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lunedì 23 febbraio 2009

Chi è il vero narratore?(da un corso di Giulio Mozzi)

Il 12 e 13 novembre 2005 partecipai ad un corso di narrazione di Giulio Mozzi. Nel corso di questi tre anni e mezzo a venire ho più volte riletto gli appunti che presi; sono stati per me utili sia come lettore che come aspirante scrittore. Sperando di farvi cosa gradita, ve li passo.
Buona lettura

In questi due giorni parleremo di scatole cinesi e cercheremo di capire, quando leggiamo un libro, chi sia il vero narratore di quel libro. Leggeremo e discuteremo dei brani di alcuni libri, tra cui: "Jacques il fatalista e il suo padrone" di Diderot, "La vita e le opere di Tristam Shandy" di Sterne delle Einaudi, "Trilogia di New York" di Paul Auster, poi "Don Chisciotte" di Cervantes; sono libri che ci aiutano a capire le forme narrative che si stanno usando oggi. Questi sono i principali, ma prenderemo in esame anche altri libri.
Il narratore è un oggetto abbastanza fantasmatico, ma una volta individuato non si scorda più.
Per quanto riguarda "Trilogia di New York" Paul Auster è l'autore, un signore ben riconoscibile, senza dubbio. Paul Auster è il responsabile di quel libro, tuttavia quando leggiamo materialmente questo testo, ciascuno dei tre racconti di questo libro presuppongono un narratore che sta a cavallo tra una proiezione dell'autore e una del testo. Auster non è stato un uomo sempre identico nel corso della sua vita, come tutti, del resto. Noi stessi possiamo aver avuto l'esperienza tipo: "Oddio, ma chi ha scritto questarobaqua, ero io, ma adesso sono un altro." C'è uno stato di volta in volta diverso dell'autore; in quel momento quella proiezione di sè è il narratore di quel testo, come una delle tante possibilità di incarnazione del narratore nel corso della vita di quell'autore. Ciascun testo implica un narratore suo proprio. Non si deve commettere l'errore di attribuire le parole della trilogia ad Auster, bensì al narratore che è un oggetto separato da lui. In un testo fatto da noi stessi è più difficile pensare che quel testo sia scritto da un narratore che noi non conosciamo, un narratore desunto solo dalle informazioni contenute del testo, distinto da noi. Ma perfino quando descriviamo la nostra giornata - un testo ascrivibile al genere "confessione" - anche in quel caso, via via che lo leggiamo possiamo andare a caccia di un narratore che non siamo noi stessi.
Una qualità di un testo - si dice, e giustamente - è la sua coerenza, ma più importante ancora è che un testo abbia un suo narratore: la creazione di un narratore è la cosa più importante. Per quanto l'esistenza di un narratore sia consapevole, comunque la creazione di questo narratore non è intenzionale. E' un soggetto che si infila tra l'autore e il testo. L'invenzione del narratore è qualcosa di più sintetico, rispetto all'operazione analitica di cercare una coerenza del testo nei vari pezzi. E' possibile avere coscienza del narratore? Sì, ma solo dopo aver finito il testo. Quando opero una revisione logico razionale del testo posso lavorare sulla coerenza, e altro ancora, ma non posso lavorare sul narratore.
Ma diamo un'occhiata al testo di Auster, partendo dall'inizio di "Città di vetro", il primo racconto di "Trilogia di New York".
Prime parole: "Cominciò con un numero sbagliato...", è impersonale, non si dice cosa comincia, è una fase da genesi, "in principio era...", si assiste ad una creazione. Più giù si legge "...la voce di qualcuno che non era lui" e questo inserisce nel racconto una nota molto inquietante.
"...molto tempo dopo si sarebbe accorto che nulla era reale tranne il caso": Auster ci dice che la nostra vita è casuale, non è un romanzo dove tutto tiene. Tutto ciò che è casuale è reale.
In questo testo si troverà cose molto casuali, e proprio per questo reali: "All'inizio non c'erano che il fatto e le sue conseguenze." "...che abbia significato o meno non spetta alla storia deciderlo" "in quanto a Quinn non serve dilungarsi su di lui" "sappiamo per esempio che...scriveva romanzi gialli sotto il nome di Wilson". Auster ha scritto un libro, e fin qui ci siamo. Il libro parla di uno scrittore, Quinn, che scrive romanzi gialli in anonimato, mantenendo lo pseudonimo di William Wilson(che in italiano potrebbe stare per "Guglielmo figlio di Guglielmo, cioè figlio di sè stesso, una specie di parto divino). Wilson, dunque, è il nome del narratore generato da Quinn. Spesso Quinn va a spasso senza una meta compiendo un'azione reale: rispetto alla sua storia pregressa(sappiamo che sua moglie e suo figlio sono morti), il fatto che cammini è