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sabato 19 gennaio 2013

Sopra le nuvole





L'altro giorno sono uscito con la bici, non avevo una gran voglia. La piana di Lucca era immersa nelle nuvole, e il freddo umido entrava nelle ossa. Comunque, visto che c'erano sei-sette gradi, c'era la possibilità, per niente scontata d'inverno, di salire su una montagna dei paraggi, e così ho fatto. Sono andato sull'Altopiano delle Pizzorne, che arriva quasi a mille metri di altitudine. E' una salita impegnativa ma che ti consente di startene per conto tuo: spesso per dieci chilometri non incontro anima viva, e il silenzio, l'allontanamento dal chiasso della città che si sveglia sono per me un grande valore aggiunto. Si arriva, a meno di metà salita, ad un bel paesino, Matraia, un pugno di case abbarbicate chissà come sul crinale del monte. In quel punto mi trovavo avvolto dall'umidità di una nuvola bianca, che non consentiva una grande visibilità. E salendo ancora un chilometro dopo il paese, si è aperto il cielo: le nuvole stavano sotto di me, uno strato denso e bianco che si perdeva all'orizzonte, e il cielo pulito e azzurro, come una primavera fuori programma, che accoglieva solo quelli che riuscivano a salire. Sotto, l'inverno, e sopra il tepore di un sole accogliente. Ho continuato a salire, fino in vetta, rallegrato da questa sorpresa. Il Serra e le Apuane in lontananza, parevano delle isole, e le nuvole si erano trasformate in un mare infinito.

lunedì 14 gennaio 2013

Le farfalle, di Mario Quintana



Le farfalle, di Mario Quintana

Quando poniamo molta fiducia o aspettative in una persona, il rischio di una delusione è grande.
Le persone non esistono in questo mondo per soddisfare le nostre aspettative, così come noi non siamo qui per soddisfare le loro.
Dobbiamo bastare... dobbiamo bastare a noi stessi sempre, e quando vogliamo stare con qualcuno dobbiamo essere coscienti che stiamo insieme perché ci piace, lo vogliamo e stiamo bene, giammai perché abbiamo bisogno di qualcuno.
Una persona non ha bisogno dell'altra, esse si completano... non per essere due metà, ma per essere un intero, disposte a condividere obiettivi comuni, gioia e vita.
Nel corso del tempo, ti rendi conto che per essere felice con un'altra persona, è necessario, in primo luogo, che tu non abbia bisogno di questa persona.
Comprendi anche che la persona che ami (o pensi di amare) e che non vuole condividere niente con te, sicuramente, non è l'uomo o la donna della tua vita.
Impara a volerti bene, a prenderti cura di te stesso, e principalmente a voler bene a chi ti vuole bene.
Il segreto non è prendersi cura delle farfalle, ma prendersi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te.
Alla fine troverai non chi stavi cercando, ma chi stava cercando te.
 

giovedì 10 gennaio 2013

Progetti per una visita a mia moglie, di Romolo Bugaro



 Qui sotto c'è, secondo la mia modesta opinione, uno dei più bei racconti scritti in Italia da vent'anni a questa parte. Avrei voluto scriverlo io.



