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lunedì 26 aprile 2010

Moni Ovadia a Lucca




Sabato 24 aprile 2010 a Lucca, in occasione della terza giornata del Forum della Solidarietà che parlava di ambiente, ho assistito ad un intervento memorabile di Moni Ovadia. Ho registrato il suo intervento e poi l'ho tradotto integralmente su carta. Moni Ovadia appartiene, per il mio modo di vedere, a quella schiera di persone che ti senti orgoglioso di ascoltare, di conoscere, di vedere. Una specie di Giusti della Terra. Potrò dire ai miei figli di averlo ascoltato, conosciuto, visto.
Qui sotto c'è il suo emozionante intervento. Buona lettura, almeno per chi non si spaventa di un post particolarmente lungo.
(Toni La Malfa)

Vorrei partire con un piccolo ribaltamento delle parole dell'arcivescovo di Lucca, che ha parlato prima di me, un ribaltamento che è nello spirito di ciò che stiamo dicendo in questi giorni. Sua eminenza ha detto chi è amico di dio è amico dell'uomo. Io mi permetto di ribaltare questa riflessione dicendo: chi è amico dell'uomo è amico di dio. Io sono cresciuto in Italia e ho avuto una vita schizofrenica, una parte della mia vita si è svolta nella periferia delle città, per la maggior parte nella periferia di una grande città italiana che è Milano. A quel tempo gli stranieri erano i nostri concittadini del sud. Come oggi i nostri migranti ricevono calunnie e insulti, allora le ricevevano i concittadini del sud. Sono abbastanza vecchio per ricordare le scritte: via i meridionali dalle nostre città. E' una vecchia malattia, la pestilenza dell'intolleranza. E' una malattia di cui è malata la nostra umanità in modo grave, perché l'intolleranza verso gli uomini si riverbera verso la vita del pianeta. La natura è la nostra compagna di strada, gli animali sono i nostri compagni di strada, così come tutti gli uomini dovrebbero essere reciprocamente compagni di strada. Proprio per questa intolleranza si sono sviluppati nel seno del cammino dell'uomo alcuni crimini atroci. l più grande, grave e schifoso di tutti i crimini è stato il colonialismo. Di fronte ai crimini del colonialismo Stalin fa la figura di un dilettante. Purtroppo i crimini del colonialismo sono stati commessi inalberando simboli religiosi, proprio quei simboli religiosi che avevano parlato di fratellanza, di amore per il prossimo, di amore per gli umili. Come è legato il problema dell'ambiente a quello del rispetto dei popoli? La mentalità colonialista è ancora oggi fortemente diffusa ed è estremamente perniciosa perché camuffata da altro. Mi perdonerete se userò parole molto forti, ma non è più tempo di understatement; è in gioco la vita del pianeta e la vita degli esseri umani. Noi siamo come Paperino che cammina sull'abisso e non se ne è ancora accorto, ma ben presto potremmo accorgercene. Stando dentro alla grande sapienzialità per continuare l'apertura di sua eminenza , voglio far riferimento alla scrittura biblica. Non sono un grande studioso, io sono un saltimbanco, sono un teatrante, non sono un credente, sono un agnostico, tuttavia io credo che i grandi libri ci raccontino tutto. Intanto ci raccontano che l'uomo, l'essere umano, la matrice di tutti gli uomini di questa terra, si chiama Adamo, questo racconta la scrittura biblica. In italiano il nome Adamo dice poco, è solo un nome proprio. In ebraico Adamo viene dalla parola Adaman che significa gleba, zolla, terra. La traduzione corretta della parola Adam sarebbe "il gleboso, lo zolloso". La scrittura segnala che noi siamo fatti della stessa materia dell'universo, e dunque se noi siamo santi, santa è la terra con cui siamo fatti. Pertanto ogni scempio nei confronti di un terreno, di un fiume - tenete conto che al 75% siamo composti di acqua e quando siamo infanti, siamo acqua al 95%, pensate che meraviglie fa l'acqua - ogni scempio che facciamo nei confronti della terra e dell'acqua è uno scempio che facciamo a noi stessi. Questa è una questione che non attiene alla destra o alla sinistra, attiene al puro buonsenso. Se avveleno l'acqua avveleno me stesso, se avveleno la terra avveleno me stesso, avveleno i miei figli e il loro futuro. Che cosa ci porta ad avvelenare la terra? il grande Mahatma Gandhi diceva: questa terra ha abbastanza per le necessità di tutti ma non abbastanza per l'avidità di pochi. Ciò che ci ha fatto imboccare questa sciagurata deriva del pianeta è l'avidità di pochi. Questa avidità e questa grande disinvoltura nel farne uso deriva dal concetto che si chiama privilegio. Primo Levi, il grande scrittore deportato ad Auschwitz, conosciuto in tutto il mondo soprattutto per il libro "Se questo è un uomo" diceva che il nazifascismo è la logica del privilegio. Se si vogliono impedire tutte queste devastazioni, bisogna contrastare la logica del privilegio, di qualcuno che ritiene che i suoi privilegi siano diritti. Il privilegio si contrasta sulla base di uno dei principi sacrali stabiliti dall'umanità all'indomani della catastrofe della seconda guerra mondiale: il principio di uguaglianza. Tutti gli uomini - dice l'articolo 1 della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - nascono liberi ed uguali, pari in dignità e diritti. La parola uguaglianza l'aveva anche sancita la rivoluzione francese. Quando posero le tre colonne che dovevano reggere l'edificio della democrazia, scelsero queste tre parole: libertè, egalitè, fraternitè. oggi si sente molto starnazzare di libertà ma nessuno parla di uguaglianza. E' chiaro che la libertà senza l'uguaglianza è un'ignobile truffa, un atroce raggiro. Le due parole, inoltre, non possono stare senza la parola solidarietà: io sento il mio simile come il mio fratello chiunque egli sia, dovunque egli viva su questo pianeta e mi sento impegnato nei suoi confronti. Questo concetto viene da prima della rivoluzione francese, viene nella benedizione universalista di Abramo, nell'occasione in cui Isacco non viene sacrificato e il santo benedetto dirà ad Abramo: in te si benediranno tutte le famiglie della terra. Una benedizione per molte famiglie, non una omologazione: ogni famiglia in terra darà la benedizione secondo la propria cultura e questo attiene ai diritti dei popoli. Ecco il contenuto del levitico 18,19 nel leggendario comandamento, [Moni Ovadia lo declama in lingua ebraica] spesso confuso nelle varie traduzioni, che invece significa: " Amerai per il prossimo tuo come per te stesso". In poche parole significa che uno ti può stare anche antipatico, ciò nondimeno devi amare per lui ciò che ami per te. Il comandamento dell'amore non è un comandamento belante, ma è fondazione di un'umanità pacifica. Nella lingua ebraica santa non esiste il presente indicativo del verbo essere, è sottinteso come nella lingua russa. Il filosofo Levi Nas mette questo postulato: in filosofia viene prima l'etica, non la logica. Levi Nas dà questa traduzione: amerai per il prossimo tuo che è come te stesso. Il comandamento dell'amore va di pari passo con il comandamento di uguaglianza. La libertà, la democrazia, private dal concetto di uguaglianza sono una caricatura. La libertà e la democrazia possono vivere solo tra uomini uguali. Nel nostro pianeta in questo momento ci sono uomini che si ritengono più uguali degli altri e pensano che il pianeta non sia di tutti. Ipotecano il pianeta per la loro avidità anche nei confronti delle generazioni future, facendo finta che nessuno verrà dopo di loro. Questa gente non vede nemmeno i propri figli, o meglio : li vede come dei robot, dei pupazzi da ingozzare con oggetti invece che con futuro. Ecco che ancora una volta la scrittura ci soccorre: il santo benedetto nell'annuncio del giubileo nel levitico 23,25 dice:"nel cinquantesimo anno istituirete il Giubileo" e poi dice: "la terra è mia". La terra è mia, dice