casuale; "...era questo che chiedeva alle cose: di non trovarsi in nessun luogo..." questa storia, in altre parole, non sta cercando di dotarsi di un senso. Non vuole essere sottoposta ad alcuna logica narrativa, nessuna proiezione futura di sè(tipo: voglio fare questo e quest'altro). "...aveva continuato a scrivere perché sentiva che non avrebbe potuto fare altro..." "...sembrava non costargli alcuno sforzo" "non gettò mai la maschera dello pseudonimo" "non arrivò mai a credere che lui e William Wilson erano lo stesso uomo". "...sembrava che per lui in buona parte le cose avessero cominciato a cambiare. Era vivo e la caparbietà di questo dato era per lui stupefacente". Pare che questo personaggio viva in un puro presente, il passato c'è ancora ma come una semplice impronta.
Ad un certo punto del racconto c'è uno spazio, poi riprende così: "Era notte...il narratore, il poliziotto privato Max Work...aveva preso lentamente vita"..."Wilson giustificava l'esistenza degli altri due".
Più avanti si legge: "Squillò il telefono" "una voce meccanica e colma di emozione", la voce chiede di Paul Auster e Quinn nega decisamente la conoscenza o la presenza di Paul Auster. Perfino Paul Auster entra nella storia. C'è una sovrapposizione di personaggi sui vari piani della storia.
"...il centro è dovunque e non si può tracciare una circonferenza finchè la lettura non è terminata".
Tra tutti i tre soggetti si instaurano delle relazioni mobili, come se avessimo dentro un liquido piuttosto denso degli oggetti di configurazione sempre diversa. "Era un po' più tardi della notte precedente". Si ripete a più riprese l'irruzione di qualcosa nella storia, un qualcosa di dispotico come un telefono che suona a qualsiasi ora, e suona in un modo sempre uguale, indipendentemente dalle circostanze.
In certi momenti questo telefono si attende: "...La notte seguente era pronto..."
Leggendo di Max Work si vede ciò che Quinn non è, dai contorni di Work si percepisce la figura di Quinn.
Nelle pagine iniziali si instaura un patto con il lettore, accettiamo Quinn come narratore.
Wilson è il garante di tutto questo, Wilson non fa assolutamente niente , non agirà mai in quanto Wilson ma agirà come work.
Chi è "il nostro Wilson"? E' colui che ci permette di costruire una narrazione.
La creazione del mondo è la condizione che rende possibile il mondo, la separazione delle cose lucebuio ecc.
Se Quinn non avesse pensato di agire nel mondo attraverso l'esperienza di Work non ci sarebbe stata storia.
Dio crea una separazione. La violazione del rispetto di questa separazione(Eva che mangia la mela da un albero ben preciso, fino a quel momento separato dal resto del giardino) genera una storia.
Chiedetevi come si sarebbe potuta creare quella storia lì senza l'esplicitazione dei ruoli di questa trinità(Quinn-Wilson-Work).
La letteratura non è possibile senza un pensiero cosmologico, è altrimenti difficile che la nostra scrittura risulti molto forte.
Questo narratore nascosto talvolta consente(in modo inconsapevole) allo scrittore una separazione dalla sua vera persona(vera per come appare al mondo, forse potrebbe essere più vero - paradossalmente - il narratore).
Nei promessi sposi, per esempio, il Manzoni appare mite e conciliante(mentre in realtà è burbero e nevrotico) attraverso l'espediente del manoscritto ritrovato. Chiedetevi sempre - e questo in genere lo si può capire dalle prime pagine, quando si stipula il contratto tra narratore e lettore - chi sia il vero narratore della storia che state leggendo(e non confondetelo con la voce narrante, né con l'autore).
In "Le avventure di Augie March" di Saul Bellow ci sono delle frasi all'inizio del testo che mi devono insospettire:
"faccio in base a ciò che ho imparato"; quest'affermazione pare che stia a significare che il protagonista è frutto della sua esperienza". Successivamente si scrive:"il carattere dell'uomo è il suo destino", che, abbandonando l'uomo ad una sorta di deriva, pare contraddire quanto scritto prima.
Questi romanzi letti finora fanno solenni dichiarazioni circa la verità del testo stesso, e proprio questo ci deve insospettire. In realtà interessa ciò che viene omesso, il narratore di Saul Bellow viene a galla cercando i fatti non narrati.
In "La versione di Barney " l'autore Mordecai Richler ha scelto di dichiarare una versione di parte, la versione di Barney, giustappunto. Lo fa essere fazioso il più possibile. Il lavoro del buon narratore è quello di tenere per il protagonista e cospargere la storia di menzogne credibili. Comunque andare a caccia in un testo del vero narratore è molto difficile. Si può anche provare sui propri stessi testi.

