“Sono stanca.
Vorrei andare su quel
monte, quello lì con le antenne. Una casetta, da sola, per un po'.
Sola o con un uomo, il mio uomo. Senza roba.
Non riesco a pensare con
quella, mi sballo e basta. E quando finisce la roba, mi sento una
merda, vedo merda dappertutto. No, senza roba, fra l'altro l'ho
diminuita di molto, ce la potrei fare bene a smettere. Io senza roba,
pulita, come la mia immagine riflessa a lampi, via via che arrivano i
fari delle auto. Ma vedo anche gli occhi cerchiati, stanchezza.
Queste zeppe mi fanno male, me le tolgo, tanto lui non mi vede.
Altopascio. Campagne, pioggia. Cartiera. Lavorare in cartiera? No, mi
romperei le palle. Senti che puzza che manda fuori. No. Campagna, e
basta. Galline, conigli, patate come a Costanza. Mi manca anche il
mio mare, il mar Nero, nero come la notte che sta arrivando.
Silenzioso. Qui è diverso: il mare, specie la domenica, è inganno,
seduzione. Io ci riesco, so come sedurre, il linguaggio è
internazionale: ho un bel culo, un bel viso, le tette sono dure come
il marmo e mi stanno su da sole, non ci sono problemi. Vorrei
rimorchiare un riccone, poi me lo sposo. Guarda che bella Lucca.
Quelle mura solide, vorrei delle spalle solide che mi portassero via
da questa merda. Non come questo vecchio qui davanti. Onesto, sì
soprattutto onesto lo vorrei, che mi rispettasse anche quando è
incazzato col mondo. Oddio, siamo già alla stazione. Potrei farmi
scendere qua, prendere un treno e scappare. Ma dove? Dove andare? Se
potessi, me ne andrei in un qualsiasi posto tranquillo. Nel mare
della tranquillità, sulla luna. Senza roba, sì, col riccone che mi
porta lo champagne a letto. Senza roba. Senza roba. Senza roba. Ma un
bel riccone, ben dotato, sì, quello lo vorrei. Che mi volesse bene,
oppure che non fosse geloso.
Arrivati, peccato. Mi
sarebbe piaciuto farmi scarrozzare un altro po'. Il solito posto al
buio, sotto gli alberi, perché bisogna far finta che noi non ci
siamo, non esistiamo. A Lucca è così. Magda non c'è ancora.
"Qui va bene?"
"Guardi, lì."
Mi sporgo con la mano e lui indugia con lo sguardo sulle mie cosce.
"Lì, sotto gli alberi." Riparte, si ferma.
"Sono settanta
euro."
"Va bene."
Il tizio mi guarda,
sempre lì. Lo guardo. Azzardo.
"Oppure un pompino,
se ti va."
Il tipo si scioglie in un
sorriso. Mette le sicure, scivola nel sedile posteriore.
Oggi comincio a lavorare
un quarto d'ora prima.
Un lampo nel cielo
illumina la sua lampo, gli tiro fuori l'arnese. E' già pronto. Lo
lavoro ben bene, poi lui mette le sue mani callose sui miei capelli,
mi muove il capo per aumentare il ritmo. Gli scanso le mani, non le
sopporto, mi rimetto al lavoro. Arriva il mugolio, sempre il solito,
esce un fiotto caldo, salato. Come se da quello schizzo vedessi
uscire settanta euro che tornano nella mia borsetta taroccata Fendi.
Un kleenex, ci sputo dentro. Lui si tira su la lampo. Non sorride
più.
Un gelido ciao e scendo
di fretta, un po' traballante. Accidenti a queste zeppe.
Chiudo lo sportello.
Lo sportello diventa una
porta, ritorno con la mente ad un'ora prima.