il santo benedetto; e per chi non è credente la terra attiene alla vita, all'universo. Dei gruppi di uomini non possono decidere di fare ciò che vogliono delle risorse del pianeta, ma questo è ciò che sta accadendo. Io considero - mia opinione - la privatizzazione delle acque, la privatizzazione delle sementi un atto di gangsterismo, non è un atto di economia. Il mercato non è dio. Il mercato è una struttura creata per regolare i rapporti socio-economici degli uomini. Una buona gestione del mercato può produrre una economia sana con una distribuzione equa delle risorse, ma non può diventare dio. E così l'economia deve avere il suo limite in principi più importanti di quelli economici che sono i diritti, la giustizia, la dignità degli uomini e dei popoli. Dobbiamo smetterla di parlare di ambiente - è una parola che si sta già svuotando, la ridondanza delle parole svuota le parole stesse - non stiamo parlando di equilibri politici, stiamo parlando di carne e sangue, di budella, queste sono in gioco. Per dirvi che mi interessa meno che niente della politica dei partiti vi faccio un esempio: negli stati uniti l'acqua è pubblica al 98% e uno dei sostenitori di tutto questo è Bloomberg, il sindaco di New York, che non è certo un ambientalista. Qui parliamo di diritti primari, la vita stessa. Noi siamo arrivati a estreme forme di perversione dell'ambiente, ambiente inteso non solo come lo spazio in cui viviamo, ma dell'ambiente umano per ragioni meramente economiche. Parliamo, ad esempio della terrificante storia dell'amianto e della ricaduta sulla salute di centinaia di migliaia di uomini nel mondo: un solo piccolo pulviscolo di asbesto che si depositi nella pleura dell'uomo genera il mesotelioma, uno dei più atroci cancri. Ci sono stati anni in cui nelle fabbriche uomini denunciavano i danni dell'amianto sulla salute - danni già noti dai primi del novecento e ampiamente studiati negli anni trenta - ma si facevano lavorare gli uomini condannandoli ad un'atroce morte ad orologeria, ed anche una parte dei sindacati difendeva questa cosa "perché devono lavorare, perché l'economia va avanti" e oggi questi uomini muoiono di cancro uno dopo l'altro. Che cosa ci è successo? Che cosa ci è successo, perché moltitudini di uomini vengano privati delle loro colture tradizionali in favore di un'economia aggressiva e brutale che pretende di impadronirsi delle loro vite? Non maggiori o minori guadagni, ma addirittura si sottomette la salute dell'uomo alla logica dell'avidità, della rapina. Tutto questo non può più essere tollerato perché è andato troppo avanti.
Noi abbiamo una serie di media che ammorbano l'ecosistema mentale e non ci informano su niente. Informarsi sul serio significa imparare a navigare nella rete e avere fonti attendibili, non chiacchiere, non starnazzìo televisivo, non risse da cortile, ma informazione, conoscenza. Provate a farlo e vedrete cosa si progetta nel nostro pianeta: lo sfruttamento di intere falde di continenti per trarre guadagni su guadagni per quattro gatti. Sappiamo bene che l'economia verde potrebbe essere molto più grande se non fosse stato per potentati economici che hanno piegato lo sviluppo petrolifero ai loro interessi e basta. Dobbiamo allora smettere di parlare di politica di partito in termini di schieramenti. Dobbiamo parlare di politica ricollocando al centro di essa questioni umane, antropologiche, etiche. Etiche. Duemila anni fa Gesù ha affermato un principio elementare, potente e poderoso: Beati gli ultimi che saranno i primi. Ma Gesù non intendeva nell'aldilà, "nell'aldiqua". Finché gli ultimi non saranno i primi qui, non dopo la morte. E' un messaggio che Gesù raccoglie da Mosé, che guida un popolo di schiavi e di stranieri. L'elezione ebraica non è l'elezione degli ebrei. La parola ebreo ha due possibili radici [Moni Ovadia le dice in lingua ebraica], la prima significa "traghettare". Abramo traghetta l'umanità dall'idolatria all'umanesimo. L'altra possibile è "delinquente", non il delinquente rapinatore ma il sovversivo, il fuoriuscito. Mosè guida un coacervo di genti, non erano un gruppo omogeneo: c'erano gli israeliti di Giacobbe, ma anche i mesopotami cintiti, i transfughi egizi, era il mucchio selvaggio. E' l'idea di un dio che dice: i miei eletti sono gli ultimi, mischiatevi stranieri, quelli sono gli eletti miei.
Sempre facendo riferimento alla bibbia: che cos'è il diluvio universale? Perché viene provocato? Dicono i nostri maestri che l'ira di dio si scatena non in presenza del male, ma di un'altra cosa peggiore del male stesso: l'indifferenza al male. Quando, ad esempio, grandi masse di persone sedicenti per bene vedono e girano la testa dall'altra parte. Il diluvio universale - un annegamento, più che di esseri viventi, di un linguaggio, di un senso pervertito - era provocato dal tentativo di dio di porre rimedio alla malvagità e, appunto, alla indifferenza dei confronti di essa, come oggi. Ci sono uomini che ne fanno di tutti i colori, ma sono abili nel tenersi un pelo al di sotto della giudicabilità. Le loro azioni non escono allo scoperto che permetta l'attivazione dei processi giuridici. A volte questo succede, ma di rado. Come quando la polizia a Wall Street ha portato via quattrocento di loro in manette. Sono quelli che devastano il pianeta per fare profitti smisurati che non sanno neanche dove ficcare. Sono quelli che chiedono soldi allo stato per le banche e li reinvestono solo per le loro speculazioni, e non vengono mai giudicati. Se un uomo non può mai essere giudicato - non per desiderio di vendetta, ma giustizia - che speranze abbiamo? Questo non è un discorso ebraico o giacobino: è un discorso cristiano basato sulle beatitudini. Gesù emana i comandamenti del cristianesimo, sono nel discorso della montagna e si chiamano beatitudini. Ve ne dico due: Beati gli affamati e gli assetati di giustizia perché saranno saziati e dissetati. Beati coloro che sono perseguitati per cause di giustizia perché saranno chiamati figli di dio. Ben due beatitudini su otto sono dedicate alla giustizia. Alcuni miei amici sacerdoti che combattono la mafia, che sono vicini ai disgraziati, che vivono ogni giorno le devastazioni dello scempio dell'ambiente e dei diritti, dicono questo : il primo dovere di un cristiano è fare giustizia. E questo vale anche per un ebreo o un laico. dobbiamo tornare alle vere fonti con parole dure, ma non aggressive. La verità di un linguaggio non è mai violenza. La lotta contro le ingiustizie e i soprusi non è mai violenta. E' coraggio, è lungimiranza, è giustizia.
Noi abbiamo assistito ad un grande miracolo: abbiamo visto un afroamericano per giunta meticcio diventare presidente della più grande potenza mondiale. Pensate se lo avessi detto quarant'anni fa in Texas: mi avrebbero messo su una croce incendiata a testa in giù. E' stato grazie a coloro che hanno combattuto, che sanno che lotta non è sinonimo di violenza, ma è coraggio e giustizia, è stato grazie a coloro che noi abbiamo assistito a questo miracolo. Se noi sapremo lottare, se sapremo non girare nemmeno un attimo la testa per non vedere violazioni dei diritti dei popoli, forse un giorno una generazione potrà dire: c'erano uomini anche in quella generazione mediocre che si sono battuti perché noi vedessimo un giorno di giustizia e di pace, e un mondo di bellezza, perché l'economia verde, le economie compatibili creano bellezza, oltre che sana economia. Ma soprattutto pace, e uguaglianza. Dire che tutti gli uomini provengono da una sola matrice, è una cosa un po' insensata, è solo una parabola. Ma i maestri del Talmud convengono nel dire che tutti gli uomini provengono da un solo uomo per affermare la pace, perché nessuno possa dire ad un altro uomo: il mio progetto era migliore del tuo.
(Moni Ovadia)