Romolo Bugaro
Progetti per una visita a mia moglie



La targhetta sul campanello sarà sempre la stessa, G. Ambrosi – F. Berti. Troverò strano non sia stata ancora tolta di mezzo. Come se negli ultimi tempi non fosse successo niente di particolare, alla fine. Suonerò al campanello di sotto e la luce del videocitofono si accenderà con un minuscolo clic, bianca e concentrata. Mi preparerò a dire qualcosa guardando verso la telecamera, ma non servirà. Il portone si aprirà quasi subito, senza che nessuno chieda chi è. Magari non capirò bene il motivo, ma quel silenzio mi sembrerà già un brutto inizio. Un piccolo torto. Una specie di sgambetto prima ancora di cominciare.
L’atrio del palazzo sarà esattamente come ricordo: ampio, elegante, con le mezze colonne in rilievo sui lati.
Darò unocchiata alle cassette della posta, scorgerò la cabina luminosa dellascensore sul fondo. Salendo verso il nostro piano, per un attimo mi verrà la tentazione di piantare tutto e scappare via. Basterebbe fermare lascensore, entrare di nuovo in macchina e ripartire. Potrei farlo, se davvero volessi. Ma sarà solo un impulso passeggero, semplice da superare. So come sono fatto: nel giro di cinque minuti sarei pentito di sicuro.
Lidea di quellappartamento in fondo al giroscale mi farà un certo effetto, dopo tanti mesi dassenza. Mia moglie sarà in piedi davanti alla porta, le mani infilate nelle tasche del golf. Non avrà nessuna espressione particolare, né farà latto di venirmi incontro. Piuttosto ci sarà un istante di incertezza, fra noi, che subito danneggerà i miei gesti. A quel punto le andrò vicino senza parlare, leggermente rigido sulle gambe. Dovrò cercare di calibrare bene ogni atto, camminare verso lei non troppo piano né troppo veloce. Finalmente, mia moglie tirerà fuori le mani di tasca e sarà la prima a parlare. «Ciao», dirà. «Sei molto puntuale».
Linterno non mi sembrerà cambiato granché rispetto a prima, e i mobili saranno rimasti più o meno gli stessi, e i quadri, e i tappeti, e le fioriere in ingresso. Probabilmente mi guarderò attorno con la sensazione di essere tornato in un paesaggio di puri ricordi, più che in un luogo reale. Magari mi verrà pure la voglia di dirglielo, per farle capire quanto mi sento distante da tutto, ormai, ma alla fine non aprirò bocca.
Lei mi farà accomodare in salotto e accenderà labat-jour che ci ha regalato sua madre. Poi socchiuderà la finestra che dà sul balcone, ma senza un motivo vero: come proseguisse nei gesti per ostentare la propria confidenza con lambiente, portare subito anche le cose dalla sua parte. Alla fine siederà su una delle poltroncine vicino allo stereo, accavallerà la gambe e non chiederà se voglio qualcosa da bere, o una sigaretta, magari. Non farà nessun tentativo per rompere il ghiaccio con qualche frase di circostanza. Si limiterà a sfilare gli occhiali dal viso, prima di cominciare a dire la sua.
Sì, non avrà nessuna intenzione di farmi perdere tempo, verrà subito al punto. Spiegherà che la settimana precedente ha compilato una lista segnando tutti i mobili che mi deve restituire. Sarà solo un promemoria non definitivo, comunque, e se qualcosa non dovesse andar bene lei sarà disponibilissima a discuterne subito. Spiegherà daver aspettato inutilmente mi facessi vivo per riprendere quel che avevo lasciato lì in casa, ma siccome non è successo, ha deciso di anticiparmi. Determinate questioni non possono restare in sospeso allinfinito, su questo sarò daccordo anchio, sosterrà. «Molto meglio affrontarle subito, certe seccature», dirà. «Per il bene di entrambi».