Sto uscendo, chiudo la
porta di casa, c'è la Silvani. Accidenti a lei. Come metto il muso
fuori casa, e chiudo a doppia mandata, eccola pronta con il sacco dei
rifiuti. Anche oggi pomeriggio, figuriamoci. Lei mi guarda, io
scendo. Più disinvolta possibile. Zeppe a parte, oggi nemmeno la
minigonna stretta aiuta a scendere altezzosi. In questo ballatoio il
rimbombo è infernale. Pensare che stavo fuori Costanza, in campagna,
al silenzio. Uscivo diretta in cortile. Ci poteva essere la neve, a
volte. C'era silenzio, e nessuna Silvani. Il taxi è arrivato.
Un uomo anziano, tante
rughe, ma insomma, alto, ben messo, ai suoi tempi sarà stato un
bell'uomo.
Mi scruta, punta dritto
sulla minigonna, poi sposta il suo obiettivo sulle tette, e allarga.
"Buonasera, dovrei
andare a Lucca, allo stadio"
"Bene" Il tipo
schiaccia un pulsante sul tassametro, poi parte e gira a sinistra,
imbocca la variante per l'autostrada.
"Adua 160. Adua 160.
stazione Pistoia stazione Pistoia, cinque minuti. Adua 160 3 minuti.
Cavour 36 Cavour 36" la litania prosegue per qualche minuto, poi
il tipo spegne il radio-taxi. Mi concentro sul finestrino. E' quasi
buio, come dentro di me.
Una serie infinita di
vivai. Le silhouette delle piante mi sembrano soldati con il
pennacchio in testa, mi fanno la guardia. Telepass, la barriera si
alza, nemmeno una parola d'ordine. C'è la salita, casette sparse sul
versante collinare. Un camion che arranca. Tutto converge verso il
tunnel, ora ci sono dentro. Fino al collo. Quando sento quella
sensazione lì, il tunnel, mi sento alla deriva, e allora vorrei
spassarmela. Allargo le gambe, mi tocco. Qui al buio. Ho delle belle
cosce. Sono una troia, no? Una che succhia cazzi e ne vorrebbe
succhiare di più. Cazzi. cazzi. Cazzi. Cazzoni. Anche quelli un po'
mosci, che rianimo con pazienza. La sfida sta nel saperli rianimare.
Mi piego sul cazzo. Mi fermo ad osservare le venature. Appoggio la
bocca a ventosa e succhio. Succhio, e ingoio. Mi sto toccando, il
sedile mi copre, sono al buio, o quasi. Il dito sfiora sopra gli
slip, sempre più veloce. Oooh. Una ripida discesa, la luce del sole
che muore all'orizzonte, si intravede il mare, un monte con delle
antenne, un'isola lontanissima nel mare. Quando vedi il mare tutto
sembra più semplice. Il tassista mi guarda dallo specchietto.
Stringo le gambe, appoggio le mani sulle ginocchia, riprendo il
controllo, guardo fuori del finestrino. Il tipo adesso ritorna con lo
sguardo sulla strada. Pianura. Strada diritta. Montecatini. Qui ci va
Tatiana. Non se la passa bene nemmeno lei, no. Campi intervallati da
capannoni industriali. Che noia. Chiesina Uzzanese, guarda un po', il
Don Carlos; non faccio per vantarmi, ma in pista avevo tutti gli
occhi addosso. Bei tempi quelli di Gianni al Don Carlos. Abbiamo
fatto coppia fissa per un mese, poi mi ha scaricato, mi ha fatto
conoscere Paolo. Vedrai. Sì, sì, vedo. Buono quello. Prima mi offre
l'appartamento a Pistoia, poi mi procura un bel po' di roba. Gli
dovevo diciottomila euro. Mi teneva per le palle. Per un anno avanti
a coca ed ero. Oggi eros, lo scorso anno ero-ina per merito suo.
Stronzo. Lui e i suoi festini. Mi dice: guarda, per l'appartamento
non mi devi nulla. Solo qualche marchetta ogni tanto, te la devi fare
con qualche mio amico. Paolo, non ne ho voglia. Mi prende il
passaporto e me lo brucia con l'accendino davanti ai miei occhi. Poi
mi molla uno schiaffone. Mi sembra un incubo, che ho fatto? Faccio
per prendere la borsa, la mia valigia. Se esci da quella porta, ti
faccio ammazzare. Ti trovo e ti faccio ammazzare. Oppure tramite
degli amici che ho in polizia ti faccio marcire in galera. Esce dalla
camera, io sono risoluta ad uscire, faccio appena in tempo a mettere
due vestiti in valigia, a chiuderla e lui rientra. Con un braccio mi
blocca da dietro, con l'altro mi appoggia un cotone sul naso. Buio.