mercoledì 24 marzo 2010

Mont Ventoux: l'inizio di un viaggio





































E' il nove agosto 2006, mi trovo in un treno e sto guardando il paesaggio che sfreccia oltre il vetro.
Fino all'ultimo momento non ero sicuro di fare questa vacanza.
Sarebbe dovuto venire mio nipote insieme con me, ma ha dato forfait due giorni prima della partenza: è in crisi perchè la sua ragazza l'ha mollato; poi sono venuti dei dubbi anche a me, relativi all'opportunità di fare questa vacanza da solo.
A Nizza il treno arriva con molta calma, perdo la coincidenza e telefono all'albergo di Avignone per avvertire del gran ritardo; loro mi rispondono - dei gran signori, non c'è che dire - che non mi possono tenere la camera che avevo prenotato. Telefono all'ufficio del turismo di Avignone, e dopo alcuni tentativi trovo un'altro hotel vicino alla stazione. Arrivo ad Avignone alle dieci di sera invece che alle sette, con la sacca portabici appresso - un coso nero enorme che non entrava nello scompartimento e destava la curiosità degli altri passeggeri - e tre borse. Telefono a mia moglie, è estremamente agitata e non si sente bene, tanto che non so se domattina sarà meglio tornare a casa. Passo la notte insonne. Stamani è tranquilla, l'indisposizione era stata una nube passeggera, e così alle dieci e mezzo del mattino del mattino finisco di montare la bici e gli zaini sulla bici, e mi dirigo verso il Mont Ventoux, la vacanza in Provenza ha inizio.
Anche se i dubbi non si sono ancora dissolti del tutto.
L'uscita dalla città di Avignone non è dei migliori auspici: non ho alternative alla strada D942, non è altro che una superstrada a quattro corsie. Per fortuna c'è una striscia di asfalto - non la chiamerei corsia di emergenza, si monterebbe la testa - che mi permette di non sentire gli specchietti laterali destri delle auto in assetto da gran premio sul mio orecchio sinistro. Questa storia continua per venti chilometri fino a Monteux, dove esco e trovo una strada più umana. Mi fermo per un caffè, un succo di frutta, e un'occhiata alla cartina. La giornata è serena, ma tira vento(comincio a capire il significato oscuro di un paio di indicazioni che avevo notato: Hotel Mistral, avenue du mistral), un vento fresco.
Una volta attraversata Carpentras, la strada si fa leggermente più tortuosa e comincia a salire, ma poco. Il paesaggio è collinare - ricorda un po' la parte interna della Toscana - con vigneti ed olivi, costellati di cipressi, qualche casa colonica con l'edera sul muro. All'orizzonte vedo per la prima volta la cima del mont Ventoux: è bianca, e da questa distanza potrebbe essere scambiata per neve, ma il calore del sole mi riporta prontamente alla realtà dell'estate.
Altre due ore di bicicletta su strada costantemente fotogenica, poi la strada si fa un pochino più ripida prima di arrivare alla base del monte. Ho percorso quarantanove chilometri, sono le due, e mi trovo a Malaucene, un paesino a 340 metri sul livello del mare. Faccio un giretto dentro il centro storico del paese, munito di porta medievale e viuzze in saliscendi, con case colorate come in un quadro naif. Mi fermo per mangiare un panino - si fa per dire, una baguette lunga mezzo metro con jambon e fromage - che non riesco a finire, l'avanzo lo metto nello zaino, così come un succo di frutta e due borracce d'acqua, e riparto. Sono le tre.
Il paesaggio ben presto si trasforma da collinare a montano, con pini, abeti, faggi e larici. Un cartello turistico mi ricorda che mancano ventun chilometri alla sommità, alta 1909 metri slm. Il primo tratto di salita non è arduo ma, tanto per vedere la bottiglia mezza vuota, una pendenza inferiore alla pendenza media dell'intero percorso (7,5%) è una specie di cambiale che si deve pagare prima della cima. Cerco di concentrarmi sul presente, sulla singola pedalata, sul panorama che la montagna mi offre istante per istante.
Mi solleva pensare che Francesco Petrarca nel 1336 sia passato di qui, a piedi. Insomma, forse non è una questione meramente sportiva venire da queste parti. Forse pensava a Donna Laura. Qui il pensiero diventa selettivo, si sofferma sull'essenza, su ciò che ritieni importante nella vita, non c'è spazio per le cianfrusaglie. C'è un silenzio quasi imbarazzante, almeno all'inizio, lo chiamerei un silenzio antico, modificato di poco nel corso del tempo. Poi pian piano mi abituo, anzi, mi lascio cullare da questa totale assenza di suoni, a parte l'affanno del mio respiro. Il silenzio si arricchisce di solitudine, ormai Malaucene è un ricordo di viaggio, il prossimo centro abitato è distante più di trenta chilometri. Il viaggio procede con gran lentezza, sono le cinque, ho percorso solo dieci chilometri e mi trovo a mille metri di altezza.
Mi fermo, e guardo il panorama che si apre alla mia sinistra, verso nord: intravedo tre dorsali di catene montuose abbastanza lontane, che si perdono quasi all'orizzonte, quasi nel mezzo della Francia e boschi, boschi, boschi. Telefono a Sault per avvertire l'albergo che arriverò molto tardi, menomale che questi non fanno storie. Rimonto in bici, la pedalata di avvio è piuttosto dura. Una pietra miliare mi informa che il prossimo chilometro avrà una pendenza media del 10,5%. Dopo un paio di tornanti la strada, in effetti, si irripidisce di colpo. Il mio affanno aumenta, le gambe non girano.
Mi fermo di nuovo. Bevo il succo di frutta, bevo l'acqua. Dopo qualche minuto riparto. Comincio a fare quelle stupide serpentine che ti attenuano la pendenza, ma che ti raddoppiano la lunghezza del percorso.
Mi fermo ancora. Decido che ripartirò quando le pulsazioni cardiache saranno scese sotto le cento al minuto. Mi metto supino a guardare il cielo, steso tra i sassi del ciglio della strada. Passa una macchina, si ferma, e una signora mi chiede se ho bisogno di aiuto. Faccio dei rassicuranti cenni di no - non so il francese, e non ho la lucidità necessaria per organizzare una risposta in inglese, ammesso che la signora lo capisca - e sfoggio un sorriso a trentadue denti, la macchina riparte.
Mi metto a fare qualche foto, altri cinque minuti e sono a 100 pulsazioni, riparto.
La fatica non mi abbandona, ma perlomeno mi muovo, ce la faccio a muovermi.
Perché non giro la bici e torno a Malaucene?
Non me la sento.
Che devo dimostrare?
Che ce la posso fare.
A fare cosa?
A farcela.
A fare cosa, prego?
A farcela.
No, questa non è una risposta. E' come quando fai notare ad una persona un difetto, o qualcosa che non va, e ti risponde: "Io sono fatto così".
La pietra miliare successiva intanto mi conforta con un 8%.
Devo dimostrare che ce la posso fare a percorrere questa salita.
E poi?
Niente. La salita, la strada è un concetto etereo, specie quando non la condividi. "La strada insieme" suona meglio. "Ha fatto tanta strada", è un concetto troppo individualista, e inoltre non ha fatto niente, non è che abbia costruito una strada con massicciata e asfalto e vernice; e come metafora è francamente un po' logora. La sto facendo troppo pallosa, in fondo è una salita, nient'altro.
Se mi fermerò ancora, se non ce la farò, potrò tornare a Malaucene, girerò la bici e farò la discesa, un'allegra discesa. Bisogna però avere il coraggio di non farcela.
Oppure potrei raccontare che ce l'ho fatta, tanto chi mi vede? Non vedo nessuno, non parlo con nessuno, nessuno mi vede e mi sente. Non esisto. Solo alberi, e il vento che ogni tanto mi parla. Vorrei fare una cosa al di sopra delle mie possibilità. "...Penso a delusioni, a grandi imprese, a una tailandeeese ma l'impresa eccezionale, dammi retta è essere normale...". Normale, sì. Pensai a questa canzone anche molti anni fa, a Bologna, "... gli ho detto che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino..." e io ce la feci a perdermi, caro Lucio. Anche in quel caso volevo compiere un'impresa eccezionale. Vedevo già il titolo sul giornale: "Si perde a Bologna, e non è di Berlino."
Altro chilometro, intanto. Il pensiero delirante in qualche modo mi aiuta a sentire meno la fatica.
Mi aspettano altri due chilometri al 10%. Mi fermo e finisco di mangiare il panino, acqua.
Finita l'acqua.
Sono al quattordicesimo chilometro, sono le sei. Il mio contachilometri sulla bici, a tratti segna 0, perchè sotto i cinque chilometri all'ora non si sforza di dirti la velocità istantanea. Forse non vuole farti rimanere male, forse il mio contachilometri ha una grande sensibilità. E' come se mi parlasse con un gran tatto e mi dicesse: "Senti, non te lo vorrei proprio dire, ma... stai andando a 4,2 chilometri l'ora, meglio che non lo scriva. Amici come prima?" La salita si addolcisce un po', e riesco a guardare anche il panorama. Solo abeti, poi si apre una radura. C'è uno spiazzo erboso, e dopo la curva c'è un bar ristorante con dei tavolini fuori.
Non mi sembra vero.
Entro e chiedo due succhi d'arancia, una bottigliona d'acqua. Mi siedo ad un tavolino fuori in un deserto di vento, tipo nel film "Bagdad Cafè", non so da dove cominciare, poi mi aggrappo al succo, che finisco in un fiat. Poi mi aggrappo al secondo succo, vedi sopra. Poi bevo un po' d'acqua e col resto riempio le borracce.
Intanto arriva un tipo in bici dall'alto, un deus ex machina che si ferma e mi saluta. Parliamo in inglese, mi dice che viene proprio da lassù, e sta tornando a Malaucene, mi assicura che gli ultimi cinque chilometri non sono terribili, la notizia mi rallegra di molto.
Lui viene dalla Scozia, io dall'Italia.
Bene.
Poi mi dice che non è bene fare questa salita con tutte questi zaini. Lo guardo incredulo mentre indica i miei zaini, non c'è possibilità di sbagliarsi. Non è come in mongolfiera, mi verrebbe da dire, non posso buttare via magliette e pantaloni per alleggerirmi. Poichè non so come si dica mongolfiera in inglese, gli rispondo che ci penserò per il prossimo viaggio, poi mi limito ad allargare le braccia e ringraziarlo, anche se non so di cosa. A non sapere bene una lingua, spesso si fa la figura da deficiente.
Rimonto in bici, sto un po' meglio, e riparto. Sono le sei e quaranta. Una pietra miliare mi saluta con un 10,9%. Mando mentalmente affanculo lo scozzese, ma forse non voleva scoraggiarmi, proprio come non lo voleva il contachilometri. Ma ormai mancano cinque chilometri, non posso mollare.
"Non puoi mollare" me lo diceva il mio allenatore, quando avevo quindici anni. Era un rompicoglioni che in parte mi ha oscurato la freschezza di quel bellissimo periodo. Quando non andavo agli allenamenti mi telefonava a casa. E poi con qualsiasi condizione climatica facevo i miei bravi sei allenamenti di corsa a settimana(nell'anno della quinta liceo ne facevo otto). E quando c'era la seduta di tecnica(miglioramento dello stile di corsa, per ottenere una corsa più efficace) era tutta una serie di urli:"Finisci le spinte delle gambe" " Non stare col culo basso" "Non atterrare di tallone" e altri ancora. E io coglione, li in silenzio. Non serve a niente stare in silenzio. Ho imparato a controllarmi, ma questo significa tenere le proprie emozioni dentro. Ed è una cazzata.
In cambio avevo il riconoscimento altrui perchè correvo forte. Ed è una cazzata anche questa. Ero così insicuro che avevo bisogno di riconoscimenti ufficiali, di piazzamenti. Che palle.
Qui però sono solo, è diverso.
Dopo un chilometro di rancore, la vegetazione si dirada, alzo la testa e riesco a vedere la cima del monte dove hanno piazzato una stazione metereologica con la forma e i colori di un faro, non è poi male.
La pendenza si attenua un po' e dopo qualche centinaio di metri non c'è più un filo d'erba, solo sassi bianchi di varie dimensioni.
Il vento è un po' più forte, adesso. Il vento è la causa di questa mancanza di vegetazione.
Non fosse per questo cielo turchese, di una tonalità così satura che sembra dipinto, direi che un paesaggio lunare me lo immagino proprio così.
Niente case, niente alberi, solo una serpentina d'asfalto che taglia una pietraia immensa.
Il faro si avvicina.
Mi fermo altre tre volte a prendere fiato.
Qualche tornante prima della vetta c'è anche una specie di gigantesco igloo color acciaio inox, forse un osservatorio astronomico, o forse gli alieni che hanno invaso la luna.
Arrivo finalmente in cima a 1912 metri di altezza, prostrato e - forse stupidamente - soddisfatto. Sono le otto meno venti, per fortuna qui c'è una mezz'ora in più di luce rispetto alla Toscana, scendo con difficoltà dalla bici, in parte per gli zainetti, in parte per il vento. Appoggio la bici sulla roccia, ma viene sbatacchiata giù dal vento. Il tempo di infilare la giacca a vento, di bere un sorso e riparto per la lunga discesa di ventitrè chilometri.
Appena un chilometro più giù mi fermo per fare la foto alla lapide commemorativa di Tommie Simpson, un ciclista morto di infarto durante il tour de France del 1967. Qualche altro chilometro e comincia un fitto bosco, sto battendo i denti dal freddo.
Alle nove e un quarto arrivo a Sault, mi fiondo in albergo, alle dieci esco per scoprire che tutti i ristoranti del paese hanno già chiuso le cucine, i bar sono chiusi. Non mi resta che tornare in albergo e dare l'assalto ad un distributore automatico di merendine e bibite.
Fra i cinque snacks che mangio assegno la palma d'oro del miglior gusto al Kit-kat.
Sto per salire in camera, poi mi ricordo che è la notte di San Lorenzo. Esco, trovo una piazzetta isolata, mi stendo su un muretto, con cuffiette sottofondo di Coldplay, Fossati e Battiato.
Lo spettacolo comincia, il cielo stellato sopra di me.
Ci vuole una buona mezz'ora prima di vedere una virgola luminosa nel cielo, tanto non c'è fretta.
Non desidero altro che essere qui.
Ora.

mercoledì 3 marzo 2010

Acciaio, di Silvia Avallone. Piombino o Macondo?



