e se ne va.
Passo il turno, e lo passo anche nelle sere successive, compresa la sera del ventisei. Non c'è il tempo di fare nient'altro che pensare alla selezione, ai capelli, all'estetista, al trucco, a stirare i vestiti, a fare foto. Non voglio ammetterlo a me stessa, ma mi sento lusingata di essere nelle prime cento. A mezzanotte del ventisei mi danno una libera uscita di due ore per festeggiare con Giacomo e i miei. Ci fermiamo in una gelateria. Sono contenta, ma non molto prodiga di parole. Prendo una coppa al cioccolato.
"Mi sei mancata, Sylvie."
"Anche tu, Giacomo."
"Brava Sylvie. Sei l'orgoglio della tu' mamma.”
"O brava la mi' bimba" mi fa il babbo "ma se tornavi a casa ero contento lo stesso. Uguale."
Lo sento. E' come una conferma. Mio padre sarebbe stato più contento se fossi stata eliminata. Penso al fatto che lui abbia acconsentito di chiamarmi Sylvie. Ma dov'era quel giorno?
La mattina seguente prepariamo i bagagli, grucce con abiti firmati, trolleys, beauty-case. Mi hanno portato altri vestiti e cambi da casa per Salsomaggiore. Partiamo in due pullman. Anche Lucia si è qualificata, siamo accanto di posto. Non ci confidiamo molto, ma stiamo bene insieme.
"Ora ci fermeremo alla prossima stazione di servizio" dice l'accompagnatore al microfono " dovrete prendere un vestito elegante giù dalle vostre valige e poi vi cambierete in viaggio. Manca ancora un'ora."
Parte un mugugno generale. "Ma perchè non ce l'hanno detto prima, a Riolo?" urlano in diverse. E chi non urla - come me - lo pensa. L'accompagnatore si rimette a sedere e inforca degli occhiali a specchio.
Il pullman riparte dopo che abbiamo trovato i rispettivi vestiti. Spostiamo le tendine su tutti i finestrini. Comincia la svestizione; l'autista e l'accompagnatore di tanto in tanto sbirciano agli specchi quella cinquantina di culi e tette che cercano invano un po' di dignità. Alcune ci ridono su mentre si sistemano il reggiseno, altre piangono, molte - come me - guardano il pavimento del pullman e cercano di fare più in fretta che possono.
A Salsomaggiore ci attende una fila di auto sportive di colore rosso: cento Ferrari con autista che ci scarrozzano strombazzanti in lungo ed in largo per Salsomaggiore.
In albergo il Bellizzi ci fa la solita manfrina sull'immagine - usa le stesse parole - e aggiunge: "Oggi è il ventisette; il due settembre - tra sei giorni - ci sarà la prima kermesse. Dovrete imparare un balletto. E imparare un balletto con cento persone vuol dire lavorare duro. Buona notte."
Ci sono da imparare molte cose: i movimenti di braccia piuttosto complicati, un accenno di tip-tap con i piedi, la sincronia con la musica, una musichetta simil-Broadway, l'entrata a gruppi di dieci.
Dodici ore di lavoro, e ancora si annaspa.
Dopo la cena stile weight-watcher, si riprova il balletto fino a mezzanotte.
Ce ne andiamo a letto.
"Ehi"
"..."
"Ehi, Sylvie."
"Chi è?"
"Lucia."
"Ma che ore sono?"
"L'una. Scusa se ti ho svegliato, ma... puoi venire con me?"
"Ma che stai dicendo, Lucia?"
"Dài. Ti prego. Voglio farti vedere una cosa. Vieni."
"Non capisco, comunque.." mi alzo e mi metto una tuta.
"Vieni". Mi precede nel corridoio dell'albergo. Siamo al pianterreno. In fondo al corridoio apre una porta, entriamo in una stanza non molto grande. C'è un armadietto in legno, un frigo enorme, un tavolo, uno spremiagrumi, un forno a microonde e una fila di piatti.
"Qui c'è la roba per le colazioni".
Ci mettiamo a mangiare come delle forsennate: vaschette di nutella, marmellatine, prosciutto cotto, prosciutto di Parma(è qui a due passi), succo di arancia. Non possiamo parlare, faremmo troppo rumore, ma ci guardiamo e ridiamo sottovoce, ci vengono le lacrime agli occhi; per la prima volta in dieci giorni sorrido di gusto a qualcuno. E' bellissimo. Facciamo un sacchetto le confezioni vuote, i tovagliolini sporchi, il cartone del succo finito. Gettiamo il sacchetto nel cestino di un bagno in corridoio e ce ne torniamo a letto.
I giorni trascorrono con le prove del balletto, l'entrata in scena, interviste alla stampa, i colloqui con due psicologi, le foto. Dormiamo quattro ore a notte. Fino al due settembre non possiamo vedere nessuno.
"Buonasera buonasera! Vi parla Fabrizio Frizzi da Salsomaggiore Terme per presentarvi la fase finale del concorso Miss Italia! Saluto i telespettatori, le belle partecipanti - che vedrete tra poco - e la giuria tutta. Saluto il presidente della giura che si è liberato da tutti i suoi impegni per essere qui, Maaaike Bongiorno! Un applauso a Mike, allegriaaaaa ah, ah, ah!" Applausi.
"Ed eccole entrare. Un bell'applauso!" Applausi.
"In scena, forza!"
Facciamo il balletto. Siamo in ballo, balliamo. Stasera ne elimineranno venti; il fatto è che la giuria è venuta nel pomeriggio e ha già deciso. Io non sono fra le ragazze eliminate. Le ragazze eliminate hanno dovuto fare le prove con Fabrizio Frizzi che si avvicina e dice loro dell'eliminazione. Devono mostrare sorpresa e dispiacere; hanno dovuto differire questo dispiacere alla sera, meglio se con lacrimuccia e camera che stringe sul viso.
L'indomani pomeriggio tocca a me. Fuori. Eliminata. Provo la scena madre con Frizzi, la ripeto pari pari alla sera. Non faccio la lacrima, ma viene bene lo stesso.
"Beh, è stato bello, no?" mi fa Giacomo mentre imbocca lo svincolo della A1. E' mattina. I miei stanno dormendo, dietro.
Io non rispondo, osservo la pianura infinita. Un campo di girasoli, in particolare.
Arriviamo a Lucca.
"Sono stanchissima, Giacomo. Lunedì riprendo a lavorare. Vorrei starmene un paio di giorni a poltrire senza vedere nessuno. Ti spiace?"
"...No, Sylvie. Avrei voglia di vederti, ma...riposati, Sylvie. Ti telefono, dài."

“Non c'è fretta, Giacomo. Ci sentiamo.” Ci lasceremo, lo so. E lo penso con sollievo.
Vado a letto prestissimo. Mi sveglio. E' l'alba. La mia casa sta a metà di una collina in campagna, a quattro chilometri da Lucca. Apro una madia, prendo un vecchio borsone ed esco. Faccio un sentiero, arrivo in cima alla collina. Il sole radente illumina le corolle di un campo di girasoli che si trova sotto di me. Ogni tanto il vento agita le lore teste, crea delle onde di giallo scuro, che arrivano fino a me. Mi accarezzano. Mi chino a raccogliere un soffione tra l'erba. Da piccola mi dicevano che se spargo tutti i suoi semi in un unico soffio, si realizza un desiderio. Soffio forte, tutti i semi si dileguano. Spariti in un attimo.
C'è silenzio.
Monto il cavalletto, apro lo sgabello, comincio a disegnare il bozzetto.
Sorrido.
E ringrazio.