Senso di piacere, luci, un senso particolare di piacere,
direi, che mi fa dimenticare la merda, lo squallore. Un senso di pace
mai provato. Rivedo Costanza, è mattina, l'aria è limpida, il prato
dove giocavo con Iuliana, la mia sorellina. Sono felice. Mi sveglio,
sono sola, un punto di sangue rappreso sul braccio. Va avanti un mese
questa storia. La porta è sprangata. Dopo appena una settimana sono
docile come una cagnetta. Il cloroformio non è più necessario. Ogni
tanto arriva un tipo e gli devo fare un pompino. Lui, Paolo, dopo
dieci mesi mi fa il conto di diciottomila euro. Tutti i buchi che gli
devo. La spesa, i vestiti, le scarpe. Sono senza documenti.
All'undicesimo mese, il colpo di culo. Paolo viene arrestato. In casa
sua gli trovano otto etti di coca. In polizia è cambiato il vento e
lui non ha più protettori. Io non so cosa sia successo, sono a casa.
Dopo una giornata in cui lo attendo invano, decido di scappare. Trovo
alloggio da un'amica e comincio a far marchette per conto mio. Ora è
quasi un anno che me ne sto da sola. I cazzi mi piacciono, non lo
nego, e poi si fa poca fatica. Ma voglio uscire da tutta questa
merda. Con la roba ho quasi smesso. Metto un po' di soldi da parte,
mi compro una casetta e magari mi sposo. Un riccone, sì, che mi
rispetti, però. Sì, che mi rispetti. E che mi porti su quel monte,
quello con le antenne.
Io e lui.
Senza roba.
Senza roba.”
Greta fissò per qualche
istante quelle parole. Intorno a quelle, alcune cerchietti tondi
stingevano leggermente la pagina. Poi chiuse lentamente l'agenda, un
2003 era inciso sulla copertina in pelle. Si alzò e ripose l'agenda
in una scatola rossa piena di foto di famiglia sbiadite e lettere
provenienti da Costanza, per la maggior parte della sua sorella
Iuliana. La ripose al di sotto di esse, e la scatola in un recesso
della scrivania nascosto dalla chiusura di un cassetto. Poi guardò
fuori della finestra. La luce dell'alba stava tingendo il cielo con
venature rosse. Scese in cucina, si preparò un caffè,
lungo. Con la tazza in mano, ritornò alla finestra. Il cielo era
interessante. Una zona di transizione tra il blu notte del cielo e il
giallo dell'orizzonte produceva incroci di colore che cambiavano di
momento in momento, con la complicità di un paio di nuvolette. Nei
momenti bui dell'esistenza, si era affidata a qualche alba come
quella che aveva davanti. Se la vita è insensata, si era spesso
domandata, perché sprecare tanta bellezza?
“Mamma.”
“Arrivo.”
Un sorso di caffè e si
spostò in una cameretta. C'era un bimbo in pigiama che la guardava.
“Buongiorno cucciolo.”
“Babbo?”
“E' andato a lavorare
prestissimo. Mentre dormivi ti ha dato un bacione come questo.”
“Mamma” rise sguaiato
“mi strozzi.”
Continuò baciarlo ed
abbracciarlo per un po'. Le sembrava impossibile. Quella vita così
banale, così ordinaria, così prevedibile – un marito che va a
lavorare, Matteo che va all'asilo da vestire, la colazione, il suo
lavoro di commessa in un negozio, e poi la casa, il pratino da
tagliare, il cinema il sabato sera – le sembrava un miracolo. Come
se quel passato le avesse regalato un paio di occhiali magici, con i
quali tutto ciò che vedeva era vivido, colorato, interessante.
Caricato di senso.
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