La mia risposta alla singolare domanda l'ho inserita in Bottega di Lettura. Comunque ve la riporto anche qui sotto.

Il libro in questione parla dell'amicizia di due ragazze adolescenti, sullo sfondo di una realtà sociale raggomitolata su sé stessa, in piena crisi occupazionale. E di acciaio, acciaio immerso in una piccola città ai bordi del mondo, una specie di Macondo. E' Piombino questa piccola città? Così sembra. C'è scritto nel libro.
Ma io non la riconosco, pur avendo vissuto a Piombino per 26 anni e tornandoci un giorno alla settimana per lavoro.
Non parlo della voluta finzione narrativa di spostare dei lunghissimi e sgraziati edifici popolari - soprannominati "lombriconi" - di qualche centinaio di metri per posizionarli davanti al mare, un particolare utile alla narrazione; né sto discutendo della strategia di cambiare il nome della via in cui tali edifici si trovano(via Salivoli è stata battezzata via Stalingrado, nome più evocativo), no.
Parlo di molto altro.
E' come se si sostenesse una tesi, una tesi per certi versi condivisibile: la crisi occupazionale, la perdita del potere d'acquisto salariale, la mancanza di una sufficiente manutenzione nello stabilimento, i troppi incidenti mortali sul lavoro, si agitano sullo sfondo di questo romanzo, ed è bene parlare di queste cose. Ma l'impressione che ho avuto è che l'autrice si sforzi di avvalorare questa tesi attraverso ogni singola parola di cui si scrive nel libro. Alla fine la parola d'ordine di Piombino, per quanto possiamo leggere, è il degrado. A tutti i livelli.
"Dopo quarant'anni tutto era cambiato: c'erano l'euro, la tv a pagamento, i navigatori satellitari, e non c'erano più né la DC né il PC. Era tutta un'altra vita adesso, nel 2001."(pag.17). D'accordo.
E più giù si scrive:"...la sabbia si mescolava alla ruggine e alle immondizie, in mezzo ci passavano gli scarichi, e ci andavano soltanto i delinquenti e i poveri cristi delle case popolari. Cumuli e cumuli di alghe che nessuno dal comune dava l'ordine di rimuovere."
"La spiaggia era infestata di bambini e famiglie grasse...C'erano resti di lasagne dentro teglie di alluminio, e altre scorie come torsoli di mela buttati sulla sabbia(pag.321)."
Di tutto ciò che l'autrice ha scritto della spiaggia di Salivoli, non c'è niente di vero; basta guardare, in estate, in una sera qualsiasi una spiaggia qualsiasi del promontorio - anche Salivoli, sì - per constatare che quasi tutte le famiglie e anche i ragazzi lasciano l'arenile sostanzialmente pulito, li vedi andar via con i sacchetti in mano che depositano nel bidone. Niente scarichi, un depuratore funzionante e l'Arpat che da anni e anni in quella spiaggia registra acque pulite. Mi domando a cosa serva tutto questo calcare la mano.
"Cosa significa crescere in un complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano? Che genere di visione del mondo ti fai, in un posto dove è normale non andare in vacanza, non sapere niente del mondo, non sfogliare il giornale, non leggere i libri, e va bene così?"(pag.32) La voce narrante che si insinua tra l'autrice e, in questo caso, tra le due amiche adolescenti, è invadente, infarcita di giudizi che appesantiscono la narrazione stessa(i giornali, i libri, le vacanze, questi perfetti sconosciuti che sanno tanto di illazioni). Tra l'altro immagino che di amianto, a Piombino, se ne possa purtroppo reperire in abbondanza nell'area industriale dismessa, ma dubito che se ne possa trovare oggi un solo grammo in quei casermoni popolari.
"E non si capiva perché questi genitori dovessero incazzarsi in continuazione: in fondo quei ragazzini stavano solo giocando a guardia e ladri per le scale(pag.34)."Continua l'invadenza della voce narrante, stavolta slegata da qualsiasi personaggio del libro. Questo stupirsi di qualsiasi cosa avvenga tra le mura domestiche nel comprensorio di Piombino.
"Sandra ebbe un moto di rabbia. Lo sapeva anche lei che andava così, che le donne si fanno ammazzare dai mariti e nessuno dice niente. Perché è vero che siamo in Italia, ma è un paese di merda(pag.183)." Ecco la voce narrante che soccorre la storia, raccontando e giudicando. Limitarsi a mostrare un mondo sarebbe molto più efficace, a mio avviso, che volerlo spiegare con dei giudizi perentori.
"Se sua madre fosse andata in Questura, anziché dal medico di base...Ma Satta, il dottore, non era deputato a risolvere i problemi delle famiglie...(pag.216)" E non se ne esce: anche i medici di famiglia a Piombino sono, a quanto pare, più insensibili e miopi rispetto al resto d'Italia; anche di fronte alle percosse. Nella narrazione le percosse sono chiare, evidenti, e una delle protagoniste si imbatte in un medico che non sa fare il suo dovere(forse dei segni più sfumati, meno lampanti, sarebbero stati più credibili per alimentare il dubbio sulla eventuale denuncia da parte del medico, e altrettanto efficaci per la narrazione).
"I vecchi parlavano di donne ucraine....Nessuno ascoltava nessuno, se non c'erano di mezzo sesso e soldi(pag.224)." "Alla gente non gliene fotteva assolutamente di quel che succedeva in America(pag.226)". Viene fuori un mondo insensibile perfino alla diretta dell'undici settembre 2001, una delle tragedie planetarie che più di ogni altra ha tenuto la gente incollata alla tv. La classe operaia che non va in Paradiso.
"...la notte di Capodanno...Una lavatrice scaraventata in cortile, una decina di feriti al pronto soccorso e un bambino senza una mano(pag.256)." Un bambino senza una mano, una lavatrice buttata giù, mai visto né sentito a Piombino una cosa del genere, almeno dagli anni settanta ad oggi.
"...Scendeva le scale a precipizio, schivava una bambina accucciata a fare pipì...".Ho vissuto in un condominio di case popolari a Piombino, mai viste in vent'anni bambine a fare pipì per le scale. Fortuna, forse.

Da segnalare un paio di problemini con i complementi di termine.
"Non gli[le sarebbe stato più appropriato, visto che è Anna di cui si parla ndr] veniva più da ridere se si spogliavano(pag.69)."
"Fino a quando non gli veniva fame, allora si pigiavano urlando nello stambugio della friggitoria." Non veniva loro fame, visto che il complemento di termine qui è plurale, sarebbe più appropriato.

"Di fronte, a quattro chilometri, le spiagge bianche dell'Elba rilucevano come un paradiso impossibile(pag.17)."
"Basta un traghetto, eppure non ci sono mai andata, non l'ho mai vista. Soltanto quattro chilometri(pag.52)." La distanza minima tra Piombino e l'Elba è di 10 chilometri.
"Imboccava la statale che fiancheggiava per dieci chilometri il perimetro della fabbrica(pag.211)."
I chilometri sono più o meno quattro e la statale è una provinciale.
"Francesca non se ne perdeva una di vetrine: e Replay, e Rinascente, e Benetton, e pure il Semaforo Rosso che vende roba da vecchie(pag.270)." La Rinascente a Piombino non c'è mai stata.
"Quando arrivarono all'incrocio con Villa Marina, si fermarono al semaforo dentro un nido di silenzio cristallino. Aspettarono che il rosso diventasse verde(pag.300)." Nell'incrocio con Villa Marina non c'è mai stato alcun semaforo.
Niente di male in tutto questo , ma se, ad esempio, si parla in un altro passo del libro della gioielleria Scognamiglio, che solo a Piombino esiste, si richiederebbe altrettanta cura nella descrizione dei luoghi e negozi. Oppure ci inventiamo Macondo.
Per concludere aggiungo una mia impressione, come tale del tutto soggettiva: gli operai a Piombino hanno perso con il passare degli anni in credibilità, in salario, in iniziativa personale, in identità politica. Ma ciò che non passa sufficientemente, a mio avviso, da questa narrazione, è la persistenza in loro di una grande umanità e una dignità tuttora esistente: il degrado non ha fatto breccia nelle loro coscienze. Forse tutto questo cozzerebbe con la tesi di partenza, meglio non scriverne.
Non sarebbe funzionale, per dirla alla Cechov.

venerdì 26 febbraio 2010

Ad eccezione delle belle donne albanesi



Su Repubblica on-line del 15 febbraio ho letto questo articolo che mi pare molto interessante.
Lo ricopio e lo riporto qui sotto.

"Egregio Signor Presidente del Consiglio,

le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care:"le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."

Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.

Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.

Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.