Una storia può essere rappresentata da un autore esterno che conosce, oppure non conosce le intenzioni dei personaggi.
Ci si può posizionare nei vari angoli della storia, si può esporre più punti di vista, ritrovare dei documenti(giornali, libri, lettere, registrazioni) che parlano di tutto questo.
In "Jacques il fatalista e il suo padrone" di Diderot ci sono meccanismi di questo tipo, e tanto altro ancora.
La storia degli amori di Jacques di Diderot è stata poi copiata da Laurence Sterne.
Altro libro del genere è "Tom Jones" di Henry Fielding, divertentissimo, ed è anche un un bel libro. Al suo interno c'è una gag di ben 150 pagine e c'è una prostituta che tenta di farsi il bel Tom Jones. Lei mangia un pollo e cerca di sedurre Tom Jones. E si aprono storie su storie.
Altro libro: "Le avventure di Arthur Gordon Pym" di Edgar Allan Poe.
La cosa sarebbe stata pubblicata come un romanzo, ma vedendo che la cosa risultava veritiera ai lettori, decise di continuare a scrivere "il signor Gordon Pym" in persona.
Il lettore, all'interno di questi meccanismi complicati, non può sapere se prendere per vera o meno l'intera faccenda; il narratore si limita ad agire attraverso il contorno dell'opera, ma il meccanismo funziona benissimo. Si creano dei problemi sullo statuto del testo attraverso dei segnali contraddittori.
Altro esempio di scatole cinesi più complesso: "La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo" di Laurence Sterne. A pagina 179, nel bel mezzo di di un libro(l'opera è suddivisa in libri, intese come parti di un libro) c'è la prefazione. Alla fine della prefazione si continua con il capitolo XXI. Nell'ultimo libro ci sono i capitoli XVIII e XIX dove non c'è scritto nulla. Poi nel capitolo XXV si scrive a proposito di quei due capitoli:"bisogna lasciare che la gente scriva le proprie storie alla propria maniera". Stern non ci offre il libro come prodotto finito, ma nell'ordine in cui gli è venuto in mente di scriverlo. E' come se il regista di un film decidesse di lasciare l'ordine delle scene per come il film è stato girato in senso cronologico e non rispettando la storia di quel film.
Poi ci sono gli scarabocchi + celebri della storia della letteratura nel capitolo XL. Le quattro linee che descrivono come l'autore si sia mosso nei suoi quattro libri. Le onde che vanno diversamente dalla linea retta sono le varie digressioni di tutta la storia. Se togliamo le digressioni togliamo l'80% del testo.
In "Jacques il fatalista" il racconto è continuamente interrotto da altre storie e la storia principale non termina nemmeno. Il tempo della storia è il tempo di viaggio. Gli amori di Jacques vengono continuamente inseriti nella storia principale. La storia della contessa e del conte che si giurano eterno amore è inserita in due spezzoni posti in due punti diversi del racconto. Un'altra storia, raccontata in almeno 4 pezzi, si svolge nel corso viaggio del capitano. Altra storia raccontata in un unico blocco dei pochi amori del padrone di jacques. Poi ci sono le storie secondarie; oltretutto ci sono storie che paiono balenare e sparire. In un testo come questo è molto difficile individuare una figura unica di narratore.