Innanzitutto, vorrà restituirmi i mobili dello studio: la credenza cinese, la scrivania in noce, la vecchia Frau anni Sessanta. Quei mobili vengono da casa mia, quindi è normale che io li riprenda. Avrà già controllato i cassetti della credenza, portato via le sue carte, e a quel punto i facchini potrebbero venire su anche lindomani e imballare ogni cosa. Non sarà neppure necessario che io torni lì a controllare il lavoro: lei avrà già preso un paio di giorni di vacanza, per occuparsi dei dettagli.
«Mi sono abituata a pensare e fare da sola», dirà. «Davvero, non c’è nessun bisogno che ti disturbi».
Per quanto riguarda il salotto, avrà già stabilito di lasciarmi la cassapanca nera e il divano di pelle quello grande, naturalmente tenendo per sé tavolo da pranzo, trumeau e vetrinette Ottocento. In realtà il tavolo è un regalo di matrimonio, quindi anche mio, ma dal suo punto di vista la divisione sarà equa così, perché il divano è praticamente nuovo, mentre le vetrinette, soltanto di restauratore, le costeranno non meno di due milioni. Ne avrà già parlato con il restauratore. Avrà lì il preventivo da farmi vedere.
Poi passerà alla questione dei quadri. Vorrà restituirmi anche quelli, ovvio. E le stampe in ingresso, e il Novatti, e i due paesaggi inglesi Ottocento. Materialmente non avrà ancora toccato nulla, i miei quadri li ritroverò al loro posto. Però un paio di settimane prima sarà stata in un negozio di Piazza Cavour e avrà acquistato una decina di poster, tanto per rimpiazzare ciò che porterò via. La conosco. So com’è fatta. «Non sarà la stessa cosa», dirà, «ma non mi andava lidea di ritrovarmi con i muri di casa a quel modo».
Cercherà di controllare le mie reazioni, a quel punto. Ma io mi sforzerò di non mostrarne nessuna. Starò lì, seduto sul divano ad ascoltarla parlare, nientaltro. Da qualche parte, giù in strada, si sentirà un traffico dauto, qualche ragazzetto in motocicletta che filando veloce farà vibrare per pochi secondi i vetri delle finestre.
Alla fine vorrà discutere con me di altri pochi particolari: la cucina, ad esempio. Secondo lei dovremo decidere insieme, perché non avrebbe senso dividerla. Daltra parte, un problema del genere verrà fuori anche per larmadio a muro della camera da letto e il resto di cose che non è comunque possibile dividere, o le cui misure non si adatterebbero a nessun altro ambiente. Lei sa benissimo che darmi indietro quattro mobili non equivarrà a restituirmi tutto ciò che in quella casa è anche mio, pagato in parte da me. Tuttavia, ho pur abitato sei anni là dentro senza pagare una sola lira di affitto, e questo entrerà in ogni caso a far parte del conto.
Non aggiungerà altro, sul punto. Tutto sarà già definito. Così, quando mi pregherà di portare con me la lista che ha preparato, di controllarla e di rifletterci, quando si alzerà dalla sua poltroncina rimettendo gli occhiali, saprò che la mia visita è da ritenersi conclusa. Semplicemente.
Io potrò solo andar via.
Poi, allultimo momento mi troverò fermo a metà ingresso con la sua inutile lista in mano lei che dice «Ti ringrazio di essere venuto, cerca di star bene, aspetto una tua telefonata entro il mese», e farò cenno di sì con la testa, dirò a bassa voce «Entro il mese, daccordo».
Un istante più tardi sarò già in pianerottolo, e lei farà un sorriso generico, un gesto qualsiasi di commiato, e probabilmente vorrà chiudere subito la porta, rintanarsi in fretta. Ma non potrà farlo, perché io resterò a guardarla da fuori, immobile sul giroscale. Lei allora mi squadrerà incredula, poi impercettibilmente guastata dansia, e nello stesso tempo si irrigidirà.
Si preparerà ad affrontarmi qualsiasi cosa io decida di fare.