In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

* Elvira Dones, scrittrice-giornalista
.
Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e inglesi all?Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice. © Riproduzione riservata (15 febbraio 2010)

giovedì 25 febbraio 2010

Recensione in bottega



Su "Bottega di lettura" ho inserito una recensione sul libro una recensione sul libro "Sequenza di dolore", di Rosa Elisa Giangoia.
Buona lettura

lunedì 15 febbraio 2010

George tra le nuvole, ovvero Ryan(in the)Air


Ti specchi negli occhi di una trentenne, e capisci di essere un anziano. A poco servono le palestre, le creme antirughe, il controllo del peso, un aspetto "giovanile"(che brutto termine!), il sollievo di essere ancora in buona salute. Allora senti che la vita ti scivola via in fretta, e sei costretto a fare un bilancio.
E' ciò che succede a Ryan Bingham, alias George Clooney, protagonista del film "Tra le nuvole", film che mi pare molto bello.
Il fatto, per me, di essere coetaneo di "giooorg"(più che coetaneo, direi, visto che sono nato lo stesso giorno mese e anno), mi ha dato il valore aggiunto di seguire con grande interesse il film in questione, perché questa storia parla anche di un'età, l'età di mezzo.
Parlerò con voce narrante in prima persona, ipotizzando uno dei tanti punti di vista possibili.

Mi chiamo Ryan Bingham.
Vivo tra le nuvole, cambio di continuo aerei e giacche e alberghi. Alberghi. E non ho una dimora fissa.
Il mio lavoro è piuttosto incomprensibile. Mi pagano per dire a decine di persone in ogni giorno dell'anno, in ogni angolo d'America: hai perso il tuo lavoro, ma non ti devi scoraggiare; nella sedia in cui sei adesso, qualche tempo fa stava seduta una persona come te che avrebbe fatto in seguito grandi cose, che aveva colto tutto questo come un'opportunità e non come una sciagura, amico, va tutto bene. Va tutto bene un cazzo, mi rispondono. Ma io sono uno specialista in questo lavoro, queste persone non hanno reazioni violente nei miei riguardi, è già un successo, e riesco a fare tutto questo in un modo che definirei umano, al posto dei loro datori di lavoro che non hanno i coglioni per dire certe cose, che cercano di limitare al massimo i loro rapporti umani, soprattutto in certe occasioni.
Non ho una relazione fissa. Mi incontro, a seconda dei cambi di città, con una donna che mi vede solo di notte; ci ripariamo, protetti dagli improbabili ombrellini di soft-drinks, oppure sfidiamo impavidi il vento del condizionatore di una camera d'albergo. Io e lei, due parentesi fatte l'uno per l'altra che scopano alla grande.
Sì, io sono una parentesi. Vivo qui, di aereo in aereo, tra le nuvole. A volte bello, molte altre meno. Non ho nemmeno le radici aeree di un'orchidea, no. Le radici non le ho affatto.
Immaginavo di essere una parentesi, ma quando te lo dicono in faccia fa un altro effetto. L'avevo intuito l'altra sera. Stavo davanti ad un auditorium pieno di persone, e stavo tenendo uno di quei corsi motivazionali del cavolo. Parlavo di relazioni interpersonali utilizzando una metafora: parlavo di uno zaino. Sì, uno zaino legato alla schiena in cui proponevo ai corsisti di inserire tutte le relazioni che abbiamo: da quelle insignificanti come gli incontri occasionali di un'ora o di un giorno, agli amici lontani, ai parenti, agli amici importanti a cui confidi i tuoi segreti e i tuoi sfoghi, all'amante, infine alla persona con cui vorresti trascorrere il resto della tua vita. Mi sono reso conto, mentre parlavo, che il mio zaino è mezzo vuoto. In questo corso motivazionale dovevo far capire ai partecipanti che con uno zaino troppo pieno non ce la fai a muoverti, che le relazioni sono un impedimento. Non ce l'ho fatta. Ho invidiato gli zaini altrui, pieni di suocere incazzate e di mogli petulanti e di figli che ti saltano addosso appena torni a casa. Li ho invidiati, tutti quanti. Non ce l'ho fatta, li ho piantati tutti lì. Ho intuito, dicevo, ma mi sono riempito di speranze.
Mi ha trapassato la mente, in quel momento, la scena di un film, "Harry ti presento Sally": il momento in cui Harry corre a perdifiato, attraversa mezza New York per raggiungere Sally e dirle che quando ti rendi conto che vorresti trascorrere il resto della vita con una persona, la persona che ami, vorresti cominciare quel nuovo capitolo della vita prima possibile. E così ho fatto io.
Vado all'aeroporto, prendo un aereo per Chicago, una macchina a noleggio, raggiungo casa sua, la casa di Alex, ho in mente tutto quello che ha detto Harry a Sally, e suono.
Alex mi apre, quasi una smorfia di dolore. Non è la stessa Alex che conosco; lei in genere sorride, è disinvolta, ospitale. Io dico "Ciao" e sorrido.
"Alex, chi è alla porta?"
"No, niente, un signore che ha sbagliato indirizzo..."
La porta si richiude.
Il giorno dopo Alex mi telefona incazzata. Come ti sei permesso. Scusa ma non sapevo che tu avessi un marito, dei figli...Ryan questa è la mia vita, tu sei solo una parentesi.
Una parentesi. Il finale di "Harry ti presento Sally", questo avrei invece desiderato.
I momenti dopo altri momenti, una somma di momenti che fanno mezza vita, poi aggiungi una piccola manciata di momenti, basta poco - il problema è che non sai esattamente quando - ed ecco che i desideri vanno a male, impazziscono, sanno di aceto. Ti rimane quel sapore di aceto, interrompi la conversazione e guardi il telefono come fosse un alieno.
E cadi tra le nuvole. Fino al prossimo aereo.
(Toni La Malfa)

martedì 9 febbraio 2010

Segnalazione


Nella bottega di lettura ho pubblicato una recensione sul libro "La rilegatrice di libri proibiti"
A presto

sabato 30 gennaio 2010

Viaggio in Scozia 7: l'arrivo





Sabato 13 giugno 2009, mattina.
Ieri sera, mentre cercavo su Internet un albergo, pensavo ad oggi. Al ritorno ad Itaca, insomma. Bisogna cambiarsi d'abito, ma c'è ancora oggi. Pensavo al fatto che mi trovavo in un posto che ha una densità abitativa di gran lunga inferiore alle zone interne del grossetano o della Barbagia in Sardegna. Con questi pensieri stavo girando a vuoto, non stavo andando da nessuna parte, complice la stanchezza, ma avevo la sensazione di essere vicino ad una intuizione profonda ed importante, come in un sogno vivido. Ero in un pub in cui uomini e - poche - donne si ritrovano alla sera da sempre per suonare e cantare le ballate di sempre. Le stesse di tutte le sere.
Pensavo al mio risveglio, il risveglio di oggi già inzuppato di casa, di partenza dell'indomani, di città, di aereo, di auto, di albe assonnate, di galli stonati, di agenda, di planning, di scrittura quotidiana come quella che sto facendo adesso, di lavoro, di abbracci, di nuove partenze, di un'Itaca che guarda, di un'Itaca che ho e che a tratti mi pare di non avere. Itaca ti sfugge all'improvviso: è un'anguilla che tieni tra le mani, apparentemente quieta, che improvvisamente guizza e salta nell'acqua, forse la riprenderai, forse no. Puoi improvvisamente ritrovarla, puoi improvvisamente perderla.
E' una giornata piovigginosa. Stacco i lucchetti della bici appoggiata ad una panchina, sono immerso nella campagna e devo legare gli zaini. Sento i moscerini di questi posti, i midge, che si adagiano su tutte le mie parti esposte: viso, mani, soprattutto le gambe e cominciano a pungermi. Mi dò qualche manata su gambe, cosce, e viso, saltello qua e là come se stessi facendo una danza jodel, e la frenesia mi fa tardare l'operazione di legatura degli zaini, impiego qualche minuto prima di partire. Risultato: dal segno dei calzini fino a quello dei pantaloncini mi resteranno sulla pelle per due settimane centinaia di urticanti punti rossi.
I moscerini non mi danno tregua, sento il mio corpo bruciare, parto a spron battuto, imbocco verso la mia destra la discesa, destinazione Glasgow. La strada si insinua attraverso boschi fitti, il cielo è di colore plumbeo. Discesa, salita, le pendenze sono lievi. Dopo qualche chilometro vedo un lago non molto esteso che corre parallelo alla strada, non ci avevo fatto caso sulla cartina, è una lieta sorpresa: l'acqua è immobile e il monte che si trova sulla riva lontana si riflette specularmente nell'acqua. Non trovo alcuna casa lungo questo tratto, c'è solo il profilo di un monte che, per una buona ora di pedalata, mi fa compagnia alla mia sinistra, la strada si trova in una specie di fondovalle. Arrivo ad un distributore in prossimità di un bivio, leggo le alternative e non riconosco i nomi - Perth a destra e Killin a sinistra - rispetto alla mia destinazione. Non capisco. Mi fermo al distributore e consulto più attentamente la cartina. Non voglio credere all'evidenza dei fatti, come quando scopri - che so - il colesterolo alto nonostante il tuo stato di benessere. Ho sbagliato strada, alla grande. Che pollo. Invece di andare verso sud, da Crianlarich sono andato verso est. Per diciassette chilometri. I moscerini non mi hanno dato il tempo di ragionare - debole attenuante - e dal B&B immettendomi sulla strada asfaltata ho preso la direzione opposta a quella che avrei dovuto percorrere. Mi mangio un kitkat, faccio la pipì, respiro a fondo e cerco una strada di raccordo tra dove sono ora e dove dovrei essere, una specie di scorciatoia. Non c'è. "Tornate indietro quando potete" è l'unica cosa sensata da fare. Consulto l'orologio. Non arriverò mai a Glasgow per la sera.
Entro dentro il bar del distributore. Chiedo: Sì, mi dicono che c'è la linea ferroviaria a Crianlarich che va a Glasgow. La mia meta è improvvisamente cambiata: la stazione di Crianlarich, si torna al punto di partenza, come nel gioco dell'oca quando capiti sul 58. Dopo altri diciassette chilometri passo davanti al B&B e ai moscerini. Sì, cari moscerini, mi mancavate e sono tornato a salutarvi. Proseguo verso il crocevia, il nodo nevralgico del paese, giro a sinistra, verso sud e mi fermo alla stazione. Sono le due e un quarto, il treno per Glasgow è passato da mezz'ora, il prossimo passerà alle cinque e mezzo. Mi girano le scatole. Prendo un tè nel bar della stazione, mi calmo e decido di proseguire verso sud, fino alla fermata successiva, ad Ardlui, almeno faccio altri dieci chilometri di bosco, e così arrivo all'inizio del Loch Lomond, l'inizio del parco nazionale. Questo ultimo tratto di bici è caratterizzato dal fatto che la strada è scavata in fondovalle e accompagnata, a destra e sinistra, costantemente da monti. Mi fermo a fare qualche foto alle mucche con il lungo pelo fluente color mogano, caratteristiche della Scozia. Poi arrivo alla stazione deserta di Ardlui, comincia a piovere forte, questo mi consola un po'. Pensarmi 35 chilometri più avanti, immerso nel parco nazionale in una splendida giornata di sole sarebbe stato insopportabile. Alle 17,47 arriva il trenino a gasolio, e si scioglie l'ultima grossa incognita della giornata: c'è posto per la mia bici, il treno ne può contenere fino al numero massimo di quattro, la mia è la terza. Mi sistemo sui sedili, mi gusto la lunga riva del Loch Lomond, dopodiché - siamo quasi a Glasgow - assisto all'aumento progressivo delle case, strade, auto, un po' mestamente.
E' tempo di tornare.
La città, Glasgow, è il mezzo del ritorno, ma la mente si sofferma sui giorni precedenti, sui 525 chilometri percorsi in mezzo alla natura, davanti a gole solcate da strade che si perdono all'infinito, con monti tappezzati per intero da verdi di mille sfumature, o a fiordi così stretti da confonderti - fiume, lago, mare - sotto un cielo blu cobalto e centinaia di nuvole che si rincorrono, con il vento che ti accarezza.
E' tempo di tornare. Con una scorta di gioia, grato alla vita, a quella presente.
(Toni La Malfa)