Tornando al Tristram Shandy, ad un certo punto si sta per raccontare qualcosa di scabroso e così nel testo si legge:
------------ chiudete la porta --------------
Sempre nel Tristram Shandy c'è un parroco che rifà una vera predica e non c'entra nulla.
Ad un certo punto si legge "Mi dispiace di non aver inserito il capitolo sui baffi e gli ombrelli" e dopo alcuni capitoli l'autore inserisce quattro pagine sui baffi.
Questo libro si racconta esclusivamente attraverso la voce del narratore.
Circa nel 1620 fu pubblicato "Histoire comique de Francion".
Questo libro finiva con la promessa di un secondo libro(non c'è alcuna edizione italiana). E' un tipo a cui capitano diverse avventure, con relative oscenità. Vengono pubblicati sei libri senza indicazione d'autore per ragioni prudenziali.
4 anni dopo ne esce una nuova edizione con modifiche, nuovi libri e dentro al testo vengono inserite prefazioni, e si scrive che tale Francion è l'autore di questo testo.
Nel 1632 esce l'edizione di un autore, un tipo morto da due anni, e c'è anche la sua prefazione, che dice di aver raccolto queste vicende dalla bocca stessa di Francion. Poi, però, l'editore scrive : nella prima edizione l'editore Dalage ha inserito oscenità, che toglie in questa edizione, in cui si aggiunge dell'altro. La seconda edizione è stata pubblicata in modo abusivo da "Francion"; mentre in questa edizione si inserisce il vero autore, Charles Sorel. Tutto questo confonde il lettore, i ruoli sono variabili, il vero e l'immaginario sono difficilmente separabili.
Il "Don Chisciotte" è scritto da Cervantes mentre sta in galera. Lo pubblica nell'anno 1604 con il titolo "Il fantasioso strambo e bizzarro Don Chisciotte de la Mancia" che sarebbe il primo libro.
Dentro questo libro Cervantes dichiara di essere l'adattatore in lingua spagnola del libro di un arabo, un certo Cide Hamete Benengeli. Un paio di amici di Don Chisciotte prelevano dalla sua biblioteca il libro e lo buttano, e Cervantes riesce a salvare questo libro.
Dieci anni dopo esce il secondo volume non scritto da Cervantes ma da Alonso Fernandez de Avellaneda. Cervantes allora scrive un suo secondo libro dove si arrabbia con il tipo che aveva scritto il secondo volume.
Ma oggi questo suo secondo libro è illeggibile, non ci sono edizioni in commercio; Cervantes dice che la storia di Avellaneda è falsa, la sua è vera.
Secoli dopo un critico scrive un raccontone per dire come sono andate veramente le cose per Don Chisciotte. Tutto questo per dire che le scatole cinesi non stanno solo dentro un libro ma anche fuori dal libro.
"Il mago di Oz" è il libro con più seguiti al mondo: 99 seguiti scritti dallo stesso autore.
Pinocchio ha avuto più seguiti scritti da altri autori.
Collodi ha aggiunto il lieto fine, per volere dei suoi lettori inferociti. Dopodichè Pinocchio ha avuto 140 seguiti, uno dei quali è scritto da Aleksej Tolstoj, molto bello. Ce n'è per tutti i gusti: "Pinocchio sulla luna", "Pinocchio in automobile", nel 1932 "Pinocchio balilla" che anzichè diventare bambino diventa fascista, e via dicendo. Tutti questi sequel sono tenuti insieme da un burattino, ma ci sono dei pinocchi che mantengono l'universo costruito da Collodi, altri no.

