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martedì 12 gennaio 2010

Miloud

Cara Irina,

è un po' che non ti sento, e non ti vedo, ovviamente. Una delle cose che mi fa più impazzire è proprio questa: l'impossibilità di vederti; avverto anche fisicamente il legame che esiste tra noi, come un elastico che si tende in base alla nostra lontananza, e questa tensione non è risolvibile in alcun modo. Ogni giorno questo elastico teso mi condurrebbe da te; per abbracciarti, per guardare i tuoi occhioni imbevuti di curiosità, per far sì che possiamo resistere insieme. Invece dobbiamo resistere da soli.

Non me la passo male, tutto sommato.

Ho trovato un posto vicino alle condutture, mi sono sistemato con dei cartoni, ed ho un buco nel muro che riesco a tappare con dei pezzi di cornicione, dove posso riporre con una certa sicurezza le cose più care: la tua foto, penna e quaderno, e i Lei che riesco a mettere da parte. Insomma, riesco a cavarmela, e ho capito le principali regole di sopravvivenza qui sottoterra, e anche sopra. Cerco di evitare la squadra di Ivan, che trova qualsiasi pretesto per pestarti, questa è una delle mie preoccupazioni principali; poi trovo qualche alleato, e perfino qualche buon amico. Di giorno è meglio uscire, nonostante il freddo: diventa pericoloso stare molte ore giù, perché squadre come quelle di Ivan sono più attive, ed i litigi e le risse sono la regola. Salgo allora in superficie per tutto il giorno, il freddo non mi dà tanto fastidio, chiedo l'elemosina ai turisti, e in genere raccatto un po' di Lei che mi bastano per i pasti al Mac Donald e per l'Aurolac.

Non ce l'avrei fatta ancora per molto lì dentro, sorellina. Temevo che mi sarebbe successo come a Stefan, ricordi? Qualche protesta, pochi segni di insofferenza e ti mandano nel centro di Igiene Mentale. Ora posso decidere di me stesso, è già qualcosa. E ti ripeto la cosa più importante: ho qualche buon amico con cui parlare.

Sono preoccupato per te. E mi manchi. Puoi spedire le tue lettere a Nikolai Dragomir presso l'Hotel Lebada, 3 Buirintei Boulevard, qui a Bucarest. Ha trovato un lavoro come facchino, è un amico.

Tuo Vasile

Caro Vasile,

grazie al cielo sei vivo. Mi preoccupo per te ogni giorno che passa. Non abusare di quell'Aurolac, ti prego, so che non fa bene, lo sai anche tu. Io sto bene; ho un letto e dei pasti, un po' di tempo per leggere e studiare. E' vero, gli educatori non sono il massimo, ma ho del tempo per pensare a me stessa. E' anche vero che non ho il cielo ma sempre un soffitto sopra la mia testa.

E ho dei progetti.

A diciott'anni me ne andrò via: forse a Napoli, dove c'è quel golfo stupendo e quel mare dove puoi fare il bagno senza rabbrividire, oppure in Normandia, dove quelle scogliere ti fanno venire le vertigini di bellezza, dove senti il vento tra i capelli. E vorrei che tu venissi con me. Sto imparando l'inglese ed il francese, insomma cerco di darmi da fare. Mi manchi, forse potremmo farcela meglio insieme. Mi manca il gioco, lo scherzo, il contatto con te. Come ridevamo bene insieme, anche quando c'era poco da ridere. Ma capisco la tua scelta, certi giorni avrei anch'io voglia di scappare. Non dispero, però. Anch'io ho delle amiche ed amici qua dentro. Io non dispero mai, vedo delle cose belle anche qui, so che ci sono.

E spero. Spero per noi, Vasile. Spero per noi.

Tua Irina

Cara Irina,

non ti preoccupare per me. So che schifezza sia l'Aurolac, ma riesco a gestirmela. La sniffo solo qualche volta in una settimana, mi dà calore, mi sento a casa, in una casa che non ho, mi sento coccolato come se ci fossero ancora il papà e la mamma, e le immagini sono più vivide. E' vero, dopo tutto torna come prima, ma almeno ho qualcosa da ricordare.

Io non ho progetti, non so come andrà a finire, Irina. So solo che per oggi sono a posto.

Mi sento bene con Daniel, un ragazzo con cui parlo, lo vedo spesso durante il giorno. E anche con altri due, Omar e Valentin, con cui ci aiutiamo; Omar ha un'armonica a bocca, la suona benissimo, e dovresti sentire come si diffonde bene la musica nelle fogne; non sembrano più fogne, quando suona Omar. Mi sento bene con loro, tutto qua. E sto bene quando penso a te, e mi immagino un giorno di avere una casa e di dividerla con te. Non sono progetti, queste cose, ma mi fanno andare avanti.

Ma tu, Irina, tieniti stretto il tuo, non lo mollare.

Un abbraccio

Vasile

Caro Vasile,

è l'amore che ci manca, qui, a me, e fuori, a te. Qui in certi giorni è molto dura r-esistere. Siamo spesso maltrattati, o ignorati da educatori che pensano solo alla fine dell'orario di lavoro, che mai ci degnano di una attenzione. Ci sono anche degli educatori ed insegnanti bravi, ma neanche loro si sognano di stringerci, di abbracciarci, più semplicemente di considerarci. Forse hanno anche loro delle situazioni complicate, fuori di qui, che li prosciuga completamente. L'amore, non ce n'è traccia, Vasile.