martedì 12 gennaio 2010

Miloud

Cara Irina,

è un po' che non ti sento, e non ti vedo, ovviamente. Una delle cose che mi fa più impazzire è proprio questa: l'impossibilità di vederti; avverto anche fisicamente il legame che esiste tra noi, come un elastico che si tende in base alla nostra lontananza, e questa tensione non è risolvibile in alcun modo. Ogni giorno questo elastico teso mi condurrebbe da te; per abbracciarti, per guardare i tuoi occhioni imbevuti di curiosità, per far sì che possiamo resistere insieme. Invece dobbiamo resistere da soli.

Non me la passo male, tutto sommato.

Ho trovato un posto vicino alle condutture, mi sono sistemato con dei cartoni, ed ho un buco nel muro che riesco a tappare con dei pezzi di cornicione, dove posso riporre con una certa sicurezza le cose più care: la tua foto, penna e quaderno, e i Lei che riesco a mettere da parte. Insomma, riesco a cavarmela, e ho capito le principali regole di sopravvivenza qui sottoterra, e anche sopra. Cerco di evitare la squadra di Ivan, che trova qualsiasi pretesto per pestarti, questa è una delle mie preoccupazioni principali; poi trovo qualche alleato, e perfino qualche buon amico. Di giorno è meglio uscire, nonostante il freddo: diventa pericoloso stare molte ore giù, perché squadre come quelle di Ivan sono più attive, ed i litigi e le risse sono la regola. Salgo allora in superficie per tutto il giorno, il freddo non mi dà tanto fastidio, chiedo l'elemosina ai turisti, e in genere raccatto un po' di Lei che mi bastano per i pasti al Mac Donald e per l'Aurolac.

Non ce l'avrei fatta ancora per molto lì dentro, sorellina. Temevo che mi sarebbe successo come a Stefan, ricordi? Qualche protesta, pochi segni di insofferenza e ti mandano nel centro di Igiene Mentale. Ora posso decidere di me stesso, è già qualcosa. E ti ripeto la cosa più importante: ho qualche buon amico con cui parlare.

Sono preoccupato per te. E mi manchi. Puoi spedire le tue lettere a Nikolai Dragomir presso l'Hotel Lebada, 3 Buirintei Boulevard, qui a Bucarest. Ha trovato un lavoro come facchino, è un amico.

Tuo Vasile

Caro Vasile,

grazie al cielo sei vivo. Mi preoccupo per te ogni giorno che passa. Non abusare di quell'Aurolac, ti prego, so che non fa bene, lo sai anche tu. Io sto bene; ho un letto e dei pasti, un po' di tempo per leggere e studiare. E' vero, gli educatori non sono il massimo, ma ho del tempo per pensare a me stessa. E' anche vero che non ho il cielo ma sempre un soffitto sopra la mia testa.

E ho dei progetti.

A diciott'anni me ne andrò via: forse a Napoli, dove c'è quel golfo stupendo e quel mare dove puoi fare il bagno senza rabbrividire, oppure in Normandia, dove quelle scogliere ti fanno venire le vertigini di bellezza, dove senti il vento tra i capelli. E vorrei che tu venissi con me. Sto imparando l'inglese ed il francese, insomma cerco di darmi da fare. Mi manchi, forse potremmo farcela meglio insieme. Mi manca il gioco, lo scherzo, il contatto con te. Come ridevamo bene insieme, anche quando c'era poco da ridere. Ma capisco la tua scelta, certi giorni avrei anch'io voglia di scappare. Non dispero, però. Anch'io ho delle amiche ed amici qua dentro. Io non dispero mai, vedo delle cose belle anche qui, so che ci sono.

E spero. Spero per noi, Vasile. Spero per noi.

Tua Irina

Cara Irina,

non ti preoccupare per me. So che schifezza sia l'Aurolac, ma riesco a gestirmela. La sniffo solo qualche volta in una settimana, mi dà calore, mi sento a casa, in una casa che non ho, mi sento coccolato come se ci fossero ancora il papà e la mamma, e le immagini sono più vivide. E' vero, dopo tutto torna come prima, ma almeno ho qualcosa da ricordare.

Io non ho progetti, non so come andrà a finire, Irina. So solo che per oggi sono a posto.

Mi sento bene con Daniel, un ragazzo con cui parlo, lo vedo spesso durante il giorno. E anche con altri due, Omar e Valentin, con cui ci aiutiamo; Omar ha un'armonica a bocca, la suona benissimo, e dovresti sentire come si diffonde bene la musica nelle fogne; non sembrano più fogne, quando suona Omar. Mi sento bene con loro, tutto qua. E sto bene quando penso a te, e mi immagino un giorno di avere una casa e di dividerla con te. Non sono progetti, queste cose, ma mi fanno andare avanti.

Ma tu, Irina, tieniti stretto il tuo, non lo mollare.

Un abbraccio

Vasile

Caro Vasile,

è l'amore che ci manca, qui, a me, e fuori, a te. Qui in certi giorni è molto dura r-esistere. Siamo spesso maltrattati, o ignorati da educatori che pensano solo alla fine dell'orario di lavoro, che mai ci degnano di una attenzione. Ci sono anche degli educatori ed insegnanti bravi, ma neanche loro si sognano di stringerci, di abbracciarci, più semplicemente di considerarci. Forse hanno anche loro delle situazioni complicate, fuori di qui, che li prosciuga completamente. L'amore, non ce n'è traccia, Vasile.

Pensa alla tristezza che i nostri genitori hanno dovuto sopportare quando ci hanno abbandonato. Io non ricordo niente, avevo due anni, tu cinque. I tuoi racconti sono stati preziosi per me; la mamma con la coda di capelli, le lentiggini(come ce l'hai tu), il papà con gli occhiali di plastica neri, le mani grosse, altissimo. Queste figure tornano, soprattutto nell'ora in cui sto per addormentarmi, come esseri misteriosi e affascinanti. Mi domando se arrivino attraverso i tuoi racconti, o i miei ricordi di neonata e poi bambina. Ma arrivano, ed è bello sentirli arrivare. Un giorno ho pensato che fosse venuta la mamma a rimboccarmi le coperte, invece era Sonia che era scesa dal letto a castello e aveva mosso il mio materasso, l'ho vista dopo, quando è tornata. E' stato bellissimo, anche se non era vero: l'ho vista in quel sogno vivido la mamma, con la coda di capelli castani, e le lentiggini.

Non mi dimenticherò mai il mio progetto, sta' tranquillo.

Sta' attento, io ho solo una vaga idea di come passi la tua giornata, ma certamente ti capitano situazioni pericolose. Evitale, se puoi, abbi cura di te.

Mi manchi

Irina

Cara Irina,

è successa una cosa qua sotto. E' arrivato uno straniero, si chiama Miloud Oukili, e ha preso posto tra noi, qui con i cartoni. Non conosce il rumeno, e ci chiede continuamente come si dice questo e quello in rumeno, in cambio ci insegna dei giochi da circo che possiamo fare per chiedere l'elemosina.

Sa farsi rispettare, è un duro quando occorre.

Poi ci ha chiesto di preparare dei numeri da fare in strada, tutti insieme, a chi volesse farlo. A me sembrava matto, ma poi - non so com'è - ho accettato e anche altri si sono uniti. Abbiamo preparato dei numeri, ci è voluto un mese intero, poi abbiamo fatto questi giochi da prestigiatori e saltimbanchi e giocolieri su in strada. Irina, è stato bellissimo. La gente applaudiva, abbiamo raccolto molti soldi, insomma, sì, abbastanza per le nostre esigenze. Ora ogni giorno lavoriamo per fare nuovi numeri.