Libri che includono altri libri, libri che si muovono, che mettono in crisi lo statuto del testo, l'idea di libro finito. Ci sono esempi estremi di libri in cui sembra che il narratore sia svanito:"La scomparsa di Patò" di Camilleri è fatto solo di documenti, e una voce che ce li racconti non appare.
"Il suicidio di Angela B." di Umberto Casadei è un romanzo che riproduce un ipotetico faldone relativo al suicidio di una ragazza, Angela B.: articoli dei giornali, testi scritti da amici e compagni di scuola, due blocchi di testo scritti da un compagno di classe, eccetera, un testo di Piergiorgio Ritz, una specie di saggio sull'amore, il testo del soccorritore Mario Trovato, le email di Mario Parecchio e Rinaldo Qualcosa. Il tutto incastrato dentro con due sbocchi, scritti dall'"artefice" che sono fuori del libro.
L'autore dov'è? Sembrano articoli autentici.
Questo libro nasce in modo curioso. Un paio di anni prima di quel libro Giulio scrisse dei racconti, fra cui una lettera relativa al suicidio di Angela B. che inviò ad alcuni amici ed un anno dopo Casadei arrivò da Giulio con 80 pagine e disse: "Ecco qua". E da qui nacque l'idea vera e propria del libro.
Altro esempio è un romanzo di Mario Pomilio, ingiustamente dimenticato "Il quinto evangelio". Un ufficiale americano si trova in una canonica per qualche mese. Guarda i libri che si trovano in quella canonica. Poi c'è una serie di quaderni in cui ci sono appunti sul tema del quinto evengelio, che sarebbe misterioso e nascosto, esoterico. Non si capisce se quando parlano del quinto evangelio sia un libro vero o una metafora. Dopo la guerra raccoglie, in qualità di professore, testimonianze sul quinto evangelio. Chiede un'opinione ad un illustre studioso. Nel frattempo muore il professore. L'illustre studioso risponde , ma gli scrive la segretaria, informandolo del fatto che il professore è morto. Poi ci sono le carte della storia della morte del sacerdote.
E' un romanzo dove non c'è niente di romanzesco. Lo leggiamo come se effettivamente esistesse la documentazione sul quinto evangelio. Vengono citate battute dei "detti extracanonici di Gesù" riportati da autorevoli padri della chiesa, i resti di una tradizione che Mario Pomilio fa confluire nel quinto evangelio. Un testo bellissimo, appassionante, pur essendo senza personaggi.
C'è poi un romanzo di Nabokov che funziona così: un grande scrittore ha scritto un testo, poi Nabokov ci ha messo la prefazione, le note, le note in calce.
Concludendo, si può affermare che ci sono dei libri in cui determinati meccanismi vengono esibiti, ma tutte queste cose ci sono in qualsiasi libro, cioè un accumulo di documenti riportati da narratori, per esempio i dialoghi sono comunque dei documenti.
Ripeto: queste strutture ci sono sempre. Cercatele e provate a vedere se le trovate.
Fatevi delle domande sui narratori. Che tipo di testo state leggendo? Cosa ci sta dietro?
Potreste fare un esercizio molto utile: scrivete un testo non "scritto da voi", ma la vostra storia raccontata da un personaggio ad un altro. Dovrebbe aiutarvi a intravedere il vero narratore delle vostre storie.
Poi. Prendete le storie che avete già scritto. Immaginate di non essere stati voi e fornite al lettore informazioni sull'autore, sulla base del testo letto, informazioni coerenti con il testo.
Potreste aggiungere prefazioni dell'autore o dell'editore o note in calce sui vostri scritti.
Scrivete poi una biografia lunga dell'autore.
Il giochino di scrivere una nota sulla vita dell'autore di quel testo è efficace e divertente, inoltre tutto ciò può aiutarvi a scovare il vero narratore.

3 commenti:

cletus ha detto...

ma il buon Giulio te lo rilascette il copirait ? :-)



e comunque, grazie !

Tonilamalfa ha detto...

Spero che al buon Giulio non dispiaccia, al momento non sa nulla...
prego!

Anonimo ha detto...

Diglielo, così lo rivede e lo pubblica su vibrisse, come ha fatto qualche giorno fa con me, che ho fatto la stessa cosa tua (registrare e poi mettere su carta).
ciao, Feliciana