martedì 11 dicembre 2012

Mini-compilation della paranoia

Il vostro partner vi ha mollato? Succede, nelle migliori famiglie, e anche nelle peggiori. Succede anche in tenera età, quando avete la/il fidanzatina/o, più spesso che da adulti. In tutti questi casi, proverete un groppo alla gola, che pian piano si sposterà nel basso ventre, tramutandosi in un dolore sordo, etereo, che vi accompagnerà per un tempo x. Ecco, quel tempo x è una terra di mezzo nella quale non siete più coppia, vi sentite a disagio come single, ma non volete nemmeno cercare un altro partner perché vi sembrerà di aver perso la/il compagna/o più in gamba del mondo. State elaborando la perdita, rimembrando i momenti belli, caricando masochisticamente di nostalgia quelli brutti; state fissando un soffitto, in altre parole. Immobili e dolenti. A nulla vi serviranno le parole dell'amico che vi proporrà dei cliché come: "Chiodo scaccia chiodo", "Morto un papa se ne fa un altro", o il più raffinato e cinico "I cimiteri sono pieni di persone di cui non si poteva fare a meno". A nulla. Anzi, lo pregherete di andarsene, e vorrete rimanere da soli a fissare l'adorato soffitto. In questi casi vi propongo la ""Mini-compilation della paranoia". Qui il termine paranoia non ha niente a che vedere con la psicosi in cui il soggetto è convinto di essere perseguitato rispettivamente da uomini, animali, parassiti o da uomini, animali, parassiti nello stesso momento, no. Qui è usato in modo improprio, giovanilistico, ma non meno efficace: "Sto in para" "Sto in paranoia" "M'ha preso la paranoia", esprime una tristezza, una malinconia che deriva dalla mancanza di qualcosa come la propria terra((una specie di saudade), un vago senso di malinconia che non sfocia nell'angoscia((lo spleen dei poeti decadenti), o la mancanza di qualcuno, e chi meglio può rappresentare questa condizione rispetto alla persona che è stata mollata dal partner?  In quel tempo x, dicevo, non desiderate altro che la permanenza di questo stato, che non sapete esattamente quanto durerà, e potreste unire la contemplazione del soffitto - anche un tramonto andrà benissimo, ma copritevi bene: la polmonite con paranoia è molto pericolosa - all'ascolto della "Mini-compilation della paranoia", formata da quattro canzoni che faranno al caso vostro.
Al quarto posto, un classico: "Colpa di Alfredo", di Vasco Rossi. Un tipo che perde l'attimo di stare con la donna della sua vita per via di un amico che gli fa perdere tempo con un sacco di discorsi seri. E, last but not least, per via del fatto che la tipa si mette con un "africano che non sa nemmeno bene l'italiano ma si fa capire bene quando vuole". Il momento topico della canzone viene toccato quando Vasco urla più volte:" Sono convinto che se non ci fosse stato lui mi avrebbe detto sì." In questo caso potrete  ricrearvi un mondo fantastico, una specie di arcadia in cui "lui non c'è" e lei  dice tante volte sì, sì da ripetere tante volte: un sì conseguente alla richiesta di amore eterno, o  un sì esibito in situazioni più scabrose ma più piacevoli. Ma non crogiolatevi troppo in questo pensiero, perché, lo sapete bene: il fatto è che lui c'è e lei non vi ha detto sì.
Al terzo posto "Cara", di Lucio Dalla. Parla di un fuggevole e platonico amore tra un lui molto più vecchio di una lei. Da ascoltare con attenzione la frase: "Io che qui sto morendo, e tu che mangi un gelato." Lui è lì rapito da mille tormenti, e pensieri, voli pindarici intorno ad un possibile amore, e lei? Ve la vedete? Mentre lui parla, lei sta lì a fissare il cono gelato, ben attenta che la goccia di nocciola non scivoli sul cono, e concentrata sulla forma sferoidale che potrebbe sciogliersi in modo inaspettato. Potrete immedesimarsi nella condizione di essere infinitamente meno importante e infinitamente più coinvolto della ex nella storia appena finita, trandone una infinita piacevole nostalgia.
Al secondo posto "Ci penserò domani", dei Pooh. Una ex, di cui il protagonista è ovviamente ancora infinitamente innamorato, riappare, chiede ospitalità per una notte; si è lasciata dal suo più recente compagno, e questo riaccende la speranza del protagonista. Invece la tipa non vuole far altro che scroccare vitto, alloggio e telefono(forse fa addirittura una chiamata internazionale perché parla in inglese) per il tempo di una sera e una notte. La mattina lei si leva di torno, e lo saluta teneramente dicendogli: "...e se io fossi una donna che torna è qui che tornerei." Ma siccome lei non è una donna che torna, non tornerà. Potrete concentrare la vostra attenzione sulla vostra ex, pensando alla remota possibilità che faccia parte della categoria delle "donne che tornano". Dopo mille tormenti, giungerete alla conclusione che la vostra ex è una donna che non torna. E questo aggiungerà tormento al tormento.
Al primo posto, "Vendo casa", di Lucio Battisti, ma a mio avviso questa canzone si apprezza meglio nella versione deiDik Dik( da non confondere, nella vostra ricerca, con i Dick Dick, pena l'apparizione nel vostro pc di molti siti a contenuto troppo esplicito). Qui il protagonista cerca di vendere la casa che aveva rappresentato il suo nido d'amore, fino al momento in cui la sua compagna si è levata di torno. Il tipo non cura più il giardino, non lava più i piatti, non fa più manutenzione della casa. In questo caso non potrà sperare di ottenere una grande cifra per la vendita, ma pare che non gliene interessi gran che, anzi, in un impeto di rabbia urla: "Questa casa è tutta da bruciare". La chicca paranoica, estremamente raffinata a mio avviso, sta in questa frase:"ho la barba lunga come tu la vuoi ed ho voglia di morire". In realtà la bellezza non sta certo sulla seconda parte del periodo, perché l'intento di morire è eccessivamente palese, troppo sbandierato, troppo abusato. Ma concentriamoci invece sulla meraviglia della prima parte: "Ho la barba lunga come tu la vuoi". Ci pensate? Il tipo è un finto trascurato; troppo facile radersi tutti i giorni, troppo facile non farsi mai la barba per nascondere i propri rammarichi dietro una folta peluria sul volto, niente di tutto questo. Gran parte della sua cura mattutina starà nel mantenere la barba alla lunghezza esatta di come lei desidera, né più né meno. Chissà che lei possa tornare da un momento all'altro. Semper paratus. Nella vostra condizione, se siete appartenenti al sesso maschile, pensate a quanto la vostra ex desideri la barba, e mantenetela sempre in quella condizione. Chissà che non torni. Ma non vi illudete, fratelli. E sorelle.
Buon ascolto!