Miloud è un vulcano di idee. Ci ha imposto delle regole, adesso: chi voglia stare con lui non deve usare l'Aurolac, niente alcol, niente lamette; dobbiamo tenere pulito il posto dove dormiamo, niente rifiuti, niente cicche accanto ai cartoni. Per molti di noi sono regole impossibili, ma ci stiamo provando. E ci dobbiamo lavare spesso, nelle perdite delle condutture d'acqua calda, altrimenti puzziamo e la gente non scuce nemmeno un Lek.

Ha dei progetti, vuole andare con noi in giro per l'Europa a fare degli spettacoli. Non mi sembra vero, Irina. Ma dovesse accadere, ti porterò con me, via da lì. A Napoli, in Normandia, se ci saranno spettacoli. E anche in altri posti, ce ne sono tanti belli in Europa.

Spero per noi, Irina

Tuo Vasile



sabato 26 dicembre 2009

Come dalle Svalbard a Lucca e ritorno



Ciao nonna, mi dispiace.
Mi dispiace, sì, ma non potevo rimanere lì con te e la mamma. Abiti in un posto fantastico, e quest'estate ho visto quante meraviglie può darci il mondo. Ho imparato tantissimo da quest'estate, compreso il fatto che nel mare si possono fare i bagni senza morire di freddo, e poi che il sole ci può asciugare con una carezza calda.
Ma mi mancava la carezza del babbo, molto più calda di qualsiasi sole. E non è solo questo. Ho iniziato l'anno scolastico a casa vostra, a Lucca. Bellissima.
La scuola, le maestre, i compagni, è tutto diverso. Bello, ma è una bellezza troppo visibile, forse troppo semplice, che non mi entusiasma, alla fine. Via via che si avvicinava il Natale, ripensavo alla notte infinita, a quel buio che ti rende la vita difficile, ma che ti avvolge, e ti accarezza, come il babbo. Da voi non c'è il profumo del Natale che abbiamo qui, non fa abbastanza freddo. Mi scappava da ridere quando ai primi di novembre ho visto te e le tue amiche mettervi addosso tutti quegli animali morti per proteggervi dal freddo che non c'è. Mi ha raccontato il babbo che tanti anni fa anche qui uccidevano gli orsi per fare cappotti e per difendersi, adesso li uccidono solo quando è proprio necessario per salvarsi la vita .
Ti giuro che ci ho provato: volevo tanto stare con voi ma non ci sono riuscito.
Il babbo è venuto a prendermi all'aereoporto con la maestra e insieme siamo andati alla mia scuola dove abbiamo fatto gli addobbi di ghiaccio e dopo abbiamo mangiato frittelle .
Quando siamo arrivati a casa ho trovato nella mia camera la foto della mamma e del babbo che prima stava in salotto. Il babbo mi ha spiegato che vuole tanto bene alla mamma perchè è grazie al loro amore che sono nato io, ma adesso non potevano più stare insieme perchè alla mamma non piaceva questo modo di vivere, del resto nemmeno il babbo avrebbe potuto starsene in via Fillungo a guardare le vetrine o in fila per tornare a casa. Hanno deciso così per il rispetto di quell'amore che li ha tenuti insieme tanto tempo: entrambi hanno adesso scelto la vita che desiderano. Non è come sussurravi alla mamma, no: la nostra non è una famiglia rovinata. La mamma è felice di essere tornata a Lucca, il babbo non ha più il tormento di averla portata qui. E io sono più felice adesso di prima.
Vorrei tanto che tu venissi a trovarmi per conoscere la mia maestra che adesso vive con noi e ti prometto che quando comincerò a studiare per continuare il lavoro del babbo verrò ad abitare da te.
Il babbo dice che non devo mettere dentro la lettera la formina di ghiaccio a forma di cuore che ho fatto per te e la mamma, perchè si scioglie e scolora l'inchiostro. Allora insieme alla lettera ci metto la foto, prima che si sciolga. Ricomincerò a scriverti e a parlare con te su Skype, ma questa lettera volevo che rimanesse: la carta e l'inchiostro hanno il loro profumo, come il Natale. Il profumo del Natale non ha alberi, foglie, formiche, cani, fiori. Il profumo del Natale è fatto di carezze e abbracci. E anche di buio che avvolge. Aspetterò con trepidazione l'arrivo del primo sole, qui a Longyearbyen.
A marzo, con gioia.
Ti voglio tanto bene, come dalle Svalbard a Lucca e ritorno
Francesco

mercoledì 16 dicembre 2009

...come da qui alle Svalbard e ritorno


Caro babbo,
ho tanto bisogno di scriverti ora, e lo sto già facendo. Lo so che ci siamo parlati ieri notte su Skype, ma sono così impaziente di dirti quello che mi è successo oggi, che non ce la faccio ad aspettare. E poi mi piace scriverti.
Stamani io e la mamma siamo usciti per andare in città. Avevo con me la scatola che mi aveva spedito la nonna e stavo con il naso incollato al finestrino della macchina a guardare.
La strada, l'erba, le persone che camminavano senza berretto, i colori; c'erano troppe cose da guardare, e poi il cielo. Era blu, blu come non ti so spiegare, blu come la casa del tuo amico Sven, ma il colore era sospeso in aria e verniciato in tutto il cielo. La mamma ha parcheggiato in una piazza, piazza Santa Maria, intorno c'erano delle belle case colorate come a Longyearbyen, e siamo saliti sulle mura. Mentre camminavo, sentivo il rumore dei sassolini sotto le scarpe, non gli scarponi, e camminavo sul bordo dove c'è l'erba, tenevo la scatola della nonna sotto il braccio. Ho visto le formiche che trasportavano pezzetti di foglie, bricioline di pane, tantissime formiche. E dei signori in bicicletta, tantissimi anche loro, come nella palestra, ma loro non stavano fermi sui rulli, no, anzi, si muovevano molto velocemente. Il mondo è meraviglioso.
Mi accorgo che non ce la faccio a dirti le cose in ordine come vuole la maestra Ingrid, vorrei dirlo pure a lei che cosa mi sta succedendo, anzi glielo dirò sicuramente. Comunque, ti stavo dicendo che siamo saliti sulle mura grandissime e robuste della città, e abbiamo fatto una lunga passeggiata. Dopo poco ho detto alla mamma di fermarsi, ho aperto la scatola e ho tirato fuori una foglia. Le foglie dell'albero erano uguali alla mia: con le punte come una stella, il rigo nel mezzo, il gambo in fondo. Quante volte l'avevo presa tra le mani! La mamma ne ha staccata una dall'albero e me l'ha data. Una foglia. La mia era secca e gialla, invece questa non faceva rumore a piegarla tra le mani, era verde, e aveva un profumo di fresco. La mamma mi guardava e rideva. Era una foglia di platano; l'ho appoggiata sul viso, era morbida morbida. Il platano è gigantesco, il tronco è marrone chiaro, ha le radici nodose e lunghe; è saldo nel terreno. Ho messo la foglia fresca nella scatola e abbiamo continuato a camminare.
Avevo caldo mentre camminavo, ero contento ed emozionato. Il vento era una specie di carezza della mamma, non tagliava la pelle. Mi sembrava che tutte quelle belle cose stessero lì per me, solo per farmi piacere, e io ridevo e ringraziavo il cielo e gli alberi e le formiche e le farfalle e i cani e i gatti e le biciclette e tutte quelle belle persone di esistere. E il sole. Mamma mia, come scaldava, e come era alto! Abbiamo continuato la passeggiata, e io sono ruscito a riconoscere e confrontare la foglia del tiglio, del leccio, del pioppo, dell'ippocastano. Il tiglio aveva i fiori gialli e un profumo buonissimo, che non so descriverti. Non riesco a parlarti degli odori, quelli vanno sentiti e basta, posso dirti che ne ho sentiti tanti. Anche la terra fresca. Alcuni fiori. L'erba. E poi il sapore dell'erba. Anche se la mamma non voleva, ho preso un filo d'erba e l'ho strizzato tra i denti. Aveva un sapore acidulo e allegro.
Io penso che le persone che stanno qui siano felici. Non manca loro niente. Eppure ho visto alcuni visi seri seri, forse anche tristi. Tristi come lo sono diventato ora, improvvisamente, da un secondo. Tutte quelle cose e persone che mi stavano intorno non possono far niente per la mia tristezza. Mi manchi, babbo. Forse a quelle persone tristi manca il loro babbo. Mi manchi tu e il vento polare, e i tramonti che durano un giorno intero, il giorno polare che dura quattro mesi e la notte polare, quella che dura quattro mesi. Mi manca anche quella. Le partite con te a Visual Game nelle notti che non finiscono mai; ora che ho rivisto gli alberi, quando mi capiterà la tesserina con la scritta "albero" non avrò più incertezze. La mamma non me l'ha detto, ma credo che lei non voglia più tornare da te alle Svalbard. Io sono orgoglioso di te, che fai un lavoro importante, che ti piace. Mi hai detto un giorno, serio serio, che studiare i cambiamenti del clima delle Svalbard è importante per tutto il mondo. Wow! mi sono detto, il mio babbo fa una cosa importante per tutto il mondo. Finite le vacanze estive, ricomincerò le scuole qui. Io spero che tu venga presto a trovarmi. Oggi ti ho spedito la scatola della nonna, con le foglie nuove. Ci ho scritto platano, e leccio, e pioppo, e ippocastano, e tiglio.
Voglio che tu venga presto a trovarmi, ti aspetto.
Ti voglio bene come da qui alle Svalbard e ritorno
Francesco