Pensa alla tristezza che i nostri genitori hanno dovuto sopportare quando ci hanno abbandonato. Io non ricordo niente, avevo due anni, tu cinque. I tuoi racconti sono stati preziosi per me; la mamma con la coda di capelli, le lentiggini(come ce l'hai tu), il papà con gli occhiali di plastica neri, le mani grosse, altissimo. Queste figure tornano, soprattutto nell'ora in cui sto per addormentarmi, come esseri misteriosi e affascinanti. Mi domando se arrivino attraverso i tuoi racconti, o i miei ricordi di neonata e poi bambina. Ma arrivano, ed è bello sentirli arrivare. Un giorno ho pensato che fosse venuta la mamma a rimboccarmi le coperte, invece era Sonia che era scesa dal letto a castello e aveva mosso il mio materasso, l'ho vista dopo, quando è tornata. E' stato bellissimo, anche se non era vero: l'ho vista in quel sogno vivido la mamma, con la coda di capelli castani, e le lentiggini.

Non mi dimenticherò mai il mio progetto, sta' tranquillo.

Sta' attento, io ho solo una vaga idea di come passi la tua giornata, ma certamente ti capitano situazioni pericolose. Evitale, se puoi, abbi cura di te.

Mi manchi

Irina

Cara Irina,

è successa una cosa qua sotto. E' arrivato uno straniero, si chiama Miloud Oukili, e ha preso posto tra noi, qui con i cartoni. Non conosce il rumeno, e ci chiede continuamente come si dice questo e quello in rumeno, in cambio ci insegna dei giochi da circo che possiamo fare per chiedere l'elemosina.

Sa farsi rispettare, è un duro quando occorre.

Poi ci ha chiesto di preparare dei numeri da fare in strada, tutti insieme, a chi volesse farlo. A me sembrava matto, ma poi - non so com'è - ho accettato e anche altri si sono uniti. Abbiamo preparato dei numeri, ci è voluto un mese intero, poi abbiamo fatto questi giochi da prestigiatori e saltimbanchi e giocolieri su in strada. Irina, è stato bellissimo. La gente applaudiva, abbiamo raccolto molti soldi, insomma, sì, abbastanza per le nostre esigenze. Ora ogni giorno lavoriamo per fare nuovi numeri.

Miloud è un vulcano di idee. Ci ha imposto delle regole, adesso: chi voglia stare con lui non deve usare l'Aurolac, niente alcol, niente lamette; dobbiamo tenere pulito il posto dove dormiamo, niente rifiuti, niente cicche accanto ai cartoni. Per molti di noi sono regole impossibili, ma ci stiamo provando. E ci dobbiamo lavare spesso, nelle perdite delle condutture d'acqua calda, altrimenti puzziamo e la gente non scuce nemmeno un Lek.

Ha dei progetti, vuole andare con noi in giro per l'Europa a fare degli spettacoli. Non mi sembra vero, Irina. Ma dovesse accadere, ti porterò con me, via da lì. A Napoli, in Normandia, se ci saranno spettacoli. E anche in altri posti, ce ne sono tanti belli in Europa.

Spero per noi, Irina

Tuo Vasile



2 commenti:

Federico ha detto...

Toni, mi hai aperto un mondo nuovo, triste purtroppo. Sto facendo un po’ di ricerche, se ho capito bene Aurolac oltre ad essere un farmaco aspirabile, è anche un nomignolo per chiamare i barboni. Immagino non sia casuale l’abbinamento. E sicuramente ricerche ne hai fatte anche tu: i nomi del luogo, la moneta di scambio, i cartoni e i medicinali. Mi chiedo come ti sia avvicinato a questa realtà, ma a pensarci bene non è la prima volta che i tuoi brani navigano acque burrascose.

A parte questo comincio a sospettare una tua passione per la scrittura epistolare :)
Anche la posta da Lucca alle Svalbard mi aveva colpito. Tra i cimeli di famiglia dovrei ancora avere le lettere del nonno ai tempi della seconda guerra. A volte una sbavatura dell’inchiostro, un’incertezza della mano o pochi puntini sospensivi dicono più di mille parole. La lontananza, la nostalgia, il desiderio dell’altro la fanno da padrona. In fondo anche Vasile e Irina scrivono da una trincea …

Per chiudere, Miloud mi ricorda Gregory Sullivan, protagonista del quinto volume di Heroes (Redemption). Dotato di un certo carisma, raccoglie un piccolo gruppo di persone “speciali” e forma una comunità, una nuova famiglia, allestendo un circo per guadagnare qualcosa . Non so se sei un appassionato della serie, a me piace assai.
Tanti saluti. “A rileggerti…”
Federico

Tonilamalfa ha detto...

Ciao Federico, grazie per il tuo bel commento che sta su da solo indipendentemente dal mio post. L'aurolac è un solvente chiamato così in Romania, ma mio nipote che è andato in Perù e Guatemala per tirocinio post-laurea mi dice che viene utilizzato sotto altro nome anche dai bambini di strada dell'altra parte del mondo. Si compra in farmacia, costa un euro, si infila in un sacchetto di plastica e si sniffa tutto il giorno, e a lungo andare provoca danni irreversibili al sistema nervoso centrale e periferico.
Mi piace molto la scrittura epistolare: permette di evitare l'invasività della voce narrante che, se non usata a giuste dosi, ti spiattella un mondo bell'e confezionato, magari anche infarcito di giudizi, senza che tu abbia la possibilità di creartelo a poco a poco, via via che procede la narrazione.
A rileggerti