giovedì 6 dicembre 2012

Librarsi con grande intensità

La sera del 4 dicembre, nella biblioteca delle Oblate di Firenze, il gruppo di lettura “Librarsi” si è ritrovato per leggere alcune belle pagine proposte da ogni singolo lettore. Qui sotto riporto un sintetico resoconto.
Pallina, una novella di Guy de Maupassant, letto da Jean. Pressioni su una ragazza francese, una prostituta che viene costretta a concedersi a dei soldati prussiani per un fine nobile e superiore, anche se tutti considerano che non ci sia nulla di nobile e superiore in ciò che fa. Questo gruppo di persone benpensanti desidera ipocritamente che lei accetti di farlo, che non faccia tanto la difficle; sarebbe la salvezza di tutti, anche se viene disprezzata da tutti. Nessuno si preoccupa minimamente del fatto che lei non desidera affatto farlo, come se la sua volontà non fosse nemmeno da prendere in considerazione. Dinamiche di gruppo che soverchiano le esigenze del singolo, per giunta un soggetto debole che non ha il diritto di essere tutelato. 
La profezia di Celestino, di James Retfield, letto da Stefano. Affascinante, per  Stefano, il leggere in queste pagine che qualsiasi persona che tu incontri possa non essere frutto di un evento fortuito, che non sia un caso ma che ci sia qualcosa di interessante dietro tutto questo. Come se lasciasse intravedere la meraviglia oltre il quotidiano. Come se al motivo dell'incontro, di qualsiasi incontro, avessimo l'opportunità di indirizzare la vita in una direzione carica di senso. E se cogli profondamente lo sguardo di un viso con cui percepisci una affinità, oltre al suo aspetto esteriore riuscirai a leggere il suo vero pensiero.
Jorge Luis Borges, Finzioni, letto da Bianca. Viene letta la premessa del libro , che giustifica le scelte e lo stile del libro stesso, e anche la finzione e la sua coerenza. Per Bianca, rileggendo nuovamente questa premessa in seguito alla lettura del libro, si sono chiarite molte cose, in uno stile che ad alcuni, alla prima lettura, potrà apparire cattedratico e distante dal lettore, ma che per lei non è tale.  In poche parole nella premessa si sintetizza molto chiaramente e in poche frasi tutto ciò che sarà esposto in seguito.
Amelie Nothomb, La metafisica dei tubi, letto da Paola. L'ultima frase del brano dice: “dimmi cosa ti disgusta e ti dirò chi sei, le nostre personalità non servono a niente, le nostre inclinazioni sono una più banale dell'altra.” I pesci  che mangiano voracemente le briciole di mangime(la repulsione suggerita nel brano), una colonia di vermi, la roba da mangiare in grande quantità, un individuo che mangia in modo vorace, le piattole, briciole di un biscotto nel fondo di una tazza di latte. Tutti suggerimenti dei vari lettori presenti alla serata, stimolati dal brano stesso, peraltro molto divertente.
Caos calmo, di Sandro Veronesi, letto da Donatella. Ritmo incalzante, un periodare denso di immagini. La verità di questo brano – che la gente smette di sorridere ai bimbi e alle loro mamme appena compiuti i quattro anni – è ciò che ha colpito Donatella, una verità disarmante . Lo stile, dice Cristina, è piaciuto, ma il brano ha messo in risalto, oltre a quella verità, una mamma esaurita e nevrotica. La mamma si dovrà reinventare qualcosa per andare avanti, altrimenti la gente continuerà ad ignorarla.
Fred Uhlman, L'amico ritrovato, letto da Luca. Ogni passaggio del libro o del brano è per Luca molto intenso; ogni momento della vicenda è finalizzato al tentativo di accattivarsi la simpatia e la visibilità di un compagno di scuola da parte del protagonista del libro . Parla della affinità a livello maschile con un amico. Lui trova un alter ego, un'affinità che nasce per un ragazzo, per lui fondamentale per la sua crescita. Disposto a sacrificarsi per lui, a voler eccellere con gli studenti ed i professori per ingraziarselo. Ci sono momenti di esaltazioni in adolescenza quando ci si avventura in giudizi su massimi sistemi e arte, dimostrando che sei più in gamba degli altri compagni, o in modo più discreto dimostrando che sei più competente di un insegnante.
La resurrezione di Mozart, Nina Berberova, letto da Cristina. Un personaggio che passa dalla città bassa alla città alta, pur provenendo dalla città alta. Indugia, perché deve tornare nella città alta e perde tempo, e infine decide di andare nella città alta. La prosa è al confine con la poesia, immagini forti di questa città portuale, investita da piogge e uragani. Una delle frasi più suggestive:”...tu sei un violino, un flauto, o un tamburo su cui il destino batte già da vent'anni, è vietato avvilirsi.”
Cattedrale, un racconto di Raymond Carver, letto da Toni. In queste pagine un non vedente guida la mano del protagonista in modo da disegnare una cattedrale. “...Il cieco ha detto:-Stiamo disegnando una cattedrale. Ci stiamo lavorando insieme, io e lui...” La maggior parte del disegno di questa cattedrale sarà eseguito dal protagonista ad occhi chiusi, sempre guidato dalla mano del cieco: “...Tenevo ancora gli occhi chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente. -E' proprio fantastica-, ho detto.”