martedì 8 dicembre 2009

Viaggio in Scozia 6: i verdi e i blu di Glencoe








Venerdì dodici giugno 2009, mattina.
Giornata stupenda, al momento. Il sole occupa di diritto la dining-room in legni chiari del B&B dove ho appena dormito. Dopo la colazione, chiedo ed ottengo dalla padrona di casa il permesso di attardarmi in soggiorno, sfruttando la loro Wi-Fi e il mio piccolo e leggero pc per cercare un alloggio per stasera. La ricerca non è molto facile, durerà per circa un'ora: all'approssimarsi del weekend molti residenti si spostano, anche di poco, per dormire fuori casa. Trovo finalmente un alloggio a Crianlarich, telefono per prenotare e finisco di preparare i bagagli, parto tardissimo rispetto agli altri giorni, le undici passate. Dopo otto chilometri dalla partenza, attraverso un ponte nel tratto in cui l'ampio Loch Linnhe si restringe e diventa il Loch Levin. In realtà sono entrambi due tratti di mare che degli stretti istmi fanno passare per laghi. Ci si confonde, come dicevo qualche giorno fa, sulla denominazione - mare, fiume, lago - degli specchi d'acqua, e il confondimento è un piccolo grande piacere. Sarei tentato, se non fosse tremendamente tardi, di tuffarmi sfidando le basse temperature dell'acqua. Ci sono spiagge, qui, che non hanno niente da invidiare a certe spiagge dei mari del sud. L'acqua è però così fredda da consentire solo rapidi bagni con un accappatoio che ti aspetta fuori del mare. Tiro innanzi e attraversando il ponte inizio una strada in direzione sud-est che mi allontanerà sempre più dal blu del mare e mi condurrà verso il verde, che siano erbe di pascolo o faggi o abeti o larici.
A sinistra della strada intravedo un piccolo centro, Glencoe, dove mi fermo a fare rifornimento di acqua e Kit-Kat. Glencoe è anche il nome di questa specie di gola lunga e stretta che si inerpica in questa zona montuosa. Ora percorro la strada di fondovalle in costante ma non ripida salita.
Passo il primo piccolo valico e ho sulla destra e sulla sinistra della strada due monti alti circa mille metri. Sulla loro sommità ci sono placche di ghiaccio. Lo zero termico è bassino da queste parti. Più avanti, un lago dal colore verde e blu.
Le mie parole sono inadeguate per descrivere paesaggi del genere.
Hai tutta la imponente visuale dei monti senza ostacoli, dalla base alla cima: smussati, sono di derivazione geologica antica, il resto del lavoro l'ha fatto il vento, hanno dei solchi che li percorrono per tutta la loro altezza, se osservi meglio ti accorgi che sono dei piccoli torrenti. Ti soffermi poi sul verde: non pensavi che potesse essere di così tante sfumature. Da queste parti hanno girato "Highlander" e "Brave heart", per la fotografia non hanno avuto grande necessità di ritocchi. Per chilometri e chilometri sarà sempre uguale e sempre diverso. Gli ingredienti si mescolano: puoi vedere l'erba diventare a tratti roccia, dei torrenti riversarsi in un laghetto, un bosco di abeti intorno al lago, alzi gli occhi e ti soffermi sul cielo ha ripreso a produrre nuvole di varia foggia, il vento che ti accarezza. Oppure vedi in lontananza altri tre monti che sembrano sbarrare la strada - due ai lati, uno davanti - e pensi con soddisfazione che, in modo del tutto misterioso, passerai proprio da lì. Chilometri e chilometri di niente, di verdi e blu che si mescolano e si compenetrano, al punto da chiederti se arriverai mai in un centro abitato.
Dopo il valico, una lunga discesa, ancora laghi, fino ad addentrarsi in un fitto bosco che mi accompagnerà fino a destinazione. Nel frattempo il clima ha fatto in tempo a mutare: una minuta pioggia che mi fa desiderare, unita alla fame e alla stanchezza, una camera e un pasto caldo.
Sono le sette e tre quarti, ho attraversato Crianlarich, riprendo il bosco e vedo la mia meta: il vialetto di ingresso che conduce ad una casa bianca con tetto di paglia, due comignoli accesi, la riserva di legna da un lato e due pendii colmi di verde che la accarezzano. In questo momento non chiedo di meglio: essenza, bellezza, semplicità.
A domani
(Toni La Malfa)
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domenica 22 novembre 2009

Viaggio in Scozia 5 - verso le montagne






E' l'undici di giugno 2009, giovedì. Stamani ho puntato la sveglia alle 4. Tra poco me ne tornerò a letto, ma intanto spero di vedere, dalla mia camera, il sole che si leva dal mare. I bagliori nel cielo mi dicono di sì, forse le nuvole sono più distratte a quest'ora. Sì: la luce si concentra in un punto, intanto tento qualche foto. Ho un giardino davanti alla mia camera, e il sole passa da una fessura all'altra, via via più netto e luminoso. Il solstizio d'estate si avvicina, e a questa latitudine la lotta tra la luce ed il buio è drammatica; ora è la vita, ma a dicembre è durissima vivere qui, una specie di miracolo, con un vento tagliente, il freddo, e quattro ore di luce. Una durezza di questa gente che si tempera con l'accoglienza e il calore, l'ospitalità che in molti dimostrano, senza alcuna necessità né voglia di doversi "prostituire" ai turisti. Lo spettacolo dura una ventina di minuti, ora prevale il sonno e me ne torno per tre ore a letto.
Oggi non torno sui miei passi, ma punto verso la parte sud dell'isola di Skye, ritornando in Scozia con un traghetto, una mezz'ora di navigazione. Alle otto e mezzo lascio il B&B - anche qui una finestra del soggiorno che si affaccia su una vista da sogno - e cerco di pedalare di buona lena per raggiungere Armadale a ventisette chilometri, il traghetto parte ogni mezz'ora. Un primo tratto collinare pressoché deserto è costituito da brughiera senza alberi e da vento dell'Oceano, e un'aquila mi tiene compagnia per una decina di minuti. La vedo ad una cinquantina di metri da me, parte in volo da un costone di roccia e comincia la sua danza di avvitamento nell'aria, e sale, sale. Raggiunge in breve il monte più alto visibile da qui, e continua a salire. Dal punto di vista strettamente utilitaristico, non le serve a niente salire così in alto: non ci sono ripari, non c'è cibo lassù, non ci sono altri esemplari della sua specie. Io credo che lo faccia per il puro piacere di volare alto come solo lei sa fare, e forse perché ogni tanto se ne vuole stare da sola, in silenzio.
Raggiungo la costa est dell'isola che guarda costantemente la vicina Scozia. L'ambiente si ravviva: è un susseguirsi di calette con acqua trasparente, e versanti collinari con erba verde smeraldo e fiori che muoiono nel mare. Crescere in questi posti significa abituarsi alla bellezza ubiquitaria, senza compromessi.
Raggiungo il traghetto, durante la navigazione scambio quattro chiacchiere con una coppia di italiani in luna di miele. Loro hanno fatto con la macchina un percorso molto più ampio del mio, è un altro tipo di vacanza. Ogni sbaglio, deviazione o strada interrotta è per loro un piccolo contrattempo di cinque minuti, io lo vivo con intensità e delusione; per contro, di fronte ad uno struggente panorama, un regalo inatteso che si apre improvvisamente agli occhi dietro una curva, io me ne rallegro il doppio di loro. E la sera quando guardo sulla cartina la strada che ho percorso, penso con soddisfazione al fatto che le mie gambe hanno fatto tutta questa strada, nient'altro che le mie gambe.
Ecco Mallaig, un piccolo centro con un porticciolo denso di pescherecci. Dicono che si possa vedere qualche foca da queste parti, mi soffermo sull'acqua per qualche minuto, nessun avvistamento. Rimonto in bici, e percorro la strada che mi porterà a Fort William, un tragitto ondulato che per il primo tratto si mantiene vicino al mare.La strada va decisamente a sud, e finché è possibile, costeggia il mare. Allontanarsi dal mare è una follia, soprattutto se punteggiato di scogli e isole, frastagliato dal vento e dalla salsedine, disegnato dalla mano di un bimbo fantasioso che lo ha dotato di golfi, calette, istmi, scogli, ghiaia, dune; per giunta ti giri sull'altro lato della strada e trovi un susseguirsi di canali e laghi, il confondimento è massimo. La poesia si interrompe nell'attimo in cui comincia a piovere: una pioggia fredda e torrenziale che mi costringe a mettermi k-way, i pantaloni e le sacche impermeabili sugli zaini. Continuo a pedalare per un'ora in una melma composta di acqua e fango.
La strada piega ad ovest, torna il sole e pare che la pioggia non sia mai esistita. Ora costeggio per una quarantina di chilometri il lungo e stretto Loch Eil, fino a Fort William, una graziosa cittadina dotata di due piazze, una via che le collega, e dei villini nelle vie circostanti. E' un punto strategico di partenza per le escursioni verso il Ben Nevis, il monte più alto del regno unito, sopra i 1300 metri. La sua cima, eternamente ricoperta - anche d'estate - di una placca di ghiaccio, è sgraziata: è ripiegata su se stessa, come la sommità di un cono gelato che si sta sciogliendo. Molti turisti, dunque, il che mi crea problemi per trovare un B&B. Dopo alcune telefonate, nonostante i 100 chilometri già percorsi, sono costretto a farne altri 17 per raggiungere un B&B a Onich, completamente immerso nel bosco. L'ultimo tratto di strada, comunque, è un bellissimo lungo lago del Loch Linnhe tappezzato di abeti e faggi. Sono le 20,30, il sole è ancora altissimo, il cielo è di un blu così denso che pare un mezzo solido. Sono contento.
A domani
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