Una serata di grande intensità, come spesso, in molte serate del gruppo di lettura, è accaduto.
Ci ri-incontreremo l'8 gennaio.

domenica 11 novembre 2012

Librarsi in biblioteca, il sequel


A volte nelle vicende della vita si ricerca un senso a tutti i costi, nel nobile tentativo di poter pensare che ciò che facciamo giorno dopo giorno abbia una direzione, una sua logicità. Altre volte il senso è lì, davanti ai nostri occhi: una specie di messaggio che ti si appalesa davanti. Quest'ultima evenienza si è verificata l'altra sera alle Oblate, durante la serata di lettura, sprofondati su quattro divanetti da cui è molto difficile, a fine incontro, riemergere.
Il senso è stato dato dall'inconsapevole filo conduttore dei vari testi: la diversità. Nel testo letto dal sottoscritto, tratto da “Io sono leggenda” di Richard Matheson, un ultimo uomo sulla terra terrorizza, con la sua diversità, le vite di tutti gli altri che sono mutati in vampiri.
Cristina ha letto un racconto: “Torte al miele” tratto da “Tutti i figli di dio danzano”, di Murakami Haruki. Nel racconto un orso, in grado di leggere, scrivere, fare di conto, vendere il miele, si sente diverso da tutti gli altri orsi. E' una favola in cui, attraverso le domande di una bambina, nulla è lasciato al caso, e chi risponde – un adulto – trova attraverso le risposte la coerenza che deve trovare per scrivere una favola, un racconto, un testo.
Jean ha letto un brano tratto da “Vita di apollonio di tiana” – di Filostrato ed. adelphi. A quanto pare questo Apollonio era molto diverso e particolare: un antesignano del movimento dei verdi, che non utilizzava pelli di animali per vestirsi, non faceva riti sacrificali con animali agli dei, bensì con focacce e miele, ed era vegetariano.
Donatella ha letto un brano tratto da “Venivamo tutte per mare”, Juli otsuka – bollati boringhieri. C'è una base comune, ragazze giapponesi che vanno in America per sposarsi, che si divide nella diversità, nel dettaglio di ognuna di loro. Le ragazze di campagna, città, mare. Un modo di raccontare corale. Un patchwork che riesce a dare voce ad una moltitudine di personaggi. Ognuna delle vicende sono reali, ed invece che un testo di filologia è venuto fuori una serie di racconti. Approfondisce il flusso migratorio giapponese negli anni 30.
Stefano ha letto il famoso monologo del replicante Roy Batty, del film Blade Runner(un eccellente diverso), in occasione del trentesimo anno dall'uscita del cult movie.
Luca ha letto “Ragazze, cappelli e hitler” di Trudi kanter . Un libro che ha letto tutto con molta intensità. Molto intenso perchè si percepisce che quando si vive una situazione così forte, si avverte una calma prima di una tempesta. I bambini ebrei, diversi, obbligati a lavare in terra, sono soltanto delle cavie che verranno utilizzate in futuro, i primi esperimenti fatti. C'è una voglia di fuga da questa realtà, come organizzarsi per fuggire da questa dimensione, uno stato di umiliazione ancora in embrione. Ci sono privazioni e un progressivo restringimento di possibilità. Azione di sopruso, sembra solo un gruppo di teppisti, invece sottende ad una tragedia epocale.

Ci vediamo alle Oblate il 4 dicembre.

domenica 4 novembre 2012

Fate finta che sia una finzione






Fate finta che sia una finzione

Io non ci credevo.
Non aveva mai avuto un malanno, a parte quel giorno in cui rimase a letto con la febbre, che già mi turbò assai. Avevo sette anni e stavo per andare a scuola. La maestra quella mattina - dopo i conticini, assai impegnativi per la verità - ci fece fare un disegno a piacere. Mi misi a disegnare un uomo in un letto.
"Chi è, Toni, questa persona?"
"E' il mio papà, maestra." Mi vennero le lacrime agli occhi. "Ha la febbre."
La maestra mi prese in braccio e mi carezzò un po'. "Tante persone hanno l'influenza in questo periodo, stai tranquillo, forse domani sarà già guarito."
Mi vergognai un po' della figura da deficiente che avevo fatto, sapevo bene cosa volesse dire influenza, avevo visto mio fratello a letto e anche le mie sorelle. Ma non potevo spiegare alla maestra che per me il mio babbo era un supereroe come Zorro, che vedevo alla Tv dei ragazzi alle 17,45 sul primo canale con una fettona di pane e pomodoro in mano. Il mio babbo aveva i baffi, proprio come Zorro. Ma mai che avessi visto un episodio dal titolo: "Zorro ha la febbre". Ci pensate? Bernardo che porta una minestrina calda a Zorro, e magari lo imbocca anche? No, maestra, Zorro non si ammala mai. Il mio papà sì.

Un paio di mesi dopo stavo passeggiando con lui in Corso Italia, a Piombino e, arrivati in Piazza Verdi, vidi il cartellone del nuovo film del Metropolitan: "2001 odissea nello spazio".
"Papà, ma tu ci sarai nel 2001?"
Rise e continuò a camminare.
"Non lo so...fammi pensare. In quell'anno dovrei avere..."
Lo guardai con attenzione, ero concentrato sulle sue labbra.
"...settantotto anni. E' un'età avanzata..."
Non sapevo cosa avrebbe aggiunto.
"...ma molte persone arrivano a quell'età: il nonno, la nonna ci sono arrivati. Ma sì, credo proprio che ci sarò. Ci sarò."
E sorrise stringendomi ancora più forte la mano.
Quelle parole mi rinfrancarono moltissimo. Ci sarebbe stato. Mio padre non prometteva mai a vuoto. Mio padre diceva sempre la verità. E del resto, per altri nove anni ancora, tutto lo avrebbe fatto pensare. Non si sarebbe più ammalato, nemmeno un raffreddore.
Fino a quella sera.

Ero appena tornato dal campo invernale scout, il trenta dicembre millenovecentosettantasette. C'erano due amici dei miei genitori, a cena. Dopo il secondo - bracioline di manzo con contorno di patate - mio padre chiuse gli occhi, si prese la testa tra le mani, ebbe giusto il tempo di dire "Scusate" e si precipitò in bagno. I signori Nardi, sollecitati con discrezione da mia madre, andarono via in gran fretta.
- Se possiamo fare qualcosa...
- Grazie, Ugo. Vi farò sapere.- rispose la mamma, poi corse in bagno. E io dietro a lei.
Non ci credevo.
Vidi il mio supereroe davanti allo specchio, aggrappato al lavabo, la testa piegata giù, gli occhi chiusi. Si voltò di scatto verso il cesso e cominciò a vomitare. Vomitò il manzo, le patate, la pasta. Vomitò anche altra roba, verde e gialla, e continuò a vomitare per molte ore. Lo guardavo andare avanti e indietro, dalla camera al bagno. Poi mi prese la stanchezza e lo abbandonai. Mi addormentai, cazzo.

Apro una parentesi: il ventotto maggio duemilacinque, dopo aver lavorato tutto il pomeriggio con trenta gradi in studio, dopo aver mangiato una pizza con salamino piccante e mozzarella di bufala in compagnia di mia moglie, dei miei figli e di amici vari, dopo una passeggiatina sul mare con fresco vento di maestrale, sono andato a letto. Verso le tre mi sono svegliato in preda a dolori lancinanti all'addome e sono corso in bagno. Ho cominciato a sudare freddo, mi sono sistemato sul cesso nella speranza di fare qualcosa. Mi girava la testa, il dolore all'addome migrava da una parte all'altra, migrava così velocemente che la mia autodiagnosi variava di continuo tra ischemia o infarto del miocardio, ulcera perforante, pancreatite acuta o congestione. Dopo mezz'ora l'ultima ipotesi si rivelò quella esatta. Mi piegai con la testa sul cesso e cominciai a vomitare il pomodoro, la birra, la mozzarella e il salame piccante; nello stesso momento ebbi un attacco di diarrea, che feci sul pavimento. Non credevo che si potessero fare le due cose contemporaneamente. Durante i conati - che arrivarono ad ondate nei venti minuti successivi - non potevo fare a meno di urlare.
"Toni, che sta succedendo?"
"Laura non mi sento bene" risposi con la bocca impastata di salame ed acido cloridrico " ma va meglio; torna a letto, devo pulire..."
"Sicuro che..."
Mi prese un altro attacco, per fortuna avevo chiuso la porta a chiave, non volevo farmi vedere da Laura in quello stato.
"Stai tranquilla" ebbi la forza di dire “sto meglio. Vai a letto.”
Pian piano mi ristabilii, mi rimase addosso solo una forte debolezza; mi misi a pulire in terra, nel water e mi lavai. In quei venti minuti pensai a mio padre, a quanto dev'essere dura vomitare un'intera notte, a quanto dev'essere avvilente e degradante. Chiudo la parentesi.

La mattina seguente mi sembrò che il malessere di mio padre fosse stato solo un incubo, niente di più di un incubo. Aveva il viso stanco, ma si era fatto la barba; pettinato e profumato di Acqua Velva William uscì. Sapevo che non era indistruttibile, l'avevo già imparato, ma quel suo aspetto mi sollevò. Durante la cena si diffuse un sollievo generalizzato: il dottore aveva diagnosticato una severa artrosi cervicale - colpa delle varie nottate in servizio in Calabria, periodo in cui ricevette, da vero supereroe, tre encomi solenni per la lotta al brigantaggio - una malattia curabile, dunque. E quella sera si mise a narrare – perché come molti siciliani aveva il dono innato della narrazione post-prandiale; oh, se sapeva raccontare, davanti a una sigaretta e molliche di pane sparse per il tavolo! – si mise a narrare, dicevo, di varie brutte nottate. Il ricordo della sera precedente fu spazzato via da quei ricordi. Fu un lieto fine millenovecentosettantasette. L'anno nuovo fu inaugurato all'insegna di antinfiammatori, antidolorifici e tanta fiducia.
Ma dopo l'epifania ricominciò il vomito e un mal di testa che gli fece stringere gli occhi e sussurrare parole di rabbia, e bestemmie.

Dopo un giorno e una notte intera di vomito - che roba era? e quanti liquidi multicolori abbiamo dentro di noi? - i fidanzati delle mie due sorelle lo portarono all'ospedale di Pisa.
Mio padre all'ospedale.
Non ci credevo.
Non ci credetti per undici mesi. Avevo dalla mia parte quella promessa solenne, una promessa carica di verità; ma di tanto in tanto temevo per il destino del mio supereroe. E quanto a verità, tutta la famiglia si impegnò a sparare un sacco di balle a mio padre per nascondergli la gravità del suo male. Inventarono un ematoma polmonare, artrosi degenerativa e cazzate simili.
Il mio supereroe pian piano perse l'uso delle gambe perché quella cosa stava comprimendo e divorando i centri motori nella testa.

Respirava sempre peggio - faceva uso per alcune ore al giorno della bombola di ossigeno - perché quella cosa si stava mangiando anche un polmone.
Quella cosa nel cervello e nei polmoni faceva anche altri scherzi, a seconda di quanto e dove comprimeva: mal di testa di durata variabile, vomito, singhiozzo - uno dei quali durò più di due giorni -, brusche alterazioni dell'umore con passaggi repentini dal pianto al riso, attacchi epilettici, demenza. Una volta non riusciva a capire che le immagini del televisore non si trovassero in sala, ma in uno studio televisivo. Poi gli scherzetti se ne andavano e tornava mio padre, sempre più insicuro e tremante, con dentro quella cosa.
Si arrivò al mattino del dieci novembre millenovecentosettantotto.
Vidi mio padre baciare mia madre.
"Auguri"
"Per cosa?"
"Per il tuo compleanno"
"Ma è domani"
"Magari domani non sto bene e allora...auguri, buon compleanno."
Quella sera lo vidi lamentarsi tenendosi la testa, e il dolore continuò la notte, la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte, la mattina, il pomeriggio... Il dodici novembre millenovecentosettantotto, alle sette e dieci di sera, mio padre ci lasciò.
Il primo gennaio duemilauno pensai con rabbia che mio padre non mi aveva detto la verità. Non aveva mantenuto la promessa. Ma devo ammettere che ce l'aveva messa tutta.

Io sono nato il sei maggio millenovecentosessantuno. E' stato venduto un vecchio rudere lasciato da mia nonna a mio padre. Mia madre ha rinunciato alla sua parte e noi quattro figli abbiamo diviso in quattro parti uguali. Per il mio quarantaquattresimo compleanno, con quei soldi, ho comprato una bicicletta da corsa, bellissima: ruote e forcelle in carbonio, telaio in alluminio, una specie di piuma con i pedali. L'ho comprata pensando a lui, il mio supereroe, che vinse un campionato regionale siciliano di ciclismo. Ogni tanto, quando scendo giù a Milazzo, qualche suo vecchio amico o qualche zio mi racconta di averlo visto in gara e mi giura - in Sicilia si giura di continuo - che vederlo correre fosse un gran bello spettacolo. Dal giorno del mio quarantaquattresimo compleanno, il giovedì prendo la bici e salgo i mille metri del Monte Serra, che divide Lucca da Pisa, vicino a casa mia.
Parto la mattina verso le sei e mezzo, mi occorre una mezz'ora di bici per arrivare alla base della salita.
Non passa mai un'anima in quella strada. C'è solo il bosco - lecci e castagni, perlopiù - un ruscello e la strada.
Mi fermo ad una fontanella.
Bevo.
Rimonto in bici.
E vado su... su... su... fra le antenne e gli aquiloni.